La fortuna del sorteggio: Australian Open 2020 (uomini)

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 19 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Come d’abitudine per gli Slam, ho eseguito una simulazione (con la mia variante Elo) di 100.000 configurazioni del tabellone principale, utilizzando lo stesso metodo che gli organizzatori usano per assegnare ai giocatori la loro posizione. L’ho poi confrontata con la previsione per il torneo su base Elo rispetto al tabellone effettivo.

La tabella mette a confronto la previsione effettiva del tabellone con i risultati dalle simulazioni di rimescolamento, in modo da avere alcune indicazioni sull’accessibilità del tabellone effettivo rispetto alle altre configurazioni. Tonalità di rosso (e arancione) evidenziano la sfortuna del giocatore. Al contrario, tonalità di verde rappresentano la fortuna ricevuta nel tabellone effettivo, in riferimento a un particolare turno. Il giallo simboleggia neutralità, e si può di fatto ignorare qualsiasi valore superiore o inferiore allo 0.3%.

Per una presentazione più compatta rispetto al passato, ho riportato nella tabella solo le teste di serie, e organizzato nella tabella successiva quei giocatori fuori dalle teste di serie per i quali c’è stata un’incidenza degna di nota (almeno lo 0.5% di segno positivo o negativo).

Tabellone effettivo e simulato a confronto per le teste di serie

Rispetto a tabelloni casuali, la parte bassa del tabellone principale è più difficile di quella alta. A David Goffin non è andata proprio bene essendo finito nella sezione del giocatore più in forma del momento, Andrey Rublev, che invece è tra i più fortunati, come Matteo Berrettini. Pensavo che la testa di serie numero 8 per Berrettini fosse eccessiva, perché non mi sembra tra i primi otto favoriti, ma so che le teste di serie procedono in automatico. Comunque, ha il tabellone più fortunato tra tutte le teste di serie.

IMMAGINE 1 – Confronto tra tabellone effettivo e simulazioni per le teste di serie

Effetti di rilievo su una selezione di giocatori fuori dalle teste di serie

Kevin Anderson ha giocato abbastanza bene all’ATP Cup. Con un pò di fortuna potrebbe superare un po’ di turni, magari fino agli ottavi. I quarti di finale sembrano troppo ambiziosi. Fresco vincitore del primo torneo, Ugo Humbert non è stato ricompensato con un percorso semplice. Ma non credo farà troppa differenza perché, anche scarico di adrenalina, dovrebbe perdere da John Millman al primo turno.

IMMAGINE 2 – Effetti della casualità del sorteggio su alcune non teste di serie

Luck of the Draw: Australian Open 2020 (Men)

I favoriti agli Australian Open 2020

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 17 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo aver visto le favorite per gli Australian Open 2020, a tabellone maschile completo quali sono le probabilità di vittoria dei Grandi Tre per il primo Slam dell’anno? E ci sono altri seri contendenti al titolo?

Con l’avvio delle competizioni, tutti si chiedono quale dei Grandi Tre sarà il primo a vincere uno Slam nel 2020. Sulla base delle mie valutazioni, Novak Djokovic e Rafael Nadal hanno la probabilità più alta, con un leggero margine per Djokovic dopo il solido livello di gioco mostrato durante l’ATP Cup.

I soliti noti

Djokovic ha quasi una probabilità su tre di titolo, Nadal quasi una su quattro, e la finale tra i due è l’esito più probabile. I molti appassionati di tennis che si sono entusiasmati per il secondo set della loro partita all’ATP Cup sono certamente in trepidante attesa a Melbourne per un altro episodio della saga.

La terza posizione di Roger Federer non dovrebbe rappresentare una sorpresa, almeno per i più attenti. Più sorprendente potrebbe invece essere il fatto che la distanza di Federer da Djokovic e Nadal sia così ampia, visto che entrambi hanno più del doppio della probabilità di vincere il torneo. Questo dipende solo in parte dalla valutazione attuale della forma di Federer. Dal lato di Djokovic e con giovani pericolosi come Filip Krajinovic, Hubert Hurkacz, Denis Shapovalov e Matteo Berrettini, la strada di Federer per il titolo è particolarmente in salita.

Alle spalle dei Grandi Tre, la probabilità di vittoria diminuisce vertiginosamente. Non si possono però ignorare le possibilità di un gruppo di giocatori che si sono messi in luce nel 2019, primi fra tutti Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas che, pur non avendo ancora vinto uno Slam, hanno la probabilità più alta di detronizzare uno dei Grandi Tre.

Non possiamo poi dimenticare di menzionare diversi altri giovani per un risultato di prestigio. Dall’alto verso il basso troviamo Andrey Rublev, Denis Shapovalov (che però ha perso al primo turno, n.d.t.) e Berrettini. Anche Dominic Thiem e Roberto Bautista Agut rientrano tra i favoriti, ma sono convinta che i più giovani tra i possibili primi vincitori di Slam abbiano il vantaggio dell’età dalla loro parte.

Giocatore       Prob. titolo
Djokovic        29.6%
Nadal           26.9%
Federer         12.8%
Medvedev        6.9%
Tsitsipas       5.0%
Rublev          3.9%
Thiem           1.9%
Shapovalov      1.9%
Berrettini      1.3%
Bautista Agut   1.2%

La gioventù che avanza

È incredibile pensare che una probabilità cumulata di quasi il 50% per la vittoria finale tra Djokovic e Nadal sia inferiore a quella che i due avevano lo scorso anno. E non dipende da un loro calo vistoso, quanto dalla crescita degli altri, per alcuni in modo drammatico.

Lo si può osservare nell’andamento delle valutazioni dell’ultimo anno dei primi dieci favoriti. L’aspetto che più colpisce è l’incredibile ascesa dei più giovani dietro ai Grandi Tre, la maggior parte di quali ha guadagnato almeno 100 punti nel corso della passata stagione.

IMMAGINE 1 – Andamento della valutazione dei giocatori nell’ultimo anno

Se davvero esiste un vantaggio psicologico derivante dallo stato di forma, il grafico suggerisce che le aspettative su giocatori come Medvedev, Shapovalov, Berrettini e Rublev dovrebbero essere ancora più alte dell’effettiva previsione di titolo. Perché, tra i primi 10, hanno fatto siglare i miglioramenti più significativi. Anche Tsitsipas è cresciuto naturalmente, solo che un incremento stabile rende la sua evoluzione più insolita rispetto a quella degli altri appartenenti alla Next Gen.

Nonostante abbiano 105 anni insieme, i Grandi Tre continuano a sfidare la ragione e rimanere al vertice del tennis mondiale. Ancora una volta, sono loro a ottenere i favori del pronostico, ma è il primo Slam da qualche tempo a questa parte in cui la probabilità di altri giocatori per la vittoria finale non è un concetto puramente teorico.

Men’s Title Chances for the 2020 Australian Open

Le favorite agli Australian Open 2020

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 17 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le speranze di una nazione saranno sulle spalle di Ashleigh Barty al via degli Australian Open 2020. Il pronostico suggerisce però che dopo quattro finali Slam consecutive perse, potrebbe essere la volta di Serena Williams.

Con la testa di serie numero uno per lo Slam di casa, Barty sarà probabilmente la giocatrice a sentire la pressione maggiore per la vittoria a Melbourne. Dovrà sfidare anche le previsioni basate su diversi sistemi di valutazione che, nonostante un tabellone teorico più abbordabile da prima della classifica, le assegnano solo una possibilità di titolo su dieci, visto che occupa il quarto posto tra le favorite. Con una probabilità su cinque, Williams non ha il trofeo assicurato, ma è comunque avanti rispetto alle altre contendenti. Queste previsioni non tengono però in considerazione il possibile “effetto finale” che sembra aver colpito Williams, che appunto non ha più vinto uno Slam dagli Australian Open 2017, e dopo aver avuto una figlia.

Serena e poi le altre

La forma di Williams è cresciuta di Slam in Slam, con dimostrazioni di potenza fino alla finale di Wimbledon e degli US Open. Ha inoltre vinto il suo torneo di preparazione a Auckland, un’altra iniezione di fiducia alla vigilia del primo Slam dell’anno. Potremmo assistere a una possibile sfida tra Barty e Williams in semifinale, l’ostacolo più duro per Barty per l’eventuale titolo. La testa di serie numero 8 assegnata a Williams ne sottostima il livello di forma, e la mette in rotta di collisione nei quarti di finale con Naomi Osaka, contro cui ha giocato l’ultima volta nella controversa finale degli US Open 2018.

Karolina Pliskova, anche lei non esente da polemiche, potrebbe essere la giocatrice tra le prime quattro favorite a passare meno osservata. Il fatto però di ritrovarsi dalla parte opposta del tabellone rispetto alle altre tre le ha sicuramente offerto la dose più alta di fortuna.

Giocatrice       Prob. titolo
S. Williams      20.4%
Osaka            13.7%
Kar. Pliskova    11.6%
Barty            9.9%
Sabalenka        4.5%
Halep            4.3%
Keys             4.3%
Kvitova          3.7%
Svitolina        3.7%
Bertens          3.0%

Ci siamo abituati a pensare che, sul circuito femminile, la competizione è così serrata da garantire possibilità di vittoria a chiunque in qualunque torneo. Anche se, rispetto a quanto succede per gli uomini, la probabilità di vittoria si distribuisce in modo più uniforme tra le giocatrici, è interessante vedere quanto abbiano oscillato le loro valutazioni nell’ultimo anno. Per le favorite all’inizio degli Australian Open 2020, si è trattato di un anno movimentato. Williams si è migliorata più di tutte, avendo aggiunto 200 punti alla valutazione del 2019.

Pericolose inversioni di forma

Per le altre, l’andamento più tipico è consistito in una curva piatta nella parte iniziale della stagione, seguita da un incremento deciso a partire da agosto. Barty, Simona Halep ed Elina Svitolina sono le uniche del gruppo ad affacciarsi al primo Slam con una chiara inversione negativa di forma.

IMMAGINE 1 – Andamento della valutazione delle giocatrici nell’ultimo anno

Williams gode dei favori delle statistiche e del livello di gioco più alto dopo la maternità. Se i riflettori puntati su Barty l’aiuteranno a superare la pressione subita nelle finali Slam che ha giocato al rientro sul circuito, potrebbe finalmente raggiungere il record di Margaret Court proprio in Australia.

Women’s Title Chances for the 2020 Australian Open

Il cambio della guardia agli Australian Open 2019 è supportato dai numeri?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 21 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Vincendo contro Roger Federer, il ventenne Stefano Tsitsipas si è reso autore della più grande sorpresa degli Australian Open 2019 e indotto molti a pensare al possibile inizio di una nuova era. I risultati di Tsitsipas a Melbourne sono i più eclatanti tra quelli raccolti da un gruppo di giovani e talentuosi giocatori, e che hanno reso questa edizione degli Australian Open una delle più storiche.

Dopo una settimana di gioco, le partite del quarto turno sono state tra le più sorprendenti, iniziando con la vittoria di Frances Tiafoe contro Grigor Dimitrov, seguita da Danielle Rose Collins che ha battuto la testa di serie numero 2 Angelique Kerber. A fine giornata, altre tre teste di serie hanno perso: la numero 6 Marin Cilic, la numero 5 Sloane Stephens e la numero 3 Federer.

La sconfitta più sorprendente è stata quella di Federer contro Tsitsipas, che prima dell’inizio del torneo non aveva mai vinto una partita agli Australian Open, oltre a rappresentare il risultato più importante dei giocatori in tabellone della cosiddetta Next Gen.

Di fronte a una nuova era?

Guardando Tsitsipas battersi con il sei volte campione degli Australian Open è stato immediato il parallelo con la vittoria di Federer a Wimbledon 2001, sempre negli ottavi, contro Pete Sampras. Forse lo stesso pensiero che ha avuto John McEnroe quando, nell’intervista dopo partita, ha definito la vittoria di Tsitsipas come “cambio della guardia”.

Nessuna partita, da sola, può dare avvio a una nuova era. Se però consideriamo che nella stessa settimana cinque giocatori con meno di 23 anni sono arrivati al quarto turno, occorre ammettere che McEnroe potrebbe avere qualche ragione. Nel raffronto con il passato, quella statistica di 5 su 16 acquista ancora più valore.

La composizione dell’età al quarto turno degli Australian Open nel periodo tra il 2010 e il 2018 mostra una pressoché aridità di risultati per i giocatori più piccoli di 23 anni. Anzi, è il 2009, l’anno dell’unica vittoria di Rafael Nadal e subito dopo il titolo di Novak Djokovic, l’ultima volta in cui giocatori con meno di 23 anni hanno ottenuto risultati migliori o comparabili con il 2019.

IMMAGINE 1 – Composizione dell’età dei giocatori al quarto turno degli Australian Open per il periodo dal 1989 al 2019

Osservando alcuni dei passaggi storici del torneo, come il primo titolo di Ivan Lendl, Sampras, Federer e Djokovic, si nota che le epoche di dominio sembrano presentarsi in cicli di 5-10 anni. Il 2019 sarebbe quindi la rampa di lancio del cambiamento.

Equa distribuzione

L’aspetto più interessante degli Australian Open 2019 è che per la prima volta nell’era Open l’età dei giocatori si è suddivisa equamente tra i più giovani e i più vecchi. Accanto ai cinque con meno di 23 anni hanno raggiunto gli ottavi di finale sei giocatori con più di 30 anni.

Sembra quindi che tutto sia allineato per una stagione in cui i maestri veterani dello sport dovranno fronteggiare la carica di un manipolo di giovani che sono pronti a rimpiazzarli.

Giocatore       Età 
Federer 37.5
Berdych 33.4
Nadal 32.7
Djokovic 31.7
Bautista Agut 30.8
Cilic 30.3
Nishikori 29.1
Raonic 28.1
Dimitrov 27.7
Carreno Busta 27.5
Pouille 24.9
Medvedev 23.0
Coric 22.2
Zverev 21.8
Tiafoe 21.0
Tsitsipas 20.5

Do Numbers Back Up A Changing of the Guard at the 2019 Australian Open?

Altro Slam, altro inutile cronometro al servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 febbraio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il cronometro al servizio per i 25 secondi tra un punto e l’altro è diventato in fretta una presenza stabile in entrambi i circuiti maggiori. Dopo una fase sperimentale, ha debuttato nei tornei di preparazione agli US Open 2018 e da allora è stato ampiamente adottato. Sia gli US Open che gli Australian Open ne hanno fatto uso, e la WTA lo introdurrà negli eventi Premier del 2019, con l’idea di estenderlo poi a tutti i tornei.

Per come l’ho intesa, l’obiettivo del cronometro al servizio è duplice. Il primo, limitare la durata delle partite costringendo i giocatori a un tempo prefissato tra un punto e l’altro. Il secondo, applicare la regola in modo equo.

Dirigenti di tennis e di emittenti televisive sono sempre alla ricerca di accorgimenti per rendere le partite più corte (o, quantomeno, di durata più prevedibile), quindi il primo obiettivo ha una portata più ampia.

Il secondo è più specifico. È risaputo che diversi dei giocatori che impiegano molto tempo tra un punto e l’altro sono le grandi stelle, e si riteneva che l’arbitro esitasse a penalizzarli. In teoria, un cronometro identico per tutti dovrebbe rendere l’applicazione più trasparente, assicurando correttezza a prescindere dallo status.

È difficile valutare il successo del secondo obiettivo. Per certi aspetti, sembra che stia funzionando, vista l’assenza di lamentele da parte dei giocatori. Rispetto al primo obiettivo, è più semplice fare una valutazione degli sviluppi, aspetto che ho analizzato già tre volte, appena dopo il Canada Masters 2018, dopo il Cincinnati Masters 2018 e al termine degli US Open 2018.

Tre eventi separati, medesima conclusione: il cronometro al servizio non ha velocizzato il gioco e, in molti casi, è coinciso con partite più lente.

Come è andata in Australia

Il metodo più immediato per misurare la velocità di un partita è di usare la durata ufficiale e il numero di punti giocati e calcolare i secondi per ogni punto. È un sistema un po’ approssimativo, visto che la durata ufficiale non ricomprende solo il tempo effettivo di gioco ma anche le pause tra i punti, i cambi di campo, le interruzioni per temperature eccessive o per la richiesta di assistenza medica, la moviola istantanea chiamata dai giocatori ed eventuali brevi sospensioni per pioggia. Si tratta quindi di un dato imperfetto, anche se il i cambi di campo od occorrenze simili sono ben definiti, rendendo possibile il paragone.

La tabella mostra i secondi medi per punto per gli uomini e le donne agli Australian open 2018 e 2019, a indicazione della cadenza di gioco prima e dopo l’introduzione del cronometro al servizio.

Anno   Sec/Pt U   Sec/Pt D   
2018 40.2 40.4
2019 41.0 40.3

Non siamo esattamente di fronte a una pubblicità progresso per il cronometro al servizio. In media, le partite sono state più lente nel 2019 rispetto al 2018. D’altro canto però, è un risultato migliore di quanto verificatosi agli US Open 2018, che sono stati in media 2.5 secondi più lenti del 2017, edizione senza cronometro.

Aumenta la precisione, resta la lentezza

Vale la pena ripetere che è un metodo poco raffinato per misurare la velocità di una partita. Per la maggior parte dei tornei però è il massimo ottenibile in assenza di accesso ai dati che l’ATP e (presumibilmente) la WTA possiedono in merito. Negli Slam c’è possibilità per un maggiore dettaglio.

Fino al 2017, per gli US Open e gli Australian Open mi riferisco ai dati di IBM Slamtracker. Per gli Australian Open, la collaborazione con IBM è terminata, ma dati punto per punto sono comunque disponibili sul sito.

Con dati più accurati, si possono ottenere stime più precise della frequenza con cui i giocatori sono andati oltre il limite dei 25 secondi, prima e dopo l’adozione del cronometro al servizio (il limite precedente era di 20 secondi, ma sono convinto che nessuna delle violazioni sia stata assegnata prima che fossero trascorsi almeno 25 o più secondi).

Dopo gli US Open 2018, ho trovato un aumento considerevole del numero di volte in cui i giocatori sono andati oltre i 25 secondi, così come le volte in cui sono andati oltre i 30 secondi. Per chi è interessato, l’articolo contiene approfondimenti metodologici al riguardo.

Di nuovo, gli Australian Open fanno meglio degli US Open, ma non significa necessariamente che il cronometro è efficace, solo che non rallenta le partite in modo così incisivo. La tabella mostra un confronto di violazione temporale prima e dopo l’introduzione del cronometro, per il 2017 e il 2019 (non ho raccolto i dati per gli Australian Open 2018).

Tempo       2017   2019   Delta (%)   
sotto 20s 77.6% 75.9% -2.2%
sopra 25s 91.6% 91.8% 0.2%
sopra 25s 8.4% 8.2% -1.7%
sopra 30s 2.8% 2.1% -25.2%

L’ultima riga della tabella è la prima vera indicazione del fatto che il cronometro al servizio sta funzionando. Rispetto a due anni fa, si superano i 30 secondi tra un punto e l’altro molto meno frequentemente. Di converso, se si considerano i 25 secondi non c’è quasi differenza. Altro elemento negativo, l’apparente miglioramento dato dal valore di 2.1% per l’intervallo sopra i 30 secondi è considerevolmente peggiore di quanto visto agli US Open 2018, in cui si era solo sullo 0.8%. Agli Australian Open, il cronometro ha eliminato alcune delle violazioni più evidenti, ma ne rimangono molte.

Servono medici, non medicine

Il problema principale continua a risiedere nel modo in cui si usa il cronometro. Il conteggio infatti prende il via alla chiamata del punteggio che, generalmente, avviene quando il rumore di fondo nello stadio si è esaurito. Per questo, dopo scambi lunghi o emozionanti – cioè proprio quelli in cui i giocatori prendono più tempo per rifiatare prima di servire – il limite temporale è di fatto allungato.

Ma non c’è ragione perché sia così. L’arbitro dovrebbe far partire il cronometro quando il punto è terminato e, se gli spettatori sono ancora in visibilio dopo 20 o 25 secondi, comportarsi di conseguenza. Alcuni giocatori però hanno già l’abitudine strategica di sfruttare tutto il tempo concesso. Più l’arbitro aspetta prima di far ripartire il cronometro, più dobbiamo attendere la ripresa del gioco.

La mia critica principale all’avvio ritardato del cronometro però è di diverso tipo. Ovviamente vorrei vedere le partite procedere con più rapidità. Ma, come per quasi tutti gli aspetti del regolamento, a darmi fastidio è l’estensione del tempo limite più favorevole per le mega stelle che per i giocatori di rincalzo. In un campo come la Rod Laver Arena a Melbourne, dopo ogni punti giocato si assiste a una anche modesta ovazione, specialmente in presenza di grandi nomi come Roger Federer o Rafael Nadal o Serena Williams.

Lontano dai riflettori sul campo 20, Johanna Larsson può pensare di ottenere un applauso appena accennato anche dopo uno scambio da sfinimento. Più è anonimo il giocatore, minore il tempo di recupero. E dopo un paio di partite, la differenza si fa sentire. Una regola introdotta per aumentare equità e trasparenza non dovrebbe andare a svantaggio degli sconosciuti. In questo caso però negli Slam sembra succedere proprio così.

Prima o poi smetterò di commentare il cronometro al servizio. Finché i due circuiti promuoveranno un’innovazione che fallisce nel proprio dichiarato intento, continuerò a valutarne i risultati. Magari fra qualche anno si arriverà finalmente ad applicarla nel modo giusto.

Another Slam, Another Pointless Serve Clock

L’impatto del nuovo super-tiebreak agli Australian Open 2019

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 18 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Uno dei vari cambiamenti introdotti agli Australian Open 2019 è stato il super-tiebreak nel set decisivo delle partite di singolare. Dopo due turni, tre partite maschili e due femminili hanno già messo alla prova la regola. Cosa può svelare l’esito di quelle partite sul possibile impatto del nuovo format?

Un format specifico per ciascuno Slam

Nel 2019, ciascun torneo dello Slam avrà uno specifico format. Gli US Open – i primi ad adottare il tiebreak classico nel set decisivo – continueranno a mantenere la loro configurazione, la più breve tra tutte. A Wimbledon si giocherà per la prima volta un tiebreak classico sul punteggio di 12-12 nel set decisivo. Il Roland Garros è rimasto di fatto l’unico Slam con il set decisivo ai vantaggi.

Gli Australian Open si sono lanciati nella mischia adottando il super-tiebreak nel set decisivo. E dopo due turni giocati, già 5 partite sono terminate con il super-tiebreak, compreso il primo turno vinto da Katie Boulter, che ha poi ammesso di essersi dimenticata della nuova regola (nei turni successivi, solo una partita è finita al super-tiebreak, la vittoria di Kei Nishikori al quarto turno contro Pablo Carreno Busta, n.d.t).

Tra gli Slam, gli Australian Open sono stati scenario di due delle dieci più lunghe partite di singolare maschile (escludendo la Coppa Davis): la finale del 2012 tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, durata 5 ore e 53 minuti e il primo turno tra Ivo Karlovic e Horacio Zeballos nel 2017, terminato dopo 5 ore e 22 minuti.

Alla luce di questi record, giocatori e appassionati possono chiedersi come il nuovo format contribuirà a eliminare le partite di durata infinita. Riflettiamo sulla domanda pensando alle partite su cui già sono ricaduti i cambiamenti introdotti.

Nel primo turno del tabellone maschile una sola partita è arrivata al super-tiebreak, la battaglia francese tra Jeremy Chardy e Ugo Humbert terminata 10-6 dopo 4 ore e 9 minuti. Al secondo turno, due partite hanno avuto lo stesso destino. In una, l’attira tiebreak Reilly Opelka ha perso 10-5 da Thomas Fabbiano in appena 3 ore e 32 minuti. Nell’altra, Nishikori l’ha scampata dopo 3 ore e 52 minuti contro Ivo Karlovic, vincendo 10-7.

Sono partite che sarebbero durate più a lungo in una situazione di set decisivo ai vantaggi?

Ci aspettiamo che sia così, ma di quanto?

Come giocatori tipo Karlovic e Opelka dimostrano, è più probabile rimanere invischiati in un’interminabile sequenza di servizi in presenza di due giocatori nella stessa partita che vincono una percentuale simile di punti al servizio. Così è stato per Chardy e Humbert, che hanno vinto rispettivamente il 68% e 70% in media, o Fabbiano e Opelka con il 70% e 73%, o Nishikori e Karlovic con il 74% e 78%. Tutti hanno superato la media del 67% del circuito, aspetto che dà garanzia quasi certa di prolungare il quinto set ad oltranza.

Utilizzando un simulatore di risultati con queste statistiche al servizio otteniamo una stima ragionevole della durata addizionale che quelle partite avrebbero avuto se il set decisivo fosse andato ai vantaggi.

La stima con un simulatore di risultati

L’immagine 1 presenta gli esiti per le partite in cinque set con le statistiche al servizio di Chardy e Humbert. Le linee mostrano la mediana, l’80esimo e il 90esimo percentile, mentre la linea rossa identifica l’effettiva durata della partita. Emerge che anche per un format più corto, la partita tra Chardy e Humbert è stata comunque insolitamente lunga, rientrando quasi tra il 20% di quelle che ci si attende abbiano durata più lunga quando c’è il set decisivo ai vantaggi. Con la durata attesa di 1 partita su 20 al quinto set di almeno 5 ore, c’era una buona probabilità che sarebbe potuta andare peggio di così.

IMMAGINE 1 – Durata attesa della partita tra Chardy e Humbert con il set decisivo ai vantaggi

Il nuovo format ha probabilmente avuto conseguenze più importanti sulla partita tra Fabbiano e Opelka, la cui durata effettiva ricade quasi esattamente nella mediana della durata attesa per una partita di cinque set nel format con il set decisivo ai vantaggi. Questo si traduce in una probabilità del 50% che avrebbe potuto durare più di quanto non abbia fatto.

IMMAGINE 2 – Durata attesa della partita tra Fabbiano e Opelka con il set decisivo ai vantaggi

L’impatto maggiore fino a questo momento è stato per la partita tra Nishikori e Karlovic. Osservando la distribuzione delle durate sulla base delle loro caratteristiche di servizio, possiamo notare come Nishikori possa ritenersi fortunato per l’introduzione della nuova regola. Senza, si sarebbe infatti trovato di fronte al 70% di probabilità di una guerra di nervi di più di 4 ore una volta raggiunto il quinto set contro Karlovic.

IMMAGINE 3 – Durata attesa della partita tra Nishikori e Karlovic con il set decisivo ai vantaggi

L’impatto è già evidente

Sono bastate tre partite per vedere che il nuovo format ha già lasciato il segno nel torneo, ed ha ancora più importanza per quei giocatori con percentuali di punti vinti al servizio superiori al 70%. Può sembrare di poca consolazione per un giocatore che arriva al terzo turno avendo già giocato 9 set, ma meno minuti in campo potrebbero avere un peso per la probabilità di raggiungere la seconda settimana.

Impact of the New Super Tiebreak at the Australian Open

Contrasti: Le belle speranze di Lorenzo Musetti

Per Rivista Contrasti, ho scritto un articolo sulla vittoria di Lorenzo Musetti agli Australian Open Juniores 2019 e sulle sue possibilità di futuro successo tra i professionisti:

[M]usetti ha giocato un torneo impeccabile, gestendo la pressione della testa di serie numero 1 con la solidità di un veterano. Ha sconfitto tre teste di serie, battuto il connazionale Giulio Zeppieri in semifinale e perso il primo e unico set solo in finale contro l’americano Emilio Nava, un avversario con un anno di età in più ed esperienza di tornei Challenger e Futures.

La finale ha riservato le emozioni di una tipica partita molto equilibrata del circuito maggiore, terminata dopo più di due ore nel lungo tiebreak del terzo e decisivo set, in cui entrambi i giocatori hanno avuto almeno un match point. I numeri di Musetti sono stati di tutto rispetto: il 65% di prime di servizio in campo, con cui ha vinto il 71% dei punti, e il 67% di punti vinti sulla seconda. Con 3 soli punti totali a separare i due giocatori (102 a 99 per Musetti), un migliore rapporto tra vincenti ed errori non forzati ha certamente aiutato.

Leggete il resto dell’articolo.

L’impatto del nuovo servizio di Rafael Nadal

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un paio di anni fa, il nuovo rovescio di un certo svizzero veterano del circuito aveva monopolizzato la conversazione agli Australian Open. Roger Federer vinceva il torneo, e recuperava posizioni in classifica fino a riconquistare il numero 1 del mondo. Il 2019 è iniziato con un’altra mega stella, Rafael Nadal, impegnata a perfezionare la propria relativa debolezza con la ricerca della massima efficenza al servizio.

I primi risultati sono decisamente positivi. Fino alla semifinale, la prima di servizio di Nadal agli Australian Open 2019 ha raggiunto in media i 185 km/h (115 mph), rispetto ai 177 km/h (110 mph) degli US Open 2018. Non ha subito un break in cinque partite di fila, indietro fino al secondo turno, e ha dovuto salvare solo 13 palle break negli ultimi 15 set.

Va detto che non ha affrontato avversari di grande spessore, visto che il tabellone gli ha messo contro solo due teste di serie fuori dai primi 10. Risultati così a senso unico però possono equamente ascriversi al suo dominio. In fondo, ha demolito Stefanos Tsitsipas poco dopo che la promessa greca aveva eliminato Federer.

Alcuni dei numeri al servizio migliori di sempre negli Slam

Le velocità al servizio sono incoraggianti e le vittorie a senso unico un toccasana per il fisico, ma l’attenzione dovrebbe essere sempre rivolta ai punti, e a quanti Nadal ne vince. Su questa base, con il nuovo servizio Nadal ha raggiunto livelli di eccellenza, con alcuni dei numeri al servizio migliori di sempre negli Slam.

In sei partite Nadal ha vinto l’80.9% dei punti sulla prima di servizio (l’altro finalista, Novak Djokovic, ne ha vinti il 77.5%. Sono entrambi numeri superlativi, visto che la media del circuito sul cemento è inferiore al 75%, un valore che comprende il contributo di giocatori molto più dominanti al servizio). Solo due volte Nadal ha fatto meglio in uno Slam sull’erba o sul cemento: agli US Open 2010 con l’83.6% e a Wimbledon 2008 con l’81.3%.

La tabella riepiloga i primi 10 rendimenti al servizio in uno Slam su una superficie veloce fino alle semifinali.

Torneo                 Pt 1^   Pt 2^             
2010 US Open 83.6% 66.9%
2008 Wimbledon 81.3% 64.3%
2019 Australian Open 80.9% 58.0%
2013 US Open 79.5% 64.7%
2017 Wimbledon 79.4% 58.6%
2011 Wimbledon 79.4% 59.4%
2010 Wimbledon 79.3% 61.6%
2006 Wimbledon 77.9% 62.1%
2012 Wimbledon 77.3% 61.5%
2012 Australian Open 76.8% 56.7%

Si può notare una tendenza in cima all’elenco, vale a dire che sono Slam che Nadal ha poi vinto. Gli US Open 2010 sono il primo Slam vinto sul cemento, con una vittoria in quattro set contro Djokovic, la vittoria più dominante sul rivale di lungo corso in uno Slam che non fosse sulla terra battuta.

A Wimbledon nel 2008 è arrivata la prima vittoria sull’erba nella memorabile finale contro Federer. Gli US Open 2013 sono stati un’altra vittoria relativamente lineare contro Djokovic. I risultati nelle varie edizioni di Wimbledon che riempiono la parte bassa sono un po’ gonfiati dalla superficie, ed è significativo che il secondo migliore rendimento agli Australian Open risale al 2012, con un 76.5% di punti vinti sulla prima. Pur non avendo vinto quel torneo, Nadal ha costretto Djokovic a impiegare quasi sei ore per batterlo.

Sono segnali positivi per Nadal che, come minimo, renderanno la finale ancora più interessante nel confronto tra la nuova pericolosità del servizio di Nadal e il sempre brillante gioco alla risposta di Djokovic.

La seconda rimane più attaccabile

Con un campione di solo sei partite però è difficile, analiticamente, avventurarsi oltre. Nadal ha dominato Tsitsipas, ma lo ha fatto appena meglio della loro partita al Canada Masters la scorsa estate. In Australia, ha vinto l’80.3% dei punti al servizio, di cui l’85% sulla prima. Nelle precedenti partite, ha vinto il 78.9% dei punti al servizio di cui il 93.8% sulla prima.

Un paragone più rilevante è quello tra la vittoria al quarto turno contro Tomas Berdych (75.3% dei punti vinti al servizio, 80.4% sulla prima) e le precedenti partite sul cemento (rispettivamente 66.6% e 72.7%). Non vi si può dare però troppo peso visto che non giocavano dal 2015 e Berdych era di rientro da un infortunio.

In finale, i tifosi più pessimisti di Nadal terranno d’occhio la seconda di servizio, che non ha mostrato lo stesso incremento in efficacia della prima. Nelle sei partite degli Australian Open 2019, Nadal ha vinto il 58.0% dei punti sulla seconda, appena sopra alla sua media in carriera negli Slam sul cemento del 57.3%.

Alex De Minaur, il miglior avversario alla risposta tra quelli di Melbourne, ha effettivamente sfruttato questo accenno di debolezza, limitando Nadal a un misero 36.4% di punti vinti sulla seconda. Djokovic è ancora meglio, perché capace di neutralizzare seconde di servizio più potenti di quella di Nadal e quindi creare seria preoccupazione.

Più efficacia e minore durata delle partite

Dovesse portare alla vittoria del titolo, il servizio di Nadal prenderà giustamente buona parte del merito. Non solo ha reso più efficace quell’aspetto del gioco, ma è stato un fattore nella minore durata delle partite e nella conservazione di energia per le insidie del cemento.

Anni fa ho sfidato la saggezza popolare e sostenuto che Nadal potesse raggiungere 17 vittorie Slam. Da allora, Federe ha alzato l’asticella, ma un Nadal con l’arma in più al servizio fa di 20 o 21 un numero mai così realistico (Nadal ha poi perso la finale con il 51% dei punti vinti con la prima di servizio e con il 62% con la seconda, contro rispettivamente l’80% e l’84% di Djokovic, n.d.t.).

The Impact of Rafael Nadal’s New Serve

L’attuale configurazione di Petra Kvitova

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 25 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per più di dieci anni, Petra Kvitova ha mostrato uno stile tra i più offensivi del tennis femminile. Cerca le linee, colpisce forte e che sarà sarà. Ci sono circostanze in cui l’esito è disastroso, come la sconfitta per 4-6 0-6 contro Monica Niculescu nella finale del torneo di Lussemburgo. Quando invece funziona – tra tutti i due titoli a Wimbledon – maturano anche gli interessi.

La nuova striscia positiva del momento, 11 vittorie con la perdita di un solo set, l’ha portata a un passo dal terzo Slam. E ci è arrivata mantenendosi aggressiva, con la differenza che non sbaglia più così spesso. Pur chiudendo il punto sulla racchetta come mai prima, commette molti meno errori di tante delle avversarie con disposizione conservativa.

Nelle ultime cinque partite degli Australian Open 2019, dal secondo turno alla semifinale, il 7.9% dei suoi colpi (compreso il servizio) si è concluso come errore non forzato. Nelle 88 partite di Kvitova del Match Charting Project di cui possediamo dati punto per punto, si tratta delle cinque con meno errori non forzati della carriera.

Alto rendimento ma senza rischio

Nelle partite del database dal 2010, la giocatrice media del circuito maggiore commette errori non forzati nell’8.0% dei colpi. Kvitova quindi, la terza più aggressiva, riesce in qualche modo a fare errori al di sotto della media. È un tennis ad alto rischio e alto rendimento…senza la componente di rischio.

La strategia di tirare a tutta non è cambiata però. Nella semifinale contro Danielle Collins, il suo Punteggio Offensivo – un indice aggregato di colpi che chiudono il punto tra cui vincenti, errori forzati indotti ed errori non forzati – è stato di 30.5%, il terzo valore più alto di tutte le partite di Kvitova presenti nel database dal rientro sul circuito nel 2017. Anche il Punteggio Offensivo complessivo ottenuto a Melbourne di 28.2% è più alto della media in carriera del 27.1%.

In altre parole, fa meno errori, e il numero inferiore di errori si è trasformato in colpi di chiusura del punto che vanno a suo favore. L’immagine 1 mostra le medie mobili di cinque partite di vincenti (e errori forzati indotti) per colpo e di errori non forzati per colpo per tutte le partite nel database della carriera di Kvitova.

IMMAGINE 1 – Medie mobili di cinque partite di vincenti e non forzati per colpo

L'attuale configurazione di Petra Kvitova - settesei.it

Tendenze rialziste e ribassiste

Anche con l’effetto normalizzante operato sulla frequenza di vincenti ed errori delle medie mobili di cinque partite, sono curve abbastanza frastagliate. Alcuni elementi sono però chiari.

Nel mese di gennaio, Kvitova ha colpito vincenti con quasi la più alta percentuale di sempre. Dal secondo turno degli Australian Open ha tenuto una media di 20.3%, maggiore di qualsiasi altro rendimento passato a eccezione della vittoria a Wimbledon 2014 (non ho mai provato a correggere il totale dei vincenti per la superficie, ma è possibile che la differenza sia interamente giustificata dall’erba).

Sorprende ancora di più essere di fronte al divario più ampio tra frequenza di vincenti e frequenza di errori da quello ottenuto sempre durante Wimbledon 2014. Anzi, tra il secondo turno e le semifinali di quel torneo la media è stata dell’8.1% di errori e del 20.0% di vincenti. In entrambi i casi i numeri agli Australian Open sono leggermente migliori.

Più di tutto, dal 2016 la frequenza di errore si è mossa, in larga parte, con una tendenza ribassista. La recente impennata negli errori è dovuta quasi esclusivamente alle tre sconfitte a Singapore alla fine della scorsa stagione e a un inizio a Brisbane un po’ movimentato. Sono passaggi che non vanno ignorati completamente – forse Kvitova soffrirà sempre di settimane in cui perde la mira – ma sembra che sia riuscita a superarli con fiducia.

Kvitova può aprire una nuova era di dominio

Nulla di questo garantisce una prestazione priva di errori nella finale con Naomi Osaka. Avrei potuto scrivere simili parole sulla sua incoraggiante diminuzione della frequenza di errori prima delle Finali di stagione 2018, dove però poi ha terminato il girone senza vittorie.

Osaka rappresenta un’avversaria molto più ostica degli altri turni a Melbourne, anche con una seconda di servizio claudicante. Detto questo, il pungente fioretto di Kvitova fa paura, e può mettere fine alla breve era di estrema competitività del tennis femminile con un nuovo periodo di dominio (Osaka ha poi vinto la finale in tre set, dopo aver vinto il primo, conquistando il secondo Slam di fila, n.d.t.).

Petra Kvitova’s Current Status: Low Risk, High Reward

La strana debolezza della seconda di servizio di Naomi Osaka

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 23 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Grazie alla potenza dei suoi colpi, specialmente la prima di servizio tra le più forti in circolazione, Naomi Osaka ha raggiunto velocemente il vertice del tennis femminile.

Agli Australian Open 2019, compresa la semifinale vinta contro Karolina Pliskova, la velocità media della prima di Osaka è stata di 169 km/h (105 mph), superiore a quella di tutte le giocatrici che sono arrivate al terzo turno, tranne due. E anche le due in questione, Aryna SabalenkaCamila Giorgi, hanno fatto meglio di poco, con una media di 170 km/h (106 mph).

La maggiore differenza in media tra prima e seconda

Se però si guarda la seconda di servizio, la posizione di Osaka si inverte. Rispetto a una tipica seconda di Sabalenka a 145 km/h (90 mph) e una di Giorgi a 151 (94 mph), Osaka in media ha servito a soli 126 km/h (78 mph), la quartultima tra le ultime 32. È un valore che la mette davanti a giocatrici come Angelique Kerber e Sloane Stephens, entrambe con una prima inferiore in media di circa 16 km/h.

I 43 km/h di Osaka rappresentano la differenza più marcata del gruppo. Segue Caroline Wozniacki, con i 37 km/h tra una prima a 164 km/h (102 mph) e una a seconda a 127 km/h (79 mph). In termini percentuali, in media la seconda di Osaka raggiunge solo il 74% della velocità della prima. Anche questo è il divario più ampio delle giocatrici al terzo turno a Melbourne, seguito sempre da quello di Wozniacki al 77%.

La tabella mostra le velocità della prima e della seconda, insieme al divario e al rapporto tra i due numeri, per qualche giocatrice in meno, cioè quelle per le quali gli Australian Open hanno reso note le velocità al servizio di almeno quattro partite.

Giocatrice      Media 1^  Media 2^  Diff   Indice 
Osaka 169.7 126.3 43.4 0.74
Keys 169.3 137.4 31.7 0.81
S.Williams 167.0 142.5 24.4 0.85
Barty 164.1 141.9 22.0 0.87
Ka. Pliskova 163.9 129.5 34.4 0.79
Collins 162.8 132.2 30.7 0.81
Kvitova 160.2 147.4 12.8 0.92
Muguruza 157.8 132.7 25.0 0.84
Pavlyuchenkova 157.5 135.9 21.5 0.86
Sharapova 157.5 144.1 13.1 0.92
Svitolina 157.0 125.8 31.2 0.80
Stephens 154.6 120.8 33.7 0.78
Halep 153.3 130.1 23.1 0.85
Kerber 151.2 126.1 25.2 0.83

Una seconda lenta può non creare troppi problemi

Stranamente, avere una seconda di servizio così lenta non sembra creare troppi problemi. Nella semifinale contro Pliskova, Osaka ha vinto l’81% dei punti sulla prima e solo il 41% dei punti sulla seconda. Di solito però il suo rendimento sulla seconda è migliore.

E in questa partita entrambe hanno approfittato della debolezza del servizio dell’avversaria. Pliskova ha vinto solo il 32% dei punti sulla seconda (per correttezza va detto che Pliskova ha il secondo divario più grande del precedente elenco, perché tende a fare affidamento più sulle rotazioni che sulla velocità quando non mette la prima).

In sei partite, Osaka ha vinto il 73.3% dei punti sulla prima e il 49.7% dei punti sulla seconda, leggermente meglio della media delle giocatrici ai quarti di finale sulla prima e di poco peggio sulla seconda.

Il rapporto tra i due numeri, pari al 68%, è quasi identico a quello di Danielle Collins, Petra Kvitova, Anastasia PavlyuchenkovaSerena Williams, tutte con differenze più ridotte tra prima e seconda. Delle otto ai quarti di finale, Kvitova ha la differenza più piccola, eppure è arrivata in finale così come Osaka, solo di qualche punto percentuale più veloce in entrambi i servizi.

Più di un modo per arrivare nella fase finale

La tabella elenca la percentuale di punti vinti sulla prima (PVS1) e sulla seconda (PVS2) per le giocatrici ai quarti di finale a Melbourne, insieme al rapporto tra i due valori (Pt %) e l’indice di velocità di ciascuna dalla tabella precedente.

Ai quarti       PVS1    PVS2    Pt %   Indice   
Kvitova 77.9% 52.8% 0.68 0.92
Williams 74.7% 50.0% 0.67 0.85
Osaka 73.3% 49.7% 0.68 0.74
Collins 72.5% 50.0% 0.69 0.81
Barty 70.8% 55.7% 0.79 0.87
Pliskova 70.5% 50.0% 0.71 0.79
Pavlyuchenkova 67.0% 44.9% 0.67 0.86
Svitolina 66.5% 48.1% 0.72 0.80

È evidente che ci sia più di un modo per entrare tra le ultime otto. Kvitova ad esempio raccoglie punti facili con un servizio angolato invece che veloce, rendendo il confronto dei chilometri orari di poco conto.

Il servizio di Williams è vicino a quello di Osaka, pur avendo una seconda di servizio più incisiva. E poi c’è Svitolina, il cui servizio non è necessariamente potente o efficace, ma è compensato da altri colpi o acume tattico.

Dovrebbe servire seconde più forti?

Alla luce di tutto questo, Osaka dovrebbe servire seconde più forti? In casi estremi, come nella semifinale contro Pliskova con un 81% / 41%, la risposta è affermativa. Cioè se avesse servito solo prime mantenendo quella percentuale di punti vinti, avrebbe accumulato molti doppi falli ma vinto più punti totali.

I margini però sono solitamente più risicati, e come visto il rendimento sulla seconda di Osaka non è malvagio, ma lascia spazio a miglioramenti. Pur nell’adagio che ogni giocatrice è diversa, un servizio più veloce è tendenzialmente più efficace.

Con i dati a disposizione si può fare un’analisi più approfondita, serve aspettare la conclusione del torneo. Intanto però la finale femminile è il palcoscenico per un confronto di stili. Da un lato, la potenza della prima di Osaka e la leggerezza della seconda, dall’altro gli angoli e il piazzamento di Kvitova su entrambi i servizi.

Sia le mie previsioni che le quote degli scommettitori danno una partita molto equilibrata, e forse sarà proprio la seconda di servizio di Osaka a fare la differenza.

The Oddity of Naomi Osaka’s Soft Second Serves