Che valore assegnamo ai tornei Masters o Premier vinti nella bolla?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 agosto 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il tennis è ripartito, ma molti dei più forti sono ancora a casa o vengono eliminati nei turni iniziali del loro primo torneo ufficiale dopo mesi di interruzione. Pur avendo conquistato il titolo da favorito nel Cincinnati Masters (che si è giocato nella sede degli US Open a New York, n.d.t.), Novak Djokovic non ha dovuto affrontare nessun giocatore dei primi 10. Lo stesso è stato per Victoria Azarenka, che ha vinto il Cincinnati Premier grazie anche al ritiro di Naomi Osaka in finale e al fatto di non aver avuto giocatrici tra le prime 10 sul suo cammino.

Dato che la maggior parte delle persone s’interessa solo degli Slam e null’altro, il dibattito sulla necessità di avere un asterisco accanto alle vittorie di questo periodo si è focalizzato sugli US Open. Vista però la facilità del cammino ai due titoli, dovremmo usare un asterisco anche per Cincinnati?

Il numero 35 per Novak, ma non (esattamente) il più facile

In un precedente articolo, ho spiegato perché parlare di asterisco è prematuro, se non del tutto sbagliato. Il campo partecipanti non è ciò che conta, perché il vincitore affronta solo una manciata di giocatori. La presenza di Rafael Nadal, per fare un nome, non ha molto a che fare con la difficoltà della vittoria del titolo a meno che chi vince non ha dovuto battere anche lui. Se gli avversari del vincitore sono molto forti, la strada per il titolo è stata tortuosa. Con avversari relativamente deboli, il percorso è facile. Sottolineo che sto usando “forte” e “debole” in termini teorici. Djokovic ha avuto fortuna a trovare in semifinale e in finale rispettivamente il dodicesimo e trentesimo in classifica. Sulla carta, quindi, il suo percorso sembrava “facile”. In realtà, ha dovuto guadagnarsi con fatica entrambe le vittorie.

Ora sappiamo che i campioni di Cincinnati hanno avuto vita relativamente comoda. Quanto è stato semplice però il loro percorso?

Il campione Masters medio

Ho calcolato la difficoltà della strada al titolo determinando la probabilità che un campione Masters medio su quella superficie batta gli avversari che il vincitore ha dovuto affrontare. Utilizzando il concetto di “campione Masters medio” si smette di considerare il livello di bravura del giocatore che ha effettivamente vinto il torneo per concentrarsi sulla qualità degli avversari.

I numeri che ne emergono variano sensibilmente, dal 2.5% — cioè la probabilità che un campione Masters medio battesse i giocatori affrontati da Jo Wilfried Tsonga per vincere il Canada Masters 2014 — fino al 61.2%, cioè la probabilità che un campione Masters medio battesse i giocatori affrontati da Nikolay Davydenko al Masters di Parigi Bercy 2006.

Per Djokovic, nel Cincinnati Masters il numero è stato del 40.5%. In altre parole, un campione Masters medio sul cemento avrebbe avuto 4 probabilità su 10 di battere i cinque giocatori che Djokovic si è trovato di fronte. Come mostra la tabella, è l’undicesimo titolo Masters per facilità dal 1990.

(P) Titolo   Torneo                Vincitore             
61.2%        2006 Parigi           Davydenko  
50.5%        2012 Parigi           Ferrer       
49.8%        2000 Parigi           Safin        
48.3%        2004 Parigi           Safin        
47.0%        1999 Parigi           Agassi       
44.5%        2013 Shanghai         Djokovic     
43.3%        2002 Madrid           Agassi       
42.9%        2005 Parigi           Berdych      
41.4%        2009 Canada           Murray        
41.3%        2017 Parigi           Sock          
40.5%        2020 Cincinnati       Djokovic     
39.6%        2011 Shanghai         Murray        
39.1%        2019 Canada           Nadal       
37.9%        2008 Inter. d'Italia  Djokovic     
36.2%        2007 Cincinnati       Federer

A meno di non voler mettere in modo permanente un asterisco accanto al Masters di Parigi Bercy, dovremmo smettere di sminuire il titolo di Cincinnati. Sorprende la maggiore facilità del titolo per Djokovic allo Shanghai Masters 2018. Pur avendo dovuto battere due dei primi 10 nei turni conclusivi (Tsonga e Juan Martin del Potro), a quel tempo Elo non li considerava così in forma.

Azarenka: asterisco al quadrato

Fare una valutazione del titolo femminile è più complicato. Parte del problema è nel ridotto numero di tornei della categoria Premier Mandatory, e nel fatto che due tra questi (Indian Wells e Miami) hanno tabelloni decisamente più ampi, diventando molto più difficili da vincere. Un aspetto ancora più rilevante è il ritiro in finale di Osaka, l’avversaria contro cui Azarenka avrebbe dovuto giocare.

Iniziamo dai numeri. Se prendiamo le cinque giocatrici che Azarenka ha battuto e calcoliamo la probabilità che una campionessa Premier media (non solo Premier Mandatory quindi) le batterebbe, il numero è di 20.7%. Se aggiungiamo Osaka, nell’ipotesi in cui Azarenka ha il merito di averla battuta, il numero diventa 7.4%.

Rispetto a quanto visto per gli uomini, si tratta di un buon numero. Ma c’è lo zampino del diavolo, perché la categoria Premier per le donne è in media decisamente più debole di un evento di punta come Cincinnati. La tabella riepiloga la probabilità per il torneo di Cincinnati negli ultimi dodici anni.

20.7%       2020  Azarenka  (rit. Osaka)  
7.4%        2020  Azarenka  (b. Osaka)   
7.3%        2016  Kar. Pliskova             
5.5%        2010  Clijsters                 
5.5%        2012  Na                         
5.3%        2015  S. Williams               
4.5%        2011  Sharapova               
4.3%        2014  S. Williams               
4.2%        2017  Muguruza              
3.9%        2019  Keys                  
2.9%        2013  Azarenka             
2.0%        2009  Jankovic               
1.3%        2018  Bertens

Il 20.7% di probabilità è un numero rispettabile per un tipico evento Premier, e la vittoria di Azarenka a Brisbane 2016 ad esempio, con il 20.8%, aveva un valore praticamente identico. Cincinnati però offre un tabellone costantemente più ostico. Anche tenendo conto della difficoltà di battere Osaka, il cammino di Azarenka è stato il più facile (anche se di poco) a Cincinnati da quando è stata creata la categoria Premier.

Si, no, forse

Voglio ribadire una delle principali conclusioni dall’articolo sull’asterisco accanto agli US Open. Quando si vuole stabilire se un titolo “conta”, non c’è mai una semplice risposta si o no (e questo nell’ipotesi in cui si prende anche solo in considerazione l’idea che un titolo non possa contare). Ben prima che la pandemia creasse enorme scompiglio, c’erano titoli — e anche gli Slam — molto più facili da vincere di altri.

Il titolo di Djokovic si inserisce nel mezzo del tipico intervallo di difficoltà, anche se rimarrà alla storia come uno dei più facili che ha vinto. Per Azarenka, la valutazione non è così immediata, più per il ritiro di Osaka che per la debolezza del campo partecipanti. Nonostante numerose assenze importanti, il livello è stato sufficientemente competitivo da riservare ad Azarenka un percorso al titolo paragonabile con almeno una recente edizione a Cincinnati e molti altri tornei di prima fascia.

Tenendo tutto questo a mente, vi lascio con due previsioni. La prima, è che i vincitori degli US Open avranno un cammino relativamente facile al titolo ma, come per Djokovic, si tratterà di un livello di difficoltà tipico. La seconda: alla fine delle due settimane, desidererete non sentire ma più la parola “asterisco”.

How Should We Value the Masters and Premier Titles in the Bubble?