Per lo Slam numero 24, Serena ha bisogno di più sfide

di Briana Foust // Tennis with an Accent

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Serena Williams fa parte della vecchia guardia, e la vecchia guardia non si esprime a sproposito. Non è un club che sbandiera gli infortuni. Può scomparire dalla circolazione rinunciando anche ai social media. Può dare la sensazione di una vita mitologica agli occhi di colleghi e tifosi. Sa centellinare energie con più saggezza e parsimonia. Sa affrontare trionfo e disastro, e gestire questi due impostori alla stessa maniera. Eppure, proprio come le nuove generazioni ci ricordano con i loro insuccessi (almeno in termini relativi), raggiungere il traguardo è un compito estenuante.

Per arrivare a 24 Slam, il nuovo record nell’era Open, Serena dovrà ricorrere a tutta la sua esperienza. Nulla deve essere lasciato al caso. Quest’anno, l’entusiasmo di Serena per Wimbledon era palpabile. Ha affermato di sentirsi finalmente in forma dopo essersi potuta allenare a pieno regime solo poche settimane prima dell’inizio.

Non pronta per Halep

Sfoggiando un esclusivo completo Nike con cui brillava in campo, la sua marcia verso il titolo sembrava inarrestabile. È arrivata in finale vincendo il 75% degli scambi inferiori ai quattro colpi. Un altro tipo di avversaria però l’attendeva in finale: Simona Halep. Prima della finale, Halep era al quarto posto tra le partecipanti per numero di punti vinti alla risposta. Secondo le statistiche fornite ai giornalisti, aveva coperto una distanza di quasi dodici mila metri nel tentativo di diventare la prima rumena a vincere Wimbledon (Ilie Nastase era arrivato in finale nel 1972, perdendo da Stan Smith). Il livello di gioco quasi perfetto di Halep si è rivelato più solido della bravura di Serena nei recuperi.

Quando una giocatrice dello status di Serena perde una finale Slam, sembra che le scusanti da addurre siano infinite e tutte valide per giustificare l’inspiegabile. La principale questa volta è che Serena ha bisogno di giocare più partite.

Una strada mai battuta

Avevo una curiosità: in quali circostanze giocatrici-madri già campionesse Slam nell’era Open (Margaret Court e Evonne Cawley) erano tornate a vincere uno Slam? Court era la numero uno e la migliore giocatrice all’età di 31 anni quando, nel 1973, vinse gli ultimi Slam nonché tre su quattro della stagione. Il rendimento di fine carriera di Goolagong Cawley nel 1980 fu più vicino a quello di Serena, per via di infortuni pesanti e di un ritorno al circuito meno di un mese prima della vittoria dell’ultimo Wimbledon.

L’impressione è quindi che Serena dovrà ancora una volta aprire una strada mai battuta per raggiungere il record. Resta un interrogativo: fisico e avversarie saranno clementi con lei? Dedichiamo qualche riga a quest’ultimo aspetto, le avversarie. Fermiamoci a riflettere sull’andamento simile degli ultimi due Wimbledon per Serena. Fermiamoci anche a pensare quanto poco le due semifinaliste l’abbiano preparata per le finali che ha poi perso.

Similitudini tra Wimbledon 2018 e 2019

Il tabellone del 2018 prevedeva un’insidia al terzo turno contro Kristina Mladenovic, che tale si è rivelata con il punteggio di 7-5 7-6. Così non è stato quest’anno contro Julia Goerges, che da potenziale pericoloso ostacolo ha opposto scarsa resistenza, perdendo per 3-6 4-6. Altrimenti, le affinità sono sconvolgenti. Quarto turno 2018: Evgeniya Rodina. Quarto turno 2019: Carla Suarez Navarro. Due giocatrici decisamente alla portata. Quarto di finale 2018: Camila Giorgi, alla sua prima apparizione in un quarto di finale Slam. Quarto di finale 2019: Alison Riske, anche lei al primo quarto di finale di sempre. Entrambe partite molto combattute, ma nelle quali Serena ha fatto valere la superiorità nei momenti decisivi. Semifinale 2018: Goerges, una veterana ma alla prima semifinale. Semifinale 2019: Barbora Strycova, un’altra veterana sempre alla prima semifinale. Giocatrici di qualità ma sopraffatte dalla posta in palio.

Nel 2018, dopo Rodina-Giorgi-Goerges, Serena si è trovata spiazzata di fronte a una ribattitrice come Angelique Kerber, già vincitrice Slam e con un tennis relativamente completo. Quest’anno, dopo Suarez Navarro-Riske-Strycova, Serena si è trovata di nuovo spiazzata di fronte a una ribattitrice come Halep, già vincitrice Slam e con un tennis relativamente completo.

Un tabellone favorevole nella seconda settimana

Agli US Open 2018, l’avversaria di Serena in semifinale è stata Anastasija Sevastova, tatticamente intelligente e di talento, che aveva giocato bene a New York. Ma Serena ha vinto di forza senza una vera preparazione per la completezza di Naomi Osaka in finale.

Il tabellone è sempre stato favorevole a Serena nella seconda settimana degli ultimi tre Slam in cui è arrivata in finale. Non viene spontaneo a un atleta, o anche un analista, commentare negativamente un percorso per la finale che si è rivelato facile. In fondo, qualsiasi giocatrice vuole proseguire nel torneo senza stare troppo a lungo in campo. Sembra proprio però che Serena trarrebbe beneficio dal dover giocare contro avversarie più forti in semifinale.

È un mondo sconosciuto per Serena, come Court e Cawley potrebbero testimoniare.

To get 24 – Serena needs more matches and challenges

Quali giocatori potrebbero essere più efficienti con il challenge?

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 9 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Durante Wimbledon, ho ricevuto una tabella relativa al successo dei giocatori con il challenge nel corso del torneo. La frequenza di Rafael Nadal era molto alta, e una delle persone in copia nella mail ha suggerito che Nadal dovrebbe ricorrere più spesso alla moviola istantanea.

Dall’inizio della stagione, ho segnato le chiamate challenge negli eventi del circuito maggiore dove il sistema è disponibile. Normalmente si tratta dei tornei sul cemento e sull’erba, anche se non tutti lo hanno e in alcuni è solo sui campi principali. Un esempio sorprendente è quello del Miami Masters, in cui le telecamere sono installate in pochi dei campi che ospitano il torneo. Di conseguenza, ci sono molti più dati per quei giocatori il cui calendario prevede poche apparizioni sulla terra battuta. Significa anche che abbiamo più dati per i giocatori di classifica più alta, in virtù del fatto che le loro partite sono più spesso programmate sui campi principali, in cui appunto si trovano le telecamere.

Per questo articolo, ho esaminato i primi 100 della classifica ufficiale. Onde evitare problemi di campionamento, ho eliminato i giocatori con meno di 250 partite giocate su campi dotati di challenge (escluso il Canada Masters). Vorrei sottolineare che non sono dati ufficiali, ma ciò che sono riuscito a raccogliere dalle informazioni fornite ai giornalisti in vari tornei. Potrebbero essere quindi incompleti.

Per quali giocatori è assicurato un futuro da giudici di sedia?

Iniziamo dal caso più semplice, i dieci giocatori con la miglior frequenza di successo (almeno 250 partite). La frequenza media relativa ai dati in mio possesso (di tutti i primi 100) è del 27.0%.

IMMAGINE 1 – Primi dieci giocatori per successo nel challenge, con almeno 250 partite di utilizzo del sistema

Questi sono i peggiori, tra cui alcuni davvero pessimi.

IMMAGINE 2 – Giocatori con al frequenza di successo più bassa nel challenge, con almeno 250 partite di utilizzo

Se pensate come me che l’inesperienza possa essere un fattore critico dell’insuccesso, avete esempi in Andrey Rublev, Denis Shapovalov, Alexander Bublik e Stefanos Tsitsipas. Poi però ci sono Bernard Tomic, Leonardo Mayer, Benoit Paire, Mikhail Kukushkin e Fabio Fognini che, pur essendo ben navigati, hanno un rendimento inferiore alla media. Ammetto che alcuni tra questi hanno comportamenti un po’ eccentrici in campo, ma è comunque difficile individuare una chiara linea di demarcazione tra esperienza e inesperienza nella frequenza di successo con il challenge.

Quali giocatori non si fidano delle chiamate arbitrali?

Dalle tabelle precedenti emerge facilmente il giocatore che più dubita dei giudici: Tsitsipas ha chiamato il challenge 135 volte in stagione. Nessun altro tra i primi 100 è arrivato anche solo in tripla cifra. Non vogliamo però muoverci per numeri assoluti, perché Tsitsipas ha giocato molte partite nel 2019. L’immagine 3 riepiloga i dieci giocatori con la più alta frequenza di chiamata del challenge, per numero di game giocati su campi dotati della moviola.

IMMAGINE 3 – Primi dieci giocatori per ricorso al challenge per numero di game

Tsitipas è comunque tra i primi dieci, ma per poco, e anche in questo caso non compaiono solo i più giovani. Pensavo inoltre di vedere qualche specialista della terra battuta trascinato dall’entusiasmo di avere la possibilità del challenge sul cemento. La maggior parte di loro però non ha superato il limite delle 250 partite ma, ignorandolo, non ho notato un effetto pronunciato per i terraioli. Ad esempio, Marco Cecchinato fa molto uso del challenge (17.1%, con una scarsa frequenza di successo del 13.8% su 170 game), così non è per Pablo Cuevas (8.9%, con una buona frequenza di successo del 37.5% in 180 game).

Quando abbastanza è abbastanza?

Siamo ancora nel novero della curiosità. Quello che vorremmo invece sapere è: il giocatore con un’alta frequenza di successo nel challenge, sfrutta pienamente questa capacità? Chi invece non indovina un challenge, lo usa troppo spesso? Iniziamo dalla seconda domanda.

Notate che nella precedente tabella solo due su dieci hanno una frequenza superiore al 27%, non andando oltre il 28%. Abbiamo quindi un gruppo di giocatori che chiamano il challenge ripetutamente ma che non se la cavano molto bene. In media, la frequenza di utilizzo della moviola per game è dell’11.5%. Fognini è 2.3 deviazioni standard sopra la media. Anche Borna Coric e Paire sono ben fuori dalla norma.

Ho isolato i giocatori sulla base di due criteri: a) una frequenza di successo inferiore al 27% e b) una frequenza di ricorso al challenge maggiore dell’11.5% a game. Mi sono poi chiesto: cosa succede se questi giocatori che usano molto il challenge e non sono bravi nella chiamata frenano l’istinto del challenge per rientrare nella media dell’11.5%? Prima di mostrare i risultati, non dimentichiamo che una chiamata fallita non comporta la perdita del punto. Il punto è già perso (o qualsiasi sia la casistica che ha portato alla chiamata, come ad esempio se una prima di servizio era valida). Quindi lo svantaggio derivante da un eccessivo utilizzo è — sono convinto — inferiore all’opportunità persa di fronte a un sotto utilizzo.

Le conseguenze del challenge

Possono esserci conseguenze intangibili, sia positive che negative, legate all’eccessivo utilizzo. Un challenge inutile o incauto rischia di alterare la concentrazione. Sembra essere questo un aspetto di maggiore preoccupazione per giocatori come Fognini o Paire, la cui concentrazione è erratica di partenza. E sembra allo stesso tempo che abbiano già perso concentrazione e che quindi usino spesso il challenge, o trainati dalla frustrazione o per una specie di pausa di recupero dell’equilibrio emotivo. Quest’ultimo è un esempio di beneficio intangibile quando si usa di più il challenge. Un altro è dato dalla possibilità di spezzare il ritmo dell’avversario. Se è così per la “strategia dei lacci”, non sarebbe sorprendente se Tsitsipas cercasse di fare lo stesso con il challenge.

L’immagine 4 riepiloga i primi dieci giocatori per “challenge sprecati”. Si ottengono dalla differenza tra la frequenza di challenge del giocatore e la frequenza media, moltiplicata per il numero di game giocati su campi dotati di moviola, e poi moltiplicata per l’inverso della frequenza di successo (dopo tutto, riescono a vincere qualche challenge quando lo usano troppo). Ha più senso prendere in considerazione la frequenza di chiamata del challenge, perché è di fatto l’unico dettaglio che sono in grado di controllare. Ci potremmo chiedere cosa succederebbe se fossero semplicemente più bravi a indovinare la chiamata. Ma come fanno a migliorarsi? È una cosa su cui ci si può allenare?

IMMAGINE 4 – Primi dieci giocatori per challenge sprecati

Non ci sono cambiamenti rilevanti dall’elenco dei giocatori a cui piace chiamare il challenge, ma c’è un altro ordine e dei nuovi nomi nella parte bassa. Non penso che il numero dei challenge sprecati abbia grande significato di per sé, visto che non sono punti effettivamente persi, ma sembra indicare che Tsitsipas, Coric e Paire sono i meno efficienti se si tratta di vincere la chiamata e non di alterare il flusso della partita, riprendere fiato, e così via.

L’avidità va bene

È ora il momento del gruppo opposto. Ho isolato i giocatori sulla base di due criteri: a) una frequenza di successo superiore al 27.0% e b) una frequenza di ricorso al challenge inferiore all’11.5% a game. Mi sono poi chiesto: cosa succede se questi giocatori che usano poco il challenge ma sono bravi nella chiamata si rivolgono alla moviola più spesso? Ho usato due frequenze più alte, una pari alla media dell’11.5% e l’altra al 14.6%, cioè una deviazione standard sopra la media.

Perché provare con una frequenza più alta della media come il 14.6%? La mia ipotesi è che, in media per ogni 100 game, ci sono molte chiamate al limite da parte dei giudici che potrebbero essere legittimamente verificate con il challenge, e che non c’è uno specifico giocatore con più chiamate al limite di altri. Con parole diverse, se sei davvero bravo a vincere il challenge, perché aumentare la frequenza di utilizzo solo fino alla media del circuito? Perché non spingersi oltre se ci sono chiamate aggiuntive veramente verificabili con il challenge? Con “veramente verificabili” non intendo l’utilizzo della moviola fine a sé stesso, che ridurrebbe la frequenza di successo.

Il sotto utilizzo potrebbe fare la differenza in partita. Anzi, se ci sono più chiamate veramente verificabili per questi giocatori, non ricorrere al challenge equivale a concedere punti all’avversario (o in alcuni casi a non rigiocare il punto).

Le opportunità perse

L’immagine 5 mostra le opportunità perse (OP) con la frequenza media dell’11.5% e la frequenza di una deviazione standard sopra la media. Le opportunità perse di un giocatore sono date dalla differenza tra la frequenza di challenge e la frequenza media (o una deviazione standard o DS), moltiplicata per il numero di game giocati su campi dotati di moviola, e poi moltiplicata per la frequenza di successo (cioè il numero di queste verifiche addizionali che vincerebbero se, usando di più il challenge, mantenessero la frequenza di successo). Ho esteso il raggio d’azione ai primi quindici perché filtrando per una delle due ultime colonne verrebbero esclusi giocatori che invece rientrerebbero se si filtrasse per l’altra colonna.

IMMAGINE 5 – Primi quindici giocatori per opportunità perse

Sembra proprio che Nadal debba chiamare più spesso il challenge. Se lo usasse con una frequenza del 14.6% invece del 9.2%, avrebbe vinto (teoricamente) 13 punti in più nel 2019 su campi con la moviola. Forse non sono punti che servirebbero molto a Nadal, ma scommetto che Miomir Kecmanovic non disdegnerebbe i 18 in più che gli arriverebbero. Però, più che “dovrebbe usare il challenge più spesso”, dovrebbe essere “potrebbe usare il challenge più spesso con successo”. È possibile che Nadal sia un sotto utilizzatore intenzionale. Non passa inosservata la presenza nell’elenco di giocatori d’esperienza come Nadal, Novak Djokovic, Milos Raonic, Kei Nishikori e Roger Federer [1], che non cercano spesso il challenge per non interrompere il ritmo della partita o la loro concentrazione. Ci sono anche Gael Monfils, Francis Tiafoe e Jo-Wilfried Tsonga, giocatori dal grande servizio a cui piace giocare veloce e che non amano essere interrotti nel flusso della battuta. Per questo tipo di giocatori i punti eventualmente acquisiti con più challenge potrebbero essere compensati, o persi, dall’alterazione dei ritmi di gioco.

Avrete sicuramente notato che quasi la metà dei giocatori che fanno poco uso del challenge è entrata tra i primi 10 almeno una volta e ha monopolizzato le finali Slam di recente memoria.

Note:

[1] Due volte in settimana, prima durante una diretta televisiva e poi su Twitter, un commentatore/giornalista ha dichiarato con enfasi che Federer non ci prende mai con il challenge. È un luogo comune ormai noto, anche se è un po’ strano sentirlo due volte per un torneo in cui Federer è assente. Sfortunatamente, non potrebbe essere più lontano dalla verità. Come si vede dalla tabella, anche se non è al livello di Nadal, Federer è comunque sopra la media del circuito per frequenza di successo e nemmeno nelle ultime posizioni.

Which ATP Players Could Be More Efficient With Their Challenges?

L’immersione di Infosys in piscina

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 7 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il riferimento è a un articolo sul sito dell’ATP che ha la pretesa di fornirci questo tipo di indicazione: “Un’immersione in profondità di Infosys ATP Insights sui primi 50 giocatori che, dall’inizio del 2019, fanno il break dal punteggio di 40-0 e servizio per il l’avversario, rivela che da questo abisso in media si ottiene il break solo nell’1.38% dei casi (84/6027)”. Questa statistica è definita la “più dura nel tennis”. Viene poi presentata la seguente tabella.   

IMMAGINE 1 – Game vinti alla risposta dal 40-0 per l’avversario, dall’inizio del 2019

Un’immersione in profondità nei dati, ma senza dati

Lasciando stare se è per davvero la “statistica più dura nel tennis”, sono sicuro che si riesce a trovare qualche evento nel tennis meno probabile dell’1.38%. Il primo che mi viene in mente è per una giocatrice di vincere 23 titoli Slam, il secondo è di vincere un set dal punteggio di 0-5 e alla risposta. E molti altri.  

Vediamo invece se Infosys ha in realtà svelato qualcosa di interessante in riferimento a questi recuperi impossibili. Dimentichiamoci del singolo giocatore per un momento. Dimentichiamoci anche di qualsiasi dato punto per punto delle partite effettivamente giocate nel 2019. Sappiamo che in media un giocatore vince, in una partita del tabellone principale di un torneo del circuito maggiore, circa il 62.5% dei punti al servizio. Senza fare ricerche specifiche, inserendo questo valore in un modello Markov otteniamo che il giocatore al servizio ha, all’inizio del game, il 78.5% di probabilità di tenere il servizio. Detto altrimenti, anche sullo 0-0, il generico giocatore alla risposta ha solo il 21.5% di probabilità di fare il break.  

Serve della matematica aggiuntiva (ugh) o un foglio di calcolo orribilmente contorto come il mio (ebbene sì!), o ancora un codice Python dalla pagina GitHub di Jeff Sackmann (per andare sul sicuro), per sapere che sul 15-0 la probabilità del generico giocatore al servizio scende al 12.4%. Sul 30-0, la stessa probabilità è solo del 5.5%, mentre sul 40-0 e dell’1.40%. Suona familiare? Riprendiamo l’estratto dal paragrafo iniziale. Senza “svelare” alcun dato dalle partite giocate, siamo in grado di giungere alla probabilità media di ottenere il break dal punteggio di 40-0 sul servizio dell’avversario. 

Che ne è dei giocatori della tabella?

La tabella ordina i giocatori sulla base del numero di game vinti da un punteggio di 40-0 sul servizio dell’avversario. Alcuni dei numeri sembrano seriamente impressionanti, in particolare sapendo che il break arriva solo l’1.4% delle volte contro un giocatore medio al servizio. Però, molti dei giocatori in elenco sono colpitori eccezionali alla risposta, cioè faranno il break più spesso in una qualsiasi situazione. 

Per capire se Infosys è arrivata a conclusioni inedite — e con questo intendo chiedermi: è una statistica da cui possiamo dedurre informazioni in più su un giocatore che non avremmo potuto derivare semplicemente dalla bravura alla risposta? — nella tabella che segue ho aggiunto una colonna. Si tratta della percentuale di break attesi dal punteggio di 40-0, in funzione della percentuale di punti vinti al servizio dell’avversario. 

IMMAGINE 2 – Percentuale di break attesi dal 40-0 in funzione dei punti vinti al servizio dall’avversario

Voglio essere chiaro. Non sto implicando che ci sia qualcosa di sbagliato in questo elenco o che lo siano i calcoli. Dopo tutto, sono recuperi realmente accaduti. Tuttavia, voglio capire se quelle percentuali di vittoria sottintendono l’esistenza di un talento speciale nel ribaltare il risultato dal 40-0, o se sono percentuali di vittoria che ci si attende rispetto alla bravura alla risposta dei giocatori in esame.   

La risposta è “forse” relativamente ai primi cinque, i cui risultati sono andati oltre le aspettative per più di quanto avremmo ipotizzato dalla casualità, e “probabilmente no” per i restanti cinque. 

Perché “forse” per i primi cinque? 

Non possiamo stabilire se sia un talento che supera la bravura alla risposta di ciascuno dei cinque senza sapere se è ripetibile su molteplici periodi di tempo. La bravura alla risposta è ripetibile, non lo è generalmente fare più break di quanto atteso. Siamo in presenza di un’eccezione, sebbene esigua? Ho molti dubbi al riguardo, ma mi piacerebbe essere smentito.  

Infosys ha tutti i dati a disposizione, e sarebbe stato quindi utile vedere se gli stessi nomi avessero fatto la loro apparizione anche nel 2018 e 2017 (suppongo che nessuno abbia pensato di verificarlo, che è un altro modo per dire che spero che non ci sia stato qualcuno che abbia guardato gli altri anni e omesso i valori perché non in linea con la tesi principale).  

Abbiamo invece un’immersione in piscina che presenta conclusioni in modo più definitivo di quanto probabilmente lo siano. L’ATP dovrebbe esigere di più dal suo fornitore di dati. 

Infosys “Deep Dives” Into a Shallow Pool

C’è sempre una possibilità, anche per Marie Bouzkova

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 10 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Marie Bouzkova, numero 91 del mondo e passata dalle qualificazioni, ha battuto ai quarti di finale di Toronto la numero 4 Simona Halep, che si è dovuta ritirare per un infortunio alla gamba dopo aver perso il primo set. C’è quindi un asterisco: anche se fossimo pronti ad attribuire più importanza a una singola partita di quella che richiede, non daremmo grande significato a questa.

Si tratta comunque di un risultato di prestigio per la ventunenne della Repubblica Ceca, che ha eliminato la seconda giocatrice tra le prime 10 della settimana, arrivando alla prima semifinale in carriera in un torneo Premier, contro niente di meno che Serena Williams (perdendo però in tre set, dopo aver vinto il primo per 6-1, n.d.t.)

Qualcosa di strano

Era la partita numero 62 del 2019 per Bouzkova, la numero 61 contro una giocatrice in possesso di classifica ufficiale. Ha vinto contro la più forte che abbia incontrato quest’anno, Halep, ma ha perso appena la settimana scorsa contro CoCo Vandeweghe, la numero 636 e l’avversaria con la classifica più bassa.

C’è un altro asterisco: Vandeweghe è al rientro da un infortunio, è sicuramente a un livello più alto di quello attuale e le stranezze del circuito Transition della federazione internazionale non hanno consentito al sistema di classifica di riflettere nel 2019 lo stato dell’arte come in passato. Alcune giocatrici che avrebbero normalmente una classifica molto bassa, come ad esempio la wild card del Kazakistan che Bouzkova ha demolito un paio di settimane fa, non contano.

Rimangono in ogni caso 61 partite, di cui una vittoria contro la giocatrice dalla classifica più alta e una sconfitta contro quella dalla classifica più bassa. Una ricerca nel mio database ha rivelato molte altre simili sorprese. Tornando indietro per meno di dieci anni, fino al 2010, ho trovato 127 giocatrici che hanno ottenuto una combinazione identica di risultati all’interno della stessa stagione, con almeno trenta partite giocate (per coerenza, ho incluso i ritiri quando si era concluso almeno un set).

Se alcune non sono di grande interesse — è il caso ad esempio di Mira Antonitsch che l’anno scorso non ha giocato contro avversarie tra le prime 400 — 63 delle 127 hanno battuto una tra le prime 100, 44 hanno battuto una delle prime 50 e 25 hanno avuto il lusso di una vittoria a sorpresa contro una delle prime 10. Halep è stata la vittima delle prime 10 in ben tre occasioni!

Le limitazioni del sistema ufficiale

Questo fa di Bouzkova la quarta giocatrice in una stagione (quantomeno di otto mesi) ad aver battuto Halep, a non aver giocato contro una giocatrice dalla classifica più alta e ad aver anche perso con la giocatrice più bassa in classifica. Halep non deve rimanerci troppo male, visto che Angelique Kerber è stata dalla parte della sconfitta più alta per cinque volte, di cui quattro nel 2017. Non bene!

La tabella elenca le 25 giocatrici-stagione tra il 2010 e il 2018 che hanno battuto la più alta in classifica e perso dall’avversaria più bassa.

Anno  Giocatrice   Più alta    Class  Più bassa    Class       
2017  Kasatkina    Kerber      1      Kanepi       418      
2018  Hsieh        Halep       1      Gasparyan    410      
2010  Jankovic     Serena      1      Diyas        268      
2010  Clijsters    Wozniacki   1      G-Vidagany   258   *  
2014  Cornet       Serena      1      Townsend     205      
2010  Yakimova     Jankovic    2      Dellacqua    980      
2017  Bouchard     Kerber      2      Duval        896   *  
2017  Vesnina      Kerber      2      Azarenka     683      
2016  Bencic       Kerber      2      Boserup      225      
2014  Rybarikova   Halep       2      Eguchi       183      
2017  Mladenovic   Kerber      2      Andreescu    167   *  
2018  Goerges      Wozniacki   3      Serena       451      
2014  Tomljanovic  Radwanska   3      A Bogdan     308      
2015  Mladenovic   Halep       3      Savchuk      262      
2017  Kerber       Pliskova    4      Stephens     934      
2014  Pavlyu'ova   Radwanska   4      Wozniak      241      
2017  Dodin        Cibulkova   5      Rybarikova   453      
2017  Bellis       Radwanska   6      Azarenka     683      
2018  Buyukakcay   Ostapenko   6      Di Sarra     555      
2017  Sakkari      Wozniacki   6      Potapova     454      
2015  L Davis      Bouchard    7      E Bogdan     527      
2015  Ostapenko    S-Navarro   9      Dushevina    1100  *  
2016  KC Chang     Vinci       10     S Murray     862      
2018  Pera         Konta       10     Hlavackova   825      
2018  Danilovic    Goerges     10     Pegula       620

* 1 avversaria senza classifica

Basta poco per accorgersi che Vandeweghe non è la prima giocatrice con bassa classifica a suscitare una reazione del tipo “si, ma…”. Questo gruppo di avversarie apparentemente deboli è in realtà molto forte visto che contenere giocatrici con una classifica media fuori dalle prime 500. Ci sono stelle come Victoria Azarenka (per due volte) e Serena, oltre a promesse come Bianca Andreescu e Victoria Duval.

Consideriamolo il richiamo quotidiano alle limitazioni della classifica generata dalla WTA, che indica quali giocatrici hanno vinto molte partite nelle ultime 52 settimane, ma non necessariamente chi stia giocando bene.

Divergenze estreme ma non troppo rilevanti

Siamo di fronte ad alcune delle divergenze più estreme tra le posizioni espresse dal sistema ufficiale e la bravura sul campo in uno specifico momento. Non credo che essere in questo elenco abbia particolare rilevanza, tranne forse che le molte presenze di Keber (sia da giocatrice che da scalpo!) siano una sintesi efficace della delusione della sua stagione 2017.

Bouzkova rimarrà in elenco per almeno ancora altri due giorni, visto che Serena è fuori dalle prime 10 e le altre due semifinaliste hanno una classifica più bassa, facendo sì che Halep sia stata l’avversaria più “difficile” (nell’altra semifinale Andreescu ha battuto Sofia Kenin per 6-4 7-6, n.d.t.). E, nonostante la settimana di ottimo tennis, è comprensibile che Bouzkova possa sentirsi disorientata quando dalla parte opposta della rete c’è una giocatrice che ha vinto 23 Slam (per quanto, come visto, pur nella sconfitta Bouzkova ha dominato il primo set, n.d.t.). Una cosa è certa: Bouzkova è indifferente al numero che compare accanto al nome dell’avversaria.

There’s Always a Chance: Marie Bouzkova Edition

Unicorni nel circuito femminile

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 12 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con l’avvio della trasferta nordamericana di preparazione agli US Open, Ashleigh Barty si presenta nella parte conclusiva del calendario con la valutazione più alta del circuito femminile in singolo e in doppio. Solo Serena Williams, negli ultimi dieci anni, ha mostrato un dominio simultaneo di questa portata in entrambe le specialità.

Il ritorno al vertice di Simona Halep con la vittoria a Wimbledon contro Williams e la conferma del titolo di Novak Djokovic contro Roger Federer, oltre alla semifinale tra Federer e Rafael Nadal, sono temi molto rilevanti, ma continuo a desiderare qualcosa di veramente diverso che metta in discussione l’ordine precostituito del tennis.

Il nuovo che avanza?

L’ascesa di Barty al primo posto della classifica e l’incredibile parabola di Coco Gauff a Wimbledon sono gli esempi più recenti di nuovo che avanza. Possiamo attenderci simili dinamiche per il proseguo della stagione? In cerca di una risposta, ho analizzato le classifiche più recenti delle valutazioni specifiche per il cemento, utilizzando la variazione del margine di vittoria associata alle valutazioni Elo (argomento di cui ho parlato più tecnicamente alla conferenza Mathsport International ad Atene)

Ho ipotizzato che le valutazioni del doppio vengano generate da partite di singolare contro ciascuna avversaria di doppio. Riconosco che è un calcolo un po’ strano, ma penso fornisca comunque una misurazione ragionevole della bravura relativa sulla base delle sole partite di doppio.
L’immagine 1 riepiloga le prime 10 giocatrici di singolare e doppio secondo questo criterio. Cosa si nota?

IMMAGINE 1 – Elenco delle prime 10 giocatrici di singolare e doppio sulla base del margine di vittoria Elo

Mi colpisce la presenza di Barty al primo posto anche nel doppio. Ho pensato quindi che sia un evento raro, vista l’abitudine delle giocatrici di vertice di concentrarsi quasi esclusivamente sul singolare, almeno negli ultimi anni. Mi viene in mente il termine “unicorno” e come sia diventato l’appellativo di riferimento per le start up che raggiungono una valutazione superiore al miliardo di dollari.

Ho trovato degli unicorni nel tennis?

Per verificare la rarità di una contestuale presenza al vertice di singolare e doppio nel tennis femminile moderno, ho considerato il margine di vittoria associato alle valutazioni Elo di tutte le superfici raggiunto da ciascuna giocatrice in singolare e in doppio per ogni anno dal 2003. Ho classificato le giocatrici sulla base della miglior valutazione stagionale e raggruppato le prime 5 per ogni stagione in singolare e in doppio. Ho determinato un numero minimo di 8 partite in doppio per un dato anno, in modo da creare una casistica ampia a sufficienza da ricomprendere singolariste di buon livello che giocano in doppio solo negli Slam ma riescono a superare il primo turno abbastanza spesso.

In poco più di 15 anni, solo 7 giocatrici hanno raggiunto il vertice in singolare e in doppio nella stessa stagione. E solo Serena, oltre a Barty, è arrivata in cima in entrambe le specialità in un qualsiasi momento della carriera. Se avessi potuto procedere a ritroso ancora per qualche anno, è probabile che anche Venus Williams e Lindsay Davenport sarebbero entrate nell’elenco. E, ancora più indietro, Martina Navratilova sarebbe stata un chiaro esempio di unicorno dei primi anni della WTA, un periodo in cui essere forti in singolare e in doppio era forse più frequente.

La rarità di Barty

Tornando ai tempi nostri, mi convinco sempre più che Barty sia una giocatrice speciale. La media di 2467 della sua valutazione massima, sulla base del rendimento alla settimana del 12 luglio 2019, è superata solo dalle stagioni 2009-2010 e 2012-2013 di Serena. Va detto che se Barty è al momento la giocatrice di doppio più forte sul cemento, spetta a Timea Babos la valutazione più alta su tutte le superfici.

IMMAGINE 2 – Giocatrici al vertice del singolare e del doppio nel periodo dal 2003 al 2019

È interessante anche come, dopo il 2010, Victoria Azarenka (di cui Barty è stata compagna di doppio più volte quest’anno) sia l’unica altra giocatrice a raggiungere lo status di unicorno. E delle restanti quattro — Davenport, Dinara Safina, Kim Clijsters e Venus Williams — solo Venus e Safina ci sono riuscite negli ultimi 15 anni.

Senza Serena e Barty, sarebbero state poche le circostanze per la WTA di osservare le più forti singolariste darsi da fare anche in doppio. È un richiamo a quanto i circuiti maschile e femminile sembrino in realtà una raccolta di sotto-circuiti diversi, con alcuni che giocano solo il singolare, alcuni solo il doppio e gli altri un po’ in uno e un po’ nell’altro.

Servono altre condizioni per il successo del doppio

È già di per sé abbastanza curioso che Barty sia diventata la numero 1 in singolare evitando di trattare il doppio come una sorta di sessione di allenamento. Il fatto che questo sia accaduto in un momento in cui il doppio sta generando grande eco, lo rende ancora più avvincente. Alcune delle soddisfazioni maggiori in doppio nel 2019 sono arrivate dal ritorno in campo di Andy Murray al Queens e dal debutto della coppia Murray-Serena nel misto a Wimbledon. Se si pensa anche all’entusiasmo del confronto tra Roger Federer e Serena in doppio alla Hopman Cup, si è portati a credere che il 2019 sia l’anno del doppio.

La triste realtà è che si lega il successo del doppio in larga parte al quasi ritiro in singolare di Murray. E non sono queste le circostanze di cui c’è bisogno perché un giocatore di vertice in singolare si dedichi più spesso al doppio. Però, con la Hopman Cup dal futuro incerto e ulteriori tornei in singolare e di squadra che cercano di farsi strada in calendario, il tennis non lascia troppe opzioni ai giocatori. Già ne si vedono le conseguenze su Barty, costretta al ritiro negli ultimi due tornei di doppio.

Se si trovasse un modo di appoggiare i giocatori e le giocatrici che più promettono di eccellere in singolare e in doppio, gli unicorni nel tennis non sarebbero poi così rari.

Unicorns of the WTA

L’incoraggiante anticonformismo di Elina Svitolina

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 19 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un periodo non troppo lontano, sembrava che Elina Svitolina fosse la giocatrice più formidabile e instancabile dell’intero circuito femminile. Mesi dopo il congedo di maternità di Serena Williams nel 2017, Svitolina aveva fatto incetta di titoli Premier 5, e si era presentata al Roland Garros tra le favorite, riuscendo quasi a sconfiggere Simona Halep nei quarti di finale. Aveva anche ottenuto grandi risultati nei tornei estivi di preparazione agli US Open.

L’ascesa

Svitolina aveva dato l’idea di poter diventare il tipo di giocatrice di cui il tennis femminile è alla ricerca, cioè un’atleta che si presenta in forma nella maggior parte delle settimane e che riesce ad arrivare in fondo con continuità.

Considerata la brevità della stagione sull’erba in entrambi i circuiti, nel 2017 Svitolina era in posizione ottimale per dominare il calendario e diventare un riferimento di prestazioni. Anche se non avesse fatto bene a Wimbledon? Escluso il periodo da metà giugno a metà luglio, aveva tutti gli altri mesi per far vedere di essere la migliore.

Alla vigilia degli US Open 2017, Svitolina sembrava sulla rampa di lancio. La dolorosa sconfitta contro Halep a Parigi a maggio — avanti di un set e sul punteggio di 5-1 nel secondo — era stata messa da parte con la vittoria a Toronto. Se al Roland Garros aveva perso il controllo, l’impressione è che lo avesse velocemente riguadagnato in Canada.

Senza Williams a fare la voce grossa e spezzare i sogni delle altre con la potenza del suo servizio, e anno prima dell’entrata in scena di Naomi Osaka — che si sarebbe imposta come elettrizzante giocatrice da cemento in grado di polverizzare la palla e gestire la pressione delle grandi partite — Svitolina aveva la possibilità di diventare una forza con cui fare i conti, a eccezione di Wimbledon.

La caduta

A New York aveva un break di vantaggio contro Madison Keys nel terzo set degli ottavi di finale. In quel preciso istante, la strada per imporre una nuova e più piena consapevolezza negli Slam era chiara. Poi, però, Svitolina è scivolata. Ha perso il break e quattro game di fila, lasciando il set per 6-4 e la partita a Keys, che poi da li è arrivata in finale, un proscenio al quale probabilmente Svitolina sentiva di appartenere.

Da quel momento, ha smesso di essere l’immagine della continuità. Poco ha senso nella sua carriera adesso, ma non è una situazione così negativa come si può pensare. Svitolina è infatti la giocatrice che rappresenta al meglio la volatilità del circuito femminile, un aspetto positivo per quanto imperfetto. Il modesto rendimento del 2019 è più evidente di quello del 2017, ma quando Svitolina gioca bene, fa impressione.

Le finali di stagione 2018 hanno lasciato tutti a bocca aperta, a Singapore e nel resto del mondo. Stava cambiando allenatore ed era all’apparente ricerca del peso di gioco ideale. Nel mezzo di una fase così delicata e di profonda incertezza, ha battuto le altre sette e conquistato il prestigioso torneo, mostrando di saper emergere dal nulla e sbaragliare la concorrenza.

La rinascita?

Così ha fatto a Wimbledon 2019. Pur possedendo la combinazione necessaria a raggiungere una semifinale Slam, non si era mai spinta tanto lontano a Wimbledon. Ha approfittato di un pizzico di fortuna con il ritiro di Margarita Gasparyan al secondo turno, ma non aveva certamente un tabellone da passeggio. Non ha sprecato l’occasione e si è sbarazzata di Maria Sakkari, Petra Martic e Karolina Muchova. Solo la precisione chirurgica di Halep (poi vincitrice del torneo) l’ha fermata, ma si era finalmente assicurata l’approdo in una semifinale Slam. La capacità di essere un elemento positivo inatteso era rimasta intatta.

La più grande sorpresa potrebbe essere ora proprio dietro l’angolo. Riuscirà Svitolina a trasformare il risveglio di Wimbledon in vittorie nella seconda parte della stagione? Ritroverà la forma che aveva nel 2017 per sfruttarla, con maggiore cognizione, agli US Open e poi nelle Finali di stagione?

Svitolina ha perso l’aura che la poneva automaticamente tra le favorite degli opinionisti. È per questo che ripresentarsi con la qualità di tennis del 2017 sarebbe la sorpresa perfetta, l’ultimo dei colpi di scena che minerebbe la “prevedibile imprevedibilità” dello stato attuale del tennis femminile. Vedremo se Svitolina sarà capace di sorprenderci ancora una volta nella trasferta nordamericana (per il momento ha perso nei quarti di finale a San Jose, ed è la testa di serie numero 6 a Toronto con una probabilità di vittoria del 4.9%, n.d.t.).

Elina Svitolina — unconventional can be encouraging

Anatomia della prova di forza al servizio di Alex de Minaur

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il torneo di Atlanta è solitamente popolato da grandi giocatori al servizio. Tra il 2013 e il 2018, John Isner ha vinto cinque titoli in sei anni, fermato solo da Nick Kyrgios, naturalmente per mano di due tiebreak. Prima dell’avvento di Isner, l’ultimo vincitore è stato Andy Roddick. I campi in cemento sono veloci e il caldo spesso torrido, quelle condizioni che favoriscono una settimana di ace a profusione.

Anche il trionfatore del 2019 si è fatto strada con una prestazione sbalorditiva al servizio, vincendo quattro partite senza mai concedere una palla break e vincendo in ciascuna più del 90% di punti sulla prima. Sono numeri alla Isner che però non appartengono al gigante e nemmeno al suo erede designato, l’altro gigante Reilly Opelka. Il re del servizio quest’anno ad Atlanta è stato il “normalmente alto” (183 cm) lottatore australiano Alex de Minaur.

A differenza di molti dei colleghi, de Minaur non si guadagna da vivere con un servizio bomba. Nelle ultime 52 settimane, sia Inser che Opelka hanno servito ace per un quarto dei punti al servizio. Nello stesso periodo, per l’australiano la frequenza di ace non va oltre un magro 4.5%.

In finale contro Taylor Fritz (e se si esclude il ritiro di Bernard Tomic nei quarti di finale), de Minaur ha ottenuto il massimo in carriera sul circuito maggiore di 14.8%, ma non è riuscito a superare la doppia cifra nel secondo turno contro Bradley Klahn o in semifinale contro Opelka. È stata una dimostrazione del fatto che ci sono diversi modi di vincere punti al servizio senza necessariamente accumulare un ace dopo l’altro.

Primo strike

Il percorso più veloce per la vittoria senza servire ace è attraverso servizi vincenti. Il giocatore al servizio non ha lo stesso livello di controllo sulla frequenza di servizi vincenti rispetto a quello sugli ace. Molti dei servizi più efficaci però sono raggiungibili dal giocatore alla risposta — se non effettivamente rimettibili in campo — e quindi non vengono conteggiati nella colonna degli ace. È proprio in questa categoria che de Minaur ha dominato ad Atlanta.

Secondo le statistiche punto per punto della finale raccolte per il Match Charting Project, Fritz ha rimesso in gioco solo il 57% dei servizi di de Minaur. In più di 1300 partite sul cemento dal 2010 nel database, la media del circuito è del 70% di risposte in campo, e gli avversari di de Minaur tradizionalmente hanno fatto meglio. La frequenza del 43% di servizi vincenti per l’australiano è eccezionalmente alta, e raggiunge il 90esimo percentile del rendimento al servizio. Contro Opelka, de Minaur ha servito solo 5 ace su 93 punti al servizio, ma ben 38 non sono tornati indietro. Stiamo parlando di una frequenza di servizi vincenti del 46%, valida per il 94esimo percentile.

Secondo strike

Quando il servizio non ha funzionato a pieno regime, de Minaur ha ottenuto risultati ancora più importanti. Ad allenatori e commentatori piace parlare della strategia “più uno”, cioè quella di servire potente e trovarsi in posizione per un colpo aggressivo sulla risposta, qualsiasi essa sia. In questo l’australiano ha davvero raggiunto l’eccellenza durante la finale.

Oltre al 43% di servizi vincenti contro Fritz, un altro 26% dei punti al servizio è rientrato nella categoria “più uno”, vale a dire il primo colpo dopo la risposta dell’avversario che porta a un punto diretto. La media del circuito è del 15% e, anche in questo caso, de Minaur non è andato sempre così bene. In 15 partite del 2018 sul cemento di cui abbiamo dati punto per punto, la sua media è stata solo del 12.6%. Il 26% della finale lo pone nel 98esimo percentile tra le partite sul cemento del database del Match Charting Project. Delle 67 partite che hanno avuto una percentuale superiore al 26%, 15 sono state a opera di Roger Federer. La maggior parte dei giocatori non ha mai avuto una giornata così remunerativa nella categoria “più uno”.

Terzo strike

Anche i più forti al servizio si trovano, occasionalmente, di fronte a uno scambio lungo. Nel campione di partite considerate, nel 40% dei punti il giocatore alla risposta sopravvive alla tattica del “più uno” e riesce a mandare avanti lo scambio. Da quel momento c’è maggiore equilibrio, e chi è in risposta vince poco più della metà dei punti (in parte perché scambi da quattro colpi sono più frequenti di scambi da cinque colpi e così via, e perché, per definizione, lo scambio da quattro colpi è vinto dal giocatore alla risposta. Detto in altro modo, una volta esclusi gli scambi da massimo tre colpi, il campione propende in favore del giocatore al servizio, perché gli scambi da cinque colpi rappresentano un numero sproporzionato dei punti rimanenti).

Per come ha servito de Minaur, non si è trovato poi davanti a così tanti scambi lunghi. Il 22% dei punti sul suo servizio contro Fritz e il 29% contro Opelka hanno infatti raggiunto i quattro colpi. Di fronte al tipico giocatore monodimensionale dal servizio bomba, è questo il territorio per il giocatore alla risposta per pareggiare il punteggio. De Minaur è però più noto per i colpi a rimbalzo di quanto lo sia per il servizio. In finale, ha vinto il 58% di questa tipologia di punti, abbastanza per l’83esimo percentile del campione.

Il rendimento di de Minaur sugli scambi più lunghi non ha fatto grande differenza in finale, principalmente perché è stato così efficace nell’evitare che i punti si prolungassero. Aver vinto più della metà degli scambi da molti colpi è un richiamo al fatto che grandi prestazioni al servizio vanno oltre il servizio stesso. In giornata di grazia, anche un giocatore poco sopra ai 180 cm può ottenere dei numeri che lasciano a terra gli Isner e gli Opelka di turno. Non è sempre una questione di ace.

Anatomy of Alex de Minaur’s Serving Masterclass

Come Ashleigh Barty è diventata la più forte del mondo

di Stephanie Kovalchik // OnTheT (su TheConversation)

Pubblicato il 26 giugno 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ashleigh Barty è diventata una celebrità del tennis mondiale. Dopo aver vinto il primo titolo Slam al Roland Garros 2019, la giovane stella australiana ha aggiunto un altro importante traguardo in carriera, il numero uno della classifica mondiale WTA. Almeno da un punto di vista dell’ufficialità, è la più forte giocatrice del mondo. Barty è diventata solo la 27esima donna nella storia del tennis ad arrivare in cima alla classifica e la seconda australiana dopo Evonne Goolagong Cawley 43 anni fa.

Con appena 166 cm di altezza, poco per gli standard del tennis moderno, e un sorriso da ragazza della porta accanto, in pochi avrebbero pensato che Barty possedesse i requisiti per issarsi fino ai massimi livelli dello sport. Chi però ci ha giocato contro o ha seguito la sua evoluzione da vicino, può testimoniare sul fatto che Barty è una giocatrice speciale. Questo è emerso con chiarezza anche in un recente sondaggio sul New York Times che ha coinvolto 20 professionisti, allenatori e analisti, nel quale ammirazione e rispetto per la tecnica di Barty hanno trovato riscontro unanime.

Tra le giocatrici contemporanee, gli esperti considerano il rovescio tagliato e il gioco a rete di Barty come i migliori in assoluto. Aggiungono anche che solo Serena Williams può tenerle testa in termini di efficacia della seconda di servizio e che quando si parla di tocco e sensibilità complessive, in poche la superano.

Bravura tecnica e acume tattico

La mole di numeri che abbiamo analizzato con il Game Insight Group di Tennis Australia, la federazione australiana, conferma le opinioni espresse nell’articolo del New York Times. Utilizzando alcuni dei dati più completi a disposizione nel tennis, tra cui le informazioni derivanti dalla tracciatura continua del movimento della pallina e dei giocatori durante la partita, il Game Insight Group ha sviluppato un insieme di statistiche di rendimento che prendono il nome di Player DNA, con l’obiettivo di comprendere tecnica e atteggiamento dei giocatori.

Il Player DNA di Barty rivela una giocatrice dalla notevole combinazione di punti di forza: perfetta tecnica d’insieme, incredible agilità, resistenza fisica e mentale fuori dal comune. Secondo le statistiche del Game Insight Group, tra le giocatrici che hanno partecipato agli Slam negli ultimi anni, la valutazione tecnica di Barty raggiunge — su un massimo punteggio possibile di 100 — l’89.0 al servizio, l’86.3 sul dritto e il 90.9 sul rovescio. In quanto a bravura tecnica complessiva, Barty è saldamente tra le prime dieci giocatrici in attività, a dimostrazione che pur essendo il rovescio il colpo maestro, può comunque fare affidamento su un ampio arsenale in qualsiasi situazione.

I numeri del Player DNA evidenziano anche un acume tattico che rende il gioco di Barty eccezionale. Nel tennis contemporaneo, il controllo dello spazio e del ritmo dello scambio è un fattore chiave per il successo. Barty ottiene un punteggio dell’88.5 in uno degli indici più importanti in questo senso, cioè il “controllo del campo”, che misura l’efficacia di una giocatrice nella conquista del punto da una posizione di campo più vantaggiosa. In poche hanno valori più alti, e questo è controprova dell’abilità fuori dal comune di Barty di sfruttare al meglio opportunità strategiche negli scambi.

Agilità e resistenza

La bravura tecnico-tattica di Barty è favorita da un’agilità rimarchevole che le permette di muoversi con facilità e solidità in ogni zona del campo. Il 93.9 nella statistica sull’agilità del Player DNA ne fa il suo attributo fisico più preponderante. È la qualità degli spostamenti che ha permesso a Barty di essere una delle pochissime giocatrici di questa era a trovarsi contemporaneamente al primo posto della classifica di singolare e di doppio, avendo vinto Slam di entrambi i tabelloni.

Quasi identica all’agilità è la resistenza di Barty, con un 91.1 secondo le statistiche del Game Insight Group. Solo nel 2019, ha giocato 13 partite al terzo set, di cui due nella cavalcata alla vittoria del Roland Garros, con un record di nove vittorie e tre sconfitte. Vincere costantemente in circostanze di massima richiesta fisica presuppone anche una grande tenuta mentale. La necessità di possedere fisico e mente è diventata sempre più pressante, visto che l’espansione geografica e d’intensità del circuito non sembra avere interruzioni. Ulteriore conferma di come una giocatrice delle caratteristiche di Barty abbia prosperato in questo tipo di contesto.

I vantaggi di una pausa dal tennis

È una coincidenza non casuale che nell’anno in cui Barty diventa per la prima volta la numero uno del mondo viene pubblicato “Range”, il libro di David Epstein sul valore di un’impostazione generalista nella ricerca dell’eccellenza (rispetto alla iper-specializzazione che è stata così a lungo il riferimento). Qualcuno nel mondo del tennis avrebbe potuto interpretare la decisione di Barty di prendere una pausa a diciotto anni per giocare nella Big Bash League — proprio quando la carriera di una tennista sta per decollare — come l’avvio della fase di declino.

Con il senno di poi, quell’interruzione sembra aver avuto un effetto esattamente contrario. E, come sostiene Epstein, per una valida ragione. Così come Roger Federer, che durante l’adolescenza si è dedicato a diversi sport, l’esperienza di Barty con il cricket è stata parte essenziale nell’acquisizione di versatilità, maturità e creatività, che l’hanno distanziata dalla maggior parte delle colleghe. È diventata la tennista di oggi proprio perché ha voluto inseguire altri interessi a inizio carriera, non perché si è dedicata esclusivamente al tennis.

Pur di fronte a notorietà e preminenza, Barty conserva umiltà e piacevolezza di spirito, in campo e fuori. I tifosi australiani conoscono meglio di tutti la delusione che può scaturire quando soldi, notorietà social e immaturità adolescenziale collidono nello sport d’élite. Che Barty sia riuscita a mantenere integrità e rimanere fedele ai suoi valori durante la corsa alla vetta è ragguardevole. Quali siano i futuri successi, oltre che per le prodezze tennistiche Barty si è certamente guadagnata l’ammirazione del pubblico anche per la reputazione.

The numbers game: how Ash Barty became the world’s best female tennis player

Federer non è stato dominante nei momenti chiave, ma ci è andato vicino

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le statistiche della finale di Wimbledon raccontano una storia senza ombre. Per cinque set, Roger Federer ha fatto molte cose leggermente meglio del suo avversario, Novak Djokovic, che però ha poi vinto di misura perché si è aggiudicato i punti più importanti, un dettaglio che non emerge dai numeri con la stessa nitidezza.

Superando le statistiche tradizionali, possiamo quantificare il dominio nei momenti che fanno la differenza. Un metodo che supera il semplice conteggio delle palle break o dell’individuazione dei passaggi chiave più ovvi in una partita è l’indice di leva per assegnare un valore a ciascun punto, in funzione dell’importanza. Dopo ogni singolo punto della partita, possiamo calcolare una nuova probabilità di vittoria per entrambi i giocatori. Un punto come quello da giocare sul 5-5 in un tiebreak è potenzialmente in grado di alterare la probabilità di vittoria in misura massiccia, mentre così non è per quello sul 40-15 del primo game.

La leva quantifica il potenziale. In media, in una partita al meglio dei cinque set un punto possiede una leva di circa il 4%, ma per i punti più importanti si parla di diverse volte quel valore. Un altro modo per identificare quando un giocatore è predominante è vedere il numero sproporzionato di punti ad alta leva che vince anche di fronte a una prestazione inferiore in quelli a bassa leva.

L’indice di leva

In un recente articolo sulla finale di Wimbledon per l’Economist, ho approfondito ulteriormente il concetto. Djokovic ha vinto meno punti rispetto a Federer, ma quelli che ha vinto hanno contato di più. La leva media dei punti per lui è stata infatti del 7.9%, rispetto al 7.2% di Federer. Possiamo presentare questa differenza sotto forma di indice di leva (Leverage Ratio o LR), dividendo 7.9% per 7.2%, con un risultato di 1.1. Un indice così alto non è insolito. Nelle più di 700 partite Slam maschili del Match Charting Project, l’LR del giocatore più dominante è in media di 1.11. L’eccellenza di Djokovic nei momenti chiave non è stata nemmeno così unica, ma in una partita di quell’equilibrio è bastata a fare la differenza.

Con un indice di leva superiore a 1.0, la vittoria non è comunque garantita. In circa il 30% di queste 700 partite al meglio dei cinque set la vittoria è andata al giocatore che, in media, ha vinto meno punti importanti dell’avversario. Alcune situazioni di vincitori con basso indice di leva quasi rasentano la comicità, come la finale del Roland Garros 2008 in cui Rafael Nadal ha demolito Federer nonostante un LR di 0.77.

Aumento della comprensione

Nelle partite a senso unico non c’è molta leva a disposizione, quindi il numero dei punti vinti ha molta più rilevanza di quando sono stati vinti. Spesso prestazioni non dominanti si traducono in vittorie di partite ancora più equilibrate, come quella di Andy Murray nella semifinale degli US Open 2018 in quattro set contro Nadal nonostante un LR di 0.80, o la super equilibrata semifinale a Wimbledon 2018 in cui Kevin Anderson ha battuto John Isner con un LR di 0.88.

Non serve un foglio di calcolo per capire che le partite di tennis vengono decise da una combinazione di rendimento complessivo e rendimento nei momenti importanti. I numeri che ho citato non portano avanti la nostra comprensione di molto, quantomeno non in modo rigoroso. È questo il prossimo passo.

Indice di leva, ti presento l’indice di leva bilanciato

Coloro che frequentano regolarmente Tennis Abstract hanno familiarità con l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR), una statistica inventa da Carl Bialik al fine di riclassificare i punti vinti totali. Il DR si ottiene dalla divisione tra i punti vinti alla risposta e i punti persi al servizio, in modo che il valore medio sia esattamente 1.0. Solitamente, chi vince ha un valore superiore a 1.0 e chi perde un valore inferiore a 1.0.

Nella finale di Wimbledon, il DR di Djokovic è stato di 0.87, estremamente basso per un vincitore, se non addirittura inedito. Il DR compensa gli effetti generati del rendimento al servizio e alla risposta (a differenza dei punti vinti, che possono deviare in una o l’altra direzione a seconda che ci siano più punti al servizio che alla risposta, o viceversa) e sintetizza in un solo numero la qualità della prestazione complessiva.

Equa distribuzione tra servizio e risposta

Non dice però nulla relativamente al dominio nei momenti chiave, tranne quando un giocatore vince con un valore basso del DR, da cui si può dedurre che abbia controllato l’avversario sui punti più caldi.

Per avere una prospettiva bilanciata simile in presenza di rendimenti ad alta leva, possiamo adattare l’indice di leva LR soppesando equamente il dominio nei momenti chiave sia al servizio che alla risposta. Chiamo questa statistica indice di leva bilanciato (Balanced Leverage Ratio o BLR), cioè la media semplice dell’LR nei punti al servizio e dell’LR nei punti alla risposta. Il BLR di solito non si scosta di molto dall’LR, così come spesso otteniamo le stesse informazioni dal DR che dai punti totali. Il BLR di Djokovic nella finale di Wimbledon è stato di 1.11, rispetto a un LR di 1.10. Nelle partite in cui però un numero sproporzionato di punti si giocano sulla racchetta di un giocatore, il BLR fornisce il necessario aggiustamento.

DR corretto per leva

Siamo in grado di registrare rendimenti corretti per leva semplicemente moltiplicando questi due numeri. Ad esempio, prendiamo la vittoria di Stanislas Wawrinka contro Djokovic nella finale degli US Open 2016. Il DR di Wawrinka è stato di 0.90, più alto di quello di Djokovic a Wimbledon 2019 ma difficilmente sufficiente a trionfare. Eppure ha vinto, grazie a un BLR di 1.33, uno dei più alti mai registrati in una finale Slam. Il prodotto tra il DR e il BLR di Wawrinka — che chiameremo DR+ — è pari a 1.20. Lo si può interpretare con la stessa scala di un DR “normale”, dove 1.2 è spesso identificativo di una vittoria con margine ridotto, se non di una al cardiopalma.

Di 167 finali Slam maschili nel Match Charting Project, 14 giocatori hanno vinto nonostante un DR “normale” inferiore a 1.0. Per ciascuno di essi, il BLR era superiore a 1.1, e in 13 delle 14 occorrenze, la forza del BLR del vincitore ha “cancellato” la debolezza del suo DR, nel senso che il DR+ è stato superiore a 1.0. La tabella riepiloga quelle partite, ordinate per DR+ crescente.

Anno  Slam              Vincitore    DR     BLR    DR+  
2019  Wimbledon         Djokovic     0.87   1.11   0.97  
1982  Wimbledon         Connors      0.88   1.20   1.06  
2001  Wimbledon         Ivanisevic   0.95   1.16   1.10  
2008  Wimbledon         Nadal        0.98   1.13   1.10  
2009  Australian Open   Nadal        0.99   1.13   1.12  
1981  Wimbledon         McEnroe      0.99   1.16   1.15  
1992  Wimbledon         Agassi       0.97   1.19   1.16  
1989  US Open           Becker       0.96   1.22   1.18  
1988  US Open           Wilander     0.98   1.21   1.18  
2015  US Open           Djokovic     0.98   1.21   1.18  
2016  US Open           Wawrinka     0.90   1.33   1.20  
1999  Roland Garros     Agassi       0.98   1.25   1.23  
1990  Roland Garros     Gomez        0.94   1.34   1.26  
1991  Australian Open   Becker       0.99   1.30   1.29

Prima finale vinta dal giocatore con il DR+ inferiore

In 167 finali Slam, quella tra Djokovic e Federer è stata la prima vinta dal giocatore con il DR+ più basso (alcuni dei campioni che non compaiono in elenco hanno avuto indici di leva sotto tono e conseguenti DR+ inferiori ai DR, ma nessuno sotto il livello di 1.0). Sebbene Federer è stato più debole nei momenti importanti — in particolare nei tiebreak e quando ha avuto i due match point — il rendimento complessivo in quel tipo di situazione non è stato così scadente come quei pochi memorabili momenti farebbero pensare. È più probabile che un giocatore con un DR di 1.14 e un BLR di 0.90 come quelli di Federer concluda le due settimane di Wimbledon ballando con la campionessa del tabellone femminile.

Sorprendentemente, 1 su 167 potrebbe sottostimare la rarità di un vincitore con un DR+ inferiore a 1.0. Solo una delle partite al meglio dei cinque set nel database del Match Charting Project (su più di 700) possiede quel requisito. Si tratta del controverso quarto turno degli Australian Open 2019 tra Kei Nishikori e Pablo Carreno Busta. Nishikori ha vinto con un DR di 1.06, ma il suo BLR è stato di 0.91, relativamente debole e che ha portato a un DR+ di 0.97. Come per la finale di Wimbledon, anche la partita di Melbourne avrebbe potuto avere un altro vincitore. La fortuna è stata avversa a Carreno Busta non solo per le chiamate arbitrali.

Qual è il significato di tutto questo?

Sappiamo che la finale di Wimbledon è stata in estremo equilibrio, ora abbiamo più numeri che mostrano quanto effettivamente lo sia stata. Sapevamo che Djokovic gioca meglio quando conta di più, ora abbiamo più riferimenti sulla sua maggior bravura, che però non si discosta di un margine insolitamente ampio.

Federer ha vinto cinque dei venti Slam nonostante un BLR nella finale inferiore a 1.0, e altri due con un DR inferiore a 1.14. Non ha mai vinto uno Slam con un DR+ non superiore a 1.03, ma va anche detto che non c’è mai stata una finale Slam che il DR+ ha considerato così ravvicinata. Federer non è la definizione di maestro dei momenti chiave, ma non è poi così malvagio. Avrebbe solamente dovuto portare con sé un po’ di quella dose di domino con cui ha chiuso il secondo set per passaggi più importanti nelle fasi successive.

Se siete anche voi come me, dopo aver letto fino a questo punto non smetterete di farvi domande. Ho riflettuto su alcune che spero di approfondire analogamente. Si può dire che Federer di solito è meno dominante della media nei momenti chiave? (Si). Djokovic è molto più bravo a quel riguardo? (Si). E Nadal? (Anche lui è più bravo). Nadal è davvero migliore, o i suoi numeri sulla leva sono di partenza buoni perché i punti importanti si giocano più spesso sul lato dei vantaggi? (È davvero migliore). Djokovic ha preso le misure a Federer? (Non proprio, a meno che non s’intenda il suo numero di scarpe, allora in quel caso sì). È cambiato tutto dopo che Djokovic ha tirato la famosa risposta? (No).

Rendimenti situazionali

Ci sono anche molti argomenti interessanti che vanno oltre i Grandi Tre. Ho iniziato qualche anno fa a scrivere della leva relativa a sottoinsiemi di partite, spinto dalla semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic, nella quale Federer ha subito la pressione quando più contava. Come possiamo analizzare la leva media per punti vinti e persi, così riusciamo a stimare l’importanza dei punti in cui un giocatore ha servito un ace, commesso un errore non forzato di rovescio, o scelto di andare a rete.

Le partite sono decise da una combinazione di rendimento complessivo e giocate di alta leva. Le statistiche comunemente disponibili illustrano bene le dinamiche del primo, ma non sono adeguate per fare chiarezza sulle seconde. Il dominio nei momenti chiave è lasciato alle congetture degli opinionisti. Con un insieme di partite in continuo aumento e l’accesso a sempre più dati punto per punto (e quindi a numeri sulla leva per ogni punto e ogni partita), il divario tra le due misure si riduce, consentendoci di quantificare con più precisione il grado in cui il rendimento legato alla specifica situazione incide sulla capacità di ciascun giocatore di vincere la partita.

Roger Federer Wasn’t Clutch, But He Was Almost Clutch Enough

Basta a Federer un rovescio tornato normale?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Roger Federer ha battuto di misura Rafael Nadal agli Australian Open 2017, ne ho attribuito la vittoria al suo rovescio. Rientrava da un infortunio che lo aveva tenuto lontano dall’attività professionistica per tutta la seconda parte del 2016 e aveva rafforzato il gioco in quel lato del campo, sviluppando la strategia da adottare contro il rivale di lungo corso. Da quella partita, Federer ha sconfitto Nadal altre cinque volte su sei, a indicazione che questa nuova e più affilata arma è rimasta parte integrante del suo tennis.

Dopo aver sconfitto Nadal nella semifinale di Wimbledon 2019, Federer sembra in splendida forma. A differenza però di due anni fa a Melbourne, la vittoria non è dipesa dal rovescio. Nella finale degli Australian Open, l’elegante rovescio a una mano di Federer aveva contribuito per 11 punti in più di una tipica partita, abbastanza per indirizzare il risultato a suo favore. A Wimbledon, il rovescio non ha fatto paura a Nadal, visto che ha dato a Federer solo un punto in più rispetto alla media. La vittoria è arrivata per Federer con un livello altissimo, ma non dal rovescio.

Il ritorno della Potenza del Rovescio

Questi numeri arrivano da una statistica che ho chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) e che utilizza i dati colpo per colpo del Match Charting Project per isolare l’effetto generato dal singolo colpo di un giocatore.

La formula è semplice e diretta: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore.

In media, un giocatore colpisce 100 rovesci per partita, quindi il passaggio finale della moltiplicazione per 100 fornisce un valore approssimativo a partita. Il BHP conferisce fino a 1.5 “punti” per punti giocati, visto che si sommano sia i vincenti sia i colpi che hanno portato a un vincente.

A quanti punti equivale?

Per tradurre il BHP in punti (o qualsiasi altro indice di potenza come quello del Dritto, Forehand Potency o FHP), si moltiplica perciò per due terzi. Nella finale del 2017, il rovescio di Federer ha raggiunto un BHP di +17, equivalente a circa 11 punti. Nella semifinale di Wimbledon, il BHP è stato solo di +1. Si può quantomeno dire che il rovescio non è stato un colpo debole, cioè quel tipo di commento che avremmo potuto fare quando Federer accumulava vittorie a dismisura nei primi quindici anni di carriera.

Il rendimento in semifinale non è stato un’eccezione. In un confronto anno su anno sulla base dei dati del Match Charting Project (che ammetto essere incompleti), il rovescio del 2019 somiglia molto da vicino a quello mostrato prima dell’infortunio del 2016.

Anni        BHP  
1998-2011   +0.1  
2012        +0.4  
2013        -1.8  
2014        -1.1  
2015        +1.3  
2016        -0.3  
2017        +3.5  
2018        +1.3  
2019        +0.8

Ci sono sempre delle giornate positive, come l’incredibile BHP di +16 contro Kei Nishikori nel quarto di finale a Wimbledon. Mettendo però insieme prestazioni impeccabili e passaggi a vuoto, avversari da cui subisce o che supera più facilmente, condizioni di gioco veloci e lente, il risultato che si ottiene è che con il rovescio Federer non riesce più a raccogliere punti come faceva due anni fa.

Il rovescio contro Djokovic

L’avversario di Federer in finale, Novak Djokovic, è ben noto per la compattezza dei colpi a rimbalzo. Come ha fatto Nadal per diversi anni, anche Djokovic è in grado di mettere a nudo il lato più debole del gioco da fondo di Federer. Ha vinto gli ultimi cinque scontri diretti e nove degli ultimi undici, nella maggior parte dei quali ha tenuto il rovescio di Federer a un BHP negativo.

Anno  Torneo                   Esito   BHP/100  
2018  Parigi Bercy             P       -11.0  
2018  Cincinnati               P       -11.0  
2016  Australian Open          P       -12.6  
2015  Finali di stagione (F)   P       -4.8  
2015  Finali di stagione (RR)  V       +0.7  
2015  US Open                  P       +0.8  
2015  Cincinnati               V       -2.2  
2015  Wimbledon                P       -13.4  
2015  Internazionali d'Italia  P       -12.2  
2015  Indian Wells             P       -5.0  
2015  Dubai                    V       -5.9  
…                                        
2014  Wimbledon                P       -3.1  
2012  Wimbledon                V       +9.6

Di 438 partite con dati punto per punto, il BHP di Federer è sceso sotto il -10 solo 27 volte. Di queste, in nove — e in due delle cinque dal rientro post infortunio di Federer nel 2017 — dall’altra parte della rete c’era Djokovic. Tra l’altro, Djokovic farebbe bene a guardarsi i filmati delle partite in cui Borna Coric ha demolito il rovescio di Federer, cioè le sue due prestazioni peggiori in termini di BHP dall’inizio del 2017 (-20 allo Shanghai Masters 2018 e -19 agli Internazionali d’Italia 2019).

Minimizzare i problemi

Forse è troppo chiedere a Federer di capire come battere Djokovic sul suo stesso terreno. La strategia migliore per lui è minimizzare i problemi attraverso una grande efficienza al servizio e un’esecuzione magistrale con il dritto. In carriera, la media di FHP per Federer è di +9, che però scende a solo +4 contro Djokovic. Nella finale del Cincinnati Masters 2018, Djokovic ha costretto Federer a un imbarazzante -13 di FHP, il peggiore di sempre. E non si è trattato di un caso isolato: quattro dei cinque valori più negativi di FHP nella singola partita sono arrivati per Federer contro Djokovic.

Se Federer vuole il nono titolo a Wimbledon, avrà bisogno di vincere molti punti almeno da un lato, vale a dire con il classico dritto o con il rovescio alla maniera della semifinale del 2012 proprio contro Djokovic. E se con uno riesce a sfondare, con l’altro deve comunque mantenere un livello di tutto rispetto. Nella semifinale contro Nadal il dritto è valso un FHP di +12. Contro un giocatore come Djokovic che difende ancora meglio sulle superfici veloci, Federer dovrà ottenere un risultato simile. Gli si chiede molto, ma del resto una cosa è certa: nessuno potrà lamentarsi che il 21esimo Slam è stato facile da vincere.

Come è andata la finale

Djokovic ha poi vinto la finale con il punteggio di 7-6(5), 1-6, 7-6(4), 4-6, 13-12(3). Come scrive lo stesso Sackmann su Game Theory, il blog dell’Economist, dopo quasi cinque ore di gioco e più di 400 punti, l’esito è stato deciso dall’equivalente nel tennis del lancio della moneta, cioè il tiebreak a sette punti.

Federer ha giocato meglio, servendo più ace, vincendo il 51.7% dei punti e facendo più break dell’avversario. Djokovic dal suo canto ha vinto cinque dei sei punti più importanti, fra tutti i due match point che Federer ha avuto sul servizio. Si è trattato di una partita lotteria, in cui un po’ di fortuna e nervi d’acciaio nei momenti cruciali hanno indirizzato il risultato. Federer non ha di certo tratto beneficio dagli undici errori non forzati commessi nei tre tiebreak, che hanno contribuito a un BHP di -0.8 e un FHP di +2.3, n.d.t.  

Will a Back-To-Normal Federer Backhand Be Good Enough?