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Vivere e morire sull’Everest

di Edoardo Salvati – 20 giugno 2019
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

Sulla montagna più alta della terra, si è da poco conclusa la seconda stagione di scalata più mortale di sempre. Servono interventi strutturali per regolare l’afflusso indiscriminato

Tradizionalmente, il mese di giugno determina la chiusura della finestra temporale primaverile in cui il meteo è più favorevole per scalare l’Everest: la montagna più alta della terra. L’arrivo dei monsoni asiatici porta infatti grandi quantità di neve che rendono impraticabile l’accesso, oltre a complicare enormemente le condizioni per la successiva finestra di settembre. Temperature gelide e venti inimmaginabili riservano la terza, quella invernale di gennaio e febbraio, a chi ha fatto della follia una condotta di vita.

È per questo che a maggio si concentrano praticamente tutti i tentativi di ascesa. Così è stato anche per il 2019. Secondo i dati preliminari e non ufficiali raccolti da Alan Arnette, riferimento assoluto in materia, si stima che 891 scalatori abbiano raggiunto la cima, superando sin da ora il record di 807 stabilito lo scorso anno. Non deve sorprendere quindi se una foto di Nirmal Purja — alpinista d’élite nepalese impegnato nel progetto di scalata dei 14 ottomila in sette mesi (avendone già conclusi sei, tra cui l’Everest, in soli 30 giorni) — ha generato sconvolgimento tellurico anche nei non appassionati, propagandosi tra testate giornalistiche, agenzie stampa e profili social di ogni continente.

La scena è degna delle migliori ambientazioni del teatro dell’assurdo. Sulla cresta sommitale della montagna, uno stretto lembo che emerge da precipizi di duemila metri ai suoi lati, una sequenza quasi ininterrotta di persone forma una processione la cui andatura è regolata dall’impossibilità di muoversi, per mancanza di spazio, di chi è avanti nella fila. Tra coloro che si trascinano verso la vetta e coloro ne discendono, circa 250 scalatori si ostacolano per trovare un pertugio a cui agganciarsi sull’unica corda di sicurezza disponibile. Il contrasto cromatico tra la mescolanza di tonalità delle tute imbottite e il blu limpido del cielo sembra essere il solo elemento a separarli dalla staticità delle rocce sottostanti.

È un’immagine esemplificativa del più grande paradosso dell’alpinismo contemporaneo: un ingorgo di individui nel posto meno fisiologicamente adatto al funzionamento del corpo umano. Quali sono le cause di una deriva schizofrenica dell’ossessione di scalare l’Everest? E come si potrebbe ridurre la drammaticità delle conseguenze? Nell’introduzione di “Aria Sottile” — un racconto dei tragici eventi della stagione primaverile del 1996, che ha avuto il merito di portare a conoscenza del grande pubblico le dinamiche legate alle spedizioni commerciali sull’Everest — Jon Krakauer scrive:

“C’erano parecchie ragioni per non andare lassù, ma tentare di scalare l’Everest è un atto irrazionale di per sé, un trionfo del desiderio sul buonsenso. Chiunque prenda in seria considerazione questa idea, si colloca quasi per definizione al di fuori della possibilità di una valutazione razionale”.

Sulla carta, scalare l’Everest è un processo piuttosto lineare. Si raggiunge il campo base, ci si abitua all’altitudine, si sale e si torna indietro lungo lo stesso percorso già in parte attrezzato con corde di sicurezza, e ce ne si vanta per il resto dei giorni. Le due vie normali di salita non presentano difficoltà tecniche rilevanti: ad oggi, la vetta è stata raggiunta 9197 volte. In termini di indice di rischiosità, intesa come proporzione di decessi tra gli alpinisti saliti oltre il campo base nel tentativo di arrivare in cima, l’Everest è a 1.22, rispetto ai 3.91 dell’Annapurna, il più mortale degli 8000. Ogni anno, muoiono più persone sulle Alpi. Chi utilizza l’ossigeno supplementare a parziale mitigazione degli effetti dell’altitudine, una pratica ormai imprescindibile per i clienti non professionisti delle spedizioni commerciali, conquista la cima con una frequenza quasi doppia rispetto a chi ne fa a meno. Di fronte a questa apparente facilità di accesso all’Everest, sovente si cade nell’errore di sovrastimare le proprie capacità, trovandosi successivamente impreparati ad affrontare la cruda brutalità dell’esperienza reale. I pericoli oggettivi e soggettivi legati al semplice fatto di trovarsi sulla montagna sono in grado di terrorizzare anche l’esploratore più avvezzo all’ignoto.

Il quartier generale per gli alpinisti attratti dalla cima dell’Everest è il campo base, solitamente posizionato intorno ai 5300 metri, ben al di sopra dei 4810 metri del Monte Bianco, il punto più alto dell’Europa geografica. Vivere per più di un mese a quella quota determina una sensibile alterazione del metabolismo: nausea, perdita di appetito, spossatezza, insonnia, gastroenterite ed emicrania sono gli effetti più comuni. La secchezza dell’aria provoca tosse violenta. I più bassi livelli di saturazione dell’ossigeno nel sangue portano a un incremento spasmodico della frequenza di respiro. Questo è nulla rispetto a quanto accade all’aumentare di altitudine e verticalità: freddo intenso, venti straordinari, valanghe, scariche di ghiaccio o sassi, mal di montagna, congelamenti, cadute, sfinimenti, perdita parziale e temporanea della vista, sono occorrenze quasi inevitabili.

Non fosse abbastanza, incombe poi la minaccia più temuta, cioè la ridotta pressione atmosferica che nei pressi della cima dell’Everest è pari a un terzo di quella sul livello del mare, facendo diminuire il quantitativo di ossigeno disponibile nella stessa proporzione. È proverbiale l’ipotesi didattica per cui se una persona fosse prelevata da una località di mare ed esposta senza acclimatazione alle condizioni presenti sopra gli 8500 metri perderebbe conoscenza nel giro di qualche minuto. Chiunque intenda arrivare sulla vetta dell’Everest deve trascorrere del tempo significativo oltre gli 8000 metri, una situazione psico-fisica non a caso definita con l’invitante appellativo di zona della morte. La carenza di ossigeno dovuta a una permanenza prolungata nella zona della morte provoca devastazione nella forma di ipotermia, edema polmonare o cerebrale, danni neurologici, assideramento, perdita di conoscenza e, naturalmente, la morte.

Semplicemente, il corpo umano non è stato disegnato per operare nella zona della morte. Scalare l’Everest si riduce quindi a un atto di resistenza al dolore. Purtroppo, non tutti riescono a sottrarsi al prezzo più alto da pagare. Nel 2019 il conto è di dodici persone. Se si escludono il 2014 e 2015, in cui in trentacinque (per la maggior parte sherpa) hanno perso la vita a seguito di due enormi valanghe nella fase di approntamento della via di salita, è la stagione più letale dai quindici morti del 1996, e la seconda di sempre. Dal 1922, primo anno di tentativi, sono scomparse in totale 308 persone e ne è morta almeno una ogni anno dal 1969 (eccetto il 1977). Va detto che il miglioramento dell’attrezzatura e delle previsioni meteorologiche ha contribuito ad abbassare il tasso di mortalità. Se continuano a esserci però numeri assoluti così elevati, l’accusa è certamente per lo sfruttamento incrementale della montagna da parte dei governi nepalese e cinese, con il rilascio di sempre maggiori permessi di scalata. Il Nepal ne ha concessi quest’anno la cifra record di 381, che se da un lato al costo unitario di 11 mila dollari sono una risorsa economica immensa per uno dei paesi più poveri del mondo, dall’altro figurano come il primo colpevole del sovraffollamento diventato la norma anche in cima alla montagna.

Quando ci sono troppe persone dove ce ne dovrebbero essere molte di meno, la reazione a catena rischia di non lasciare margini: rimanere fermi in coda significa bruciare velocemente energia, estendere l’esposizione alle radiazioni solari, alla corrente a getto che spazza la cima, all’esaurimento dell’ossigeno supplementare. Significa, in sintesi, varcare la linea di confine che separa l’ambizione dal non ritorno. Perché spesso, chi varca quella linea non possiede le capacità di tirarsene fuori. In assenza di un meccanismo di selezione sofisticata, una buona parte delle persone che si trovano sulla montagna non ha una condizione fisica e tecnica adeguata e non è in grado di reagire autonomamente nel momento in cui le cose si fanno difficili.

Dal 1990, idealmente la prima stagione in cui clienti hanno pagato guide per farsi assistere nel raggiungere la cima dell’Everest, il mercato delle spedizioni commerciali — vero propulsore del microcosmo di attività che ruotano intorno alla montagna — ha assunto i contorni di un suk arabo: l’affidabile seppur oneroso modello occidentale (esperte guide internazionali, consolidata squadra di sherpa e portatori, supporto medico e logistico, per un pacchetto complessivo medio dai 45 ai 60 mila dollari, ma che può arrivare anche a 130 mila) è stato progressivamente affiancato e superato da organizzazioni a basso costo, gestite dalla generazione più giovane di sherpa, che non presentano però le stesse garanzie di professionalità e qualità, sostituite da scarso controllo ed eccessiva negligenza. Il richiamo della vetta dell’Everest con un investimento di denaro relativamente modesto ha indotto a una visione completamente illusoria del reale, amplificando a dismisura impreparazione e incapacità decisionale. Considerate le dinamiche degli ultimi anni, è opinione di Arnette che ci si dovrà attendere un Everest sempre più affollato dal versante nepalese (dal quale è passato il 64% di tutte le persone che hanno raggiunto la cima), più costoso da quello tibetano e con in media sei o otto scalatori che perdono la vita ogni anno. Continua Krakauer in Aria Sottile:

“Nel caso specifico delle spedizioni guidate, nel 1996 mi fu ben presto chiaro che pochi clienti sulla vetta (me compreso) erano realmente in grado di valutare la gravità dei rischi che affrontavano, la fragilità del margine che protegge la vita umana oltre i 7600 metri. Tutti coloro che sognano l’Everest devono tenere a mente che quando le cose vanno male nella zona della morte — e prima o poi accade sempre — anche le guide più forti del mondo non sono in grado di salvare la vita di un cliente; anzi, come hanno dimostrato i fatti del 1996, a volte le guide più forti del mondo non sono in grado di salvare la propria vita. I miei quattro compagni sono morti non perché i metodi di Rob Hall fossero sbagliati (anzi, non ce n’erano di migliori), ma perché sull’Everest rientra nella natura dei metodi stessi il fallimento spettacolare.”

Dovesse un governo illuminato ritenere moralmente inaccettabile che si muoia sulla sua montagna simbolo per motivi che esulano dai rischi intrinsechi all’alpinismo, potrebbe adottare alcuni provvedimenti di prevenzione o neutralizzazione. Il più immediato è certamente quello di vietare l’uso dell’ossigeno supplementare, se non per emergenza medica. Oltre a un evidente beneficio ambientale di riduzione dell’accumulo di ingenti quantità di bombole, questo costringerebbe l’alpinista medio, cioè la figura più diffusa nella massa di aspiranti scalatori, ad accorgersi che i segnali d’allarme dei propri limiti fisici si manifestano a quote di gran lunga inferiori.

Un secondo intervento sarebbe di imporre dei requisiti minimi molto più stringenti. Ad esempio, aver scalato altri 8000 o montagne non più basse di 7000 metri, ma senza ossigeno supplementare. Analogamente, istituire un sistema a punti secondo coefficienti che riflettano il grado di complessità della montagna in funzione di variabili facilmente quantificabili (elevazione, dislivello, difficoltà tecniche, temperatura media, tempi di percorrenza, etc), stabilendo un punteggio di accesso all’Everest che matura solo dopo anni di esperienza. O, in aggiunta, prevedere un esame simile a quello esistente per molte professioni che certifichi, da parte di guide qualificate, quantomeno l’abilità di sapersi muovere in un contesto estremamente ostile.

La storia narra che George Mallory, pioniere dell’idea di conquista dell’Everest nonché primo alpinista occidentale nel 1924 a scomparire sulla montagna, abbia replicato a un giornalista che indagava sul perché volesse scalarlo con: “Perché è li”. Dopo quasi cento anni di assalti e sotto assedio per via del riscaldamento globale e dell’insediamento umano, il fatto che sia li non è un più una giustificazione sufficiente. L’Everest deve tornare a rappresentare un punto di arrivo del percorso evolutivo di un alpinista, e smettere di essere il parco giochi più alto del mondo.

Vivere e morire sull’Everest

Marcel Hirscher

di Edoardo Salvati – 4 gennaio 2019
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

Gli anni del dominio in Coppa del Mondo del migliore dei migliori nel confronto con i più grandi di sempre delle discipline tecniche

Per esprimere un ideale di bellezza sportiva universale, alla serie completa delle opere figurative ispirate ai successi di Marcel Hirscher nella Coppa del Mondo di sci alpino – altrove definita iconografia – è sufficiente la semplicità: sette globi di cristallo che richiamano una lampada di design, e altri dieci in dimensioni ridotte per le vittorie di specialità.

L’arte di Hirscher non è custodita in un museo, ma prende forma su ripidi pendii innevati durante la stagione che meno si adatta a dipingere un quadro all’aperto. E come non stupisce che una percentuale straordinaria del patrimonio pittorico mondiale arrivi probabilmente dal periodo di massima creatività della storia dell’uomo, il Rinascimento, così non deve sorprendere che uno dei più grandi sciatori di sempre provenga da una nazione in cui il 68% del territorio supera i 500 metri di altitudine.

Austria über alles

La subordinazione dello sci alpino maschile e femminile ai voleri austriaci è sbalorditiva. Dal primo anno di Coppa del Mondo nel 1967 alla passata stagione, l’Austria ha conquistato la coppa per nazioni – la classifica che somma tutti i punti ottenuti da sciatori e sciatrici di un determinato paese – 40 volte su 52 edizioni, di cui le ultime 31 consecutivamente.

Le coppe di Generale vinte da austriaci sono 33 (e sarebbero 38 se Marc Girardelli non avesse gareggiato per il Lussemburgo a seguito di disaccordi con la federazione). La Svizzera, seconda, ne ha 19. Italia e Svezia a 6, e Norvegia a 5 sono ben lontane. Altrettanto irragionevoli sono le 892 vittorie austriache, dato che la Svizzera, ancora seconda, ne ha il 35% in meno. Parlare di sci alpino in Austria semplicemente come sport nazionale è un’iniziativa da intraprende a proprio rischio e pericolo.

Hirscher debutta in Coppa del Mondo nel 2007, vince la prima gara nel 2009 e dal 2012 è il contribuente più generoso delle fortune sciistiche del suo paese, oltre ad aver appena aggiunto lo status semi-divino di sciatore austriaco più vincente della storia. Sette coppe generali sono un record difficilmente raggiungibile e forse non ancora definitivo anche se, a onor del vero, astruse regole hanno tolto in passato diverse coppe a Ingemar Stenmark, che ne ha vinte tre e si è piazzato sei volte secondo. 

Fatta eccezione per lo Slalom Parallelo, lo sci non prevede competizioni uno-contro-uno, perché l’antagonista di uno sciatore è il cronometro. L’assenza di un tabellone a eliminazione diretta rende complicato elaborare metodi sofisticati di misura del dominio, ma due parametri oggettivi come punti in classifica e margini di distacco sono un’approssimazione affidabile.

Naturalmente, il confronto tra epoche è soggetto alle limitazioni generate dalla professionalizzazione della sport avvenuta negli ultimi decenni. Tecnica, materiali, preparazione, alimentazione, hanno infatti contribuito ad alterare l’orizzonte di riferimento in misura pervasiva.

Si è indotti a pensare che, in alcuni casi, lo si possa interpretare come il medesimo gesto atletico solo nominalmente. Lo sci non ne è esente, basta citare per tutte la rivoluzione dei pali snodabili. Questa disomogeneità di base è mitigata dalla possibilità di servirsi di percentuali e medie, più adatte allo scopo dei numeri assoluti.

Hirscher è considerato, dai suoi stessi colleghi, il migliore dei migliori. Affermazioni così perentorie emergono facilmente nei momenti più animati delle conversazioni tra tifosi, ma il dominio espresso in questi anni in Speciale e Gigante le giustifica anche di fronte ai più forti della storia.

Raggruppando i primi sette sciatori per vittorie (escluso il Parallelo) in queste due specialità, compaiono altri nomi che hanno marcato a fuoco l’era moderna dello sci: Stenmark, Alberto Tomba, Girardelli, Ivica Kostelić, Henrik Kristoffersen, Benjamin Raich, Ted Ligety, Michael Von Grünigen e Hermann Maier, che rappresentano 57 coppe, il 55% del totale, e 330 vittorie, il 37% di tutte le gare disputate in Speciale e Gigante. Servirebbe un hangar per conservare questi trofei, perché in una bacheca non trovano certamente spazio.

Il rendimento in Speciale

Hirscher ha vinto 5 coppe di Speciale, circa il 20% di questo sottogruppo, e collezionato 29 vittorie, quasi il 18%. Pur inseguendo Stenmark e Tomba per numero di vittorie, è secondo nei podi totali e a tre coppe del record che Stenmark detiene da ben trentacinque anni. Mantenendo una frequenza di vittorie in linea con quella delle ultime stagioni, sono entrambi obiettivi raggiungibili, magari già nel 2021, visto che solo Kristoffersen si è dimostrato avversario temibile nel lungo periodo.

La stagione 2017/2018 è stata per Hirscher la più produttiva, con il 78% di vittorie, sette primi posti e un secondo su nove gare. È la percentuale più alta, ex-equo con Tomba nella magica stagione 1994/1995. Tomba però si distingue per aver mantenuto la più alta media di vittorie nelle quattro stagioni in cui ha vinto la coppa (67% contro il 41% di Hirscher), a conferma del fatto che per quel periodo in Speciale fosse – per usare un termine calcistico – immarcabile.

Spicca la stagione 1984/1985 di Girardelli, che gli è valsa anche la sua prima di cinque coppe Generali. Non è un caso, visto il distacco medio più ampio dato da Girardelli al secondo classificato (1,46 secondi) tra gli sciatori di questo sottogruppo e la media più alta di distacco in tutte le vittorie in carriera, 0,96 secondi contro gli 0,54 di Hirscher.    

Nel raffronto con i grandi che lo hanno preceduto, lo Speciale riserva – se possibile – degli spazi di manovra in termini di record. Se si costruisse però una classifica puramente teorica ponderando in funzione di coppe, vittorie, podi e distacchi, al momento Hirscher inseguirebbe da vicino solamente Stenmark e Tomba. Indubbiamente, il Gotha degli interpreti moderni dei pali stretti.

Il rendimento in Gigante

Hirscher ha vinto 5 coppe di Gigante, il 16% di questo sottogruppo, e collezionato 30 vittorie, il 18%. In un livello competitivo sostanzialmente identico allo Speciale, è già secondo per vittorie totali, a due coppe e sedici vittorie da Stenmark. Con una media del 57% di vittorie nelle stagioni di conquista della coppa (Tomba è secondo con il 55%), anche il primato di questa specialità potrebbe arrivare tra un paio di anni.

È sempre la stagione 2017/2018 a risaltare: l’incredibile 86% di vittorie, sei primi posti e un terzo su sette gare, è superato solo dal 100% di Stenmark nella stagione 1978/1979 (dieci vittorie su dieci gare), un risultato praticamente impossibile da replicare nella coppa del mondo attuale.

Il Gigante sembra essere la disciplina in cui l’immenso talento di Hirscher fluisce nella massima naturalezza. Incrementa il rendimento rispetto agli altri in ciascuna metrica analizzata, in particolare nel margine medio di distacco in tutte le vittorie in carriera, al primo posto con 1,04 secondi contro gli 0,92 di Maier, Stenmark e Tomba più indietro a 0,57.

Riprendendo la precedente ipotetica classifica, Hirscher sarebbe appena dietro Stenmark e molto davanti Ligety. Con Stenmark non più in attività, così come per lo Speciale il sorpasso potrebbe ridursi a una mera questione temporale.

Classifica di Generale

Le prestazioni ottenute nelle specialità alimentano, di riflesso, la gloria nella classifica di coppa Generale. Le sette coppe vinte da Hirscher, per di più consecutivamente, non hanno precedenti negli annali di questo sport. Solo Annemarie Pröll, forse la più forte sciatrice della storia insieme a Lindsey Vonn, ne aveva vinte cinque di fila negli anni ’70.

È un’impresa che a malapena si riesce a razionalizzare. Quando a Michael Jordan fu chiesto quale fosse stata la difficoltà maggiore dei primi tre titoli consecutivi con i Chicago Bulls, rispose che lo sforzo mentale e fisico imposto dal vincere così tanto e così a lungo lo aveva completamente svuotato di energie. Dovette ricaricarsi lontano dal basket per un anno e mezzo prima di vincere altri tre titoli di fila.

Hirscher gareggia in uno sport individuale, consapevole che in una giornata storta non potrà affidarsi alla squadra. Nelle sette stagioni di primato nella coppa di Generale non hai mai saltato una gara, vincendo il 41% delle volte in cui si è presentato al cancelletto di partenza in Speciale e Gigante. Solo Stenmark lo supera con il 48%.

Un buon indicatore del dominio nella classifica di Generale è il distacco in percentuale del secondo classificato. Se si confronta la media di Hirscher con quella degli sei sciatori del gruppo che hanno vinto almeno una coppa, prendendo lo stesso numero di vittorie (le cinque migliori di Hirscher con le cinque di Girardelli, le tre migliori con le tre di Stenmark, etc), Maier è l’unico a pari merito al 28%, nonostante Hirscher sconti il vincolo di non essere polivalente e quindi poter accumulare più punti da più discipline. Tutti gli altri sono abbondantemente lontani.        

Hirscher domina anche nel numero di punti raccolti dal totale disponibile per le gare di Speciale e Gigante, con un massimo del 91% nella stagione 2017/2018, quando ha conquistato 1454 punti su 1600.

F come fenomeno

Per una coincidenza ascrivibile interamente alla profonda varietà della lingua italiana, si può valutare l’eccezionalità di un campione – un fenomeno nel caso di Hirscher – attraverso cinque indicatori accomunati dalla stessa iniziale.

In quanto a frequenza, intesa come continuità di prestazione, nelle stagioni in esame Hirscher non è mai sceso sotto le cinque vittorie (e un massimo di tredici, che è anche il record stagionale in condivisione con Stenmark e Maier), con una media di circa 7,5 vittorie a stagione. Solo Stenmark e Kristoffersen tengono il passo, seppure quest’ultimo su due stagioni.

In termini di forma, cioè costanza di risultato, le sette coppe di Generale sono frutto di almeno il 75% dei punti disponibili in stagione. Solo Stenmark è nelle vicinanze con il 72%. Tra vittorie e piazzamenti, nelle stagioni in cui ha vinto le coppe di specialità Hirscher ha collezionato in media 10 podi, contro gli 8 di Stenmark e Tomba (in Speciale). I migliori dei rimanenti non vanno oltre una media di 6 podi.

Si sente spesso parlare di fame, vale a dire il desiderio di vittoria pur a fronte di un palmarès infinito di successi. Come visto, la migliore stagione nella carriera di Hirscher è stata il 2017/2018, con 13 vittorie su 16 gare e i tre globi di cristallo. Negli ultimi quattro anni, di dodici coppe ha mancato solo quella in Speciale per 31 punti di distacco da Kristoffersen. 

Un aspetto ampiamente sottovalutato è la fortuna, cioè l’abilità di evitare circostanze di possibile grave danno, come effetto combinatorio di prevenzione, tempismo e buona sorte. Nel 2011 Hirscher si rompe la caviglia e deve saltare i Mondiali, un competizione nelle cui successive edizioni ha però comunque vinto 6 ori e 3 argenti. Nella stagione 2015/2016, durante lo Speciale notturno a Madonna di Campiglio, un drone televisivo si schianta sulla pista subito dopo il suo passaggio, lasciandolo illeso per una manciata di millimetri, letteralmente. Il faustiano patto con il diavolo è firmato.   

E il futuro? Di fronte alla domanda su quale sia la vittoria migliore, non è raro sentire un campione fare riferimento a quella che deve ancora venire. Dal modo in cui ha iniziato la stagione 2018/2019, già con quattro vittorie (oltre a un Parallelo) e un secondo posto, Hirscher non sembra aver fretta di smettere di vincere. Forse è spinto dalla possibilità concreta di superare Stenmark, o forse ha in mente l’oro olimpico in Speciale a Pechino 2022: è l’unico titolo mancante prima di ritirarsi da numero 1 assoluto.

Marcel Hirscher

L’ultima immersione

di Edoardo Salvati – 2 agosto 2018
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

A tre anni dalla morte, un ricordo della più grande apneista di sempre

Natalia Molchanova, free diver estrema, è annegata il 2 agosto 2015 al largo dell’isola di Formentera, davanti alla costa orientale della Spagna, durante un’immersione ricreativa alla presenza di amici e del figlio, anche lui professionista dell’apnea. Nonostante le successive ricerche condotte dall’unità speciale della Guardia Civil, il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Per la legge spagnola, sono necessari tre mesi prima di poter dichiarare morta una persona scomparsa nello svolgimento di attività pericolose, in assenza di prove tangibili come, ad esempio, il ritrovamento del cadavere. Per la legge del mare, basta molto meno. Bastano quei pochi secondi successivi al momento in cui il corpo, esaurita la sua riserva di ossigeno, si abbandona all’oblio dell’abisso, al silenzio che mette a tacere le autodifese, al buio che spegne qualsiasi speranza di ritorno in superficie.

Sembra segnato da un retrogusto ironico il destino di alcuni grandi esploratori del rapporto tra uomo e natura: sopravvivere a imprese che riscrivono la definizione di resistenza fisica e mentale per poi morire in circostanze di routine, di ripetizione di meccanismi automatizzati lontani dal massimo sforzo che atleti d’élite sono in grado di esprimere. In questo senso, l’alpinismo himalaiano, o anche quello relativamente più accessibile delle Alpi, offre numerosi esempi. O come dimenticare Patrick de Gayardon, acrobata del cielo e pioniere dello skysurf, deceduto a soli trentotto anni a seguito di un lancio di prova effettuato mille altre volte. Del resto, è una dicotomia che se nella maggior parte degli sport genera conseguenze superabili – ti spingi troppo oltre e perdi la gara o la partita – negli sport estremi può rappresentare il punto di rottura: vai troppo oltre il tuo limite e perdi la vita.

Il free diving non fa eccezione. Con questo termine s’identifica l’immersione subacquea in cui il nuotatore si affida esclusivamente alle proprie capacità di respirazione, senza fare uso di attrezzatura per l’erogazione di miscela respiratoria (solitamente bombole di metallo contenenti aria). La tipologia di free diving che negli ultimi anni ha catturato l’attenzione del grande pubblico è l’apnea estrema competitiva, nella quale si cerca di raggiungere grandi profondità oceaniche trattenendo una singola scorta d’aria, quella del respiro inalato prima della discesa.

Spinto probabilmente da un’attrazione innata per l’elemento da cui ha origine e per le sue risorse, l’uomo s’immerge in apnea sin dall’antichità. Si ritiene che la raccolta delle perle fosse praticata in Mesopotamia dal 4500 avanti Cristo. Ne parlano anche Platone e Omero, riferendosi alla raccolta delle spugne marine che venivano usate per lavarsi. Ma fu negli anni ’60 che l’apnea ebbe il suo impulso a trasformarsi in sport moderno grazie alle imprese di due rivali, l’italiano Enzo Majorca e il francese Jacques Mayol.

Molchanova era considerata la più grande free diver di tutti i tempi, un fatto inusuale per una moscovita madre di due figli che si era avvicinata al free diving solo a quarant’anni. Certo, l’avevano aiutata la sua passione per il mare e per il nuoto competitivo, ma l’apnea estrema aveva richiesto una dedizione così totale da farla diventare in poco tempo allenatrice professionista, manager – insieme al figlio – dell’azienda di equipaggiamento per immersioni da lei fondata, assistente per la cattedra di educazione fisica all’Università di Mosca e presidente della Federazione Russa di Free Diving.

E non era più sufficiente padroneggiare le tecniche di nuoto e di respirazione: serviva affinare il controllo della mente, per raggiungere quello stato di dissociazione in cui il corpo smette di essere una limitazione fisica e diventa parte integrante di un ambiente, come il nero profondo degli abissi, altrimenti ostile alla presenza umana.

Da fisiologa dell’apnea era infatti a conoscenza dei pericoli e delle alterazioni chimiche del free diving estremo. Si poteva essere trascinati via dalle correnti o investiti da strati di acqua gelida. Energia e ossigeno andavano usati per contrastare il galleggiamento naturale del corpo nei primi venti metri, superati i quali bisognava evitare l’accumulo tossico di acido lattico nei muscoli causato dal veloce esaurimento dell’ossigeno. Nel punto più basso dell’immersione i polmoni erano compressi a un quarto del loro volume e solo la vasocostrizione di riflesso ne preveniva il collasso. La risalita doveva essere calibrata per non svenire una volta raggiunta la superficie.

In tredici anni di attività, aveva stabilito 41 record mondiali (alla data della morte) e vinto 23 medaglie all’interno delle undici discipline con cui la moderna interpretazione del free diving è arrivata a esprimersi. Numeri talmente incredibili a cui, nel contesto di riferimento abituale, si fatica a dare un senso: ad esempio i 9 minuti e 2 secondi in apnea statica (trattenendo il fiato più a lungo possibile); i 237 metri (con pinne) in apnea dinamica (cercando di percorrere la distanza maggiore); i -101 metri (con pinne) in apnea in assetto costante (immergendosi alla massima profondità); i -91 metri in apnea libera (immergendosi con l’aiuto di un cavo guida); i -127 metri in apnea in assetto variabile regolamentato (immergendosi con una slitta zavorrata). Alcune di queste imprese superate solo recentemente da atlete più giovani, tra cui anche la pluridecorata e, attualmente, “donna più profonda al mondo” Alessia Zecchini.

L’esperienza più intensa della sua carriera arrivò nel 2004, attratta dalla fascinazione del Blue Hole di Dahab, in Egitto, una depressione sottomarina al cui interno – a 56 metri sotto il livello del mare –   un tunnel della lunghezza di 26 metri collega, attraverso la barriera corallina, le placide acque del Blue Hole con quelle più agitate del Mar Rosso. Le difficoltà associate all’individuazione del tunnel, alla presenza di correnti contrarie e alla profondità hanno fatto del Blue Hole il luogo d’immersione con attrezzatura subacquea più pericoloso del mondo, in cui si stima abbiano perso la vita 130 persone. Naturalmente, Molchanova fu la prima donna a nuotare il tunnel in apnea.

La legge degli uomini ha ormai da tempo ufficialmente decretato la morte di Natalia Molchanova. Il mare? Se l’era portata via molto prima.

L’ultima immersione

Alberto Tomba

di Edoardo Salvati – 8 febbraio 2018
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

Numeri e fenomenologia di un predestinato dello sci

Mai avrebbero potuto immaginare i matematici indiani del 500 d.C. il profondo cambiamento dettato dall’introduzione del glifo per il numero zero nel sistema decimale posizionale. Come ogni invenzione destinata all’eternità, la sua diffusione ha richiesto una lenta sedimentazione e la contaminazione virtuosa delle idee migliori. Si è passati per la Persia di al-Khwarizmi fino a giungere in Europa grazie a Lorenzo Fibonacci. La rivoluzione francese ha reso poi pressoché universale l’adozione del sistema noto come metrico decimale.

Lo sci moderno fa ampio utilizzo delle grandezze codificate nel sistema decimale, in particolare del tempo, che è la valuta di scambio dello sciatore, quando decimi o centesimi di secondo separano le posizioni di partenza e quelle al traguardo. Il tempo scandisce inoltre le più importanti ricorrenze della carriera, nella comodità rappresentativa dei numeri che finiscono, per l’appunto, con lo zero. Allo svolgimento delle imminenti olimpiadi invernali di PyeongChang in Sud Corea, saranno passati trent’anni da i due ori di Alberto Tomba nello Slalom Gigante e Speciale a Calgary 1988, un periodo sufficientemente lungo per rievocare la sua epopea sportiva senza eccedere in sentimentalismi.

Dei 671 comuni italiani che si sono votati a un santo nel loro topònimo, è toccata a San Lazzaro di Savena – in provincia di Bologna – la fortuna di ricevere in dote uno sportivo di fama mondiale, forse a riconoscimento dell’opera di accoglienza di lebbrosi e appestati durante il basso medioevo. Tomba nasce al sopraggiungere dell’inverno, un buon segno per diventare uno sciatore professionista, ma San Lazzaro è lontana da quelle montagne in cui la fucina produttiva delle nuove leve è più operosa. Ed è questa una prima singolarità nel percorso di Tomba: non esistono infatti succedanei per imparare a sciare, bisogna andare dove neve e pendenze permettono di familiarizzare con la dimensione verticale. La distanza rappresenta quindi un grande limite nel soddisfare la ripetitività e costanza imposta dagli allenamenti, ed essere vicini alla montagna diventa una forte barriera all’ingresso. Non è un caso se i sette sciatori del gruppo 1 della nazionale per la stagione 2017/2018 siano nati e cresciuti in paesi di due sole provincie, Bolzano e Trento, o se i più grandi sciatori italiani provengano tutti da località alpine (Thöni, Gros, Compagnoni, Ghedina, Rocca, per citarne alcuni). 

Nonostante la geografia sfavorevole o l’assenza di tradizioni sciistiche competitive in famiglia, Tomba inizia a sciare sugli Appennini all’età di tre anni, accompagnato da un padre che gli trasmette la passione e da un fratello che condivide il divertimento di giornate interminabili. Si distinguono nella sua esperienza tratti comuni a quelli di altre due icone planetarie – Michael Jordan e Roger Federer – campioni che a più riprese hanno riconosciuto il ruolo fondamentale della famiglia nel garantire un contesto di supporto sereno e libero da aspettative feroci. Dalle prime gare a sette anni, la progressione ha un ritmo costante, perché al talento non servono scorciatoie, gli basta trovare equilibrio tra convinzione in sé stessi e ambizione di raggiungere l’apice. A diciassette è in Coppa Europa, per i più promettenti il gradino che precede la Coppa del Mondo. Nel 1984 è già nella squadra B, e qui si presenta una seconda singolarità, con la vittoria a sorpresa del “Parallelo di Natale” a Milano, in cui s’impone su tutta la squadra A: passare alla ribalta grazie a un’esibizione in una città di pianura, su un pendio fatto di macerie, con neve artificiale! Da quel momento l’ascesa è dirompente.

Vale la pena accennare alle “prime volte” in Coppa del Mondo. Il debutto è nello Speciale di Madonna di Campiglio del 1985, un paio di mesi dopo arrivano i punti ad Åre, in Svezia, con un sesto posto a fronte del pettorale numero 62, un risultato impensabile quando si deve scendere nei solchi lasciati da così tanti prima di te. Sale sul podio nel 1986 con il secondo posto nel Gigante della Gran Risa in Alta Badia, Dolomiti. La vittoria arriva nel 1987, nello Speciale del Sestriere, seguita due giorni dopo da quella in Gigante, per una doppietta sensazionale. Sono alcune tra le piste più evocative dello sci, che incutono timore al solo nominarle, dove si produce acido lattico fino a sentire le gambe bruciare, la cui inclinazione sembra condurre direttamente nel vuoto, e sulle quali domina spesso con facilità quasi irrisoria. Nel 1988 è la volta delle coppe di specialità, Gigante e Speciale. Nel 1995, l’agognata coppa Generale, che torna in Italia dopo vent’anni dall’ultima di Thöni e che nessuno sciatore azzurro è stato ancora in grado di rivincere. Dopo tante prime c’è anche un’ultima volta, la vittoria del 1998 nello Speciale di Crans-Montana, in Svizzera, che coincide con il ritiro. Tomba diventa così l’unico sciatore ad aver vinto almeno una gara di Coppa del Mondo per dodici anni consecutivi.

Il circuito della Coppa del Mondo è di fatto un campionato, ma c’è la possibilità di arricchire il palmarès con le medaglie dei Mondiali, ogni due anni, e delle Olimpiadi, ogni quattro. Naturalmente, si distingue da subito – alla prima selezione per i Mondiali – vincendo il bronzo in Gigante nel 1987 a Crans-Montana. Sono due gli ori ottenuti nel 1996 in Sierra Nevada, Spagna, Gigante e Speciale, e infine il bronzo a Sestriere 1997 nello Speciale. Due ori anche alla prima partecipazione alle Olimpiadi, quelle di Calgary 1988, Gigante e Speciale, poi oro in Gigante (primo di sempre a difendere un titolo olimpico) e argento nello Speciale ad Albertville, Francia, nel 1994, con l’ultimo argento nello Speciale a Lillehammer, Norvegia, nel 1994.

Per dimostrare il teorema di Tomba, servono cifre che scuotono il sistema decimale dello sci: 50 vittorie in Coppa del Mondo, 88 podi, 1 titolo generale, 8 coppe di specialità e 9 medaglie, di cui 5 ori. Senza un adeguato termine di paragone, si può solo intuire la grandezza di questi numeri. Da quando nel 1966 lo sci è sport professionistico, Tomba è al terzo posto di sempre per vittorie complessive (il secondo italiano, Thöni, ne ha meno della metà), al secondo per vittorie nello Speciale e al quarto nel Gigante, al sesto posto per numero di podi, al terzo per vittorie in una singola stagione. È inoltre l’atleta con più ori e più medaglie nella storia dello sci alpino italiano. Nella classifica dei più grandi sciatori di tutti i tempi, data dalla somma dei risultati ottenuti in Coppa del Mondo, ai Mondiali e alle Olimpiadi, è all’ottavo posto generale (primo degli italiani), al secondo nello Speciale e al terzo nel Gigante.

Il tratto distintivo di questa gloriosa bacheca è la specializzazione nelle discipline tecniche (Speciale e Gigante), così definite per distinguerle da quelle veloci (Super Gigante e Discesa Libera) in un’ideale continuum di aumento della velocità di percorrenza e diminuzione del numero di porte lungo la pista. La coordinazione motoria delle due categorie è molto diversa. Nelle prime, le porte vengono abbattute o spostate con veemenza per farsi strada lungo il tracciato: lo sciatore deve bilanciare la pressione da imprimere agli sci con la grazia necessaria a danzare in una selva di pali rossi e blu a distanza tra loro ravvicinata. Nelle seconde, le porte sono principalmente a indicazione della linea da seguire, ed il fattore critico di successo risiede nel controllo delle violente, e a volte fatali, forze in gioco.

Nel 1982, l’introduzione dei pali snodabili ha permesso agli sciatori di sfruttare peso e accelerazione per abbattere i pali e seguire una linea di discesa più diretta. Tomba, la cui corporatura poteva sembrare troppo robusta per brillare di agilità negli slalom o troppo leggera per convertire la massa in velocità e rapidità nelle discese, ha trovato così nello Slalom e nel Gigante la perfetta espressione del suo stile sugli sci. Un’abilità ampiamente riconosciuta ai campioni è quella di far apparire semplice un gesto la cui padronanza deriva da migliaia di ore di applicazione. La bellezza del suo gesto non deriva da un’eleganza assoluta, come ad esempio quella di Michael Von Grünigen (vincitore di quattro coppe di specialità nel Gigante proprio in quegli anni), ma da un controllo dinamico di potenza e geometrie che esercita in ogni istante dell’azione. Non a caso la sua sciata è stata definita a trazione integrale: come nei più evoluti sistemi che mantengono l’automobile in strada anche nelle peggiori condizioni di aderenza, così lui manovra gli sci in una continua calibrazione del rapporto tra potenza e scorrevolezza. Questa volta la differenza tra macchina e uomo si riduce esclusivamente a una questione di attese: se nella macchina si dà quasi per scontato che la tecnologia intervenga per proteggere da esiti indesiderati, con Tomba si è nel regno del preternaturale; se lo sci passa a pochi millimetri dal palo, ci si aspetta l’inforcata, ma lui prosegue indisturbato; se si affronta la porta con quell’angolo di inclinazione, ci si aspetta la caduta, ma lui rimane in piedi; se scarpone e ginocchio hanno praticamente toccato la neve, non ci si aspetta di vederlo risorgere con un colpo di reni e magari vincere la manche o la gara.

Tomba altera la fisica dello sci, piegando i pali a suo volere, annullando la resistenza della neve ed elargendo distacchi che arrivano anche a superare il secondo, come se il tempo si fermasse per lui e continuasse a scorrere per gli altri. Al pari di poche occasioni nella retorica sportiva, l’abuso del soprannome ‘la bomba’, al di là della facile assonanza, trova piena giustificazione: prendendo a prestito le parole di Francesco De Gregori, ha “un motore da un milione di cavalli che al posto degli zoccoli hanno le ali”, e si scaraventa a valle come la mandria di tori nell’encierro di Pamplona per la festa di San Firmino. Ma non è solamente predominio atletico, perché unisce quella che Bruno Gattai – ex campione italiano in Discesa Libera e magistrale commentatore televisivo – ha definito una spaventosa intelligenza tattica, con cui è in grado di leggere l’andamento della gara e capire in quali punti del tracciato aumentare la propulsione nel recupero di eventuali sbavature commesse o per chiudere definitivamente i conti.   

Tomba ha rappresentato una discontinuità dello sci moderno. Si è fatto largo in una competizione dominata dalle nazioni nordiche vincendo un incredibile 26 per cento di tutte le gare di Slalom e Gigante disputate nelle stagioni dal 1986 al 1998. Pur limitandosi a competere in due discipline, è riuscito a conquistare la coppa Generale, arrivando anche per tre volte secondo e due volte terzo alle spalle di atleti polivalenti (Zurbriggen, Girardelli, Accola, Aamodt, Kjius) che avevano la possibilità di ottenere molti più punti validi per la classifica. Ma, soprattutto, ha dato vita a un seguito di natura quasi religiosa, con milioni di adepti incollati alla tv a lasciarsi trasportare dall’eccitazione delle sue imprese e a trepidare per l’apparizione – nella grafica rudimentale di allora – del numero uno tra parentesi accanto al suo nome, come mai era successo prima per uno sciatore italiano. È rimasta nella storia l’interruzione del Festival di Sanremo per trasmettere la seconda manche dello Speciale dalle olimpiadi di Calgary. Sono storia le rimonte mozzafiato come nello Slalom delle olimpiadi di Lillehammer, in cui la partenza invertita dei primi trenta ribalta la pressione su chi gli sta davanti e il dodicesimo posto della prima manche si trasforma in un argento finale.

Paradossalmente, la più grande conquista di Tomba è aver sovvertito l’ordine naturale della conversazione sportiva in Italia, facendo retrocedere il calcio a ruolo da gregario. Nemmeno i trionfi della nazionale di pallavolo guidata da Velasco erano riusciti a tanto. Ha sdoganato lo sci, portandolo da attività elitaria e ovattata per appassionati di montagna a passatempo della gente comune, con la sua personalità debordante che sembrava disegnata per quegli anni di espressione libera di colori sgargianti nell’abbigliamento e nell’attrezzatura, e generando un effetto mediatico culminato nella sponsorizzazione di Barilla (da sempre interessata a legare la propria immagine ai migliori dello sport, come per la stessa Mikaela Shiffrin o, ancora più recente, Federer) e della Val di Fassa, probabilmente la valle di maggiore insediamento nell’area dolomitica. 

Nell’immaginario collettivo, Tomba è diventato lo sciatore per antonomasia, come Jordan lo è diventato per il basket. C’è un avanti Tomba e un dopo Tomba: questa è la sua eredità.

Il teorema di Tomba

Linea di caduta

di Edoardo Salvati – 12 dicembre 2017
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

Il fatale incidente del discesista francese David Poisson conferma l’estrema pericolosità dello sci alpino professionistico

Nel sempre elusivo proposito di catturare l’attenzione dei potenziali lettori, la copertina di un libro è la sintesi di più componenti artistiche: quella grafica, quella letteraria e, con maggiore enfasi nelle versioni contemporanee, quella comunicativa. La copertina di Paolo Guidotti per l’edizione Oscar Mondadori del 1969 del grande romanzo di Ernest Hemingway “Per chi suona la campana” è un esempio di magistrale minimalismo evocativo dell’illustratore fiorentino. Nell’angolo alto di destra, è riportato un estratto di “Meditazione XVII” di John Donne da cui il libro prende il titolo: ‘Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te’.

Così è stato anche per David Poisson, esponente della squadra francese di sci alpino, deceduto il 13 novembre in Canada a seguito di una caduta in allenamento. La sua morte è certamente una diminuzione della piccola comunità dello sci, dell’intimità – a volte anche sentimentale – che si crea in una ristretta élite di atleti in risposta alla necessità di condividere il gelo mattutino di allenamenti e competizioni, la spossatezza di voli intercontinentali e di continui cambiamenti di alloggio, la pressione alla prestazione e al risultato che caratterizzano l’attuale professionismo dello sci.

In Italia, la notizia è passata sottotraccia vista la concomitanza con la mancata qualificazione della nazionale maschile di calcio ai Mondiali del 2018, evento che per molti ha generato drammaticità di portata analoga e oscurato qualsiasi altra riflessione sportiva. Ma, se non nell’atto estremo di un suicidio, non si può mai decidere quando morire. Nemmeno se si è stretto un patto con la morte, avendo Poisson fatto delle discipline veloci la specialità di tutti i giorni. Da quanto si apprende dalla ricostruzione dell’incidente, sembra che abbia perso uno sci e sia caduto, superando le barriere protettive per poi arrestarsi contro un albero, morendo nell’impatto. Nessuna possibilità di sopravvivere o di mettere in ordine affari e affetti prima degli ultimi saluti: il senso di incompiutezza, la sospensione istantanea, le catene di ancoraggio alla vita che si spezzano in un secondo.

La tecnologia, l’evoluzione dei materiali e delle tecniche di allenamento hanno portato a uno spasmodico incremento della velocità, rendendo lo sci alpino paragonabile a sport come la Formula 1 o il motociclismo ma, paradossalmente, molto più pericoloso. Nei motori infatti il pilota è protetto dal guscio di sicurezza che, in misura maggiore (Formula 1) o minore (motociclismo), ne circonda la sagoma. Lo sciatore é nudo, alla costante ricerca della dissipazione della velocità con il solo bilanciamento meccanico fornito dalla correlazione tra sistema muscolare e sistema scheletrico. Il casco e il paraschiena possono agire in termini di sicurezza passiva alla stregua di cinture e airbag nelle macchine, ma qualcosa o qualcuno deve comunque trovare un modo di disperdere l’energia che la forza di gravità esercita su un corpo in accelerazione.

Nathaniel Vinton descrive perfettamente il concetto in The Fall Line, la narrazione dell’ascesa dell’America alla vetta dello sci professionistico: ‘Poche attività umane richiedono una ricerca così completa e precisa del senso di equilibrio di una persona come le gare di sci, uno sport in cui gli atleti si muovono su una superficie scivolosa e dalla topografia irregolare a velocità che superano la capacità di registrare le informazioni provenienti dall’ambiente circostante. Nella maggior parte delle discese libere, si raggiungono ormai anche i 160 km/h”.

Le dimensioni e le caratteristiche costruttive degli sci consentono traiettorie estremamente pulite su pendii incredibilmente scoscesi, ma costringono gli atleti a un compromesso con cui bisogna fare i conti: la minima perdita di equilibrio può comportare violente cadute. La lista di episodi, anche fatali, si è purtroppo allungata negli ultimi decenni. Dalla morte di Ulrike Maier e Régine Cavagnoud (per uno scontro in allenamento, causato però dall’alta velocità) alla paralisi di Silvano Beltrametti e al coma di Daniel Albrecht, passando per le spaventose cadute di Hermann Maier alle olimpiadi di Nagano del 1998, di Bode Miller a Beaver Creek nel 2015 e all’edizione 2016 della libera di Kitzbühel in cui diversi atleti sono usciti di pista travolgendo le barriere con intensità estrema. La lunga lista di filmati disponibile su YouTube è memoria indelebile della pericolosità intrinseca di questo sport.

David Poisson aveva rappresentato la Francia alle olimpiadi del 2010 e del 2014 e aveva vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali di Schladming del 2013. La sua forza tranquilla e un sorriso onnipresente lo avevano reso popolare tra i colleghi. Quando si hanno 35 anni non è mai giusto morire, ma lo sci moderno a volte non prova alcuna compassione. Prima che il riscaldamento globale ne determinerà l’estinzione, cercherà certamente di reclamare altri sacrifici. La campana, ora, è suonata per lui.

Linea di caduta

Duopoly

di Edoardo Salvati – 28 luglio 2015
Originariamente pubblicato su RivistaUndici

Nike e adidas si sono impossessate della Champions League, creando una roccaforte inattaccabile dagli altri brand: lo dicono i numeri

Nel frenetico calendario del calcio europeo, questi sono i giorni del cambio di livrea. Molte squadre hanno infatti presentato le maglie per la stagione 2015/16, poco prima di imbarcarsi – almeno per quanto riguarda i grandi nomi – in un tour promozionale mondiale con tappe in Cina, Australia e Stati Uniti.

Lo sponsor tecnico [1] ha assunto un ruolo sempre più importante per la competitività di una squadra, non solo perché fornisce abbigliamento altamente tecnologico per partite e allenamenti, ma soprattutto perché rappresenta una voce sostanziale dell’attivo di bilancio.   

Questo è ancora più evidente per le squadre che partecipano alla Champions League, la competizione annuale per club più ricca e prestigiosa. Quando il 6 giugno scorso il Barcellona ha sconfitto la Juventus 3-1 a Berlino, si è trattata della quarta volta che due squadre sponsorizzate Nike si sono affrontate in una finale dall’edizione 1992 – la prima a seguito della nuova denominazione [2].   

Nike e adidas sono due produttori di abbigliamento sportivo per i quali non servono presentazioni. Hanno fatturati paragonabili a PIL nazionali, sponsorizzano squadre e atleti più rappresentativi, realizzano campagne pubblicitarie rivoluzionarie. Meno noto è che si siano impossessate, nel corso degli anni, della Champions League e delle sponsorizzazioni calcistiche a qualsiasi livello professionistico di rilievo.    

L’analisi [3] che segue è semplice: sono prese in esame le sponsorizzazioni tecniche delle squadre che si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta [4] della Champions League dal 1992. Sono confrontati i risultati ottenuti da squadre [5] sponsorizzate Nike e adidas rispetto a quelli degli altri brand, partendo dalle finali fino a includere tutte le 517 partite giocate all’edizione appena terminata. Si mostra come Nike e adidas abbiano esteso il proprio dominio anche ai campionati nazionali.

Nel corso del tempo, la fase a eliminazione diretta ha beneficiato di un progressivo ampliamento [6]. Nella sua formula attuale, sono giocate in tutto 29 partite a stagione.

La finale della Champions League

Uno degli avvenimenti sportivi più attesi dell’anno, dall’edizione 1992/93 la finale di Champions League si è disputata 23 volte. Sono 9 gli sponsor [7] che hanno portato in finale almeno una squadra una volta ma, a parte Nike e adidas, solo Umbro ha vinto più di una volta [8]. Nike ha vinto 8 volte, adidas ha vinto 9 volte, per un totale di 17 vittorie che rappresentano l’esorbitante 73.9% delle 23 finali.

L’ultima volta che due squadre non sponsorizzate Nike o adidas si sono affrontate in finale risale a 18 anni fa quando il Real Madrid (Kelme) sconfisse la Juventus (Robe di Kappa). Solo 4 finali si sono disputate in assenza di squadre Nike o adidas, nelle edizioni dal 1993 al 1996 e, come citato, nel 1997/98. Nelle ultime 16 finali solo Reebok [9], sponsor del Liverpool, è riuscito a vincere la Champions League nell’edizione 2004/05.

Considerando che il 67.4% delle 46 squadre che hanno raggiunto la finale è rappresentato da squadre sponsorizzate Nike o adidas, non dovrebbe stupire che 4 finali si siano disputate tra squadre sponsorizzate Nike, 4 tra squadre sponsorizzate adidas e 4 abbiano visto uno scontro diretto [10]. La striscia vincente più lunga di squadre sponsorizzate Nike è di 4 anni (edizioni dal 2007 al 2010), così anche quella di adidas (edizioni dal 1999 al 2002).

adidas ha 5 volte il numero di punti di Umbro al terzo posto. Nike, seconda, ha 3 punti in più del punteggio totale degli altri brand.

Le semifinali della Champions League

Almeno una squadra sponsorizzata Nike o adidas ha raggiunto le semifinali in tutte le edizioni della Champions League. Nell’edizione 2008/09 Nike ha sponsorizzato 3 squadre su 4, mentre adidas ha ottenuto lo stesso successo in ben tre edizioni (2006/07 – 2011/12 – 2013/14).

adidas ha sponsorizzato il 41% delle 88 squadre arrivate in semifinale, Nike il 31%. Nonostante una differenza del 10%, le squadre sponsorizzate adidas hanno vinto solamente una Champions League in più rispetto alle squadre Nike.

Un esorbitante 55.8% delle partite ha avuto in campo almeno una squadra Nike o adidas. Su 86 partite totali, 26 sono state giocate tra squadre sponsorizzate Nike e squadre adidas [11], 8 tra squadre solo Nike e 7 tra squadre solo adidas.

Solo 3 volte [12] su 23 edizioni, gli altri brand hanno avuto più squadre alle semifinali di Nike o adidas, ma in 2 di quelle volte [13] una squadra sponsorizzata Nike ha comunque vinto la Champions League.

La fase a eliminazione diretta della Champions League

Dalla prima edizione della Champions League, 66 squadre hanno raggiunto almeno una volta la fase a eliminazione diretta. Includendo semifinali e finali, sono state giocate complessivamente 517 partite.

17 diversi brand hanno sponsorizzato squadre che si sono qualificate almeno una volta per la fase a eliminazione diretta, un insieme relativamente ristretto su un periodo di quasi 25 anni, a ulteriore indicazione dell’ingente impegno finanziario necessario a sostenere una squadra in grado di competere nella Champions League.

adidas è l’unico sponsor ad aver avuto almeno una squadra nella fase a eliminazione diretta in ogni edizione della Champions League. Nike ha avuto almeno una squadra qualificata dall’edizione 1994/95.

Complessivamente, 99 squadre sponsorizzate adidas si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta. Il numero totale di squadre qualificate sponsorizzate dagli altri brand è 84, inferiore anche alle 95 squadre sponsorizzate Nike. 

A eccezione dell’edizione 1999/00 (nella quale si sono qualificate 2 squadre Umbro al pari di 2 squadre adidas) adidas o Nike, alternativamente, hanno sempre sponsorizzato più squadre qualificatesi per la fase a eliminazione diretta rispetto agli altri sponsor [14].

Complessivamente, il divario tra squadre Nike/adidas e squadre degli altri sponsor si è allargato a dismisura negli anni: nelle prime 11 stagioni con accesso alla fase a eliminazione diretta (dall’edizione 1992/93 alla 2002/03), le squadre Nike/adidas sono state in media il 59.1% del totale [15]. Nelle 12 edizioni dall’introduzione degli ottavi di finale (dal 2003/04 al 2014/15), la media è stata dello stratosferico 74% [16]. 

47 squadre delle 66 qualificatesi almeno una volta alla fase a eliminazione diretta sono state sponsorizzate almeno una volta da adidas, 34 sono state sponsorizzate almeno una volta da Nike e 19 sono state sponsorizzate almeno una volta da entrambi gli sponsor [17].

adidas è al primo posto con 378 punti, Nike è seconda con 328 punti. Segue Umbro con poco meno di un terzo dei punti di Nike. Il punteggio complessivo ottenuto dagli altri sponsor è di 356 punti, quindi 22 in meno della sola adidas.

I campionati nazionali

Il dominio Nike/adidas trova riscontro anche in ambito di campionati nazionali.

Nelle ultime 3 stagioni, solo squadre sponsorizzate Nike o adidas sono arrivate al primo posto dei cinque più importanti campionati europei. In Spagna, nessuna squadra di altri sponsor è riuscita a vincere un campionato nelle ultime 15 stagioni. In Italia, le vittorie del duopolio Nike/adidas arrivano al 78.6%, in Inghilterra al 73.3%, in Germania al 66.7%, in Francia “solo” al 46.7% [18]. 

Quali sono gli sponsor delle squadre di calcio più forti e ricche del mondo?

17 delle prime 20 squadre della classifica UEFA sono sponsorizzate da adidas (8) o Nike (7). Puma e Warrior sponsorizzano 2 squadre a testa, Macron una (il Napoli, le cui maglie saranno però fornite da Robe di Kappa a partire dalla stagione 2015/16).

Delle prime 10 squadre della classifica Forbes [19], 4 sono sponsorizzate Nike e 4 adidas. Dalla stagione 2015/16, adidas sponsorizzerà anche il Manchester United e la Juventus (in precedenza con Nike) e portando a 6 il numero totale.

Nike e Adidas sono multinazionali quotate in borsa e soggette alle regole di libero mercato. Spinte da una continua crescita endogena, hanno saputo imporre modelli vincenti, introducendo tecnologia e innovazione nella produzione di abbigliamento sportivo e creando un seguito trasversale e multi-generazionale. Il loro successo è quindi legittimo e riconosciuto come tale.

Emerge però una conclusione: non sembra ci siano all’orizzonte brand in grado di contrastare l’egemonia del duopolio che Nike e adidas hanno imposto sul calcio europeo.

Note:

[1] I termini sponsor tecnico, sponsor e brand sono usati con lo stesso significato, da distinguere rispetto allo sponsor commerciale sulle maglie delle squadre.
[2] Dal 1995 al 1992 la Champions League si chiamava Coppa dei Campioni d’Europa. La ridenominazione del 1992 ha di fatto dato il via alla versione moderna del torneo.
[3] La ricchezza informativa generata da software di tracciatura integrale del gioco come Opta (calcio), SportVU (NBA), Statcast (MLB), Hawk-eye (tennis e cricket) è diventata essenziale per essere competitivi nello sport di oggi. Allo stesso modo, qualsiasi indagine di approfondimento è ormai debitrice di un’altra ricchezza informativa, internet, in questo caso del sito Oldfootballshirts, del database storico della Champions League e di Wikipedia.
[4] Sono esclusi preliminari e partite dei gironi, a eccezione delle partite dei gironi dell’edizione 1992/93 in cui la formula prevedeva accesso diretto alla finale da parte delle vincitrici (altrimenti sarebbe stata considerata solo una partita, la finale) e dell’edizione 1993/94 (altrimenti sarebbero state considerate solo tre partite, due semifinali e la finale).
[5] Ogni squadra è considerata individualmente per partita giocata e per anno di partecipazione alla fase a eliminazione diretta.
[6] Nell’edizione 1993/94 sono introdotte le semifinali di sola andata tra prime e seconde classificate dei gironi, nel 1994/95 i quarti di finale e le semifinali andata/ritorno, nel 2003/04 gli ottavi di finale.
[7] adidas, Nike, Umbro, Robe di Kappa, Lotto, Kelme, Reebok, Puma e Luanvi.
[8] Con l’Ajax nell’edizione 1994/95 e il Manchester United nel 1998/99. Puma, ad esempio, non ha mai vinto (2 finali perse con il Monaco nell’edizione 2003/04 e il Borussia Dortmund nel 2012/13).
[9] Brand acquisito da adidas nel 2005.
[10] Vittorie Nike nelle edizioni 2007/08 e 2009/10, vittorie adidas nelle edizioni 2000/01 e 2013/14.
[11] Con 9 vittorie Nike e 7 vittorie adidas.
[12] Edizioni 1995/96, 1996/97 e 2003/04.
[13] Edizioni 1996/97 e 2003/04.
[14] Con punte di 8 nell’edizione 2010/11 e 7 nell’edizione 2011/12 per adidas, con punte di 10 nell’edizione 2012/13 e 8 nell’edizione 2006/07 per Nike. Umbro, Puma e Robe di Kappa hanno sponsorizzato al massimo 3 squadre nella fase a eliminazione diretta.
[15] In una forbice che va dal 37.5% (3 squadre su 8) all’87.5% (7 squadre su 8).
[16] Con punte dell’87.5% (14 squadre su 16) in ben due occasioni.
[17] Nelle 23 edizioni della Champions League, solo 4 squadre (Lazio, Villareal, Spalato e Siviglia) qualificatesi alla fase a eliminazione diretta non sono mai state sponsorizzate Nike o adidas, mentre 4 squadre sono state sempre sponsorizzate adidas (Bayern Monaco, Bayer Leverkusen, Schalke 04 e Anderlecht) e 1 squadra solo Nike (Paris Saint-Germain).
[18] Se è pur vero che la vittoria di un campionato è solitamente appannaggio della squadra/e con maggiori disponibilità economiche – fattore che ha generato negli ultimi 15 anni una diversità di vincitori molto ridotta, pari a 7 squadre in Francia, 5 in Germania e 4 in Italia, Spagna e Inghilterra – il dominio Nike/adidas rimane comunque impressionante.
[19] Delle prime 20 squadre, 14 sono sponsorizzate da Nike (8) o adidas (6).

Duopoly

Il Working Class Hero di Leicester

di Edoardo Salvati – 3 maggio 2016

C’è un’altra impresa sportiva che rende onore alla città più celebrata degli ultimi giorni: quella di Mark Selby, campione del mondo di snooker per la seconda volta

Neppure ai grandi campioni è concesso il lusso di poter programmare le vittorie che definiscono una carriera in modo che non coincidano con eventi sportivi più importanti. Non è certo colpa di Mark Selby se è diventato campione del mondo di snooker per la seconda volta undici minuti dopo che il Leicester City si era aggiudicato la Premier League. O se, nello stesso giorno della sua prima vittoria del 2014 sempre al World Snooker Championship, il Leicester City aveva festeggiato la promozione nella massima divisione. Del resto, quando una finale di un torneo è giocata in quattro sessioni nell’arco di due giorni, è difficile regolarsi su uno scarto di qualche minuto.

Nato e cresciuto a New Parks, il sobborgo della classe lavoratrice di Leicester, da grande tifoso della squadra Selby ha candidamente ammesso di non sapere se generi più stupore il titolo delle Foxes o la sua riconferma. Trovare una risposta non serve perché in entrambi i casi, ha aggiunto, è un sogno diventato realtà. Se il Leicester City ha compiuto l’impensabile, sono solamente sei i giocatori che nell’era moderna dello snooker hanno vinto almeno due volte il campionato del mondo. Battendo Ding Junhui, miglior giocatore cinese della storia, Selby è entrato a far parte di una ristretta élite di leggende: Hendry, Davis, O’Sullivan, Higgins e Williams sono nomi che hanno risonanza anche al di fuori della cerchia di appassionati.

Lo snooker non è esattamente lo sport che tiene incollati al televisore o trascina le masse a manifestazioni di esaltazione collettiva per un momento liberatorio come può essere un goal segnato allo scadere. Nonostante sia praticato da milioni di persone, conserva ancora rigorosi alcuni tratti di passatempo da piccola nobiltà codificato come fusione di varianti del biliardo alla fine del diciannovesimo secolo dai militari britannici distaccati in India (il nome stesso nel gergo militare indicava i cadetti del primo anno e quindi, per estensione, un giocatore inesperto; oggi si usa per definire la difesa che induce l’avversario a commettere un fallo e concedere i punti di penalità così determinati).

Nello snooker non si suda come nel tennis, non ci si sporca di fango come nel rugby, non ci si scontra come nel calcio. I giocatori indossano camicia e cravattino perché ogni istante della partita esige eleganza totale, espressa anche da una compostezza quasi statuaria nella preparazione ed esecuzione della steccata. Rigorosamente vestito in smoking, l’arbitro sistema le biglie con i guanti bianchi per evitare che qualsiasi imperfezione esterna ne possa alterare lo scorrimento sul panno verde, dove la differenza tra tenere e cedere la mano può interpretarsi, letteralmente, in fatto di millimetri.

L’atmosfera ovattata dello snooker induce a pensare di assistere a una sorta di funzione religiosa: il tavolo è l’altare al centro della scena, i due contendenti si muovono sotto la regia del maestro di cerimonia, la platea osserva al buio in ossequioso silenzio. Il gioco assume i contorni di una partita a scacchi – altra passione umana caratterizzata da fervore quasi mistico – con regole di imbucata che esigono piazzamenti sequenziali da visualizzare con largo anticipo, in funzione del colore delle biglie e del punteggio che si può derivare combinandole tra loro.

Non è un caso che per la quarantesima edizione di fila la sede di uno dei tre maggiori tornei dello snooker, forse il più importante e quello che ne chiude la stagione, sia un teatro, il Crucible di Sheffield, tempio pagano di venerazione quanto lo è Wembley nel calcio.

C’è un cliché molto diffuso nello sport, quello del superamento delle avversità per arrivare alla vittoria che ripaga di tutti gli sforzi compiuti. Suo malgrado, Selby lo ha reso un motivo ricorrente di vita. Ha infatti solo 8 anni quando la madre abbandona la famiglia. Sedicenne talentuoso e in procinto di passare al professionismo, Selby perde il padre poche settimane per una malattia che non si può sconfiggere. È in quel momento che promette di onorarne la memoria vincendo il titolo mondiale, promessa mantenuta nel 2014. Un altro lutto lo colpisce, la morte del fratello nonché suo mentore avvenuta nel 2011. Queste sono avversità che stroncherebbero chiunque, Selby risponde accumulando vittorie nei tornei più prestigiosi: oltre ai due titoli mondiali, ci sono tre Masters e un campionato del Regno Unito, con i quali diventa il nono giocatore a completare la Triplice Corona, il Grande Slam dello snooker. E poi il Welsh Open, lo Shanghai Masters, il German Masters e il China Open, per un totale di 20 titoli su 39 finali.

Anche l’ultimo trionfo al Crucible, grazie al quale Selby rimane numero uno della classifica mondiale per il quinto anno consecutivo, sembra rispecchiare l’intreccio di alti e bassi che contraddistingue la sua storia personale e professionale.

La finale è al meglio delle 35 partite, o frame, una lunghezza (che può variare in base alla tipologia di torneo e di turno eliminatorio) che ha richiesto più di tredici ore di gioco effettivo. Selby domina la prima sessione, va avanti 6-0 e il match è già in suo controllo. Ma Ding, con un volto da consumato giocatore di poker che non lascia trasparire alcuna emozione, recupera fino a 10-7 della seconda sessione, che termina di domenica a tarda notte. La finale è tattica, piena di tensione, di attrito latente, alterna difese durissime a colpi che enfatizzano l’assoluta padronanza della stecca da parte di questi due campioni. E si trasforma presto in un confronto psicologico senza tregua.

Se pensate che lo snooker non meriti il rango di sport ma sia solo una forma d’intrattenimento evoluta, ne state sottovalutando la componente mentale. Ogni giocatore deve mantenere la massima concentrazione anche quando non è impegnato al tavolo – a volte per intervalli tra un colpo e il successivo della durata anche di 55 minuti, come nella finale – perché l’errore dell’avversario lo richiama all’azione immediata, alla contromossa, al tiro da non sbagliare per poter rimanere in serie, o break, e accumulare i punti necessari a chiudere il frame.

La matematica è un elemento portante dello snooker, è su di lei che si decide se proseguire nel tentativo di recuperare più punti di quelli disponibili sul tavolo con la fase di difesa, o concedere la partita. È sul raggiungimento del fatidico numero 100 che una serie di imbucate consecutive durante la stessa azione prende il nome di “centone” e si eleva a unità di misura della grandezza di un giocatore. Con 418 centoni realizzati, Selby è al momento il quinto centurione di sempre.   

La terza sessione finisce 14-11 e nella sessione conclusiva, quella del lunedì sera in cui il pareggio tra Chelsea e Tottenham regala il titolo al Leicester City, Selby allunga 16-11, a un passo dalla vittoria. Ding però riapre il match aggiudicandosi tre frame di fila, ma è il suo ultimo acuto perché Selby non concede più spazi e chiude 18-14.

Con una figura slanciata, un portamento aristocratico, uno stile cauto e meticoloso e un’implacabile forza mentale, Selby è il profilo ideale del giocatore di snooker. Calcolo, precisione, tocco, lucidità, freddezza: il successo nel primo campionato del mondo ha dimostrato che possiede tutto questo, la riconferma gli dà accesso di diritto all’olimpo del biliardo.

Spetta ora al Leicester City far vedere di non essere solamente una meteora. Selby ci è riuscito, e la città di Leicester ringrazia anche lui.