Nadal nelle retrovie

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 10 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

(Con aggiornamento al 12 gennaio che considera le ultime due partite di Nadal all’ATP Cup e corregge alcuni errori nelle statistiche di seconda schermata inizialmente presenti sull’app dell’ATP).

Uno degli aspetti su cui più farò attenzione per la stagione 2020 del circuito maggiore è la posizione dei giocatori alla risposta, in particolare se si sistemeranno ancora più lontano dalla linea di fondo di quanto tipicamente già accade. A qualsiasi appassionato di tennis è capitato di vedere una partita in cui il giocatore in procinto di rispondere a un servizio nel lato più vicino all’inquadratura non riesce a essere visibile perché troppo attaccato alla fine del campo. E non solo quando a servire ci sono John Isner o Ivo Karlovic.

Durante la telecronaca della partita tra Rafael Nadal e David Goffin all’ATP Cup, ho sentito Jim Courier affermare che Goffin stava traendo vantaggio dalla posizione estremamente arretrata di Nadal alla risposta grazie a un servizio più lento e angolato. È il classico gioco del gatto e del topo: il giocatore al servizio spara cannonate sulla prima di servizio, il giocatore alla risposta retrocede per avere più tempo, il primo inizia a cercare gli angoli fino a che il secondo non reagisce nuovamente con un’altra mossa. Spesso però è solo teoria, perché molti giocatori non calibrano il servizio in funzione della posizione alla risposta dell’avversario, o perché non riescono a percepirlo nella specifica fase della partita, o perché non sono così efficaci nel servire più lentamente e usare gli angoli.

Davvero i giocatori si mettono ancora più indietro?

Sembrerebbe di si. Siamo però in presenza di un comportamento consolidato o si tende a notarlo di più solo quando succede? Le statistiche di seconda schermata dell’ATP danno indicazione della posizione alla risposta per le partite che beneficiano del sistema di moviola istantanea Hawk-Eye.

Sono tre le forme principali in cui viene fornito il dato: (a) una posizione complessiva o combinata, (b) la posizione alla risposta sulla prima di servizio e (c) la posizione alla risposta sulla seconda di servizio. C’è un’ulteriore suddivisione in intervalli temporali, che induce però in confusione. Per la prima e la seconda di servizio, la seconda schermata ha la categoria “Attuale” e quella “Storico”. La prima, Attuale, fa riferimento alla posizione assunta durante la partita in corso. Non si conosce invece il periodo coperto dalla categoria Storico.

Per la posizione complessiva o combinata, ci sono quattro periodi: “Attuale”, “Storico”, “Anno in corso” e “Anno scorso”. Quest’ultimo periodo non è disponibile per alcuni tra i giocatori di bassa classifica, quindi credo che sia relativo a una determinata stagione nel caso un giocatore non abbia statistiche della stagione precedente su campi con Hawk-Eye nel tabellone principale dei tornei ATP. Possiamo inoltre supporre che con Storico non si intenda solo “la stagione passata”.

Ad esempio, Tallon Griekspoor non aveva alcuna statistica della categoria Anno scorso nelle sue due partite con statistiche di seconda schermata nel 2019, pur avendo dati della categoria Storico per una di quelle. Presumibilmente, Storico non è nemmeno “Alla data di oggi”, perché quella casistica dovrebbe rientrare nella categoria Anno in corso. I giocatori che hanno statistiche sia per Anno in corso che Storico non possiedono gli stessi numeri in entrambe, quindi c’è qualcosa di diverso.

Possibili conclusioni provvisorie

È decisamente difficile individuare una tendenza quando la variabile temporale è così vaga. Possiamo comunque provare a trarre alcune conclusioni provvisorie di carattere generico sulla base di quello che abbiamo.

Dal campione di partite del 2019 ho eliminato quelle che non hanno numeri sulla posizione alla risposta per le categorie Anno in corso e Anno scorso. Purtroppo si perde quasi il 25% dell’insieme, ma rimangono comunque quasi 1400 partite-giocatore. In media, la posizione alla risposta per la categoria Anno in corso (2019) è stata di 1.09m dietro la linea di fondo. In media, la posizione alla risposta per la categoria Anno scorso (2018) è stata di 0.85m dietro la linea di fondo.

Serve sottolineare che le statistiche di seconda schermata erano disponibili per molte meno partite del 2018, quindi qualsiasi numero basato su quei dati rischia di essere limitato dalla dimensione del campione e dalla scelta delle partite.

In altre parole, ho utilizzato i numeri della categoria Anno scorso inclusi nelle statistiche di seconda schermata per il 2019 e non le statistiche di seconda schermata effettive del 2018. Questo perché immagino che l’insieme delle statistiche di seconda schermata per il 2018, catalogate come Anno scorso nelle statistiche del 2019, siano migliori dei calcoli che posso fare sulla categoria Anno scorso utilizzando il guazzabuglio di cifre in giro su internet per il 2018.

Dai 10 ai 20 cm più indietro

Ho adottato la stessa metodologia con le partite-giocatore in possesso di numeri sulla posizione alla risposta sia per Anno in corso che per Storico. In media, la posizione alla risposta per questo insieme (circa 1600 partite-giocatore) nel 2019 è stata di 1.11m dietro la linea di fondo, mentre in media per la categoria Storico era di 1.01m dietro la linea di fondo.

Ho effettuato un’ulteriore scomposizione per posizione alla risposta sulla prima di servizio e sulla seconda. La media della categoria Attuale sulla prima per queste 1700 partite-giocatore è stata di 1.43m dietro la linea di fondo, e la media Storico sulla prima era di 1.25m. Sempre per queste circa 1700 partite-giocatore (ma non esattamente le stesse che per la prima di servizio) la media della categoria Attuale sulla seconda di servizio era di 1.08m, mentre la media Storico era di 0.90m dalla linea di fondo.

Si può in via provvisoria concludere che, complessivamente, la posizione alla risposta si è allontanata in media dalla linea di fondo di una distanza tra i 10 e i 20 cm. Più difficile dire da quando ha avuto inizio questo spostamento.

Ne fa parte anche Nadal?

Nel 2019, le statistiche di seconda schermata non riportavano dati della categoria Anno scorso per Nadal, forse perché nel 2018 non aveva giocato nessuna partita sul cemento nei tornei con Hawk-Eye e con statistiche di seconda schermata. La posizione combinata di Nadal per la categoria Attuale (2019) è stata di 3.23m dietro la linea di fondo, mentre per la Storico era di 3.15m. Sembra però che questo dipenda interamente dalla posizione sulla seconda di servizio.

Sulla prima, la posizione Attuale è stata di 3.53m contro una posizione Storico di 3.60m, a evidenziare che si è avvicinato, anche se di poco, sulla risposta alla prima di servizio, almeno nelle 27 partite del campione del 2019. Per contro, la posizione sulla seconda per la categoria Attuale è stata di 2.73m, rispetto alla categoria Storico di 2.42, una differenza importante.

Fa sorridere il fatto che, in generale, contro Goffin Nadal non stava nelle retrovie. Alla risposta sulla prima era a 1.53m dalla linea di fondo e, sulla seconda, praticamente sulla linea di fondo a 0.08m. Ma si tratta ovviamente solo di medie per la durata della partita. Quando Courier ha commentato sulla strategia di Goffin, Nadal si trovava a ben più di 1.53m dalla linea di fondo, e Goffin ha poi servito una prima lenta a uscire sul lato delle parità.

A Goffin non serviva riconoscere una tendenza, ma semplicemente osservare la posizione di Nadal per quel preciso punto e momento della partita. Perché Goffin non ha una statura da gigante, ma è molto intelligente. È per questo che penso che, se esiste una tendenza, ci si divertirà a vedere come (e se) i giocatori al servizio costringeranno quelli alla risposta a riavvicinarsi alla linea di fondo. Spero solo che non sia con un servizio sottomano.

Il senso di Nadal per l’indietreggiamento

Nell’analisi dei dati di seconda schermata, ho notato un altro aspetto, cioè l’arretramento della posizione alla risposta di Nadal con l’avanzare della partita. Per ciascuna delle 27 partite nei dati di seconda schermata del 2019, e nelle quattro dell’ATP Cup nel 2020, ho confrontato la posizione media di Nadal alla risposta da un set all’altro, e separatamente per prima e seconda di servizio. In media, risponde alla prima di servizio altri 0.25m indietro nel secondo set rispetto al primo. Per la seconda, l’esito è meno accentuato (e più variabile), appena 0.06m più indietro.

Ci sono solo 3 partite andate al terzo set delle 31 considerate, quindi è complicato trarre conclusioni definitive, ma alla risposta sulla prima di servizio nel terzo set Nadal indietreggia di altri 0.15m rispetto al secondo set, mentre sulla seconda va ancora più lontano dalla linea di fondo, spostandosi di ben 0.38m rispetto al secondo set. È un dettaglio da tenere d’occhio.

Ho costruito due grafici per illustrare il concetto. L’immagine 1 si riferisce alla posizione di Nadal sulla prima di servizio, l’immagine 2 sulla seconda. Concentriamoci per un istante solo sui triangoli. Supponiamo che l’asse delle ascisse sia la linea di fondo di un campo, e che i triangoli siano la posizione media alla risposta di Nadal in una partita.

Una rappresentazione visiva

Ogni partita è sulla linea verticale della griglia del grafico. I triangoli blu sono il primo set, i rossi il secondo e, in caso di terzo set, il triangolo è verde. In quasi tutte le partite il triangolo blu (primo set) si trova più in basso (più vicino alla linea di fondo) del triangolo rosso, anche se ho riscontrato più variazioni alla risposta sulla seconda di servizio. La variazione è rappresentata dalla linea frastagliata del grafico, che registra semplicemente la differenza tra la posizione del primo e del secondo set (ignorando il terzo). Se la linea è al di sopra dell’asse delle ascisse, Nadal si è posizionato più indietro nel secondo set di quanto abbia fatto nel primo, e vice versa.

Da ultimo, la colorazione sullo sfondo indica i diversi tornei, quindi il primo blocco mostra che le prime quattro partite sono di un torneo, il secondo che le successive cinque sono di un altro, e così via. La colorazione blu è per il cemento e quella gialla per la terra battuta. Si nota una differenza significativa, particolarmente alla risposta sulla prima, nella posizione di Nadal sul cemento rispetto a quella sulla terra.

IMMAGINE 1 – Posizione media di Nadal alla risposta sulla prima di servizio

IMMAGINE 2 – Posizione media di Nadal alla risposta sulla seconda di servizio

Non c’è un ordine preciso per i tornei, perché non sono grafici che misurano una tendenza temporale ma, se siete curiosi, da sinistra a destra la sequenza è: Indian Wells Masters, Internazionali d’Italia, Madrid Masters, Finali di stagione, Canada Masters, Masters di Parigi Bercy, Monte Carlo Masters e ATP Cup.

Rafa in Retreat

Gli scambi lunghi sono la kryptonite dei giocatori americani?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 7 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Pur a distanza di anni dal ritiro, Marat Safin continua a fornire spunti di conversazione tennistica. Durante una partita contro Taylor Fritz, il capitano della Russia all’ATP Cup si è così rivolto a Karen Khachanov, giocatore della sua squadra:

Non è un’affermazione che si riesce intuitivamente a sottoporre a esame numerico. Non so come si possa quantificare una tattica di alto impatto finalizzata a intimorire, o come identificare, e ancor meno misurare, tentativi di spaventare l’avversario. Per non parlare del concetto di giocatore finito per via di uno scambio lungo. Ma se con “per loro è finita” s’intende che non hanno molte probabilità di vincere, abbiamo finalmente un elemento verificabile.

Molti appassionati possono trovarsi d’accordo con la generalizzazione che i giocatori americani hanno un servizio potente, oltre a uno stile aggressivo che non lascia grande spazio alla finezza. È certamente il caso di John Isner, e Sam Querrey non si discosta troppo dalla descrizione. Sebbene il servizio di Fritz produca una buona dose di ace e secondi colpi di facile chiusura, non ha uno stile così monodimensionale.

Per Taylor Fritz non è finita

Con i dati raccolti dal Match Charting Project, ho calcolato delle statistiche sulla durata degli scambi per i 70 giocatori con almeno 20 partite nel database nell’ultimo decennio. Troviamo cinque americani (Fritz, Isner, Querrey, Steve Johnson e Jack Sock) e molti degli altri giocatori a cui normalmente si fa riferimento come presenze regolari sul circuito.

La definizione di Safin di tattica ad alto impatto considera implicitamente gli scambi fino a un massimo di quattro colpi, cioè quei punti che vengono vinti o persi nei primi due colpi di ciascun giocatore. Gli scambi più lunghi sono quelli in cui, apparentemente, gli americani subiscono l’avversario.

Così è per Isner, che vince solo il 40% dei punti quando lo scambio raggiunge i cinque colpi, il peggior rendimento nel campione considerato. Rispetto a Isner, anche Nick Kyrgios (44%) e Ivo Karlovic (45%) sembrano dei giocatori solidi sullo scambio. Nikoloz Basilashvili ha la percentuale migliore al 56% e non sorprende che Rafael Nadal sia secondo con il 54%, di un nulla davanti a Novak Djokovic. Con il 50.2%, Frizt è al 28esimo posto su 70, nella zona di giocatori come Gael Monfils, Roberto Bautista Agut e Dominic Thiem. Inoltre, se detestate i luoghi comuni come li detesto io, Fritz si fa notare per essere quasi 20 posizioni più in alto di Khachanov, che vince il 48.5% dei punti che durano almeno cinque colpi.

Più dati

La tabella elenca venti dei 70 giocatori del campione, in parte della zona alta e in parte di quella bassa, insieme a tutti gli americani e ad altri nomi di interesse. Per ciascun giocatore, ho calcolato la percentuale di punti vinti negli scambi di 1 o 2 colpi (servizio e risposte vincenti), di 3 o 4 colpi (scambi con servizio e risposta seguita da un colpo) e di 5 o più colpi. I giocatori sono ordinati sulla base dell’ultima colonna (%V 5+).

Class  Giocatore      %V 1-2  %V 3-4  %V 5+  
1      Basilashvili   43.7%   54.1%   55.8%  
2      Nadal          52.7%   51.6%   54.3%  
3      Djokovic       51.8%   54.6%   54.0%  
4      Nishikori      45.5%   51.2%   53.9%  
11     Federer        52.9%   54.9%   52.1%  
22     Kohlschreiber  50.1%   50.1%   50.7%  
28     Fritz          51.1%   47.2%   50.2%  
30     Sock           49.0%   46.5%   50.2%  
31     Zverev         52.8%   50.3%   50.0%  
32     Del Potro      53.8%   49.1%   50.0%  
34     Murray         54.3%   49.5%   49.4%  
39     Medvedev       53.9%   50.4%   49.0%  
43     Tsitsipas      51.4%   50.5%   48.6%  
44     Khachanov      53.7%   48.1%   48.5%  
48     Johnson        49.2%   48.8%   48.3%  
61     Querrey        53.5%   48.0%   46.2%  
62     Berrettini     53.6%   49.3%   46.1%  
66     Karlovic       51.8%   43.9%   44.9%  
68     Kyrgios        54.6%   47.4%   44.2%  
70     Isner          52.3%   48.3%   40.2%

Fritz è uno dei pochi che vince più della metà degli scambi più brevi e più della metà degli scambi più lunghi. La prima categoria può essere il risultato di un servizio potente, come è probabilmente il caso dello stesso Frizt, e come è sicuramente per Isner. Non serve però avere un grande servizio per vincere più della metà dei punti da 1 o 2 colpi. Nadal e Djokovic fanno molto bene in quella categoria (come in praticamente tutte le altre), in virtù della loro capacità di annullare il servizio dell’avversario.

Due nomi inaspettati

Tralasciando per un momento gli americani, si potrebbe rimanere sorpresi da quei giocatori con percentuali positive di vittoria in tutte e tre le categorie. Nadal, Djokovic e Roger Federer vi rientrano, ciascuno con abbondante margine. Gli altri due invece sono nomi inattesi. Philipp Kohlschreiber supera di pochissimo la neutralità in entrambe le tipologie di scambi brevi, ed è un po’ meglio (50.7%) su quelli lunghi. Alexander Zverev si qualifica per il rotto della cuffia, vincendo appena di più della metà degli scambi lunghi (è un 50.0% arrotondato per eccesso).

Si tratta inevitabilmente di dati incompleti, quindi è possibile che, con una base di altro tipo, il risultato di uno o anche di entrambi i tedeschi rimanga molto lontano dal 50%, ma i loro numeri arrivano da un insieme decisamente abbondante di partite.

Per tornare a Fritz, Isner e compatrioti, Safin potrebbe aver ragione a dire che vogliono intimorire con un paio di colpi ad alto impatto. Con il solo servizio, Isner ha sicuramente messo paura a molti dei suoi avversari. Eppure Fritz, il giocatore che ha generato il commento di Safin, ha un gioco molto più completo di quanto il capitano della Russia gli abbia riconosciuto. Khachanov ha poi vinto quella partita e, almeno in questa fase delle rispettive carriere, è dei due il giocatore migliore. Non però negli scambi lunghi. Ampliando l’orizzonte di analisi, è Khachanov che dovrebbe evitare di farsi trascinare negli scambi lunghi, non Fritz.

Are American Players Screwed Once You Drag Them Into a Rally?

La giornata storta di Aleksandre Metreveli non è stata così terribile

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 5 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione 2020 di Roberto Bautista Agut è iniziata sotto il migliore degli auspici quando, alla ATP Cup, ha sconfitto il numero 2 georgiano Aleksandre Metreveli con l’imbarazzante punteggio di 6-0 6-0. Le vittorie senza game per l’avversario sono estremamente rare sul circuito maschile, con meno di 100 negli ultimi tre decenni.

Circa il 25% di quei 6-0 6-0 arrivano da partite della Coppa Davis, la competizione in cui è più probabile che questo accada. L’incrocio dei singolaristi, la parte della sfida in cui si affrontano il miglior giocatore di una nazione e il secondo migliore dell’altra (ormai praticamente defunta con il nuovo formato), genera risultati particolarmente a senso unico.

Così non è per l’ATP Cup, ma Bautista Augut è più forte di molti numeri 1 nazionali, e Metreveli è in quella manciata di giocatori questa settimana che altrimenti non troverebbe posto in un torneo del circuito maggiore. Eppure, non è stata una demolizione così catastrofica. La partita è durata 72 minuti, più di tutte le altre 59 con lo stesso punteggio di cui possiedo le statistiche. È stato solo il quarto 6-0 6-0 ha superare l’ora di gioco. Il precedente record apparteneva a Guillermo Canas che agli Internazionali d’Italia nel 2005 aveva annientato in 65 minuti Juan Monaco. Delle 120 partite per 6-0 6-0 sul circuito femminile di cui possiedo le statistiche, nessuna è mai andata oltre i 67 minuti.

Un po’ di contesto

Sulla durata di una partita possono incidere la routine dei giocatori o il comportamento del pubblico, ma non il numero dei punti giocati. Anche sulla base di questa statistica Metreveli ha fatto meglio di quanto il punteggio indichi. Ha tenuto in campo Bautista Agut per 97 punti, più a lungo di tutte le altre partite tranne tre. In media, servono solo 74 punti per un doppio 6-0. Più di 150 partite della scorsa stagione non hanno superato i 97 punti, tra cui diverse finali e un paio con un set terminato 7-5.

Un altro modo per considerare l’equilibrio di una partita è dato dalle palle break salvate. Il punteggio prevede che Metreveli non abbia mai fatto un break e che Bautista Agut ci sia riuscito sei volte. Metreveli però si è difeso duramente dalla risposta di Bautista Agut, salvando otto palle break. Solo quattro giocatori tra i 59 che hanno perso per 0-6 0-6 erano riusciti a salvare così tante palle break.

Opportunità di doppio 6-0

Bautista Agut ha vinto l’83% dei punti al servizio, rispetto al solo 40% di Metreveli. Se nessuna striscia inusuale di punti vinti o persi avesse interrotto queste frequenze di conversione, Bautista Agut avrebbe tenuto il 98.9% dei servizi a fronte del 26.4% di Metreveli. Per vincere i dodici game, Bautista Agut doveva tenere il servizio sei volte e fare altrettanti break. Sulla base di quella frequenza di tenuta del servizio, la probabilità di riuscirci era del 14.8%. Detto in altro modo, se questi due giocatori avessero continuato a tenere quel livello su un campione più ampio di partite (perdonami, Aleksandre!), ci sarebbe stato un doppio 6-0 solo all’incirca in una partita su sei.

Vale la pena ribadirlo, la prestazione di Metreveli si fa notare per essere una delle più solide in un punteggio di 6-0 6-0. Solo cinque tra le precedenti 59 partite di questo gruppo avevano una probabilità così ridotta di terminare con uno dei due giocatori senza game sul tabellone.

In funzione della probabilità di doppio 6-0, otto partite del 2019 sono state più a senso unico di questa, e solo una è terminata con dodici game di fila. Tre dei giocatori sconfitti hanno evitato lo zero in entrambi i set.

Torneo         Vincitore    Sconfitto    Punteggio    Prob 6-0 6-0 
Winston Salem  Fratangelo   Weintraub    6-0 6-0      63.5%  
Los Cabos      Granollers   Gomez        6-0 6-1      24.6%  
Us Open        Federer      Goffin       6-2 6-2 6-0  19.9%  
Estoril        Dav. Fokina  Chardy       6-1 6-2      18.5%  
Acapulco       Millman      Gojowczyk    6-0 6-2      17.2%  
Internaz. It   Nadal        Basilashvili 6-1 6-0      16.6%  
Miami          Car. Baena   Kudla        6-1 6-2      16.6%  
Tokyo          Djokovic     Pouille      6-1 6-2      15.5%

(E Metreveli è stato più valoroso contro Bautista Agut di quanto abbia fatto Nikoloz Basilashvili contro Nadal a Roma, anche se poi la vittoria di Nadal per 6-3 7-5 all’ ATP Cup è stata un po’ più equilibrata.)

Con questo non si può certo sostenere che Metreveli abbia avuto un debutto positivo all’ATP Cup. I doppi 6-0 sono però così rari che tendono a generare notizia, mettendo in secondo piano le specificità. Per il modo in cui ha giocato, Metreveli meritava una sconfitta più consona, con almeno uno o due game a suo favore.

Aleksandre Metreveli’s Bad Day Wasn’t Double-Bagel Bad

Il Metodo Medvedev o i possibili meriti di due prime di servizio

di Tyler Park e Ricky Dimon // The Grandstand

Pubblicato il 2 ottobre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In questi mesi, Daniil Medvedev ha vinto una partita dietro l’altra (da ultimo tutte quelle dello Shanghai Masters appena conclusosi, n.d.t.). Protagonista della trasferta americana estiva, ha giocato quattro tornei sul cemento arrivando sempre in finale, anche agli US Open. C’è stato però un momento del Cincinnati Masters in cui sembrava che non sarebbe andato avanti. Dopo aver perso il primo set per 3-6 nella semifinale contro il numero 1 Novak Djokovic, Medvedev era destinato a subire il ben noto trattamento che la maggior parte degli avversari di Djokovic riceve, una sconfitta senza appello. Esausto per l’ennesima lunga settimana di partite, non aveva più nulla da perdere. Ha deciso quindi di provare una tattica all’apparenza folle.

La follia apparente della semifinale di Cincinnati

Nei due set finali della partita, Medvedev ha iniziato a servire “prime” aggressive sia sulla prima che sulla seconda di servizio raggiungendo, in entrambi i casi, velocità anche superiori a 193 km/h, per costringere Djokovic, pur nel rischio di commettere doppi falli, a una risposta più debole. Nel secondo e terzo set, la velocità media della seconda di servizio è cresciuta di 18 km/h.

“Di solito aumento la potenza della seconda quando il servizio non sta girando bene, e Djokovic mi stava distruggendo nel primo set”, ha spiegato Medvedev in conferenza stampa. “A un certo punto mi sono detto, perché continuare con seconde normali se tanto perderò il punto. Da li in poi ho iniziato a vincere molti più punti”.

Chiudendo per 3-6 6-3 6-3, Medvedev ha ottenuto una clamorosa vittoria a sorpresa contro un avversario che quasi mai si lascia sfuggire il traguardo quando è avanti nel punteggio. Djokovic, la cui intelligenza tennistica riesce a risolvere qualsiasi problema sul campo, è rimasto totalmente spiazzato dall’insolita strategia di Medvedev. “Non mi è capitato spesso un avversario che serve così pesante sulla seconda, praticamente come se fossero due prime, e per una fase lunga di gioco”, ha dichiarato Djokovic. “Se un giocatore serve la seconda a 206 km/h (128 mph), c’è solo da congratularsi”.

Alcuni fattori hanno reso efficace la strategia di Medvedev, che ha sconfitto in finale David Goffin e vinto a oggi il torneo più importante in carriera (insieme allo Shanghai Masters arrivato successivamente, n.d.t.). Il primo è che Medvedev sa servire bene. Imprime alla pallina molta forza e pochissimo effetto, e a 198 cm di altezza il margine di errore sopra la rete è superiore a quello della maggior parte dei giocatori. Il secondo è che, durante la semifinale, il servizio è stato più accurato del solito.

Nonostante una tattica molto offensiva, Medvedev ha commesso solo 4 doppi falli, a fronte di 14 ace. Da ultimo, Djokovic è un giocatore spettacolare alla risposta, generalmente riconosciuto come il più forte di sempre. Unisce flessibilità impensabile con riflessi incredibili, che servono a distruggere qualsiasi certezza che un avversario possa avere al servizio. Negli ultimi dodici mesi, Djokovic ha vinto la percentuale assurda del 55.2% di punti alla risposta sulla seconda, preceduto sul circuito solo da Rafael Nadal e Diego Schwartzman. In ognuna delle ultime 10 stagioni si è classificato tra i primi cinque in questa statistica. Non è il numero 1 del mondo per puro caso.

Un russo poco ortodosso

È la volontà di Medvedev a ricercare soluzioni atipiche a separarlo dai colleghi della stessa generazione. Possiede colpi poco ortodossi: in un’era di intenso uso della rotazione, colpisce la pallina di piatto e con violenza, sia dal lato del dritto che del rovescio. Non si tira poi indietro nel fare affermazioni o tenere comportamenti anomali nel migliore dei casi e chiaramente scortesi nel peggiore. Nella partita di Cincinnati però ha colto un’intuizione. Che porta a pensare…cosa succerebbe se un giocatore decidesse di servire sempre due prime?

La saggezza popolare segnala che un giocatore dovrebbe evitare a tutti i costi di commettere doppi falli. A prima vista, è un’interpretazione ragionevole. Servendo un doppio fallo, si hanno zero probabilità di vincere il punto. Servendo invece la seconda in campo, a prescindere da quanto debole sia, esiste comunque una probabilità teorica di vincerlo. Il problema è che, contro un giocatore come Djokovic, anche servendo una seconda valida le probabilità sono abbastanza ridotte.

Si tratta quindi, almeno per qualche specifica situazione, di provare qualcosa di nuovo? Nel corso degli anni, si è assistito a cambiamenti radicali in molti sport (tra tutti il rimescolamento della difesa nel baseball, ma anche la moltiplicazione dei lanci nel football americano e del tiro da tre nella NBA): anche il tennis è in grado di usare le statistiche come ausilio al superamento di schemi di pensiero datati? Una delle possibilità può prendere il nome di “Metodo Medvedev” o, in termini meno altisonanti, servire due prime di servizio.

Il Metodo Medvedev

La tabella mostra le statistiche al servizio degli ultimi 12 mesi dei primi 10 giocatori della classifica (con statistiche fino al 15 settembre 2019). La frequenza di seconde di servizio include i doppi falli, che sono conteggiati come punti persi sulla seconda. L’ultima colonna indica la frequenza di punti vinti con il Metodo Medvedev di servire due prime di servizio. La percentuale di punti vinti con il Metodo Medvedev è data da:

% di prima di servizio X % di punti vinti sulla prima di servizio

nell’assunto che il giocatore abbia già sbagliato la prima. Se utilizza il Metodo Medvedev, la percentuale di vittoria è uguale alla probabilità che il servizio aggressivo entri moltiplicata per la probabilità che vinca il punto dopo che un servizio valido. Naturalmente, l’evidente controindicazione è data dal fatto che se il servizio è fuori, il giocatore ha commesso doppio fallo.

Prendiamo Djokovic, che è in cima all’elenco. La sua percentuale di vittoria con il Metodo Medvedev è calcolata come 65.5% x 75.9% = 49.7%. Con una seconda di servizio tradizionale, Djokovic vince il 57.2% dei punti. Sulla base di questi numeri, il Metodo Medvedev non sarebbe per lui una strategia efficace. Probabilmente è perché Djokovic è talmente superiore da fondo che non ha bisogno di un servizio dominante per vincere lo scambio, nemmeno sulla seconda. Lo stesso ragionamento sembra valere per altri, come Nadal o Kei Nishikori, che giocano principalmente da fondo, ma non è diffuso in maniera universale tra tutti i giocatori di vertice.

Il caso di Zverev

Alexander Zverev, numero 6 del mondo, rappresenta un esempio molto interessante. Zverev ha diversi punti in comune con Medvedev. Anche lui è alto 198 cm, con una mobilità fuori dalla media e colpi ad alta velocità di esecuzione. Ci sono però delle differenze. È possibile che Zverev imprima più potenza, e i suoi colpi hanno maggiore rotazione. Medvedev al contempo colpisce più di piatto e con maggiore continuità.

Tuttavia, ai fini di questo studio la differenza principale risiede nella modalità di servizio di Zverev. Con un fisico magro e scattante, Zverev riesce a servire prime anche a 220 km/h. Le statistiche lo confermano, visto che è al ventesimo posto di 85 giocatori del circuito per percentuale di punti vinti sulla prima. Quando però sbaglia la prima, le cose peggiorano sensibilmente. Nella recente sconfitta agli ottavi di finale degli US Open contro Diego Schwartzman, Zverev ha commesso 17 doppi falli. Molte delle seconde non hanno superato i 112 km/h. Non sono episodi isolati: degli 85 giocatori considerati è ultimo nella percentuale di punti vinti sulla seconda e 84esimo nell’evitare doppi falli!

Opinionisti e analisti avanzano ipotesi di mancanza di tenuta mentale, in modo simile a quanto successo ad esempio a Tiger Woods nel golf in tema di gioco di avvicinamento. Anche se nasce per lui da circostanze negative (come è successo nella finale di Shanghai, in cui ha perso il primo set con due doppi falli di fila, n.d.t.) , Zverev è il soggetto ideale per l’applicazione del Metodo Medvedev. I dati evidenziano che vincerebbe ben il 4% dei punti in più se servisse un’altra prima al posto della seconda. Non sembra molto, ma nella finale degli US Open Nadal ha vinto il 52% dei punti contro il 48% di Medvedev. Il 4% aggiuntivo può separare un campione Slam da un finalista. Zverev avrebbe ampio margine per permettersi di rischiare più doppi falli con seconde di servizio più potenti, perché già così commette moltissimi doppi falli. Magari vincerebbe qualche punto in più quando la seconda entra, giusto?

Il Metodo Medvedev funziona meglio con i grandi servitori?

Vale la pena fare una verifica anche con i giocatori dal servizio più potente del circuito. Il Metodo Medvedev fa affidamento su una solida prima di servizio con cui si vincono molti più punti di una tipica seconda, e in tema di servizi efficaci, questi giocatori sono i più forti in circolazione.

La tabella mostra i primi cinque giocatori del circuito secondo la metrica Serve Rating dell’ATP. Ho aggiunto anche Juan Martin Del Potro, un altro giocatore dal servizio imprendibile ed ex numero 3 del mondo, che ha perso posizioni in classifica per via dei continui infortuni. È interessante notare come il Metodo Medvedev è una strategia con molta più valenza per questo gruppo di giocatori che per i primi 10. Tre su sei — John Isner, Nick Kyrgios e Del Potro — beneficerebbero, almeno in linea teorica, dal servire due prime.

Alcuni appassionati non approveranno di certo questo tipo di cambiamento, visto che giocatori dal servizio così incisivo sono stati soprannominati, in tono derisorio, macchine da servizio per la loro marcata dipendenza da questo colpo. Il Metodo Medvedev porterebbe ad ancora più ace e doppi falli. Ma non è una strategia che si limita al servizio. La ragione principale dell’efficacia della prima di Del Potro risiede nella difficoltà del giocatore alla risposta di evitare che colpisca poi con il dritto, che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Del Thortro” da Roger Federer in persona, perché sprigiona potenza simile a quella di un martello.

O è in realtà il Metodo Bublik?

Alexander Bublik ha qualche tratto in comune con Zverev, come ad esempio essere entrambi nati in Russia e con un fisico alto e asciutto, anche se Bublik rappresenta il Kazakhstan nelle competizioni ufficiali (e Zverev è tedesco). Condividono anche il soprannome, Sascha per Zverev e Sasha per Bublik. Il profilo statistico di Bublik lascia intendere che potrebbe candidarsi con successo a sperimentare il Metodo Medvedev. In realtà, lo sta già provando, più di Medvedev stesso e più di qualsiasi altro giocatore del circuito! Pur di fronte a statistiche non così schiaccianti come quelle di Zverev, la frequenza di punti vinti da Bublik sulla seconda di servizio e la sua frequenza con il Metodo Medvedev sono abbastanza ravvicinate da far pensare che trarrebbe beneficio dall’usarlo nei giusti momenti.

Naturalmente, Bublik è già arrivato a questa conclusione. Nella finale del Chengdu Open contro Pablo Carreno Busta, ha servito l’incredibile numero di 31 ace, insieme a 11 doppi falli, in parte per l’implementazione del Metodo Medvedev. In quei 31 ace, c’è stata una seconda di servizio a 220 km/h nel tiebreak del terzo set, uno spudorato servizio da Metodo Medvedev se ce n’è uno!

Anche se poi Bublik ha perso la partita, senza dubbio l’aver utilizzato il Metodo Medvedev gli è stato di grande beneficio. Ha infatti vinto il 55% (22/44) dei punti sulla seconda, ben al di sopra della media stagionale del 45.9%. Se si escludono i doppi falli, la frequenza di punti vinti sulla seconda è stata del 72.7%, appena inferiore alla percentuale stagionale del 75.9% di punti vinti sulla prima. Con velocità superiori anche a 210 km/h, adottando questa strategia le seconde di servizio sono state sufficientemente efficaci da compensare l’impatto negativo dei doppi falli.

Se Bublik avesse giocato abbastanza da rientrare nella classifica delle statistiche ufficiali al servizio elaborata dall’ATP, risulterebbe al primo posto per numero di doppi falli a partita, lasciandosi dietro anche Zverev. È come se servisse due prime con regolarità, adottando il Metodo Medvedev con più zelo del giocatore da cui prende il nome. A soli 22 anni, la finale di Chengdu gli ha regalato il 57esimo posto, il massimo di sempre. Un emergente con talento, ci si attende che continui a fare strada, e con lui molte altre circostanze di applicazione del Metodo Medvedev.

Il fattore risposta

Il successo del Metodo Medvedev è anche legato alla prestazione dell’avversario. La tabella mostra alcuni numeri alla risposta per i tre migliori del circuito — Djokovic, Nadal e Schwartzman — e per i due peggiori, Isner e Reilly Opelka. Ho usato la media del circuito del 61.9% di prime in campo per un confronto con la frequenza di punti vinti alla risposta sulla prima e sulla seconda da ciascun giocatore. La percentuale di punti vinti alla risposta con il Metodo Medvedev è data da:

(% di punti vinti dal giocatore alla risposta sulla prima di servizio X % media del circuito di prime in campo) + (1 – % media del circuito di prime in campo).

A parole, si tratta di moltiplicare la percentuale dei punti vinti sulla prima da parte dell’avversario per la probabilità che la prima sia valida, a cui si aggiunge la probabilità di un doppio fallo. Emerge immediatamente l’assoluta inutilità del Metodo Medvedev contro un avversario debole alla risposta come Isner o Opelka. Sono giocatori il cui talento alla risposta è già così limitato da poter tenere il servizio senza particolari problemi con seconde tradizionali.

Contro un avversario alla risposta di primissimo livello, la distanza è molto più ridotta. Non dimentichiamo che le statistiche alla risposta sono riferite al caso di un giocatore medio al servizio. Se si possiede un servizio più accurato o più potente della media del circuito, contro i più forti alla risposta potrebbe valer la pena utilizzare il Metodo Medvedev.

Il verdetto

Questo modello statistico abbastanza semplificato probabilmente non recepisce tutti gli aspetti psicologici relativi al Metodo Medvedev. Ad esempio, un giocatore dovrebbe avere la solidità mentale per neutralizzare le conseguenze dei doppi falli iniziali da un lato e le critiche a cui sarebbe sicuramente soggetto dall’altro. Dovrebbe inoltre impegnarsi nell’attuazione della strategia sapendo che la ricompensa maturerà solo nel lungo periodo.

Per contro, il Metodo Medvedev crea parecchi grattacapi se si è dalla parte sbagliata. Anche un giocatore come Djokovic, capace solitamente di imporre comunque il proprio controllo, ha dovuto subire a Cincinnati la frustrazione derivante dalla tattica di Medvedev. Un frustrazione che potrebbe generare ancora più errori non forzati da parte dell’avversario.

La verità sta nel fatto che il Metodo Medvedev può essere usato con efficacia in situazioni con determinate caratteristiche. Riprendiamo la semifinale contro Djokovic. Medvedev ha una prima di servizio molto forte, sta servendo con precisione e ha di fronte un giocatore alla risposta di livello eccelso. Sono probabilmente queste le condizioni ideali per il Metodo Medvedev. I numeri evidenziano che lo stesso Medvedev non è adatto a rappresentare il profilo statistico di questa strategia. Eppure, il fatto che Medvedev abbia avuto successo indica che in molti potrebbero replicarla nella giuste circostanze.

Attacco a sorpresa

Inoltre, è una tattica che potrebbe funzionare da attacco a sorpresa. Ipotizzate che in una partita contro Medvedev le seconde che ha servito non sono mai andate oltre i 160 km/h. Se improvvisamente arriva una seconda a 210 km/h, avrete scarse possibilità di reagire prontamente e rispondere con efficacia. L’analogia più immediata è con il baseball, quando un ricevitore viene preso in contropiede dal lanciatore: se si aspetta una veloce ma si presenta una curva, è quasi impossibile per lui reagire con sufficiente riflesso. Allo stesso modo, un battitore farà molta fatica a colpire una veloce a 160 km/h quando si aspetta una curva a 130 km/h.

Anche se un giocatore non è disposto a continuare a servire due prime a velocità piena, i dati fanno chiaramente vedere che i grandi servitori trarrebbero beneficio da una seconda di servizio più aggressiva. Per quanto i doppi falli possano dare sensazioni negative ed essere effettivamente costosi nell’economia del punteggio, se si riesce ad aumentare la percentuale di punti vinti quando entra una seconda più aggressiva, aver commesso qualche doppio fallo in più nel corso della partita non sarà stato futile!

The Medvedev Method: Exploring the merits of hitting two first serves

Come Medvedev e Berrettini hanno gestito la pressione agli US Open

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 13 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con il grande risultato ottenuto agli US Open, Daniil Medvedev e Matteo Berrettini hanno mostrato che il futuro del tennis maschile è luminoso. In questo articolo, analizzo il rendimento delle due giovani stelle in termini di pressione punto per punto a ogni turno del loro cammino.

Dopo la conclusione dell’ultimo Slam dell’anno, è tempo di riflessioni su quanto emerso a Flushing Meadows e sulla direzione che il tennis potrebbe intraprendere. L’incredibile progressione di Medvedev e Berrettini è al centro dell’attenzione, anche perché ha alimentato le aspettative di un possibile argine al dominio dei Grandi Tre almeno da parte di alcuni giocatori della Next Gen. Alla luce del clamore suscitato, mi interessava indagare un aspetto della prestazione che solitamente non riceve l’approfondimento che merita, vale a dire la pressione generata da ciascun punto.

La pressione per Berrettini

La pressione punto cattura quanto un giocatore ha da perdere in un qualsiasi punto. Per natura, può variare tremendamente nel corso della partita, specialmente se è di durata e intensità rilevanti come in alcune delle maratone che Medvedev e Berrettini hanno dovuto affrontare a New York.

L’immagine 1 mostra la variazioni della pressione che Berrettini ha dovuto fronteggiare (linea tratteggiata) e la media dei punti pressione vinti (linea continua). In tutti i set giocati, Berrettini si è trovato con una pressione media del 2% per set e una frequenza di punti pressione vinti del 51.5%. Pressione e frequenza sono standardizzate sulla base della media del giocatore e sulla deviazione standard set per set, in modo da capire più facilmente quando ha avuto un rendimento superiore o inferiore alle sue medie del torneo.

Il quinto set nel quarto di finale

Il set più carico di pressione per Berrettini è stato quello decisivo nel quarto di finale contro Gael Monfils — che è anche per lui l’unica partita del torneo andata al quinto — vinto al tiebreak per 7 punti a 5 e con una pressione media del 6.5%. La frequenza di vittoria dei punti pressione è stata in quel set del 54.2%, la seconda più alta come rendimento nei cinque set a maggior pressione, dietro al primo posto occupato dal 55% maturato nel secondo set di quella stessa partita, dopo che Berrettini aveva perso il primo.

IMMAGINE 1 – Pressione fronteggiata (media mobile) e media (mobile) dei punti pressione vinti per set nelle partite di Berrettini agli US Open 2019

È interessante notare quanto è variata la percentuale di trasformazione dei punti pressione di Berrettini nella partita contro Monfils. In particolare, il quinto set ha alternato momenti di egregia maestria, come il sesto game in cui Berrettini ha strappato il servizio a zero, a momenti di cedimento, come il nono game con il doppio fallo sul match point e il conseguente break di Monfils.

Se si prende il primo set della semifinale contro Nadal, Berrettini ha gestito la pressione con ben maggiore continuità e forza mentale rispetto al set decisivo contro Monfils. E questo è valido anche per i punti che hanno determinato l’esito di quel tiebreak, in cui Berrettini è stato in grado di mantenere un rendimento sui punti pressione superiore alla media pur avendo poi perso il set. Nel tiebreak vinto contro Monfils è riuscito a prevalere solo di stretta misura.

Come sono i risultati sotto pressione di Medvedev al confronto?

Al pari di Berrettini, anche Medvedev si è trovato con una pressione media del 2% per set, avendo però avuto complessivamente una migliore frequenza media di trasformazione del 54%. Nessuno dei set giocati da Medvedev ha raggiunto il livello di pressione del quinto set tra Berrettini e Monfils, ma il quinto set contro Nadal ci è andato molto vicino, con una pressione media del 4%.
Dei 7 set a più alta pressione giocati da Medvedev, il quinto contro Nadal è stato l’unico in cui la trasformazione dei punti pressione è scesa sotto il 50%, fermandosi al 46%.

L’andamento della trasformazione dei punti pressione set per set dell’immagine 2 suggerisce un miracoloso ribaltamento iniziato per Medvedev a metà del terzo set. Cosa sia riuscito a fare da li in avanti per rimanere in partita e come mai quella carica è poi svanita in modo così drammatico a metà del quinto set rimane un mistero. Si vede però che il cedimento nella frequenza di trasformazione di Medvedev nel quinto set contro Nadal è coinciso con l’aumento vertiginoso della pressione. Non era la prima volta nel torneo di una situazione a così alta pressione per Medvedev. Ci si era ritrovato ad esempio nel tiebreak del terzo set contro Feliciano Lopez, vinto per 9 punti a 7, in cui è riuscito a rimanere nella media dei punti pressione vinti nonostante l’estremo equilibrio.

Risposte da trovare prima della stagione 2020

Non sapremo mai se è stata la circostanza, l’affaticamento o semplicemente un congiunzione sfortunata in quegli ultimi punti della finale. La convinzione di poter diventare un campione Slam che Medvedev sembra possedere dovrà necessariamente trovare una risposta a queste domande all’approssimarsi della stagione 2020.

IMMAGINE 2 – Pressione fronteggiata (media mobile) e media (mobile) dei punti pressione vinti per set nelle partite di Medvedev agli US Open 2019

How Medvedev and Berrettini Dealt with Pressure at the US Open

I 19 Slam di Nadal, alla maniera di Marcel

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 9 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

La distanza si è accorciata. Dopo la vittoria maratona nella finale degli US Open 2019 contro Daniil Medvedev, Rafael Nadal ha raccolto lo Slam numero 19 in carriera, dietro solo ai 20 di Roger Federer. In agguato al terzo posto si trova Novak Djokovic con 16, il favorito agli US Open quest’anno, ritiratosi poi agli ottavi di finale per infortunio.

Appena poche settimane fa, Djokovic appariva come la minaccia più seria per il primo posto di Federer nell’elenco dei vincitori Slam ma, impegnato a riprendersi da una nuova serie di problemi fisici, è Nadal ora ad avere l’abbrivio. Per Federer, che ha compiuto 38 anni a inizio agosto, la prospettiva di aggiungere un altro titolo è sempre più remota.

Recentemente, nel tentativo di prevedere l’evoluzione della classifica Slam, ho ideato un semplice algoritmo, ispirato a Marcel — il sistema di proiezioni del baseball che prende nome della scimmia della famosa serie televisiva “Friends” — così elementare che anche un primate potrebbe usarlo. Le informazioni da considerare sono essenziali: prestazioni nelle semifinali e finali Slam degli ultimi due anni, più l’età. Si scambia ottimizzazione con immediatezza e facilità di comprensione, e i risultati sono incredibilmente affidabili. Per maggiori dettagli sulla metodologia di calcolo e sul rendimento per gli anni passati, potete leggere il precedente articolo.

Risolvete per RN = 19 + x

Prima degli US Open, Marcel sembrava impostato per far arrabbiare il maggior numero di tifosi. Prediceva che, nel corso dei prossimi cinque anni, Djokovic avrebbe vinto quattro Slam, Nadal due e Federer nemmeno uno, lasciando i Grandi Tre in pareggio. Con la conclusione di un altro Slam, le cose sono cambiate. La tabella mostra la nuova previsione, che riflette sia la vittoria di Nadal a New York che un pronostico più roseo per lui dopo aver aggiunto un altro titolo ai risultati più recenti.

Giocatore   Slam  Previsione  Totale  
Nadal       19    3.5         22.5  
Federer     20    0.3         20.3  
Djokovic    16    3.5         19.5

Nadal è ora in corsa per migliorare il totale di almeno tre Slam. Al termine dei cinque anni, avrà forse lasciato Djokovic e Federer nella polvere e ci staremo chiedendo se sarà in grado di raggiungere Serena Williams o anche Margaret Court.

Più previsioni

Questo algoritmo di base consente di generare previsioni di Slam per qualsiasi giocatore che ha raggiunto almeno una semifinale negli ultimi due anni. È importante notare che non cerco di prevedere il totale Slam in carriera, ma solo quanti potrebbero essere vinti nei prossimi cinque anni. Per i Grandi Tre, è ragionevole non preoccuparsi del computo dopo il 2025.
La tabella riepiloga le previsioni attuali per 18 giocatori.

Giocatore       Previsione  
Djokovic        3.5  
Nadal           3.5  
Medvedev        0.8  
Thiem           0.7  
Tsitsipas       0.6  
Berrettini      0.5  
Chung           0.4  
Pouille         0.3  
Edmund          0.3  
Federer         0.3  
Dimitrov        0.1  
Cecchinato      0.1  
Cilic           0.0  
Del Potro       0.0  
Bautista Agut   0.0  
Anderson        0.0  
Nishikori       0.0  
Isner           0.0

La maggior parte di questi giocatori ha solamente una semifinale all’attivo nei due anni passati, ed è l’età a separarli. Sembra logico essere più ottimisti sul futuro negli Slam di Stefanos Tsitsipas (21 anni) che di Roberto Bautista Agut (31), anche se l’algoritmo li pone sullo stesso piano in funzione dei risultati sinora ottenuti, una semifinale negli ultimi 12 mesi.

Cinque anni equivalgono a 20 Slam, e si può notare che la tabella ne tralascia parecchi. Il totale pronosticato è infatti di 10.8 Slam, dando ampio margine di manovra a giocatori che ancora non si sono qualificati, come ad esempio Alexander Zverev e Felix Auger-Aliassime. Sono sicuro che agli US Open 2024 guarderemo alle previsioni di fine 2019 e ci faremo una risata.

Federer manterrà la prima posizione maschile della classifica più santificata nel tennis per almeno quattro mesi. Djokovic sarà probabilmente il favorito agli Australian Open 2020, quindi Federer può godersi almeno nove mesi da unico uomo con 20 Slam. Non serve però un algoritmo, nemmeno il più banale, per identificare il favorito al Roland Garros 2020. Il tennis maschile professionalmente organizzato è rimasto più di un secolo senza un campione con 20 Slam. In meno di un anno, potremmo averne due.

Monkeying Around With Rafael Nadal’s 19 Grand Slams

Anatomia della prova di forza al servizio di Alex de Minaur

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il torneo di Atlanta è solitamente popolato da grandi giocatori al servizio. Tra il 2013 e il 2018, John Isner ha vinto cinque titoli in sei anni, fermato solo da Nick Kyrgios, naturalmente per mano di due tiebreak. Prima dell’avvento di Isner, l’ultimo vincitore è stato Andy Roddick. I campi in cemento sono veloci e il caldo spesso torrido, quelle condizioni che favoriscono una settimana di ace a profusione.

Anche il trionfatore del 2019 si è fatto strada con una prestazione sbalorditiva al servizio, vincendo quattro partite senza mai concedere una palla break e vincendo in ciascuna più del 90% di punti sulla prima. Sono numeri alla Isner che però non appartengono al gigante e nemmeno al suo erede designato, l’altro gigante Reilly Opelka. Il re del servizio quest’anno ad Atlanta è stato il “normalmente alto” (183 cm) lottatore australiano Alex de Minaur.

A differenza di molti dei colleghi, de Minaur non si guadagna da vivere con un servizio bomba. Nelle ultime 52 settimane, sia Inser che Opelka hanno servito ace per un quarto dei punti al servizio. Nello stesso periodo, per l’australiano la frequenza di ace non va oltre un magro 4.5%.

In finale contro Taylor Fritz (e se si esclude il ritiro di Bernard Tomic nei quarti di finale), de Minaur ha ottenuto il massimo in carriera sul circuito maggiore di 14.8%, ma non è riuscito a superare la doppia cifra nel secondo turno contro Bradley Klahn o in semifinale contro Opelka. È stata una dimostrazione del fatto che ci sono diversi modi di vincere punti al servizio senza necessariamente accumulare un ace dopo l’altro.

Primo strike

Il percorso più veloce per la vittoria senza servire ace è attraverso servizi vincenti. Il giocatore al servizio non ha lo stesso livello di controllo sulla frequenza di servizi vincenti rispetto a quello sugli ace. Molti dei servizi più efficaci però sono raggiungibili dal giocatore alla risposta — se non effettivamente rimettibili in campo — e quindi non vengono conteggiati nella colonna degli ace. È proprio in questa categoria che de Minaur ha dominato ad Atlanta.

Secondo le statistiche punto per punto della finale raccolte per il Match Charting Project, Fritz ha rimesso in gioco solo il 57% dei servizi di de Minaur. In più di 1300 partite sul cemento dal 2010 nel database, la media del circuito è del 70% di risposte in campo, e gli avversari di de Minaur tradizionalmente hanno fatto meglio. La frequenza del 43% di servizi vincenti per l’australiano è eccezionalmente alta, e raggiunge il 90esimo percentile del rendimento al servizio. Contro Opelka, de Minaur ha servito solo 5 ace su 93 punti al servizio, ma ben 38 non sono tornati indietro. Stiamo parlando di una frequenza di servizi vincenti del 46%, valida per il 94esimo percentile.

Secondo strike

Quando il servizio non ha funzionato a pieno regime, de Minaur ha ottenuto risultati ancora più importanti. Ad allenatori e commentatori piace parlare della strategia “più uno”, cioè quella di servire potente e trovarsi in posizione per un colpo aggressivo sulla risposta, qualsiasi essa sia. In questo l’australiano ha davvero raggiunto l’eccellenza durante la finale.

Oltre al 43% di servizi vincenti contro Fritz, un altro 26% dei punti al servizio è rientrato nella categoria “più uno”, vale a dire il primo colpo dopo la risposta dell’avversario che porta a un punto diretto. La media del circuito è del 15% e, anche in questo caso, de Minaur non è andato sempre così bene. In 15 partite del 2018 sul cemento di cui abbiamo dati punto per punto, la sua media è stata solo del 12.6%. Il 26% della finale lo pone nel 98esimo percentile tra le partite sul cemento del database del Match Charting Project. Delle 67 partite che hanno avuto una percentuale superiore al 26%, 15 sono state a opera di Roger Federer. La maggior parte dei giocatori non ha mai avuto una giornata così remunerativa nella categoria “più uno”.

Terzo strike

Anche i più forti al servizio si trovano, occasionalmente, di fronte a uno scambio lungo. Nel campione di partite considerate, nel 40% dei punti il giocatore alla risposta sopravvive alla tattica del “più uno” e riesce a mandare avanti lo scambio. Da quel momento c’è maggiore equilibrio, e chi è in risposta vince poco più della metà dei punti (in parte perché scambi da quattro colpi sono più frequenti di scambi da cinque colpi e così via, e perché, per definizione, lo scambio da quattro colpi è vinto dal giocatore alla risposta. Detto in altro modo, una volta esclusi gli scambi da massimo tre colpi, il campione propende in favore del giocatore al servizio, perché gli scambi da cinque colpi rappresentano un numero sproporzionato dei punti rimanenti).

Per come ha servito de Minaur, non si è trovato poi davanti a così tanti scambi lunghi. Il 22% dei punti sul suo servizio contro Fritz e il 29% contro Opelka hanno infatti raggiunto i quattro colpi. Di fronte al tipico giocatore monodimensionale dal servizio bomba, è questo il territorio per il giocatore alla risposta per pareggiare il punteggio. De Minaur è però più noto per i colpi a rimbalzo di quanto lo sia per il servizio. In finale, ha vinto il 58% di questa tipologia di punti, abbastanza per l’83esimo percentile del campione.

Il rendimento di de Minaur sugli scambi più lunghi non ha fatto grande differenza in finale, principalmente perché è stato così efficace nell’evitare che i punti si prolungassero. Aver vinto più della metà degli scambi da molti colpi è un richiamo al fatto che grandi prestazioni al servizio vanno oltre il servizio stesso. In giornata di grazia, anche un giocatore poco sopra ai 180 cm può ottenere dei numeri che lasciano a terra gli Isner e gli Opelka di turno. Non è sempre una questione di ace.

Anatomy of Alex de Minaur’s Serving Masterclass

Federer non è stato dominante nei momenti chiave, ma ci è andato vicino

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le statistiche della finale di Wimbledon raccontano una storia senza ombre. Per cinque set, Roger Federer ha fatto molte cose leggermente meglio del suo avversario, Novak Djokovic, che però ha poi vinto di misura perché si è aggiudicato i punti più importanti, un dettaglio che non emerge dai numeri con la stessa nitidezza.

Superando le statistiche tradizionali, possiamo quantificare il dominio nei momenti che fanno la differenza. Un metodo che supera il semplice conteggio delle palle break o dell’individuazione dei passaggi chiave più ovvi in una partita è l’indice di leva per assegnare un valore a ciascun punto, in funzione dell’importanza. Dopo ogni singolo punto della partita, possiamo calcolare una nuova probabilità di vittoria per entrambi i giocatori. Un punto come quello da giocare sul 5-5 in un tiebreak è potenzialmente in grado di alterare la probabilità di vittoria in misura massiccia, mentre così non è per quello sul 40-15 del primo game.

La leva quantifica il potenziale. In media, in una partita al meglio dei cinque set un punto possiede una leva di circa il 4%, ma per i punti più importanti si parla di diverse volte quel valore. Un altro modo per identificare quando un giocatore è predominante è vedere il numero sproporzionato di punti ad alta leva che vince anche di fronte a una prestazione inferiore in quelli a bassa leva.

L’indice di leva

In un recente articolo sulla finale di Wimbledon per l’Economist, ho approfondito ulteriormente il concetto. Djokovic ha vinto meno punti rispetto a Federer, ma quelli che ha vinto hanno contato di più. La leva media dei punti per lui è stata infatti del 7.9%, rispetto al 7.2% di Federer. Possiamo presentare questa differenza sotto forma di indice di leva (Leverage Ratio o LR), dividendo 7.9% per 7.2%, con un risultato di 1.1. Un indice così alto non è insolito. Nelle più di 700 partite Slam maschili del Match Charting Project, l’LR del giocatore più dominante è in media di 1.11. L’eccellenza di Djokovic nei momenti chiave non è stata nemmeno così unica, ma in una partita di quell’equilibrio è bastata a fare la differenza.

Con un indice di leva superiore a 1.0, la vittoria non è comunque garantita. In circa il 30% di queste 700 partite al meglio dei cinque set la vittoria è andata al giocatore che, in media, ha vinto meno punti importanti dell’avversario. Alcune situazioni di vincitori con basso indice di leva quasi rasentano la comicità, come la finale del Roland Garros 2008 in cui Rafael Nadal ha demolito Federer nonostante un LR di 0.77.

Aumento della comprensione

Nelle partite a senso unico non c’è molta leva a disposizione, quindi il numero dei punti vinti ha molta più rilevanza di quando sono stati vinti. Spesso prestazioni non dominanti si traducono in vittorie di partite ancora più equilibrate, come quella di Andy Murray nella semifinale degli US Open 2018 in quattro set contro Nadal nonostante un LR di 0.80, o la super equilibrata semifinale a Wimbledon 2018 in cui Kevin Anderson ha battuto John Isner con un LR di 0.88.

Non serve un foglio di calcolo per capire che le partite di tennis vengono decise da una combinazione di rendimento complessivo e rendimento nei momenti importanti. I numeri che ho citato non portano avanti la nostra comprensione di molto, quantomeno non in modo rigoroso. È questo il prossimo passo.

Indice di leva, ti presento l’indice di leva bilanciato

Coloro che frequentano regolarmente Tennis Abstract hanno familiarità con l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR), una statistica inventa da Carl Bialik al fine di riclassificare i punti vinti totali. Il DR si ottiene dalla divisione tra i punti vinti alla risposta e i punti persi al servizio, in modo che il valore medio sia esattamente 1.0. Solitamente, chi vince ha un valore superiore a 1.0 e chi perde un valore inferiore a 1.0.

Nella finale di Wimbledon, il DR di Djokovic è stato di 0.87, estremamente basso per un vincitore, se non addirittura inedito. Il DR compensa gli effetti generati del rendimento al servizio e alla risposta (a differenza dei punti vinti, che possono deviare in una o l’altra direzione a seconda che ci siano più punti al servizio che alla risposta, o viceversa) e sintetizza in un solo numero la qualità della prestazione complessiva.

Equa distribuzione tra servizio e risposta

Non dice però nulla relativamente al dominio nei momenti chiave, tranne quando un giocatore vince con un valore basso del DR, da cui si può dedurre che abbia controllato l’avversario sui punti più caldi.

Per avere una prospettiva bilanciata simile in presenza di rendimenti ad alta leva, possiamo adattare l’indice di leva LR soppesando equamente il dominio nei momenti chiave sia al servizio che alla risposta. Chiamo questa statistica indice di leva bilanciato (Balanced Leverage Ratio o BLR), cioè la media semplice dell’LR nei punti al servizio e dell’LR nei punti alla risposta. Il BLR di solito non si scosta di molto dall’LR, così come spesso otteniamo le stesse informazioni dal DR che dai punti totali. Il BLR di Djokovic nella finale di Wimbledon è stato di 1.11, rispetto a un LR di 1.10. Nelle partite in cui però un numero sproporzionato di punti si giocano sulla racchetta di un giocatore, il BLR fornisce il necessario aggiustamento.

DR corretto per leva

Siamo in grado di registrare rendimenti corretti per leva semplicemente moltiplicando questi due numeri. Ad esempio, prendiamo la vittoria di Stanislas Wawrinka contro Djokovic nella finale degli US Open 2016. Il DR di Wawrinka è stato di 0.90, più alto di quello di Djokovic a Wimbledon 2019 ma difficilmente sufficiente a trionfare. Eppure ha vinto, grazie a un BLR di 1.33, uno dei più alti mai registrati in una finale Slam. Il prodotto tra il DR e il BLR di Wawrinka — che chiameremo DR+ — è pari a 1.20. Lo si può interpretare con la stessa scala di un DR “normale”, dove 1.2 è spesso identificativo di una vittoria con margine ridotto, se non di una al cardiopalma.

Di 167 finali Slam maschili nel Match Charting Project, 14 giocatori hanno vinto nonostante un DR “normale” inferiore a 1.0. Per ciascuno di essi, il BLR era superiore a 1.1, e in 13 delle 14 occorrenze, la forza del BLR del vincitore ha “cancellato” la debolezza del suo DR, nel senso che il DR+ è stato superiore a 1.0. La tabella riepiloga quelle partite, ordinate per DR+ crescente.

Anno  Slam              Vincitore    DR     BLR    DR+  
2019  Wimbledon         Djokovic     0.87   1.11   0.97  
1982  Wimbledon         Connors      0.88   1.20   1.06  
2001  Wimbledon         Ivanisevic   0.95   1.16   1.10  
2008  Wimbledon         Nadal        0.98   1.13   1.10  
2009  Australian Open   Nadal        0.99   1.13   1.12  
1981  Wimbledon         McEnroe      0.99   1.16   1.15  
1992  Wimbledon         Agassi       0.97   1.19   1.16  
1989  US Open           Becker       0.96   1.22   1.18  
1988  US Open           Wilander     0.98   1.21   1.18  
2015  US Open           Djokovic     0.98   1.21   1.18  
2016  US Open           Wawrinka     0.90   1.33   1.20  
1999  Roland Garros     Agassi       0.98   1.25   1.23  
1990  Roland Garros     Gomez        0.94   1.34   1.26  
1991  Australian Open   Becker       0.99   1.30   1.29

Prima finale vinta dal giocatore con il DR+ inferiore

In 167 finali Slam, quella tra Djokovic e Federer è stata la prima vinta dal giocatore con il DR+ più basso (alcuni dei campioni che non compaiono in elenco hanno avuto indici di leva sotto tono e conseguenti DR+ inferiori ai DR, ma nessuno sotto il livello di 1.0). Sebbene Federer è stato più debole nei momenti importanti — in particolare nei tiebreak e quando ha avuto i due match point — il rendimento complessivo in quel tipo di situazione non è stato così scadente come quei pochi memorabili momenti farebbero pensare. È più probabile che un giocatore con un DR di 1.14 e un BLR di 0.90 come quelli di Federer concluda le due settimane di Wimbledon ballando con la campionessa del tabellone femminile.

Sorprendentemente, 1 su 167 potrebbe sottostimare la rarità di un vincitore con un DR+ inferiore a 1.0. Solo una delle partite al meglio dei cinque set nel database del Match Charting Project (su più di 700) possiede quel requisito. Si tratta del controverso quarto turno degli Australian Open 2019 tra Kei Nishikori e Pablo Carreno Busta. Nishikori ha vinto con un DR di 1.06, ma il suo BLR è stato di 0.91, relativamente debole e che ha portato a un DR+ di 0.97. Come per la finale di Wimbledon, anche la partita di Melbourne avrebbe potuto avere un altro vincitore. La fortuna è stata avversa a Carreno Busta non solo per le chiamate arbitrali.

Qual è il significato di tutto questo?

Sappiamo che la finale di Wimbledon è stata in estremo equilibrio, ora abbiamo più numeri che mostrano quanto effettivamente lo sia stata. Sapevamo che Djokovic gioca meglio quando conta di più, ora abbiamo più riferimenti sulla sua maggior bravura, che però non si discosta di un margine insolitamente ampio.

Federer ha vinto cinque dei venti Slam nonostante un BLR nella finale inferiore a 1.0, e altri due con un DR inferiore a 1.14. Non ha mai vinto uno Slam con un DR+ non superiore a 1.03, ma va anche detto che non c’è mai stata una finale Slam che il DR+ ha considerato così ravvicinata. Federer non è la definizione di maestro dei momenti chiave, ma non è poi così malvagio. Avrebbe solamente dovuto portare con sé un po’ di quella dose di domino con cui ha chiuso il secondo set per passaggi più importanti nelle fasi successive.

Se siete anche voi come me, dopo aver letto fino a questo punto non smetterete di farvi domande. Ho riflettuto su alcune che spero di approfondire analogamente. Si può dire che Federer di solito è meno dominante della media nei momenti chiave? (Si). Djokovic è molto più bravo a quel riguardo? (Si). E Nadal? (Anche lui è più bravo). Nadal è davvero migliore, o i suoi numeri sulla leva sono di partenza buoni perché i punti importanti si giocano più spesso sul lato dei vantaggi? (È davvero migliore). Djokovic ha preso le misure a Federer? (Non proprio, a meno che non s’intenda il suo numero di scarpe, allora in quel caso sì). È cambiato tutto dopo che Djokovic ha tirato la famosa risposta? (No).

Rendimenti situazionali

Ci sono anche molti argomenti interessanti che vanno oltre i Grandi Tre. Ho iniziato qualche anno fa a scrivere della leva relativa a sottoinsiemi di partite, spinto dalla semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic, nella quale Federer ha subito la pressione quando più contava. Come possiamo analizzare la leva media per punti vinti e persi, così riusciamo a stimare l’importanza dei punti in cui un giocatore ha servito un ace, commesso un errore non forzato di rovescio, o scelto di andare a rete.

Le partite sono decise da una combinazione di rendimento complessivo e giocate di alta leva. Le statistiche comunemente disponibili illustrano bene le dinamiche del primo, ma non sono adeguate per fare chiarezza sulle seconde. Il dominio nei momenti chiave è lasciato alle congetture degli opinionisti. Con un insieme di partite in continuo aumento e l’accesso a sempre più dati punto per punto (e quindi a numeri sulla leva per ogni punto e ogni partita), il divario tra le due misure si riduce, consentendoci di quantificare con più precisione il grado in cui il rendimento legato alla specifica situazione incide sulla capacità di ciascun giocatore di vincere la partita.

Roger Federer Wasn’t Clutch, But He Was Almost Clutch Enough

Basta a Federer un rovescio tornato normale?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Roger Federer ha battuto di misura Rafael Nadal agli Australian Open 2017, ne ho attribuito la vittoria al suo rovescio. Rientrava da un infortunio che lo aveva tenuto lontano dall’attività professionistica per tutta la seconda parte del 2016 e aveva rafforzato il gioco in quel lato del campo, sviluppando la strategia da adottare contro il rivale di lungo corso. Da quella partita, Federer ha sconfitto Nadal altre cinque volte su sei, a indicazione che questa nuova e più affilata arma è rimasta parte integrante del suo tennis.

Dopo aver sconfitto Nadal nella semifinale di Wimbledon 2019, Federer sembra in splendida forma. A differenza però di due anni fa a Melbourne, la vittoria non è dipesa dal rovescio. Nella finale degli Australian Open, l’elegante rovescio a una mano di Federer aveva contribuito per 11 punti in più di una tipica partita, abbastanza per indirizzare il risultato a suo favore. A Wimbledon, il rovescio non ha fatto paura a Nadal, visto che ha dato a Federer solo un punto in più rispetto alla media. La vittoria è arrivata per Federer con un livello altissimo, ma non dal rovescio.

Il ritorno della Potenza del Rovescio

Questi numeri arrivano da una statistica che ho chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) e che utilizza i dati colpo per colpo del Match Charting Project per isolare l’effetto generato dal singolo colpo di un giocatore.

La formula è semplice e diretta: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore.

In media, un giocatore colpisce 100 rovesci per partita, quindi il passaggio finale della moltiplicazione per 100 fornisce un valore approssimativo a partita. Il BHP conferisce fino a 1.5 “punti” per punti giocati, visto che si sommano sia i vincenti sia i colpi che hanno portato a un vincente.

A quanti punti equivale?

Per tradurre il BHP in punti (o qualsiasi altro indice di potenza come quello del Dritto, Forehand Potency o FHP), si moltiplica perciò per due terzi. Nella finale del 2017, il rovescio di Federer ha raggiunto un BHP di +17, equivalente a circa 11 punti. Nella semifinale di Wimbledon, il BHP è stato solo di +1. Si può quantomeno dire che il rovescio non è stato un colpo debole, cioè quel tipo di commento che avremmo potuto fare quando Federer accumulava vittorie a dismisura nei primi quindici anni di carriera.

Il rendimento in semifinale non è stato un’eccezione. In un confronto anno su anno sulla base dei dati del Match Charting Project (che ammetto essere incompleti), il rovescio del 2019 somiglia molto da vicino a quello mostrato prima dell’infortunio del 2016.

Anni        BHP  
1998-2011   +0.1  
2012        +0.4  
2013        -1.8  
2014        -1.1  
2015        +1.3  
2016        -0.3  
2017        +3.5  
2018        +1.3  
2019        +0.8

Ci sono sempre delle giornate positive, come l’incredibile BHP di +16 contro Kei Nishikori nel quarto di finale a Wimbledon. Mettendo però insieme prestazioni impeccabili e passaggi a vuoto, avversari da cui subisce o che supera più facilmente, condizioni di gioco veloci e lente, il risultato che si ottiene è che con il rovescio Federer non riesce più a raccogliere punti come faceva due anni fa.

Il rovescio contro Djokovic

L’avversario di Federer in finale, Novak Djokovic, è ben noto per la compattezza dei colpi a rimbalzo. Come ha fatto Nadal per diversi anni, anche Djokovic è in grado di mettere a nudo il lato più debole del gioco da fondo di Federer. Ha vinto gli ultimi cinque scontri diretti e nove degli ultimi undici, nella maggior parte dei quali ha tenuto il rovescio di Federer a un BHP negativo.

Anno  Torneo                   Esito   BHP/100  
2018  Parigi Bercy             P       -11.0  
2018  Cincinnati               P       -11.0  
2016  Australian Open          P       -12.6  
2015  Finali di stagione (F)   P       -4.8  
2015  Finali di stagione (RR)  V       +0.7  
2015  US Open                  P       +0.8  
2015  Cincinnati               V       -2.2  
2015  Wimbledon                P       -13.4  
2015  Internazionali d'Italia  P       -12.2  
2015  Indian Wells             P       -5.0  
2015  Dubai                    V       -5.9  
…                                        
2014  Wimbledon                P       -3.1  
2012  Wimbledon                V       +9.6

Di 438 partite con dati punto per punto, il BHP di Federer è sceso sotto il -10 solo 27 volte. Di queste, in nove — e in due delle cinque dal rientro post infortunio di Federer nel 2017 — dall’altra parte della rete c’era Djokovic. Tra l’altro, Djokovic farebbe bene a guardarsi i filmati delle partite in cui Borna Coric ha demolito il rovescio di Federer, cioè le sue due prestazioni peggiori in termini di BHP dall’inizio del 2017 (-20 allo Shanghai Masters 2018 e -19 agli Internazionali d’Italia 2019).

Minimizzare i problemi

Forse è troppo chiedere a Federer di capire come battere Djokovic sul suo stesso terreno. La strategia migliore per lui è minimizzare i problemi attraverso una grande efficienza al servizio e un’esecuzione magistrale con il dritto. In carriera, la media di FHP per Federer è di +9, che però scende a solo +4 contro Djokovic. Nella finale del Cincinnati Masters 2018, Djokovic ha costretto Federer a un imbarazzante -13 di FHP, il peggiore di sempre. E non si è trattato di un caso isolato: quattro dei cinque valori più negativi di FHP nella singola partita sono arrivati per Federer contro Djokovic.

Se Federer vuole il nono titolo a Wimbledon, avrà bisogno di vincere molti punti almeno da un lato, vale a dire con il classico dritto o con il rovescio alla maniera della semifinale del 2012 proprio contro Djokovic. E se con uno riesce a sfondare, con l’altro deve comunque mantenere un livello di tutto rispetto. Nella semifinale contro Nadal il dritto è valso un FHP di +12. Contro un giocatore come Djokovic che difende ancora meglio sulle superfici veloci, Federer dovrà ottenere un risultato simile. Gli si chiede molto, ma del resto una cosa è certa: nessuno potrà lamentarsi che il 21esimo Slam è stato facile da vincere.

Come è andata la finale

Djokovic ha poi vinto la finale con il punteggio di 7-6(5), 1-6, 7-6(4), 4-6, 13-12(3). Come scrive lo stesso Sackmann su Game Theory, il blog dell’Economist, dopo quasi cinque ore di gioco e più di 400 punti, l’esito è stato deciso dall’equivalente nel tennis del lancio della moneta, cioè il tiebreak a sette punti.

Federer ha giocato meglio, servendo più ace, vincendo il 51.7% dei punti e facendo più break dell’avversario. Djokovic dal suo canto ha vinto cinque dei sei punti più importanti, fra tutti i due match point che Federer ha avuto sul servizio. Si è trattato di una partita lotteria, in cui un po’ di fortuna e nervi d’acciaio nei momenti cruciali hanno indirizzato il risultato. Federer non ha di certo tratto beneficio dagli undici errori non forzati commessi nei tre tiebreak, che hanno contribuito a un BHP di -0.8 e un FHP di +2.3, n.d.t.  

Will a Back-To-Normal Federer Backhand Be Good Enough?

La lentezza del campo potrebbe determinare l’esito del quarantesimo scontro tra Federer e Nadal

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’11 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

A Roger Federer piacciono i campi veloci, a Rafael Nadal quelli lenti. Con otto titoli a Wimbledon, Federer è il giocatore sull’erba per eccellenza, ma quest’anno le condizioni all’All England Club sono state insolitamente lente, più vicine a un campo in cemento di media velocità.

RF vs RN, episodio XL

In semifinale, Federer e Nadal si troveranno di fronte per la 40esima volta, la prima a Wimbledon dopo che Nadal ha vinto la storica finale del 2008. Nadal è avanti negli scontri diretti per 24 vittorie a 15, tra cui la recente semifinale in tre set al Roland Garros, il suo Slam. In precedenza però Federer ne aveva vinte cinque di fila, tutte sul cemento, e le ultime tre senza perdere nemmeno un set.

Visto il contrasto di stili e di preferenza di superficie, la velocità delle condizioni di gioco — che ricomprendono la superficie, le palline, il meteo, etc — è particolarmente significativa. Nadal ha un record di 14-2 contro Federer sulla terra; viceversa Federer ha un record di 13-10 sul cemento e sull’erba. Un altro modo per suddividere le partite tra i due è il mio indice di velocità di superficie, che chiamo Valutazione di Base della Velocità (VBV, in inglese Simple Speed Rating o SSR). Delle 39 partite, 22 sono state giocate su un campo più lento della media del circuito, mentre le restanti 17 su un campo in media o più veloce della media.

Partite      VBV Media  RN-RF  Non Risp  <= 3 Colpi  Scambio Medio  
VBV < 0.92   0.74       17-5   21.2%     49.5%       4.7  
VBV >= 1.0   1.14       7-10   27.0%     56.9%       4.3

Nei tornei più veloci, che si giocano sul cemento o sull’erba, ci sono meno risposte al servizio, più punti terminano entro il terzo colpo e la lunghezza complessiva degli scambi è ridotta. Federer conduce per 10 vittorie su 17 partite, ma sulle superfici più lente, tra cui tutti i tornei in terra e una manciata dei più imponenti campi in cemento, è Nadal ad avere la meglio.

L’errata valutazione Elo di Nadal

Stando alla mia valutazione Elo specifica per superficie, Federer è il grande favorito in semifinale, in virtù dei 300 punti che ha in più rispetto a Nadal sull’erba e che si traducono in una probabilità di andare in finale del 75%. Gli allibratori non sono per nulla d’accordo, e considerano Nadal il favorito con una probabilità di vittoria del 57%.

C’è qualcosa di sensato nell’atteggiamento collettivo degli scommettitori. Quando si è trattato di fare previsioni sulle 39 partite tra Federer e Nadal, Elo ha reso sistematicamente sotto le aspettative. Più spesso è stato Federer ad avere i favori del pronostico, e se i due giocatori si fossero comportati secondo i dettami dell’algoritmo, Federer avrebbe un leggero vantaggio negli scontri diretti per 21-18. Si potrebbe ragionevolmente concludere che, alla viglia della semifinale, Elo stia ancora una volta sottostimando il Re della Terra Battuta.

In che ordine di grandezza si pone la correzione che è necessario apportare specificamente per l’accoppiamento tra Federer e Nadal? Ho adattato un modello logistico alle precedenti 39 partite utilizzando solo le previsioni Elo ponderate per superficie. C’è un aggiustamento di massima per tenere conto delle limitazioni Elo e la probabilità di Federer di vincere la semifinale scende dal 74.8% al 48.5%.

Ora, a proposito di quelle condizioni…

Nel nuovo pronostico del 48.5% è inclusa anche la superficie, perché rientra nel mio algoritmo Elo. Ma non ci sono distinzioni tra erba lenta ed erba veloce. Per risolvere la questione, ho aggiunto la VBV al modello logistico. L’accuratezza previsionale del modello aumenta dal 64% al 72%, con il suo indice di Brier che diminuisce leggermente (un valore più basso è indicativo di un pronostico migliore). La modifica la modello consente ora di ottenere pronostici specifici per velocità di superficie delle partite tra Federer e Nadal. La tabella riepiloga la probabilità di vittoria per Federer per diversi valori di velocità di superficie, dalla media del circuito (1.0) ai campi più veloci in circolazione.

VBV   p(Vitt. RF)  
1.0   49.3%  
1.1   51.4%  
1.2   53.4%  
1.3   55.5%  
1.4   57.5%  
1.5   59.5% 

Nei quindici anni trascorsi dall’inizio della rivalità, l’erba di Wimbledon ha avuto una velocità media intorno all’1.20, cioè il 20% più veloce della media del circuito. Nel 2006, l’anno della prima partita a Wimbledon, era di 1.24, e nel 2008 di 1.15. Tre volte nell’ultimo decennio ha raggiunto l’1.30, il 30% più veloce della superficie media del circuito. Quest’anno, se si guarda ai risultati sia degli uomini che delle donne, la velocità è scesa quasi fino a 1.00, appunto la media del circuito.

Come evidenzia la tabella, una differenza nelle condizioni di quella rilevanza ha la capacità di modificare il risultato finale. Su una superficie più veloce, come se ne sono viste anche fino al 2014, Federer ha il vantaggio. Sull’apparente ridotta velocità dell’erba del 2019, il modello favorisce di poco Nadal, secondo il quale in realtà la superficie non è cambiata, ma sono le palline a essere più pesanti per l’umidità. Dovrà sperare quindi in un’altra giornata afosa, perché il risultato della partita potrebbe dipendere da quello.

Slow Conditions Might Just Flip the Outcome of Federer-Nadal XL