La sconfitta di Pliskova lascia spazio a un evento storico nel tennis femminile

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 29 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

I momenti celebrativi più carichi di pathos in una stagione sono le finali di singolare, il cui prestigio, specialmente negli Slam, è di ordine assoluto. Trofei vengono alzati al cielo di fronte al pubblico delle grandi occasioni e a uno stuolo di fotografi. Scrivere il proprio nome nell’albo d’oro ha il potere di alterare una carriera o consolidare un’annata di successi.

Sono questi gli episodi che più rimangono impressi nell’immaginario collettivo. I canadesi ricorderanno con precisione dove si trovavano quando Bianca Andreescu ha vinto gli US Open, lo stesso vale per i rumeni quando Simona Halep ha trionfato a Wimbledon. Per gli australiani è la vittoria di Ashleigh Barty al Roland Garros, come per i giapponesi quelle di Naomi Osaka agli US Open 2018 e agli Australian Open 2019.

Un primo turno da scossa sismica

Non è quindi un pensiero naturale per il tifoso associare al primo turno di un torneo non Slam (per quanto comunque un Premier Mandatory) le caratteristiche di partita che cambia il corso della storia del tennis. E non è nemmeno iperbolico considerare che la sconfitta di Karolina Pliskova contro Jelena Ostapenko al China Open in svolgimento a Pechino abbia le conseguenze di un terremoto sportivo. L’aspetto più immediato a cui si guarda — totalmente pertinente alla situazione in esame — è che Pliskova perderà punti rispetto al risultato dell’edizione 2018. Con molti punti ancora da difendere nel prossimo mese, le possibilità di Pliskova di superare Barty per il primo posto a fine stagione hanno subito un duro colpo.

Osaka, altra pretendente al titolo, ha sconfitto Jessica Pegula nella partita d’apertura. Dovrà arrivare in finale per guadagnare punti rispetto alla semifinale del 2018, e dovrà vincere per fare un passo avanti nella rincorsa a Barty.

Ma queste sono cose note. Sapete invece quanto la sconfitta di Pliskova abbia alterato il corso degli eventi e gettato le basi per il verificarsi di un’avvenimento storico? Da quando è stata istituita la classifica mondiale, sono state in tutto 27 le giocatrici a raggiungere il numero 1. Quasi la metà, 13, hanno anche terminato la stagione al primo posto. Solo 13? Beh, se si pensa che Steffi Graf ha finito l’anno al numero 1 per otto volte, Martina Navratilova sette, Chris Evert e Serena Williams cinque, sono quattro giocatrici per venticinque anni. Ci sono poi altre 9 giocatrici con il primo posto alla fine dell’anno, a coprire i rimanenti venti anni.

Solo europee o americane

Si tratta di un gruppo di giocatrici estremamente selezionato. Vi starete chiedendo: “e quale sarebbe questo pezzo di storia così fondamentale? Perché non taglia corto e ce lo dice?”

L’elemento che accomuna le 13 giocatrici con il primo posto alla fine dell’anno a partite da Chris Evert nel 1975 (la capostipite) è la provenienza dagli Stati Uniti o dall’Europa. Anche Osaka è stata numero 1, ma non ha concluso l’anno al primo posto, merito di cui invece può vantarsi Halep. Barty e la connazionale Evonne Goolagong hanno raggiunto il numero 1, ma non l’hanno mantenuto a fine stagione.

L’uscita di scena di Pliskova a Pechino ha significativamente aumentato la probabilità che per la prima volta in circa mezzo secolo di tennis femminile il numero 1 a fine stagione andrà a una giocatrice che non proviene dall’Europa o dagli Stati Uniti. Saranno il Giappone (meno probabile) o l’Australia (più probabile) a festeggiare la conquista della vetta, motivo di enorme orgoglio nonché segno di consacrazione internazionale per lo sport.

Gli appassionati dalla Repubblica Ceca e i tifosi di Pliskova non rimarranno certamente contenti di questo sviluppo. È il rovescio della medaglia, che segnerà un passaggio indimenticabile per Osaka o Barty e per l’intero movimento del tennis.

Un primo turno di un torneo non Slam in Cina così importante e pieno di significato?
Fate meglio a crederci.

Pliskova loss opens the door to a massive historic event

L’incoraggiante anticonformismo di Elina Svitolina

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 19 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un periodo non troppo lontano, sembrava che Elina Svitolina fosse la giocatrice più formidabile e instancabile dell’intero circuito femminile. Mesi dopo il congedo di maternità di Serena Williams nel 2017, Svitolina aveva fatto incetta di titoli Premier 5, e si era presentata al Roland Garros tra le favorite, riuscendo quasi a sconfiggere Simona Halep nei quarti di finale. Aveva anche ottenuto grandi risultati nei tornei estivi di preparazione agli US Open.

L’ascesa

Svitolina aveva dato l’idea di poter diventare il tipo di giocatrice di cui il tennis femminile è alla ricerca, cioè un’atleta che si presenta in forma nella maggior parte delle settimane e che riesce ad arrivare in fondo con continuità.

Considerata la brevità della stagione sull’erba in entrambi i circuiti, nel 2017 Svitolina era in posizione ottimale per dominare il calendario e diventare un riferimento di prestazioni. Anche se non avesse fatto bene a Wimbledon? Escluso il periodo da metà giugno a metà luglio, aveva tutti gli altri mesi per far vedere di essere la migliore.

Alla vigilia degli US Open 2017, Svitolina sembrava sulla rampa di lancio. La dolorosa sconfitta contro Halep a Parigi a maggio — avanti di un set e sul punteggio di 5-1 nel secondo — era stata messa da parte con la vittoria a Toronto. Se al Roland Garros aveva perso il controllo, l’impressione è che lo avesse velocemente riguadagnato in Canada.

Senza Williams a fare la voce grossa e spezzare i sogni delle altre con la potenza del suo servizio, e anno prima dell’entrata in scena di Naomi Osaka — che si sarebbe imposta come elettrizzante giocatrice da cemento in grado di polverizzare la palla e gestire la pressione delle grandi partite — Svitolina aveva la possibilità di diventare una forza con cui fare i conti, a eccezione di Wimbledon.

La caduta

A New York aveva un break di vantaggio contro Madison Keys nel terzo set degli ottavi di finale. In quel preciso istante, la strada per imporre una nuova e più piena consapevolezza negli Slam era chiara. Poi, però, Svitolina è scivolata. Ha perso il break e quattro game di fila, lasciando il set per 6-4 e la partita a Keys, che poi da li è arrivata in finale, un proscenio al quale probabilmente Svitolina sentiva di appartenere.

Da quel momento, ha smesso di essere l’immagine della continuità. Poco ha senso nella sua carriera adesso, ma non è una situazione così negativa come si può pensare. Svitolina è infatti la giocatrice che rappresenta al meglio la volatilità del circuito femminile, un aspetto positivo per quanto imperfetto. Il modesto rendimento del 2019 è più evidente di quello del 2017, ma quando Svitolina gioca bene, fa impressione.

Le finali di stagione 2018 hanno lasciato tutti a bocca aperta, a Singapore e nel resto del mondo. Stava cambiando allenatore ed era all’apparente ricerca del peso di gioco ideale. Nel mezzo di una fase così delicata e di profonda incertezza, ha battuto le altre sette e conquistato il prestigioso torneo, mostrando di saper emergere dal nulla e sbaragliare la concorrenza.

La rinascita?

Così ha fatto a Wimbledon 2019. Pur possedendo la combinazione necessaria a raggiungere una semifinale Slam, non si era mai spinta tanto lontano a Wimbledon. Ha approfittato di un pizzico di fortuna con il ritiro di Margarita Gasparyan al secondo turno, ma non aveva certamente un tabellone da passeggio. Non ha sprecato l’occasione e si è sbarazzata di Maria Sakkari, Petra Martic e Karolina Muchova. Solo la precisione chirurgica di Halep (poi vincitrice del torneo) l’ha fermata, ma si era finalmente assicurata l’approdo in una semifinale Slam. La capacità di essere un elemento positivo inatteso era rimasta intatta.

La più grande sorpresa potrebbe essere ora proprio dietro l’angolo. Riuscirà Svitolina a trasformare il risveglio di Wimbledon in vittorie nella seconda parte della stagione? Ritroverà la forma che aveva nel 2017 per sfruttarla, con maggiore cognizione, agli US Open e poi nelle Finali di stagione?

Svitolina ha perso l’aura che la poneva automaticamente tra le favorite degli opinionisti. È per questo che ripresentarsi con la qualità di tennis del 2017 sarebbe la sorpresa perfetta, l’ultimo dei colpi di scena che minerebbe la “prevedibile imprevedibilità” dello stato attuale del tennis femminile. Vedremo se Svitolina sarà capace di sorprenderci ancora una volta nella trasferta nordamericana (per il momento ha perso nei quarti di finale a San Jose, ed è la testa di serie numero 6 a Toronto con una probabilità di vittoria del 4.9%, n.d.t.).

Elina Svitolina — unconventional can be encouraging

La disputa sbagliata

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 26 giugno 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sembra che tutti abbiano un’opinione sull’utilizzo da parte degli organizzatori di Wimbledon di una formula specifica per superficie per assegnare le teste di serie del tabellone di singolare maschile. Non è questa una decisione necessariamente negativa, ma comunque degna di approfondimento. Inoltre, la ridotta durata della stagione sull’erba del circuito attuale induce a ritenere ragionevole che proprio l’erba, più di qualsiasi altra superficie, meriti una formula a parte.

Poco tempo fa su Tennis with an Accent ho ripreso in un articolo alcune idee espresse su Twitter: tutti gli Slam dovrebbero usare una formula, eliminando il sorteggio dei tabelloni a favore di una struttura a sezioni nella maniera della NCAA (National Collegiate Athletic Association).

Il fatto che nei quattro tornei più importanti si giochi su tre (abbastanza) diverse superfici, significa che legare ciascuna a una formula separata onora la natura peculiare di ciascun evento. Questa è una argomentazione a sostegno di specifiche formule per l’assegnazione di teste di serie.

Si potrebbe però facilmente replicare in questo modo: i campi sono più omogenei in termini di velocità e di qualità del rimbalzo (o ricettività ai rimbalzi) rispetto al 1985? Senza ombra di dubbio. È quindi possibile sostenere che l’unicità di superficie dei campi non è poi così pronunciata come lo era un tempo, e che quindi non serve usare quel tipo di formule. Assolutamente ragionevole.

C’è poi un’altra ragione a favore: l’assegnazione delle teste di serie senza formule (in altre parole, come normalmente accade nei tornei) rende merito a dodici mesi di lavoro e risultati sul circuito. È positivo che vengano riconosciuti, no? Certamente.

Non è o giusto o sbagliato

Il tema di fondo di queste osservazioni è semplice: il dibatto tra ricorrere alle formule e farne a meno è un confronto tra posizioni che hanno entrambe ragion d’essere. Le formule vanno bene, ma anche la classifica è un giusto criterio. Non siamo di fronte a un nemico che va battuto, perché è tutto plausibile e agevolmente spiegabile.

In questo senso, non dovremmo essere ossessionati dal dibattito. Possiamo e dobbiamo averlo, ma non dovrebbe essere totalizzante. Sopratutto se esiste un problema a Wimbledon che è reale e dà vita a una vera parzialità nonché profonda ingiustizia.

Di cosa sto parlando? Non è difficile capirlo: gli uomini ricevono le teste di serie secondo una formula, le donne invece in assenza di formule. Non ci vuole uno scienziato, no? È un torneo con un tabellone maschile e uno femminile, i premi partita sono identici, il programma di gioco alterna partite praticamente su tutti i campi. Perché l’assegnazione delle teste di serie deve seguire due criteri distinti?

Sulla base dei 1200 punti conquistati con la finale dell’edizione 2018, Kevin Anderson ha ottenuto la numero 4 invece della numero 8 che gli sarebbe arrivata in assenza di una formula specifica per l’erba. Si tratta di un bel salto in avanti e un grande vantaggio, perché non dovrà affrontare nessuno dei Grandi 3 prima delle semifinali. Naturalmente, non è in discussione se Anderson meriti, o non meriti, la sua testa di serie. Il punto invece è che la campionessa di Wimbledon 2018 Angelique Kerber non riceve lo stesso trattamento. Se la formula fosse applicata anche per le donne, Kerber sarebbe più in alto della numero 5, come Serena Williams sarebbe più in alto della numero 11. Stesso discorso per la 18 di Julia Goerges.

Per entrambi o per nessuno

È bizzarro e deludente che l’attenzione sia rivolta quasi esclusivamente alla diatriba della formula o non formula, quando si dovrebbe unicamente fare pressione affinché, a partire dal 2020, Wimbledon applichi le sue regole in modo equo, onde evitare di creare un contesto di gioco per gli uomini e uno di altro tipo per le donne. Kerber non è da meno rispetto a Anderson. Oltretutto, ha vinto Wimbledon, mentre Anderson ha perso in finale. Eppure lui riceve una testa di serie più alta che a Kerber è negata.

Parità? Giustizia? Sono grandi ideali, che però Wimbledon non sta rispettando, almeno non in questa circostanza. La disputa è sbagliata se ci si concentra di più sulla testa di serie di Roger Federer e Rafael Nadal che sul trattamento favorevole concesso ad Anderson e non a Kerber.

Ahimè, il tennis ancora una volta ha commesso una sciocchezza (è toccato a Wimbledon) proprio prima di uno Slam. La morte, le tasse e l’autolesionismo del tennis alla vigilia di uno Slam. Un storia vista e rivista.

The wrong argument

Sono tutti d’accordo, serve un Master 1000 sull’erba

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 23 giugno 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Tutti sono d’accordo sulla necessità di avere un Master 1000 sull’erba. È un fatto. Ah è così? Non l’abbiamo mai detto, potreste pensare.

Tecnicamente e singolarmente, avete ragione. Qualcuno non lo ha mai effettivamente pensato e non crede che dovrebbe esserci un torneo sull’erba di quella categoria (o, per le donne, un Premier Mandatory o un Premier 5). Vero, per quanto non sia una certezza come due più due che fa quattro, lo è in termini di emozioni o parole, se non entrambe. È un fatto nello stesso modo in cui una persona si professa colpevole non con un’ammissione di reato, intimando invece il complice nella stanza (o al telefono o in una chiamata tracciata) a non rivelare il nome alla polizia, a chi d’interesse o a chi è in ascolto.

Penso abbiate capito dove stia andando a parare e, ovviamente, avendo iniziato in questo modo è d’obbligo arrivare a una conclusione. Prometto di essere breve, e senza digressioni.

A giugno, come al solito

La morte, le tasse, e quelli che parlano dei pochi giocatori tra i primi 10 che Roger Federer ha battuto nelle varie edizioni del torneo di Halle. Siamo a giugno. È un rituale d’inizio estate e della stagione sull’erba. I fatti sono accurati e nessuno sbaglia a citarli. Esistono e non si possono — e non si dovrebbe — negarli. Parlano da soli. Nel dettaglio però, cosa dicono esattamente?

Certo, un’interpretazione alquanto legittima è dire che Federer ha giocato contro avversari di second’ordine nella conquista dei dieci titoli ad Halle. Sulla base della mera classifica, è una prova oggettiva e non cerco di confutarla, perché si giustifica da sé e non ha senso negarla o ignorarla.
Però c’è una linea interpretativa altrettanto valida: non ci sono molti giocatori bravi sull’erba, nemmeno tra i primi 10. Dominic Thiem, Alexander Zverev, Kei Nishikori, che ha giocato spesso ad Halle in passato. O ancora Fabio Fognini e Karen Khachanov (Stefanos Tsitsipas è indirizzato verso una carriera d’eccellenza ma sull’erba non ha ancora ottenuto nulla di rilevante).

Avrebbe molto più valore o sarebbe più impressionante se Federer avesse battuto questi giocatori? Se avesse battuto Novak Djokovic o Rafael Nadal sull’erba, allora sarebbe un risultato prestigioso, ma quelli che ho elecato dei primi 10? Uhm. Batterli è una dimostrazione di forza maggiore rispetto ad altri avversari?

Mettiamola in questo modo: se Thiem riuscisse ad arrivare con regolarità in semifinale ad Halle e nei quarti di finale a Wimbledon e se gli altri avessero un alto rendimento più costante sull’erba, l’incapacità di Federer di giocarci contro (e vincere) emergerebbe più facilmente.

Gli altri non tengono il passo

Attualmente, ben pochi dei primi 20 del circuito godono di una reputazione sull’erba migliore di quella sulle altre superfici. Marin Cilic e Milos Raonic ne sono immediato esempio. Lo stesso vale per Kevin Anderson, infortunato per la maggior parte del 2019, che ha poco più di 3600 punti ma è comunque la testa di serie numero 4 a Wimbledon, precedendo Thiem, Zverev e Tsitsipas. È evidenza del fatto che nella bacheca degli altri dei primi 10 non si trovano trofei sull’erba. L’assoluta aridità di punti raccolti sull’erba ha permesso a Anderson — nonostante l’inattività — di trovarsi appunto tra le prime quattro teste di serie a Wimbledon.

L’ovvia sottintesa implicazione all’affermare che Federer non ha battuto nessuno dei primi 10 non potrebbe essere espressa più chiaramente dicendo che sarebbe interessante vederlo sfidarsi contro i più forti. Quando in molti citano la statistica dei primi 10 che Federer non ha battuto ad Halle, intendono per caso che vorrebbero un Master 1000 sull’erba? Probabilmente non è così, ma devono rendersi conto che, in sostanza, è quello che desiderano davvero.

Contestualizzando, è una certezza che tutti vogliono un Master 1000 sull’erba, se non anche tre.

Il verdetto è raggiunto, la seduta è tolta.

Everyone agrees Grass Masters 1000s, please

Teste di serie e tabelloni negli Slam

di Matt Zemek // Tennis with an Accent

Pubblicato il 26 giugno 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Ho scritto dei tweet in passato su come i quattro Slam dovrebbero assegnare le teste di serie e impostare i propri tabelloni. Prima dell’inizio di Wimbledon, voglio dare a queste idee una struttura nella forma di un articolo da utilizzare come punto di riferimento permanente.

Per prima cosa, credo nell’assegnazione delle teste di serie per gli Slam (e in generale per tutti i tornei) alla maniera della NCAA (National Collegiate Athletic Association). Questo significa sbarazzarsi dei sorteggi, e quindi di qualsiasi controversia relativa alla possibilità che vengano in qualche modo manipolati. Non penso che questo accada, ma fintantoché esistono, ci sarà sempre qualcuno che si chiederà se c’è qualcosa di non trasparente.

Nello stile della NCAA

Applicare il sistema di teste di serie nello stile della NCAA vuol dire impostare un ordine numerico rigido in un tabellone strutturato a sezioni. La testa di serie numero 1 gioca contro la numero 128, che non è il numero 128 del mondo, ma il giocatore la cui classifica è la più bassa tra i 128 partecipanti a uno Slam. La numero 2 gioca contro la 127 e così via, fino alla 64 contro la 65.

Sento già una critica evidente e giustificata: beh Matt, ma così vorrebbe dire ritrovare gli stessi accoppiamenti negli Slam quattro volte all’anno. E non è un bene per lo sport.

È una buona osservazione. In risposta, gli altri tre Slam potrebbero adottare il sistema in vigore a Wimbledon, cioè una formula specifica per superficie. In questo modo si riesce a modificare l’accoppiamento di teste di serie nei quattro Slam (o quantomeno in tre, visto che per gli Australian Open e gli US Open l’algoritmo sarebbe molto simile), evitando di sorteggiare il tabellone.

Naomi Osaka quindi avrebbe una testa di serie meno favorevole al Roland Garros. Angelique Kerber e Serena Williams invece ne avrebbero di più alte a Wimbledon. Garbine Muguruza sarebbe più in basso a Melbourne e New York. Ci sarebbe più varietà nelle teste di serie, in modo da ottenere una rotazione degli accoppiamenti estesa alle tre superfici.

Formule specifiche per Slam

Visto che sul cemento l’uso di una formula generica potrebbe determinare accoppiamenti molto simili agli Australian Open e agli US Open, per differenziare le teste di serie le due federazioni di Tennis Australia e USTA dovrebbero concepire una metodologia che utilizzi i risultati di metà della stagione o quelli di edizioni passate dei rispettivi tornei.

Qualcuno obietta che è proprio la casualità del sorteggio a renderlo divertente. E lo capisco. L’imprevedibilità rende lo sport interessante, non c’è dubbio. Perché il tennis dovrebbe farne a meno? È una domanda opportuna.

Fondamentalmente, la mia replica è questa. La testa di serie numero 1 ha acquisito il diritto al percorso migliore per la finale. Essere la numero 1 rispetto alla numero 4 dovrebbe fare differenza. Se le posizioni in classifica contano — un concetto basilare che il tennis e gli altri sport dovrebbero tentare di promuovere — la testa di serie numero 1 non dovrebbe essere costretta a giocare contro la numero 5 nei quarti di finale. Dovrebbe invece giocare contro la numero 8. È la numero 4 a dover giocare contro la numero 5.

La testa di serie numero 1 si è guadagnata il cammino più semplice. La casualità del sorteggio però si oppone al merito intrinseco su cui è costruito un tabellone a sezioni come quello dei tornei della NCAA.

Merito contro casualità

Un algoritmo specifico per superficie aggiungerebbe ancor più elementi di merito onorando i risultati ottenuti, o penalizzandone la mancanza, sulla determinata superficie. Dominic Thiem merita una testa di serie più alta al Roland Garros di quella di Roger Federer. Allo stesso modo, Simona Halep rispetto a Karolina Pliskova. Agli US Open 2018, Madison Kyes, che aveva la numero 14, sarebbe dovuta stare più in alto di Muguruza e di alcune altre giocatrici che invece erano immediatamente davanti a lei.

Si può premiare il rendimento, complessivo e su specifiche superfici.

Si può aderire a princìpi ferrei di composizione del tabellone e dare comunque vita a sufficiente varietà e novità negli accoppiamenti.

Si può comunque rendere interessante la selezione delle teste di serie negli Slam avendo rimosso la casualità e tutti gli altri aspetti che deludono di un sorteggio.

Così il tennis può comportarsi professionalmente in uno Slam. Non mi aspetto che accada, ma questo è il piano d’azione, se mai qualcuno volesse adottarlo.

How majors should seed and bracket tournaments

La sorprendentemente semplice verità sulle wild card

di Matt Zemek // Tennis With An Accent

Pubblicato il 20 giugno 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Qualche giorno fa, Wimbledon ha annunciato le wild card per il torneo. Erik Jonsson dello svedese Tennisportalen ha scovato le “linee guida” per l’uso delle wild card, che si possono trovare qui in inglese.

La verità sulle wild card — che si inseriscono in una discussione più ampia sulle tensioni tra il cambiamento e la continuità nel tennis — è più semplice di quanto si possa pensare. Potrei lanciarmi in un’articolata predica sulla necessità di riformare il metodo di assegnazione. Da un lato, sostenendo un sistema che ricompensi il merito rispetto a uno discrezionale, dall’altro illustrando un piano d’azione in cinque punti. Potrei parlarne in differenti modi e da diversi angoli…manterrò invece semplicità e brevità d’esposizione.

Conflitto d’interessi

Chi perde al primo turno di uno Slam intasca quasi 50 mila dollari, garantendosi di fatto una buona dose di indipendenza economica per il resto dell’anno. Se gli organizzatori si ergono in sostanza a decisori di alcuni dei posti nel tabellone principale o nelle qualificazioni, a discapito di altri giocatori, si è di fronte a un enorme conflitto d’interessi in uno sport in un cui i guadagni arrivano dalle vittorie e non da uno stipendio.

Si è parlato molto del tema nelle ultime settimane, da Vasek Pospisil a Taylor Fritz fino a un podcast di Billie Jean King, ma anche altrove, e di quanti soldi ha bisogno di guadagnare un professionista per generare risparmio (o quantomeno rimanere a galla). I lauti, e direi giustamente lauti, premi partita di un primo turno di uno Slam, che con 128 giocatori è il torneo più grande nel tennis, rappresentano l’accesso principale alla stabilità finanziaria per l’intero circuito.

Sono i tornei dello Slam a offrire al maggior numero di giocatori l’opportunità migliore per aumentare il conto in banca e poter conseguentemente investire in supporto esterno nella forma di allenatori o di miglior accesso alla medicina sportiva. È un concetto questo generalmente conosciuto e compreso a tutti i livelli del tennis. Se vi era sfuggito, nessun problema, ora ne siete al corrente.

Quindi, tenendo semplicemente questo in considerazione, ci si chiede: è giusto che, dalla loro posizione di immensa autorità, i quattro Slam abbiano la facoltà di scegliere chi entra nel tabellone principale o nelle qualificazioni, in funzione di tutto quello che sappiamo della struttura di governo nel tennis, dell’apparato amministrativo, del calendario, della dirigenza e degli aspetti economici?

Come le semifinali in due sessioni

La ritengo una domanda retorica, ma voglio dimostrare la tesi con un esempio altrettanto immediato.

Parlo spesso di un mio vecchio nemico, le semifinali in due sessioni separate. Al Roland Garros non si sono avute due sessioni separate per le semifinali in senso letterale, ma abbiamo visto come, in un contesto diverso, le pecche del calendario hanno creato una situazione di squilibrio tra i due finalisti del tabellone maschile, con un Rafael Nadal più riposato e un Dominic Thiem più stanco.

Nadal (per ripetere quanto scritto nel giorno della finale) è stato il più forte, meritando di vincere. Eppure, aver notato l’esistenza di un programma non equilibrato fa sorgere (e lo farà sempre) il dubbio se il risultato sarebbe potuto essere diverso in circostanze di mitigazione della stortura.

È questo l’aspetto basilare delle semifinali giocate in sessioni separate. Non determinano necessariamente il nome del vincitore o dello sconfitto, ma quasi sempre portano a interrogarsi su cosa sarebbe successo a ruoli invertiti, con il giocatore A nella seconda partita a tarda serata e il giocatore B nella prima partita del pomeriggio.

Una coltre d’incertezza

Il punto in questione non è che la programmazione ha deciso l’esito delle partite, ma che ha contribuito a generare una coltre d’incertezza sul risultato finale. Non ci dovrebbe essere una coltre d’incertezza nel tennis (e in nessun altro sport), se si può ragionevolmente evitare di crearla. In poche parole, le wild card creano questo tipo di coltre d’incertezza sui giocatori che cercano di sopravvivere nel circuito.

Questo giocatore, secondo uno standard largamente arbitrario, riceve il premio partita del primo turno, mentre quell’altro non è così fortunato. Ma non siamo già in presenza di uno sport in cui entità esterne possiedono un controllo troppo esteso sui giocatori e sulle circostanze e condizioni di gioco?

Dovremmo smettere di avere questa coltre d’incertezza per la quale giocatori come Nicolas Mahut non ricevono una wild card per il tabellone principale (evidentemente l’epica maratona contro John Isner non gli ha conferito abbastanza leva al riguardo), rispetto a chi invece beneficia di questo prezioso lasciapassare a fronte di risultati sul campo obiettivamente inferiori.

Integrità e correttezza

Si è consapevoli che uno sport possiede relativamente più integrità e correttezza quando è legittimamente impossibile contestare motivazioni o procedure alla base dei criteri di ammissibilità ai tornei più prestigiosi.

Il tennis avrebbe relativamente più integrità e correttezza se le wild card venissero abolite e le sole determinanti dell’accesso al tabellone fossero la classifica o le vittorie. Allo stato attuale invece, chiunque può legittimamente contestare le decisioni che vengono prese, soprattutto dai quattro tornei principali.

Per questo la problematica delle wild card non ha bisogno di un piano d’azione in cinque punti o di un lungo elenco di sottili spiegazioni. Semplicemente, è uno strumento da abolire, così da poter rimuovere la coltre d’incertezza che gravita sul Wimbledon Village e sulla sede degli altri tre Slam.

The surprisingly simple truth about wild cards