Sul possibile motivo per il quale l’età dei giocatori è in crescita

di Matt Whitaker // Medium

Pubblicato il 16 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella finale di singolare maschile degli US Open 2017, Rafael Nadal, 31 anni, ha battuto Kevin Anderson, anche lui trentunenne. Nel 2017, tre delle quattro finali Slam hanno avuto in campo due giocatori di età superiore ai trent’anni (nel 2018, dei sei finalisti Slam solo Marin Cilic – comunque 29enne – e Dominic Thiem non avevano superato quella soglia, n.d.t.).

È inutile girarci intorno: i giocatori stanno invecchiando – o per essere più precisi – l’età media dei giocatori al vertice dello sport è in aumento, ormai da un po’ di tempo.

Numerosi articoli e blog sono intervenuti sul tema, tra questi l’Economist che ha calcolato che l’età media dei primi 100 giocatori è passata da 24.6 anni nel 1990 a 28.6 nel 2017. Nello stesso periodo, l’età media tra le donne è cresciuta da 22.8 a 25.9.

La rappresentazione grafica della quantità di giocatori tra i primi 100 con età superiore ai trent’anni, come mostrata nell’immagine 1, rende visivamente la drammaticità del cambiamento [1].

IMMAGINE 1 – Percentuale dei giocatori di almeno trent’anni tra i primi 100

La proporzione di giocatori nei primi 100 che hanno più di trent’anni è balzata dal 6% nel 1990 al 40% nel 2017.

Se si tratta di una dinamica ben conosciuta, pochi però sono i tentativi di trovarne giustificazione. L’articolo dell’Economist accenna in modo vago a “miglioramenti nella medicina dello sport e nella tecnologia dei materiali, specialmente delle racchette”. L’evoluzione continua di queste tecnologie non è sicuramente sufficiente a spiegare un cambiamento così radicale. Ci sono quindi altri fattori o non è stato detto tutto sulla tematica?

Non tutti i giocatori stanno invecchiando

Ampliamo la prospettiva e diamo uno sguardo all’età media per i primi 1000 [2], a confronto con quella dei primi 100.

IMMAGINE 2 – Età media dei primi 100 giocatori rispetto all’età media dei primi 1000 giocatori

Il risultato è impressionante. Di fronte a un’età media dei primi 100 cresciuta considerevolmente negli ultimi trent’anni, l’età media dei primi 1000 giocatori si è mossa a malapena, oscillando tra i 23 e i 24 anni. La tendenza all’invecchiamento sembra quindi riguardare solo i giocatori più forti in classifica.

La disparità tra i due gruppi risulta ancora più marcata aggiungendo l’età media solo dei primi 10 giocatori.

IMMAGINE 3 – Età media dei giocatori nei primi 10, 100 e 1000 della classifica

Si assiste a dinamiche sorprendentemente analoghe anche in campo femminile, con una minima variazione nell’età media delle prime 1000, un aumento stabile nell’età media delle prime 100 negli ultimi trent’anni e un ripido incremento nell’età media delle prime 10 negli ultimi dieci anni.

IMMAGINE 4 – Età media delle giocatrici nelle prime 10, 100 e 1000 della classifica

Non è la tecnologia o il dominio di pochi

Siamo quindi pronti a sbarazzarci della teoria che miglioramenti nella tecnologia delle racchette o delle corde sia alla base di quanto osservato. Non esiste una racchetta magica che Nadal o Serena Williams possono usare che non sia anche a disposizione del o della numero 300 del mondo.

Allo stesso modo, si può escludere un’altra teoria, quella per cui siamo testimoni di una generazione d’oro di un manipolo di giocatori eccezionali che hanno dominato il tennis e sono ora a fine carriera, spostando in modo sostanziale l’età media verso l’alto.

I Fantastici Quattro possono aver alterato le dinamiche tra gli uomini, ma l’andamento generale è chiaro e continuo in entrambi i circuiti e, con l’eccezione di Williams, il tennis femminile dell’ultimo decennio è stato caratterizzato dall’estrema varietà, invece che dal predominio di alcune specifiche giocatrici.

Serve trovare un’altra spiegazione. Perché negli ultimi dieci anni i massimi livelli dello sport sono stati sempre più oggetto di giocatori più vecchi, mentre l’età media nelle fasce inferiori di classifica è rimasta stabile?

Ho una teoria.

Soldi

O, per essere ancora una volta più specifici, la disparità di ricchezza. Nei dieci o venti anni passati, l’ammontare di denaro elargito al vertice, sia in termini di montepremi che di sponsorizzazioni, è cresciuto su scala logaritmica.

A Wimbledon, il montepremi complessivo è aumentato da 1.5 milioni di sterline del 1984 a 31.6 milioni di sterline del 2017 (valori al 2017). Nel solo 2016, Roger Federer ha ricevuto 60 milioni di dollari dagli sponsor, arrivando al quarto posto tra gli atleti più pagati al mondo.

L’esplosione economica per i giocatori di vertice non ha però comportato sostanziali benefici a favore chi si muove nelle retrovie. In un articolo di un paio di anni fa su FiveThirtyEight si faceva notare che i montepremi dei tornei del circuito Challenger erano in diminuzione anno su anno, stimando inoltre che solo i primi 336 e le prime 253 del mondo riuscivano a guadagnarsi da vivere giocando a tennis.

Viaggiare con l’allenatore al seguito – un dettaglio che lo spettatore casuale può pensare sia d’obbligo per i professionisti – è in realtà un lusso esclusivo dei primi 100. In un articolo apparso su Forbes relativo alla disparità di ricchezza nel tennis, il 92esimo giocatore della classifica racconta che per sbarcare il lunario serve fare affidamento su alloggi a basso costo e su un approccio da zaino in spalla.

Professionalizzazione

Federer invece è accompagnato da due allenatori, un fisioterapista, un preparatore atletico e da personale di supporto che include una tata e delle insegnanti per i suoi bambini. Novak Djokovic dorme in camere iperbariche, Andy Murray segue una dieta su misura elaborata da un nutrizionista personale comprensiva di 50 pezzi di sushi al giorno.

Sono aspetti afferenti la professionalizzazione del tennis avvenuta negli ultimi trent’anni. Agli inizi degli anni ’80, John McEnroe dominava pur non avendo un allenatore, e solo verso la fine della carriera ha accettato, seppur con riluttanza, che la sua probabilità di vittoria avrebbe potuto aumentare grazie a un allenamento fisico mirato. E a quei tempi il suo titolo a Wimbledon 1984 valeva “solo” 100 mila sterline (circa 265 mila sterline oggi).

Con la crescita dei montepremi, si è alzato anche il livello di gioco, e la ricerca di un vantaggio competitivo è diventata ancora più estensiva, con ogni guadagno marginale più difficile, e più costoso, del precedente.

La mia idea è che una combinazione nel tennis di iper-professionalizzazione e distribuzione di ricchezza incredibilmente a senso unico ha portato a circostanze di disparità consolidata, che ha manifestazione concreta nelle dinamiche di invecchiamento dei giocatori più forti.

Invecchiamento, guadagni e classifica

Nel grafico che segue, la crescita del montepremi complessivo a Wimbledon dal 1984 è messa a confronto con l’età media dei primi 10 (i premi partita formano di fatto una piccola parte dei guadagni dei giocatori, ma li considero una valida approssimazione).

IMMAGINE 5 – Età media dei primi 10 giocatori in rapporto al montepremi complessivo a Wimbledon

Il crescente predominio dei giocatori più vecchi è in stretta correlazione con l’aumento dei montepremi in palio per i giocatori ai massimi vertici.

Guardiamo ora i dati relativi al numero di nuovi giocatori e giocatrici che entrano nei primi 100 per la prima volta anno per anno.

IMMAGINE 6 – Giocatori che entrano tra i primi 100 per la prima volta

IMMAGINE 7 – Giocatrici che entrano tra le prime 100 per la prima volta

In entrambi i circuiti si nota una chiara tendenza ribassista, che mostra esserci meno movimento in ingresso e uscita dai primi 100.

La frase “i giocatori di vertice stanno invecchiando” non risolve quindi la tematica in modo esaustivo. Sarebbe infatti più preciso affermare che una volta che i giocatori hanno raggiunto il vertice, aumenta la probabilità che vi rimangano e rimangano più a lungo. O, senza mezzi termini, sembra che i giocatori che riescono ad arrivare al vertice facciano poi terra bruciata intorno a sé.

Velocità di fuga

I dati inducono a ritenere che vi sia nel tennis una barriera – o una serie di barriere – all’ingresso di natura economica. Quando un giocatore inizia a guadagnare oltre un certo ammontare, raggiunge una sorta di velocità di fuga che gli permette di proiettarsi nell’aria rarefatta della vetta, lasciandosi alle spalle la massa degli altri giocatori.

Una volta arrivato in alto, può consolidare la posizione pagando profumatamente per quella serie di servizi che i giocatori di bassa classifica sognano di avere – come allenatori a tempo pieno, preparatori atletici, nutrizionisti, assistenza medica personale, biglietti di prima classe, hotel a sei stelle, e così via – prolungando la permanenza al vertice per molto più tempo di quanto accadesse prima della iper-professionalizzazione del gioco e dell’esplosione dei montepremi per le élite.

Ovviamente non si tratta solo di benessere materiale immediatamente fruibile. La disponibilità incide anche sugli aspetti psicologici – quanto diventa più complicato servire per chiudere una partita sapendo che la tua sussistenza dipende anche da quella specifica vittoria? – e sul modo di affrontare una competizione.

Federer può permettersi di smettere di giocare per sei mesi per garantire completa guarigione al ginocchio operato, avendo come sola preoccupazione l’impatto sul numero di titoli collezionati a fine carriera.

Se però i premi partita sono la fonte di sostentamento per rimanere nel circuito, è molto più probabile che un giocatore ignorerà il fastidio al ginocchio, si esporrà a un infortunio cronico e terminerà la carriera prematuramente.

Ha importanza? Può essere fatto qualcosa al riguardo?

Se l’idea è quella di desiderare una competizione equilibrata e vedere un qualsiasi sport giocato da tutti ai massimi livelli, allora la situazione descritta è fonte di preoccupazione. La conseguenza inevitabile è quella per cui potrebbero esserci giocatori fuori dai primi 100 con talento e potenziale simile a quello dei primi 10, ma che non avranno mai l’opportunità di arrivare a scalare la classifica a causa della modalità con cui i montepremi sono distribuiti.

È difficile pensare a una cura immediata, e l’interesse a trovarne una è tenue, se non altro perché la malattia non manifesta sintomi evidenti. Sul circuito maschile si è assistito a un decennio di qualità assoluta del gioco e di intense rivalità tra grandi di sempre. Gli introiti dalla vendita dei biglietti e dai diritti televisivi si sono rafforzati di torneo in torneo. Il movimento tennistico mostra uno stato di salute invidiabile e il costo associato al mancato sviluppo di potenziale talento appare sommerso.

Fortunatamente però, la problematica non sembra essere passata inosservata ai dirigenti dell’ATP, che l’anno scorso hanno avviato un’indagine della durata di 24 mesi sulla distribuzione dei montepremi.

Uno degli elementi guida potrebbe essere l’incertezza sull’evoluzione del circuito maschile dopo il ritiro dei Fantastici Quattro, anche se la speranza è che sia semplicemente un fattore scaturente che costringe a un profondo ripensamento degli aspetti economici e finanziari del tennis professionistico, affiancato da proposte innovative che permettano al talento una realizzazione completa.

Note:

[1] I dati utilizzati per quest’analisi arrivano dal database di Jeff Sackmann, a cui va un ringraziamento enorme per il prezioso lavoro di raccolta di statistiche e le brillanti analisi pubblicate su TennisAbstract.

[2] Non sempre si tratta di dati completi. Per alcuni giocatori non è disponibile la data di nascita, e per il periodo all’inizio degli anni ’80 la classifica non va oltre il numero 300 o 400 invece delle 1000 posizioni normalmente previste. In ogni caso, non ci sono ricadute significative su nessuno dei grafici o delle conclusioni raggiunte.

Why are tennis players getting older?