Corridoi e colpi a uscire

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’11 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le Finali NextGen si giocano su un campo anomalo, nel senso che, dovendo ospitare solo partite di singolare, non possiede le linee che delimitano il corridoio del doppio. Praticamente tutti i tornei della stagione prevedono il tabellone del doppio, e quindi raramente è possibile trovare un campo senza i corridoi. Ci sono state in passato edizioni delle Finali di stagione riservate al singolare, ora però l’esclusiva è delle Finali NextGen.

Si può pensare che il particolare disegno delle linee abbia qualche conseguenza sui giocatori?

Ne ho parlato recentemente con Erik Jonsson, e siamo giunti alla provvisoria conclusione che i professionisti (anche i più giovani di loro), grazie alle migliaia di ore di esperienza di gioco, non dovrebbero sentirsi disorientati in un campo diverso dal solito. Perché però fare congetture quando abbiamo dei dati per un’analisi?

Il database del Match Charting Project, che ho creato per raccogliere statistiche punto per punto di partite ufficiali anche con il prezioso aiuto di volontari, è comprensivo di più dettagli relativi agli errori, sia in termini di natura, cioè forzati e non forzati, che di tipologia, cioè in rete, lunghi, esterni o esterni e lunghi. Le Finali NextGen non hanno destato l’immediato interesse dei volontari, tanto che prima dell’edizione 2019 solo la finale del 2018 era stata inserita, su più di 6600 partite totali. Il 2019 però è diverso, perché abbiamo statistiche di 8 delle 15 partite giocate a Milano la settimana scorsa (un grazie sentito a Carrie, che ha seguito l’intero percorso del finalista Alex De Minaur).

La quantificazione degli errori esterni

Ci interessa la frequenza dei colpi che escono ai lati del campo, un calcolo meno semplice di quanto appaia. Ho deciso di limitarmi ai colpi a rimbalzo, escludendo anche gli errori forzati, quelli in cui il giocatore potrebbe non avere un grande controllo sulla direzione della palla.

Questi sono gli indicatori ipotizzabili per la frequenza degli errori esterni:

  • errori esterni per punto (est./punto)
  • errori esterni per errori non forzati (est./ENF)
  • errori esterni per colpi a rimbalzo “fattibili”, cioè colpi a rimbalzo che sono stati errori non forzati o che sono stati rimessi in gioco (est/. rimbalzo)

Il primo indicatore probabilmente eccede in approssimazione, pur avendo il vantaggio della semplicità. Gli errori esterni per errori non forzati potrebbero essere di aiuto nell’indicare in quale direzione il giocatore è stato più aggressivo. L’ultimo, gli errori esterni per colpi a rimbalzo “fattibili”, è forse la rappresentazione più utile al nostro scopo, perché segnala quanto spesso un giocatore ha tirato un colpo che è uscito a lato.

De Minaur e gli altri

La tabella elenca i numeri di De Minaur per le cinque partite delle Finali NextGen 2019, oltre ai numeri complessivi delle altre 28 partite sul cemento nel database, relative agli ultimi due anni.

             Est./Punto  Est./ENF  Est./Rimbalzo   
NextGen      2.7%        1.5%      21.7%  
Cemento ATP  3.0%        1.4%      21.4%

Almeno per De Minaur, il corridoio non sembra fare troppa differenza. Concentriamoci sul gruppo di giocatori leggermente più ampio. Abbiamo otto partite, vale a dire 16 inserimenti di partita se si considerano i singoli giocatori, tra cui almeno una per ognuno degli otto giocatori che si sono qualificati per Milano. La tabella elenca i tre indici per le partite delle Finali NextGen, insieme agli equivalenti valori per le altre partite sul cemento nel database, relative agli ultimi due anni.

             Est./Punto  Est./ENF  Est./Rimbalzo  
NextGen      3.2%        1.8%      19.5%  
Cemento ATP  3.2%        1.8%      23.1%

Per i primi due indici, non c’è alcun effetto tangibile. Con o senza corridoio, gli errori esterni determinano la fine del 3.2% dei punti, e dell’1.8% del totale degli errori non forzati (il 3.2% è per giocatore, quindi i punti che si sono conclusi con un errore esterno sono il 6.4%). Il terzo indice invece è più interessante. Sul circuito questi giocatori commettono un errore esterno nel 23.1% dei colpi a rimbalzo “fattibili”. Nel campo senza corridoio visto a Milano, lo stesso numero è sceso di più di un settimo, al 19.5%. Contestualmente, la frequenza complessiva di errori non forzati (non solo quindi gli errori esterni) è aumentata rispetto a quanto mostrato dagli stessi giocatori sul cemento in altri eventi.

Acuire la mente

Penso a due possibili spiegazioni per un calo così marcato. Primo, non abbiamo molti dati a disposizione, e magari è solo un caso legato a un campione ridotto. In parte si può far risalire alla prestazione di Ugo Humbert, che non ha commesso nemmeno un errore esterno nell’unica sua partita del database alle Finali NextGen (la frequenza tipica di Humber sugli errori esterni è vicina alla media del circuito). In assenza di molte più partite giocate su campi senza corridoio, e di cui naturalmente dovremmo avere statistiche punto per punto, non si riesce a giungere a conclusioni definitive.

Secondo, potrebbe trattarsi di un effetto concreto legato però a qualche aspetto delle condizioni di gioco di Milano. La mancanza del corridoio, come scritto da @furryyelloballs nel suo tweet, potrebbe davvero “acuire la mente”.

Rispetto ad altre misure innovative sperimentate alle Finali NextGen, il campo dedicato al singolare riceve scarso interesse mediatico. Però, a differenza di modifiche come l’appendi asciugamano o il cronometro al servizio, potrebbe avere una conseguenza reale sul gioco, per quanto limitata.

Tramlines and Wide Groundstrokes

Qualche classifica maschile con i dati del Match Charting Project

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 13 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In preparazione a un precedente articolo sulla somiglianza di stili, ho raccolto alcune statistiche dal Match Charting Project per quei giocatori nei primi 150 del mondo (e con almeno 2500 colpi nel database). I numeri si riferiscono a tutte le superfici e si distribuiscono sull’intervallo di tempo delle partite del singolo giocatore presenti nel database.

Credo sia interessante vedere chi è tra i primi 5 e chi tra gli ultimi 5 nelle categorie in esame, anche se di fatto non sono mie statistiche. Naturalmente, la quantità di dati disponibili del Match Charting Project è molto più abbondante, e sulla pagina di ogni giocatore è possibile il confronto con varie altre medie.

Servizio e volée

Si tratta dei tentativi di servizio e volée misurati come percentuale dei punti sul servizio. La media per questo gruppo è del 4.5%, o un tentativo di servizio e volée ogni 22 punti al servizio.

I primi 5 non stupiscono, mentre è sorprendente trovare Karen Khachanov tra gli ultimi. Pensandoci bene, non mi viene in mente un solo tentativo di servizio e volée in una delle sue partite.

Profondità della risposta

Non è un’indicazione presente in ogni partita, anche se sono convinto venga registrata di più ora dell’inizio del progetto. L’indice di profondità della risposta (Return Depth Index o RDI) considera le risposte per cui è indicata la profondità, determina la percentuale dei tre livelli (corta, profonda e molto profonda) e le pondera rispettivamente per 1, 2 e 4. La media del gruppo è di 2.32

Trovo questi risultati molto interessanti. Ho sempre pensato che una risposta più profonda fosse la risposta migliore, ed è certamente così tra i dilettanti. Ma sia Rafael Nadal che Roger Federer sono tra gli ultimi, probabilmente per ragioni diverse. Nadal risponde più angolato, e l’immensa rotazione che imprime alla pallina aggiunge profondità, anche se il colpo non rimbalza vicino alla linea di fondo. Nei numeri di Federer entra la sua preferenza per le risposte di rovescio con un taglio in slice corto.

Discese a rete

Si tratta della percentuale per colpo di discese a rete che non seguono il servizio. La media per questo gruppo è del 3.95%.

Trovare Rirchard Berankis tra i primi 5 è quasi sconvolgente. John Isner, Ivo Karlovic, Nicolas Mahut e altri giocatori di rete completano i primi 10. Ipotizzo che non rientrino tra i primi 5 perché molte delle discese a rete arrivano subito dopo il servizio. È anche interessante notare la scarsa frequenza con cui Gael Monfils cerca di andare a rete durante lo scambio.

Successo a rete

Si tratta della percentuale di punti a rete che il giocatore conclude con un vincente o con un colpo che costringe l’avversario a un errore forzato. La media per questo gruppo è del 69.6%.

Novak Djokovic è spesso criticato per il gioco a rete, ma ottiene grandi risultati. Mi aspettavo Nadal tra i primi e anche Fabio Fognini, ma non pensavo che Filip Krajinovic fosse così bravo. Invece, Sam Querrey e Karlovic, che ero convinto provassero ad andare a rete su ogni colpo, non hanno molto successo. Nel caso di Karlovic può essere l’enorme volume di tentativi ma, con il suo gioco, ha davvero altra scelta?

Variazioni con il dritto

Si tratta del rapporto tra dritti giocati in taglio topspin o piatti e dritti in taglio slice (Forehand Mix o FHMix). Ci si dovrebbe aspettare un numero molto alto, perché la maggior parte dei giocatori non è Monica Niculescu. La media per questo gruppo è di 21.8. Per convertire in percentuale, basta fare 1 – (1/(FHMix +1). In media, il valore è di 95.6% di dritti in topspin o piatti.

Nikoloz Basilashvili è a pieni giri. Quando qualche tempo fa ho analizzato le velocità massime medie per i colpi a rimbalzo, Basilashvili era il più potente sul dritto. Questo spiega il primo posto ora. E comunque colpisce davvero forte.

Variazioni con il rovescio

Il metodo è identico a quanto visto per il dritto, solo che in questo caso i valori sono molto più bassi, perché per la maggior parte dei giocatori c’è già un po’ di slice nel rovescio. La media per questo gruppo è di 6.44, o circa l’86.5% di rovesci in topspin o piatti.

È onesto affermare che Basilashvili non gradisce colpire in slice, o non riesce a giocarli. I tre giocatori i cui nomi balzano alla mente per primi quando si pensa al rovescio in slice hanno valori tra gli ultimi 5 (Karlovic, Steve Johnson, Feliciano Lopez), ma l’indice di Karlovic è scandalosamente basso, con un rovescio piatto poco meno del 5.5% delle volte (non gli ho mai visto colpire in topspin da quel lato).

Tentativi di palla corta

Si tratta della percentuale di palle corte tentate sul numero totale di colpi presenti nel database per il singolo giocatore. La media per questo gruppo è solo dell’1.21%.

Non è certamente una sorpresa trovare Benoit Paire al primo posto. Il suo 3.35% si traduce in un tentativo di palla corta ogni 30 colpi, forse uno ogni cinque scambi o uno a game. Non esiste una categoria per migliori e peggiore nelle “palle corte che non si sarebbero dovute tentare”, ma Paire probabilmente ne farebbe parte. Viceversa, sembra che Gilles Simon colpisca a rimbalzo in topspin in qualsiasi circostanza. Altri giocatori tra gli ultimi % sono battitori liberi come Andrey Rublev e Tomas Berdych (Basilashvili non è rientrato in classifica per pochissimo).

Palle corte riuscite

Anche se di per sé intuitivo, si tratta della percentuale di palle corte tentate che risultano in un vincente o a un errore forzato dell’avversario. La media per questo gruppo è un esiguo 36.1%.

Nonostante la presenza di John Millman negli ultimi 5, e anche nella categoria precedente, non c’è complessivamente una correlazione tra giocatori che tentano molte palle corte e giocatori che sono bravi con la palla corta, e viceversa. Paire è l’esempio da copertina, vista la sua efficacia realizzativa davvero bassa, solo un 26.5%, che lo pone all’undicesimo posto dal basso.

Riuscita dei colpi a rimbalzo a seconda della direzione

Si tratta di cinque diversi indicatori, per il dritto incrociato, il dritto lungolinea, il dritto a uscire, il rovescio incrociato e il rovescio lungolinea. L’indice si calcola come rapporto tra la somma di vincenti ed errori forzati dell’avversario, diviso per errori non forzati.

Dritto incrociato

La media per questo gruppo è di 1.22, vale a dire che, in media, un dritto incrociato ha il 22% di probabilità in più di essere un vincente o un errore forzato dell’avversario che un errore non forzato del giocatore in questione. Mi aspettavo che fosse l’indice più alto delle cinque categorie considerate, dato che il dritto tipicamente è il colpo più facile, ancor di più quello incrociato che supera la rete nel punto più basso. L’ultima colonna mostra che mi sono sbagliato.

Se vi siete mai chiesti come fa Daniel Evans a vincere le partite, ora avete la risposta. Un indice di 2.25 è altissimo. Mi ha sorpreso la presenza di Roberto Bautista Agut, che pensavo finisse nell’elenco del dritto a uscire, ma non in questo.

Dritto lungolinea

La media per questo gruppo è di 1.32, vale a dire che, in media, un dritto lungolinea ha il 32% di probabilità in più di essere un vincente o un errore forzato dell’avversario che un errore non forzato del giocatore in questione. Mi stupisce vedere un valore più alto di quello del dritto incrociato, perché la pallina passa la rete nel suo punto di massima altezza. Ma stiamo parlando di professionisti, quindi è più probabile che il fattore decisivo sia l’effetto sorpresa o il fatto che molti di questi colpi finiscano sul lato del rovescio di un giocatore destrimane in corsa.

Era facile immaginare la presenza di Nadal e Juan Martin Del Potro. Philipp Kohlschreiber è un caso interessante. Ha la tendenza ad angolare il dritto incrociato in modo da spingere l’avversario fuori dal campo, un po’ alla maniera di Nadal, per poi finire con un lungolinea. Nella mia versione più recente dell’articolo sulla somiglianza di stili, Kohlschreiber era il secondo giocatore più simile a Nadal, anche se non così simile.

È curioso che Isner sia tra gli ultimi 5. Cerca di colpire molti dritti lungolinea e, quando ci riesce, di solito vince il punto. Ma ne manda fuori anche parecchi e qui abbiamo la prova numerica. Ottiene buoni risultati con questo colpo circa il 42% delle volte. Normalmente però ci arriva troppo tardi.

Dritto a uscire

La media per questo gruppo è di 1.40, la più alta per i colpi di dritto. Presumo che se sei un professionista in grado di girare intorno al rovescio per colpire un dritto a uscire, ti ritrovi con il vantaggio della parte bassa della rete e del rovescio dell’avversario (se è un destrimane). Il problema ovviamente è mettersi nella giusta posizione.

Se vi aspettavate Del Potro tra i primi 5, come me, non vi preoccupate, è undicesimo e ben sopra la media.

Rovescio incrociato

La media per questo gruppo è solo di 0.72, vale a dire che, in media, un rovescio incrociato ha il 39% di probabilità di essere un errore non forzato che un vincente o un errore forzato dell’avversario.

Ho dovuto in parte modificare i primi 5 per dare più senso alla statistica. Evans e Johnson erano i primi due, ma non avevo praticamente dati, nel caso di Evans perché non ci sono molte partite e per Johnson perché non cerca di colpire vincenti di rovescio o forzare l’avversario a un errore, e quindi raramente sbaglia. Negli ultimi 5, non mi ero reso conto di quanta scarsa efficacia avesse il rovescio incrociato di Jeremy Chardy. È sette volte più probabile che commetta un errore non forzato con questo colpo che produca un vincente o un errore forzato dell’avversario. In termini più concreti, sono 2 vincenti, 5 errori forzati dell’avversario e 43 errori non forzati di Chardy.

Rovescio lungolinea

La media per questo gruppo è di 1.17. È più difficile da colpire di un rovescio incrociato, ma è anche più inatteso. Va sottolineato che i dati a disposizione per questo colpo sono decisamente inferiori a quelli di altri colpi, quindi possono capitare risultati insoliti.

E infatti sono dei primi 5 strani. Ho tolto Marcel Granollers perché era nettamente sopra chiunque ma aveva solo una manciata di colpi tra cui scegliere. Kei Nishikori è diciassettesimo? Penso perché più sono i tentativi per lui, più aumentano gli errori (un po’ come le volée per Karlovic). Alexander Zverev è undicesimo.

Cosa ne è dei giocatori con il rovescio a una mano di cui ci piacciono i rovesci lungolinea? I vari Stanislas Wawrinka, Kohlschreiber, Grigor Dimitrov, Richard Gasquet? Sono rispettivamente 57esimo, 31esimo, 48esimo e 23esimo. Wawrinka e Dimitrov sono sotto la media. O il campione di dati è piccolo, o l’insieme di colpi nel database del Match Charting Project per questi giocatori non è rappresentativo. O ancora, ci ricordiamo solo dei rovesci lungolinea più spettacolari.

Rotazione sul dritto

L’ultima classifica riguarda in realtà dati provenienti da Hawk-Eye. Li avevo raccolti per l’articolo sulla somiglianza di stili senza poi usarli (almeno per il momento). Tralascio quella sul rovescio perché i dati sono poco affidabili e ingannevoli. Ho dovuto escludere anche alcuni giocatori di cui mi mancano completamente dati sulla rotazione sul dritto, perché non hanno giocato su campi coperti da Hawk-Eye, come Pablo Andujar, Dustin Brown, Pablo Cuevas, Lukas Rosol e Casper Ruud. La media per i restanti giocatori è di 2903 giri al minuto.

Mi sembrano posizioni ragionevoli. Spicca Basilashvili al secondo posto tra i primi 5. Come ho detto in precedenza, Basilashvili possiede anche la seconda velocità media più alta di dritto nei dati Hawk-Eye che possiedo. Avete un’idea di quale velocità di esecuzione del movimento e tempismo sono necessari per arrivare contestualmente al secondo posto per numero di giri impressi alla pallina e per velocità media del colpo? Si presume che rotazione e velocità lavorino contro!

Some Random Match Charting Project Leaderboards (ATP)

Anatomia della prova di forza al servizio di Alex de Minaur

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il torneo di Atlanta è solitamente popolato da grandi giocatori al servizio. Tra il 2013 e il 2018, John Isner ha vinto cinque titoli in sei anni, fermato solo da Nick Kyrgios, naturalmente per mano di due tiebreak. Prima dell’avvento di Isner, l’ultimo vincitore è stato Andy Roddick. I campi in cemento sono veloci e il caldo spesso torrido, quelle condizioni che favoriscono una settimana di ace a profusione.

Anche il trionfatore del 2019 si è fatto strada con una prestazione sbalorditiva al servizio, vincendo quattro partite senza mai concedere una palla break e vincendo in ciascuna più del 90% di punti sulla prima. Sono numeri alla Isner che però non appartengono al gigante e nemmeno al suo erede designato, l’altro gigante Reilly Opelka. Il re del servizio quest’anno ad Atlanta è stato il “normalmente alto” (183 cm) lottatore australiano Alex de Minaur.

A differenza di molti dei colleghi, de Minaur non si guadagna da vivere con un servizio bomba. Nelle ultime 52 settimane, sia Inser che Opelka hanno servito ace per un quarto dei punti al servizio. Nello stesso periodo, per l’australiano la frequenza di ace non va oltre un magro 4.5%.

In finale contro Taylor Fritz (e se si esclude il ritiro di Bernard Tomic nei quarti di finale), de Minaur ha ottenuto il massimo in carriera sul circuito maggiore di 14.8%, ma non è riuscito a superare la doppia cifra nel secondo turno contro Bradley Klahn o in semifinale contro Opelka. È stata una dimostrazione del fatto che ci sono diversi modi di vincere punti al servizio senza necessariamente accumulare un ace dopo l’altro.

Primo strike

Il percorso più veloce per la vittoria senza servire ace è attraverso servizi vincenti. Il giocatore al servizio non ha lo stesso livello di controllo sulla frequenza di servizi vincenti rispetto a quello sugli ace. Molti dei servizi più efficaci però sono raggiungibili dal giocatore alla risposta — se non effettivamente rimettibili in campo — e quindi non vengono conteggiati nella colonna degli ace. È proprio in questa categoria che de Minaur ha dominato ad Atlanta.

Secondo le statistiche punto per punto della finale raccolte per il Match Charting Project, Fritz ha rimesso in gioco solo il 57% dei servizi di de Minaur. In più di 1300 partite sul cemento dal 2010 nel database, la media del circuito è del 70% di risposte in campo, e gli avversari di de Minaur tradizionalmente hanno fatto meglio. La frequenza del 43% di servizi vincenti per l’australiano è eccezionalmente alta, e raggiunge il 90esimo percentile del rendimento al servizio. Contro Opelka, de Minaur ha servito solo 5 ace su 93 punti al servizio, ma ben 38 non sono tornati indietro. Stiamo parlando di una frequenza di servizi vincenti del 46%, valida per il 94esimo percentile.

Secondo strike

Quando il servizio non ha funzionato a pieno regime, de Minaur ha ottenuto risultati ancora più importanti. Ad allenatori e commentatori piace parlare della strategia “più uno”, cioè quella di servire potente e trovarsi in posizione per un colpo aggressivo sulla risposta, qualsiasi essa sia. In questo l’australiano ha davvero raggiunto l’eccellenza durante la finale.

Oltre al 43% di servizi vincenti contro Fritz, un altro 26% dei punti al servizio è rientrato nella categoria “più uno”, vale a dire il primo colpo dopo la risposta dell’avversario che porta a un punto diretto. La media del circuito è del 15% e, anche in questo caso, de Minaur non è andato sempre così bene. In 15 partite del 2018 sul cemento di cui abbiamo dati punto per punto, la sua media è stata solo del 12.6%. Il 26% della finale lo pone nel 98esimo percentile tra le partite sul cemento del database del Match Charting Project. Delle 67 partite che hanno avuto una percentuale superiore al 26%, 15 sono state a opera di Roger Federer. La maggior parte dei giocatori non ha mai avuto una giornata così remunerativa nella categoria “più uno”.

Terzo strike

Anche i più forti al servizio si trovano, occasionalmente, di fronte a uno scambio lungo. Nel campione di partite considerate, nel 40% dei punti il giocatore alla risposta sopravvive alla tattica del “più uno” e riesce a mandare avanti lo scambio. Da quel momento c’è maggiore equilibrio, e chi è in risposta vince poco più della metà dei punti (in parte perché scambi da quattro colpi sono più frequenti di scambi da cinque colpi e così via, e perché, per definizione, lo scambio da quattro colpi è vinto dal giocatore alla risposta. Detto in altro modo, una volta esclusi gli scambi da massimo tre colpi, il campione propende in favore del giocatore al servizio, perché gli scambi da cinque colpi rappresentano un numero sproporzionato dei punti rimanenti).

Per come ha servito de Minaur, non si è trovato poi davanti a così tanti scambi lunghi. Il 22% dei punti sul suo servizio contro Fritz e il 29% contro Opelka hanno infatti raggiunto i quattro colpi. Di fronte al tipico giocatore monodimensionale dal servizio bomba, è questo il territorio per il giocatore alla risposta per pareggiare il punteggio. De Minaur è però più noto per i colpi a rimbalzo di quanto lo sia per il servizio. In finale, ha vinto il 58% di questa tipologia di punti, abbastanza per l’83esimo percentile del campione.

Il rendimento di de Minaur sugli scambi più lunghi non ha fatto grande differenza in finale, principalmente perché è stato così efficace nell’evitare che i punti si prolungassero. Aver vinto più della metà degli scambi da molti colpi è un richiamo al fatto che grandi prestazioni al servizio vanno oltre il servizio stesso. In giornata di grazia, anche un giocatore poco sopra ai 180 cm può ottenere dei numeri che lasciano a terra gli Isner e gli Opelka di turno. Non è sempre una questione di ace.

Anatomy of Alex de Minaur’s Serving Masterclass

Basta a Federer un rovescio tornato normale?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Roger Federer ha battuto di misura Rafael Nadal agli Australian Open 2017, ne ho attribuito la vittoria al suo rovescio. Rientrava da un infortunio che lo aveva tenuto lontano dall’attività professionistica per tutta la seconda parte del 2016 e aveva rafforzato il gioco in quel lato del campo, sviluppando la strategia da adottare contro il rivale di lungo corso. Da quella partita, Federer ha sconfitto Nadal altre cinque volte su sei, a indicazione che questa nuova e più affilata arma è rimasta parte integrante del suo tennis.

Dopo aver sconfitto Nadal nella semifinale di Wimbledon 2019, Federer sembra in splendida forma. A differenza però di due anni fa a Melbourne, la vittoria non è dipesa dal rovescio. Nella finale degli Australian Open, l’elegante rovescio a una mano di Federer aveva contribuito per 11 punti in più di una tipica partita, abbastanza per indirizzare il risultato a suo favore. A Wimbledon, il rovescio non ha fatto paura a Nadal, visto che ha dato a Federer solo un punto in più rispetto alla media. La vittoria è arrivata per Federer con un livello altissimo, ma non dal rovescio.

Il ritorno della Potenza del Rovescio

Questi numeri arrivano da una statistica che ho chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) e che utilizza i dati colpo per colpo del Match Charting Project per isolare l’effetto generato dal singolo colpo di un giocatore.

La formula è semplice e diretta: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore.

In media, un giocatore colpisce 100 rovesci per partita, quindi il passaggio finale della moltiplicazione per 100 fornisce un valore approssimativo a partita. Il BHP conferisce fino a 1.5 “punti” per punti giocati, visto che si sommano sia i vincenti sia i colpi che hanno portato a un vincente.

A quanti punti equivale?

Per tradurre il BHP in punti (o qualsiasi altro indice di potenza come quello del Dritto, Forehand Potency o FHP), si moltiplica perciò per due terzi. Nella finale del 2017, il rovescio di Federer ha raggiunto un BHP di +17, equivalente a circa 11 punti. Nella semifinale di Wimbledon, il BHP è stato solo di +1. Si può quantomeno dire che il rovescio non è stato un colpo debole, cioè quel tipo di commento che avremmo potuto fare quando Federer accumulava vittorie a dismisura nei primi quindici anni di carriera.

Il rendimento in semifinale non è stato un’eccezione. In un confronto anno su anno sulla base dei dati del Match Charting Project (che ammetto essere incompleti), il rovescio del 2019 somiglia molto da vicino a quello mostrato prima dell’infortunio del 2016.

Anni        BHP  
1998-2011   +0.1  
2012        +0.4  
2013        -1.8  
2014        -1.1  
2015        +1.3  
2016        -0.3  
2017        +3.5  
2018        +1.3  
2019        +0.8

Ci sono sempre delle giornate positive, come l’incredibile BHP di +16 contro Kei Nishikori nel quarto di finale a Wimbledon. Mettendo però insieme prestazioni impeccabili e passaggi a vuoto, avversari da cui subisce o che supera più facilmente, condizioni di gioco veloci e lente, il risultato che si ottiene è che con il rovescio Federer non riesce più a raccogliere punti come faceva due anni fa.

Il rovescio contro Djokovic

L’avversario di Federer in finale, Novak Djokovic, è ben noto per la compattezza dei colpi a rimbalzo. Come ha fatto Nadal per diversi anni, anche Djokovic è in grado di mettere a nudo il lato più debole del gioco da fondo di Federer. Ha vinto gli ultimi cinque scontri diretti e nove degli ultimi undici, nella maggior parte dei quali ha tenuto il rovescio di Federer a un BHP negativo.

Anno  Torneo                   Esito   BHP/100  
2018  Parigi Bercy             P       -11.0  
2018  Cincinnati               P       -11.0  
2016  Australian Open          P       -12.6  
2015  Finali di stagione (F)   P       -4.8  
2015  Finali di stagione (RR)  V       +0.7  
2015  US Open                  P       +0.8  
2015  Cincinnati               V       -2.2  
2015  Wimbledon                P       -13.4  
2015  Internazionali d'Italia  P       -12.2  
2015  Indian Wells             P       -5.0  
2015  Dubai                    V       -5.9  
…                                        
2014  Wimbledon                P       -3.1  
2012  Wimbledon                V       +9.6

Di 438 partite con dati punto per punto, il BHP di Federer è sceso sotto il -10 solo 27 volte. Di queste, in nove — e in due delle cinque dal rientro post infortunio di Federer nel 2017 — dall’altra parte della rete c’era Djokovic. Tra l’altro, Djokovic farebbe bene a guardarsi i filmati delle partite in cui Borna Coric ha demolito il rovescio di Federer, cioè le sue due prestazioni peggiori in termini di BHP dall’inizio del 2017 (-20 allo Shanghai Masters 2018 e -19 agli Internazionali d’Italia 2019).

Minimizzare i problemi

Forse è troppo chiedere a Federer di capire come battere Djokovic sul suo stesso terreno. La strategia migliore per lui è minimizzare i problemi attraverso una grande efficienza al servizio e un’esecuzione magistrale con il dritto. In carriera, la media di FHP per Federer è di +9, che però scende a solo +4 contro Djokovic. Nella finale del Cincinnati Masters 2018, Djokovic ha costretto Federer a un imbarazzante -13 di FHP, il peggiore di sempre. E non si è trattato di un caso isolato: quattro dei cinque valori più negativi di FHP nella singola partita sono arrivati per Federer contro Djokovic.

Se Federer vuole il nono titolo a Wimbledon, avrà bisogno di vincere molti punti almeno da un lato, vale a dire con il classico dritto o con il rovescio alla maniera della semifinale del 2012 proprio contro Djokovic. E se con uno riesce a sfondare, con l’altro deve comunque mantenere un livello di tutto rispetto. Nella semifinale contro Nadal il dritto è valso un FHP di +12. Contro un giocatore come Djokovic che difende ancora meglio sulle superfici veloci, Federer dovrà ottenere un risultato simile. Gli si chiede molto, ma del resto una cosa è certa: nessuno potrà lamentarsi che il 21esimo Slam è stato facile da vincere.

Come è andata la finale

Djokovic ha poi vinto la finale con il punteggio di 7-6(5), 1-6, 7-6(4), 4-6, 13-12(3). Come scrive lo stesso Sackmann su Game Theory, il blog dell’Economist, dopo quasi cinque ore di gioco e più di 400 punti, l’esito è stato deciso dall’equivalente nel tennis del lancio della moneta, cioè il tiebreak a sette punti.

Federer ha giocato meglio, servendo più ace, vincendo il 51.7% dei punti e facendo più break dell’avversario. Djokovic dal suo canto ha vinto cinque dei sei punti più importanti, fra tutti i due match point che Federer ha avuto sul servizio. Si è trattato di una partita lotteria, in cui un po’ di fortuna e nervi d’acciaio nei momenti cruciali hanno indirizzato il risultato. Federer non ha di certo tratto beneficio dagli undici errori non forzati commessi nei tre tiebreak, che hanno contribuito a un BHP di -0.8 e un FHP di +2.3, n.d.t.  

Will a Back-To-Normal Federer Backhand Be Good Enough?

Il problema è nella velocità della prima di Zverev?

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 2 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo la sconfitta di Alexander Zverev al primo turno di Wimbledon, nello studio di ESPN c’è stato un lungo dibattito sui motivi della sua “crisi”, che ha visto protagonisti principalmente Patrick McEnroe e Brad Gilbert. Entrambi ritengono che abbia giocato troppo passivamente e dando troppa rotazione ai colpi. Gilbert ha anche aggiunto che ha visto Zverev in passato arrivare intorno ai 209 km/h (130 mph) sulla prima, senza però farlo a Wimbledon, e che avrebbe dovuto “lanciare la bomba” (“heater”, una palla veloce nel gergo del baseball) per raccogliere qualche punto facile in più.

Velocità della prima di servizio

Possiedo dati Hawk-Eye [1] al servizio per 33 partite di Zverev del periodo 2018-19. Di queste, sei si sono svolte sulla terra battuta (tutte nel 2019). Visto che la velocità al servizio è calcolata nell’istante in cui la pallina lascia la racchetta, ci sarebbe un’incidenza da parte della lentezza della superficie solo se Zverev stesso avesse deciso, come strategia di gioco, di servire più piano. Dando un occhio ai dati non sembra essere il caso, perché i valori in quei tornei sono in linea con quelli di altre partite. Ai fini dell’analisi quindi sono ricompresi nel campione.

La velocità media della prima di Zverev nelle 17 partite sempre con dati Hawk-Eye per il 2018 è di 210.3 km/h. Anche in questo sottoinsieme sono incluse le “velocità storiche”, che però non è chiaro cosa siano esattamente. Comunque, per il 2018 la velocità media storica per Zverev è di 201.4 km/h, forse un po’ bassa, ma è abbastanza irrilevante, perché si parla del periodo antecedente al 2018. La massima velocità è indicata a 228.8 km/h, ben sopra i 209 km/h di cui parlava Gilbert.

Per le 16 partite con dati Hawk-Eye giocate nel 2019, abbiamo una velocità media di 210.8 km/h, leggermente superiore al 2018, una “velocità storica” di 208.2 km/h e l’incredibile velocità massima di 231.7 km/h! I dati mostrano inoltre che è passato da 0.66 metri di superamento della rete nel 2018 a 0.75 metri nel 2019. Ancora più importante, nei dati Hawk-Eye del 2018 la media di prime senza risposta è del 37.1%, rispetto al 42.5% del 2019. Stando a questi dati, in realtà Zverev ottiene più punti facili sulla prima di quanto non facesse in passato. Non trovo quindi riprova del fatto che, nella stagione in corso, Zverev non stia “lanciando la bomba”.

Risultati dei punti al servizio

A beneficio del ragionamento, ipotizziamo che le 16 partite con dati Hawk-Eye del 2019 siano un sottoinsieme fortunato nel quale la velocità del servizio di Zverev non è diminuita, e se avessimo i dati completi riusciremmo a vedere quello che sostiene Gilbert. In altre parole, anche se Zverev avesse perso un po’ di velocità sulla prima di servizio, sarebbe un problema per lui?

La tabella riporta le statistiche di base delle partite di Zverev per ciascuna delle ultime quattro stagioni (ponderate per numero di game al servizio), esclusa la recente sconfitta a Wimbledon. Provate a dare uno sguardo qua e la finché non individuate un valore che è peggiorato in modo evidente. Non serve avere un occhio di lince.

IMMAGINE 1 – Statistiche di base delle partite di Zverev delle ultime quattro stagioni

La frequenza di doppi falli (calcolata come percentuale delle seconde servite) è più che raddoppiata, e Zverev perde 8.8% di punti in più sulla seconda di servizio. In otto partite del 2019 ha commesso un minimo di dieci doppi falli. Questo ha comportato una diminuzione dei punti vinti al servizio di circa il 2.5% rispetto ai numeri del 2017 e 2018 che, seppur sembri di poca entità, è una variazione notevole in un giocatore di vertice.

Acume tattico?

Contro il livello medio degli avversari del periodo dal 2016 al 2019, la percentuale di punti vinti al servizio del 2017 e 2018 dovrebbe consentire a Zverev di vincere il 76% delle partite secondo il modello di Markov (in realtà ne ha vinte il 74%). Per il 2019, dovrebbe vincere il 65% di partite (in realtà ne ha vinte il 63%). È una differenza importante.

Ha aumentato la percentuale di prime di servizio, che concorderebbe con un calo della velocità della prima, se così fosse stato. Questo però non ha avuto conseguenze sulla percentuale di punti vinti sulla prima. Se la velocità della prima fosse calata, sarebbe indicazione di un’intelligente e consapevole mossa tattica per servire più prime in campo riducendo la velocità, ma senza perdere di efficacia.

È esattamente il tipo di acume strategico che si vorrebbe vedere. Ma qui è ancora meglio. Se i dati sulla seconda di servizio sono identificativi della realtà, Zverev serve ora più seconde in campo senza aver ridotto la velocità.

Sulla seconda di servizio

No, è la seconda di servizio a rappresentare un problema. Quanto della diminuzione dell’8.8% nella percentuale di punti vinti sulla seconda è attribuibile all’aumento di doppi falli e quanto è invece attribuibile a difficoltà di altra natura sulla seconda? Dal 2016 al 2018, il 25.7% dei punti persi sulla seconda dipendevano dai doppi falli. Nel 2019, lo stesso numero è un incredibile 40%. Se si applica la media storica della frequenza di doppi falli alla stagione in corso, la percentuale di punti vinti sulla seconda sarebbe del 51.9%, cioè leggermente inferiore alla sua media storica. La percentuale complessiva di punti vinti al servizio sarebbe del 66.8%, cioè esattamente in media storica, perché serve più prime di servizio senza però perdere più punti sulla prima.

Riprendiamo al volo i dati Hawk-Eye, ora però per la seconda di servizio. Per il 2018, la velocità media della seconda di servizio è stata 166.2 km/h, contro una media storica di 162.8 km/h e uno 0.68 metri di superamento della rete. Per il 2019, la velocità media della seconda di servizio è di 166 km/h, la media storica è indicata a 164.8 km/h, con un superamento della rete di 0.72 metri. Nulla in questi dati ci dice cosa stia succedendo con la seconda di servizio. La velocità è all’incirca la stessa e il superamento della rete è migliore. Forse potremmo vedere qualcosa con più dati sulla profondità e sul piazzamento della seconda. La conclusione che posso trarre è che quando mette la seconda di servizio, i risultati sono altrettanto buoni di quanto accadeva in passato. Solo, non mette abbastanza seconde in campo.

La sconfitta contro Vesely a Wimbledon

È possibile che Zverev sia regredito sulla prima di servizio solo nella partita contro Jiri Vesely. Stando alle statistiche, Zverev ha servito con il 68% sulla prima (non un numero scandalosamente alto o basso per lui) e vinto il 74% dei punti, molto vicino alla media dal 2017 al 2019. Senza citare i 24 ace in soli 113 punti, un rapporto incredibile.

È interessante come anche in questa sconfitta i doppi falli non sono stati un problema. Ne ha serviti solo 4 su 36 seconde (cioè l’11%, in linea con la media dal 2017 al 2018), equivalenti solo al 20% dei punti persi sulla seconda di servizio. Potrebbe voler dire un aggiustamento della seconda di servizio per evitare il problema dei doppi falli in stagione, ed è quello che ha fatto, esponendosi però in questo modo all’assalto di Vesely contro seconde decisamente più deboli.

Andamento delle velocità nei set

I numeri di Infosys mostrano che il servizio più veloce ha raggiunto i 228 km/h, che vuol dire che quel giorno aveva velocità di braccio. La velocità media della prima però è stata solo di 205 km/h, un valore ben inferiore ai dati Hawk-Eye, con una media sulla seconda di 165 km/h, abbastanza in linea con il suo solito. Stiamo parlando della partita completa. Queste sono invece le medie della prima per ciascun set: 206, 209, 200, 205. E per la seconda: 164, 168, 169, 158.

Bisogna essere cauti, perché non sono sicuro che le telecamere che rilevano la velocità siano tarate allo stesso modo per ogni torneo. Ipotizzando che lo siano, sembra che la velocità della prima di Zverev non fosse in linea con la media, specialmente nel terzo set, perché 10 km/h in meno di media è una preoccupazione non da poco.

E guardiamo alla seconda nel quarto set…8 km/h in meno di media è un autostrada per la discesa agli inferi. Potrebbe andare a supporto dell’esitazione di Zverev nel cercare di non commettere doppi falli e servire una manciata di palle su cui Vesely ha avuto vita facile.

Selettività recente

Sembra quindi che le considerazioni di Gilbert abbiano un senso, almeno rispetto alla partita contro Vesely. C’è stata una chiara diminuzione della velocità della prima di servizio rispetto alla norma, che è indicazione di mancanza di aggressività, a meno di affaticamento o infortuni. Concentrandosi però solo sulla velocità della prima di servizio si viene depistati per un paio di ragioni.

Primo, è un errore estrapolare la velocità al fine di giustificare altre difficoltà che Zverev potrebbe aver avuto in stagione. Non vedo prove che la velocità della prima è inferiore o meno efficace degli ultimi anni. Può configurarsi un caso di “selettività recente”, per cui si tende a pensare che quanto appena visto sia rappresentativo di un fenomeno di maggiori dimensioni.

Secondo, anche se la velocità sulla prima di servizio è stata più bassa nella sconfitta contro Vesely, non è un elemento rilevante. Zverev ha vinto lo stesso numero di punti sulla prima di servizio del suo solito, e con una buona percentuale di prime. Il problema è stato sulla seconda, come nel resto della stagione, questa volta però senza l’aggiunta dei doppi falli. Evitando di ricadere in questa recente problematica, sembra proprio che si sia tuffato in un’altra.

Per sua stessa ammissione, Zverev è una fase in cui non ha fiducia nelle sue capacità, trovandosi anche ad affrontare situazioni di vita personale non facili. Chiunque giochi a tennis sa che i doppi falli — o, in alternativa, venire demoliti sulla seconda — sono una delle occorrenze più demoralizzanti che possano accadere in una partita. A pensarci bene, anche questa è una forma di selettività recente.

Note:

[1] Sono statistiche che si potrebbero definire del “dietro le quinte”, chiamate anche second screen, o seconda schermata, dall’ATP. La prima schermata di statistiche è quella che normalmente si vede alla fine di un set o della partita (punti vinti al servizio, errori non forzati, vincenti, etc). La seconda si avrebbe se si potesse girare schermata dopo la prima, per vedere l’altezza di superamento della rete, la velocità al servizio, i giri al minuto della pallina, etc.

Is the Speed of Alexander Zverev’s First Serve the Problem?

Il gioco a rete è diminuito, ma la ragione è un’altra

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Wimbledon è iniziato, e ci spetta la solita giostra di considerazioni giornalistiche sul crollo del gioco a rete, specialmente del servizio e volée. La settimana scorsa il New York Times ha pubblicato un articolo di Joel Drucker sul tema, in cui si elencavano numerose ragioni alla base dell’evoluzione dello stile. Sono giustamente citate la componente tecnologia delle racchette e delle corde e le modifiche dell’All England Club al manto erboso.

La prima causa di cambiamento individuata da Drucker però è relativa all’ascesa del rovescio a due mani e, per estensione, alla minaccia derivante da giocatori solidi da entrambi i lati:

Nel maggio del 1999, 43 dei primi 100 giocatori del mondo avevano il rovescio a una mano. A giugno 2019, ce n’erano 15. Secondo Mark Kovacs, specialista in scienza dello sport e allenatore di tennis, la maggior parte dei giocatori in passato aveva un lato debole, solitamente il rovescio. L’avvento del rovescio a due mani ha completamente cambiato lo scenario, non c’è più un’apertura da poter sfruttare.

Sono più attratto dalla considerazione relativa al lato debole che dalla superiorità del rovescio a due mani rispetto a quello a una mano. Molti dei giocatori che ancora usano il rovescio a una mano, come ad esempio Stanislas Wawrinka, trasalirebbero all’affermazione che quel particolare loro colpo è debole. In termini di efficacia, l’attuale rovescio a una mano ha probabilmente più somiglianza con il rovescio a due mani di un tempo che con uno interamente di taglio e pura difesa in voga tra tanti negli anni ’70 e ’80.

Da entrambi i lati, ora

Si può approfondire il tema del lato debole reinterpretandolo sotto forma di domanda: per i giocatori contemporanei, la differenza di efficacia tra il dritto e il rovescio è diminuita rispetto al passato? Per arrivare a una risposta, serve una definizione concreta di “efficacia”. Chi mi segue da tempo forse ricorda una mia statistica che ho chiamato Potenza, intesa sia come Potenza del Rovescio (BHP) che Potenza del Dritto (FHP). Si calcola facilmente come segue, grazie a dati punto per punto del Match Charting Project:

ll BHP approssima il numero dei punti il cui risultato è influenzato dal rovescio: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario.

La stessa procedura si applica per calcolare Potenza del Dritto e del Rovescio Tagliato (SLP). La ponderazione di +1 per alcuni colpi, di +0.5 per altri, e così via, non è precisa. Ma i risultati in genere vanno d’accordo con l’intuizione. In oltre 3000 partite di singolare maschile a disposizione, in media i risultati di un giocatore per partita sono i seguenti:

  • Potenza del dritto (FHP): +6.5
  • Potenza del rovescio (BHP): +0.8
  • Potenza del rovescio tagliato (SLP): -1.3
  • Potenza dal lato del rovescio (BSP): -0.5

Le prime tre statistiche isolano colpi specifici, mentre l’ultima mette insieme piatto, con rotazione e tagliato per ottenere un solo valore dal lato del rovescio. Tutte escludono i colpi a rete e, siccome i dritti tagliati sono abbastanza rari, ho evitato di includerli.

Il dritto regna sovrano

Sono numeri che non dovrebbero sorprendere. In media, un giocatore del circuito maggiore ha un dritto più forte del rovescio, a prescindere dal numero di mani con cui colpisce quest’ultimo. Novak Djokovic possiede uno dei rovesci migliori della storia, ma il divario tra il BHP e il BSP e più ampio della media: +11.3 a partita per il dritto e +2.5 a partita per il rovescio, con una differenza di 8.8. Anche un maestro del rovescio raccoglie comunque di più con il dritto.

Nel database del Match Charting Project ci sono almeno tre partite con dati punto per punto di 299 giocatori appartenenti a diverse generazioni, da Vitas Gerulaitis a Jannik Sinner.

Di questi, solo 30, cioè circa uno su dieci, ottengono più punti con il rovescio che con il dritto, e per metà di loro la differenza è inferiore al singolo punto. È una minoranza eterogenea, in cui troviamo Pat Cash, Jimmy ConnorsGuillermo CoriaErnests GulbisDaniil MedvedevBenoit Paire, che però non fornisce materiale significativo a dirimere la questione.

Hewitt come spartiacque?

Chi sostiene la tesi del lato debole spesso indica nell’arrivo sulla scena di Lleyton Hewitt lo spartiacque tra l’era della fattibilità del gioco a rete e quella dell’approccio a proprio rischio e pericolo.

Altri fanno riferimento ad Andre Agassi. Si trova che sono sorprendentemente nella media. Nel Match Charting Project ci sono moltissimi dati per entrambi. Il dritto di Hewitt valeva +10.0 a partita, mentre rovescio e tagliato insieme +2.9. È una differenza di 7.1, leggermente superiore alla media, ma meno di quella di Djokovic. Il FHP di Agassi valeva +13.0 a partita, contro un BSP di +6.8, per una differenza di 6.2, ancora più vicina alla media di quanto visto per Hewitt.

Ironicamente, è un divario quasi identico a quello di Pete Sampras, i cui FHP di +6.3 e BSP di -0.1 generavano la stessa differenza, anche se i suoi colpi a rimbalzo erano decisamente meno efficaci.

Un confronto tra epoche

Non possiamo rispondere a una domanda generale sull’andamento di una variabile nel corso del tempo con il semplice calcolo della potenza dei colpi per singoli giocatori, a prescindere dalla loro rilevanza nella storia dello sport. Dobbiamo invece analizzare l’intera popolazione. Una premessa: il Match Charting Project è pesantemente sbilanciato a favore dei giocatori odierni.

Nel campione considerato, solo 40 hanno una carriera che si è svolta interamente o per una buona parte nel ventesimo secolo. Altri 30 hanno giocato principalmente nei primi dieci anni dal 2000. Le medie citate in precedenza quindi subiscono la prevalenza dei risultati a partire dal 2010.

Detto questo, i 70 giocatori più vecchi del campione sono anche i più rilevanti, cioè quelli che hanno disputato più finali e semifinali Slam, nonché finali dei Master. In caso di una tendenza consolidata nel corso dei decenni, sono questi i giocatori che dovrebbero aiutarci a farla emergere.

Estrema somiglianza

In realtà, i giocatori di un tempo del campione sono molto simili ai contemporanei. Ho classificato i 299 giocatori in funzione della differenza assoluta tra il FHP e il BSP, con il giocatore più bilanciato al numero 1 e con quello meno bilanciato al numero 299. Ho considerato due sottogruppi all’interno del campione: i 52 giocatori più vecchi, per molti dei quali la carriera era in fase calante all’arrivo di Hewitt e i 78 con le partite più recenti.

Più vecchi — classifica media 143, media (FHP – BSP): 5.7
Più recenti — classifica media 155, media (FHP – BSP): 6.5

Non sono numeri che indicano la presenza di un lato debole che adesso non c’è più. In realtà, non riflettono alcuna dinamica. La differenza tra l’efficacia del dritto e l’efficacia dal lato del rovescio si è a malapena spostata nel corso di molti decenni.

Come ulteriore prova, la tabella elenca, all’incirca in ordine cronologico, una selezione di giocatori che sono ben rappresentati nel database del Match Charting Project, ma anche degni esponenti delle rispettive epoche. Ogni valore di potenza del colpo è su base di singola partita, e la colonna finale (“Diff”) indica la differenza tra FHP e BSP, cioè appunto il divario tra il dritto e il lato del rovescio per ciascun giocatore.

Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Borg         12.9  11.5  -0.5  11.0   2.0  
Connors      6.5    9.1  -0.3   8.9  -2.4  
McEnroe      2.0   -0.4  -2.1  -2.4   4.4  
Wilander     7.2    6.8  -0.5   6.3   0.9  
Lendl        10.3   4.0   0.6   4.6   5.7  
Edberg       1.9    1.8  -1.1   0.7   1.1  
Becker       5.9    2.1  -1.5   0.7   5.2  
Courier      13.3   4.2  -0.3   3.9   9.4  
Stich        2.0    2.0  -3.4  -1.4   3.4  
Chang        9.7    5.0  -0.6   4.4   5.3  
                                                  
Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Muster       18.4   2.2  -1.1   1.1  17.3  
Sampras      6.3    0.7  -0.7  -0.1   6.4  
Agassi       13.0   7.2  -0.5   6.8   6.3  
Rafter       3.5    0.5  -1.6  -1.1   4.6  
Moya         9.8   -0.9  -1.4  -2.3  12.1  
Hewitt       10.0   3.5  -0.6   2.9   7.1  
Coria        4.7    6.3  -1.2   5.2  -0.5  
Nalbandian   8.8    5.6  -1.7   3.9   4.9  
Davydenko    7.2    4.4  -1.2   3.2   4.0  
Federer      10.0   0.2  -0.4  -0.3  10.2  
                                                  
Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Nadal        15.3   2.6  -1.0   1.6  13.7  
Murray       7.2    2.9  -1.8   1.1   6.1  
Djokovic     11.3   3.4  -0.8   2.5   8.8  
Gasquet      1.9    1.4  -1.4   0.0   1.9  
Wawrinka     6.2    0.5  -1.7  -1.2   7.3  
Nishikori    5.4    3.8  -1.1   2.7   2.8  
Thiem        9.3   -0.1  -1.6  -1.7  11.0  
Zverev       3.6    4.2  -1.1   3.0   0.6  
Tsitsipas    8.3   -0.9  -2.2  -3.0  11.4  
Medvedev     1.6    3.3  -1.4   1.9  -0.3

Non più deboli, ma deboli

L’ipotesi del lato debole, per cui era più facile andare a rete con un colpo di avvicinamento direzionato verso il lato meno pericoloso dell’avversario, è quindi messa in serio dubbio dai risultati dell’analisi. Quello che probabilmente è accaduto invece è che il giocatore medio si è rafforzato da entrambi i lati. Di conseguenza, il lato debole non era più traballante a sufficienza da rendere la discesa a rete una strategia remunerativa. Anche giocatori con rovesci più deboli della media sono ora capaci di forzare robusti passanti con rotazione. Fondamentalmente, si torna al ruolo della tecnologia nelle racchette e nelle corde, che mi sembra essere la spiegazione più sensata.

Il drastico cambiamento subito dal tennis negli ultimi venti o più anni è fuori discussione. Le spiegazioni classiche a quel tipo di dinamiche non reggono però l’indagine minuziosa. In questo caso, se è vero che in singolare le volée sono ormai un retaggio del passato, i colpi a rimbalzo sono solo migliorati, da entrambi i lati.

Net Play Has Declined, But This Isn’t Why

Gli scambi si allungano con l’avanzare della partita?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 febbraio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel secondo turno del New York Open 2019, Paolo Lorenzi ha lottato per tre set prima di vincere contro Ryan Harrison. È stato un risultato degno di nota per diverse ragioni, a partire dal fatto che raramente Lorenzi decide di giocare sul cemento quando ci sono altre possibilità a disposizione.

A 37 anni, Lorenzi è tra i molti giocatori che piegano a proprio favore la curva d’invecchiamento del tennis contemporaneo. Si è anche garantito di giocare almeno un quarto di finale del circuito maggiore per l’ottavo anno di fila, nonostante il primo sia arrivato alla soglia degli trent’anni. Il modo in cui ha vinto ricalca l’unicità del suo percorso di carriera.

Questa è la lunghezza media dello scambio in ciascun set.

Set  Scambio medio   
1 3.2
2 4.0
3 4.9

Probabilmente non avete bisogno di me per capire quale sia il set vinto da Harrison. Il primo set è stato dominato dal servizio, come tipicamente accade per i tornei indoor americani sul cemento. Con l’avanzare della partita, i punti si sono avvicinati allo scambio da terra battuta che Lorenzi senza dubbio privilegia.

Fare della teoria

Pur in forma estrema, la partita tra Lorenzi e Harrison presenta i canoni di quella che ritengo sia la saggezza popolare tennistica. Nel corso di una partita, un giocatore migliora nella lettura del gioco dell’avversario, riducendo il numero dei servizi senza risposta e aumentando la probabilità che ogni punto diventi uno scambio prolungato. Almeno, questa è la teoria. Esistono fattori di mitigazione, come la fatica, che va in direzione opposta, ma possiamo generalmente aspettarci degli scambi più lunghi.

La partita in questione però non ha seguito esattamente il copione. Gli scambi possono essersi allungati perché entrambi hanno iniziato a prevedere i colpi dell’avversario, ma gli ace – che Harrison ha colpito tra il 18% e il 21% a set – o la categoria ancora più ampia dei servizi senza risposta non ne danno segno evidente.

Set  Punti  Serv no risp   
1 47 42.6%
2 65 32.3%
3 73 37.0%

Se la lettura del servizio può spiegare l’aumento della lunghezza dello scambio tra il primo e il secondo set, agisce nell’altro verso tra il secondo e il terzo set. È senza dubbio un campione ridotto e non si devono considerare solo i servizi senza risposta. Ci sono però segnali che alla teoria iniziale manca qualcosa.

Servono più partite

Per quanto interessante sia il caso di Lorenzi, servono più giocatori e più dati per capire più approfonditamente le dinamiche delle risposte al servizio e della lunghezza dello scambio nello svolgimento della partita. Iniziamo dalle partite del tabellone principale del singolare maschile degli Australian Open 2019. Non solo è un campione di partite numeroso, ma sono al meglio dei cinque set, dando quindi l’opportunità di un’analisi su molti set per singola partita.

Per ogni set di ciascuna partita, ho calcolato la lunghezza media dello scambio e la frequenza di servizi senza risposta, per poi fare un confronto tra set in funzione della durata della partita. Ad esempio, tra Lorenzi e Harrison la lunghezza dello scambio è aumentata del 25% dal primo al secondo set. Poi, per ciascun set, ho messo insieme tutte le partite sufficientemente lunghe per vedere con quale percentuale il circuito, in aggregato, cambia da un set all’altro.

Risultati divergenti

Sono risultati che si fanno notare decisamente meno di quelli nella partita di Lorenzi. Le colonne “Scambio medio” e “ Serv no risp” della tabella mostrano il cambiamento in forma di rapporto: se la frequenza di riferimento nel primo set è 1.0, la lunghezza dello scambio nel secondo set aumenta dello 0.8% e il numero dei servizi senza risposta sale del 2.4%. Ho inserito anche colonne di esempio, con lunghezze e frequenze di servizi senza risposta realistiche per ciascun set sulla base di medie del torneo di 3.2 colpi per scambio e del 34% di servizi senza risposta.

Set  Scambio medio  Es Scambio  Serv no risp  Es Serv no risp   
1 1 3.20 1 34.0%
2 1.008 3.23 1.024 34.8%
3 1.019 3.26 1.033 35.1%
4 0.987 3.16 1.155 39.3%
5 1.021 3.27 1.144 38.9%

Le differenze tra set in termini di lunghezza dello scambio solo a malapena possono chiamarsi tali. La variazione nella frequenza di servizi senza risposta invece è molto più evidente, considerando anche che è di segno opposto a quanto ci si aspettasse (si può pensare che l’effetto sia generato artificiosamente dai dati a disposizione, per cui i giocatori che arrivano al quarto e quinto set sono i grandi servitori. Potrebbe essere così, ma non è quello che si verifica. Il confronto infatti è tra statistiche di un set e del precedente all’interno della stessa partita, seguito da una media della variazione set su set, ponderata per il numero di punti nei set. Un quinto set di John Isner quindi è messo a confronto solo con un quarto set di Isner).

Forse la fatica – o una conservazione strategica dell’energia – gioca un ruolo maggiore di quanto pensassi, o forse ancora i giocatori al servizio riescono a leggere con più facilità l’avversario che non il contrario.

Arriva in soccorso il circuito femminile

Per le donne, i risultati sono completamente differenti. La tabella riepiloga gli stessi dati per le 127 partite del tabellone principale di singolare degli Australian Open 2019.

Set  Scambio medio  Es Scambio  Serv no risp  Es Serv no risp   
1 1 3.40 1 27.0%
2 1.035 3.52 0.974 26.3%
3 1.103 3.75 0.915 24.7%

Seppur non accentuata come nella partita tra Lorenzi e Harrison, la dinamica è più marcata rispetto gli uomini. Il numero dei servizi senza risposta diminuisce considerevolmente, e la lunghezza dello scambio aumenta in modo da poter essere notata da uno spettatore concentrato sulla partita.

Sono due parametri collegati, cioè in presenza di meno servizi senza risposta ci sono più colpi per punto, anche solo tenendo conto del secondo colpo. Oltre a questo, ci sono più opportunità per scambi più lunghi. In ogni caso, l’andamento set su set per le donne è più vicino alla teoria iniziale di quanto non lo sia per gli uomini.

Come per qualsiasi statistica aggregata, mi aspetto che ci sia abbondanza di variazione da un giocatore all’altro. Giocatori che sono molto forti nei terzi set riescono davvero a rispondere a più servizi o, come dimostrato da Lorenzi, modificano la strategia a favore di uno stile di gioco con cui hanno più familiarità. Un’analisi di queste tipologie di numeri per singoli giocatori è la naturale evoluzione del discorso, ma dovrà aspettare un’altra volta.

Do Rallies Get Longer as Matches Progress?

Dayana Yastremska colpisce più forte di voi

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 18 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le palline degli Australian Open 2019 devono tremare come non hanno mai fatto prima. Serena Williams è tornata e sembra essere al massimo della forma (e ha appena raggiunto i quarti di finale con una vittoria sulla numero 1 Simona Halep, n.d.t.), Maria Sharapova gioca bene a sufficienza da aver battuto la campionessa in carica Caroline Wozniacki (pur avendo poi perso al turno successivo, n.d.t.), e Petra Kvitova continua la striscia vincente dal torneo di Sydney, con una passeggiata fino a quarti di finale.

E poi ci sono le giovanissime. La iper-offensiva ventenne Aryna Sabalenka è uscita al terzo turno contro una minaccia ancora più giovane, Amanda Anisimova.

Ma è la diciottenne ucraina Dayana Yastremska (che ha perso solo per mano di Williams al terzo turno, n.d.t.), la giocatrice che tira più forte di tutte. Guardando qualche partita di Sabalenka, si potrebbe pensare che non ci sia niente di più aggressivo su un campo da tennis. Non è così, perché Yastremska arriva a fondo scala.

Quando qualche anno fa Lowell West ha introdotto per la prima volta la statistica “Punteggio Offensivo”, Kvitova era chiaramente la prima del gruppo, cioè la giocatrice che terminava più spesso i punti – nel bene e nel male – sulla propria racchetta.

Madison Keys non era molto indietro, e al terzo posto Williams tra le poche di cui erano disponibili dati a sufficienza. Da quel momento sono cambiate due cose. Da un lato, il Match Charting Project possiede ora molti più dati su molte più giocatrici. Dall’altro, la potenza di una nuova generazione nel maltrattare la pallina sta rischiando di far sembrare il resto del circuito delle dilettanti.

Il Punteggio Offensivo racchiude un grande potere esplicativo in un semplice calcolo. Si ottiene dal rapporto tra il numero di “Punti sulla Racchetta” (vincenti, errori non forzati o colpi che hanno indotto l’avversaria a un errore forzato) e il numero di “Opportunità di Colpo”.

L’indice risultante assume valori dal 10% dell’estremo inferiore – la media in carriera di Sara Errani è del 11.6% – al 30%* della parte opposta. Singole partite possono superare questo livello in entrambe le direzioni, ma nessuna giocatrice con almeno cinque partite punto per punto resta fuori dall’intervallo.

(* i lettori dotati di ottima memoria o con l’abitudine di cliccare sui link noteranno che nell’articolo originale Kvitova raggiungeva in totale il 33% e Keys era appena sopra il 30%. Non so se si trattasse di una stranezza poi rientrata in presenza di un campione più ampio o se sto usando una formula leggermente diversa. Ad ogni modo, l’ordine delle giocatrici è rimasto coerente, ed è la cosa che conta.)

La tabella mostra le prime 10 giocatrici più aggressive tra le regolari del circuito del decennio in corso prima dell’arrivo di Sabalenka e Yastremska.

Class  Giocatrice       Complessivo
1 Kvitova 27.1%
2 Goerges 26.8%
3 S. Williams 26.8%
4 Ostapenko 26.5%
5 Giorgi 26.0%
6 Keys 25.9%
7 Vandeweghe 25.9%
8 Lisicki 25.6%
9 Pavlyuchenkova 24.0%
10 Sharapova 23.2%

Sono tutte giocatrici che entrano nel 15% delle più aggressive. Terminano più spesso il punto sulla racchetta di molte delle avversarie che già consideriamo offensive, come Venus Williams (21.9%), Karolina Pliskova (21.6%) e Johanna Konta (22.3%).

Jelena Ostapenko fa da raccordo tra le due generazioni. Non era parte della conversazione nella prima versione del Punteggio Offensivo, ma una volta che ha iniziato a vincere è stato subito chiaro che avrebbe potuto raggiungere Kvitova al vertice.

Queste sono le attuali prime 10.

Class  Giocatrice    Complessivo   
1 Yastremska 28.6%
2 Sabalenka 27.6%
3 Kvitova 27.1%
4 Goerges 26.8%
5 S. Williams 26.8%
6 Ostapenko 26.5%
7 Kuzmova 26.0%
8 Giorgi 26.0%
9 Keys 25.9%
10 Vandeweghe 25.9%

Yastremska, Sabalenka e anche Viktoria Kuzmova sono entrate sgomitando tra le prime 10. La presenza di Yastremska e Sabalenka potrebbe essere un po’ prematura, visto che il loro indice considera rispettivamente solo sette e nove partite.

La combattività di Sabalenka però è ben documentata. Il suo valore di 27.6%, che supera quello di Kvitova, arriva da una media di quasi 30 partite.

Il tennis ha la tendenza a oscillare tra estremi, con la nuova generazione che sviluppa abilità per contrastare quelle accumulate dalla precedente. Non è ancora evidente se una disposizione così offensiva permetterà a queste giovani giocatrici di catapultarsi in cima.

Dopo tutto, Sabalenka ha vinto solo cinque game contro Anisimova, il cui indice è un più modesto 23%. Magari all’aumentare dell’esperienza svilupperanno un gioco più completo e meno legato all’attacco, lasciando spazio al ritorno di Kvitova al vertice.

Nel frattempo, abbiamo il privilegio di assistere allo scontro tra alcune delle giocatrici che più attaccano duramente la pallina nella storia del circuito femminile.

Dayana Yastremska Hits Harder Than You

L’insolita posizione di Nishikori alla risposta lo rende vulnerabile sul lato sinistro?

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 9 settembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Kei Nishikori gode della reputazione di buon ribattitore, anche se nella semifinale degli US Open 2018 persa contro Novak Djokovic si è evidenziata la differenza di talento alla risposta tra i due giocatori. È stata anche la seconda partita di fila in cui i commentatori si sono soffermati sulla sua inusuale posizione di partenza alla risposta.

La posizione di Nishikori alla risposta

Invece di tenere entrambi i piedi paralleli alla linea di fondo, Nishikori mette il piede sinistro (e la spalla) avanti e il piede destro (e la spalla) indietro. Non si crea un angolo di poco conto. Se mi fermaste per strada chiedendomi di indovinare l’angolo formato dai suoi piedi, mi verrebbe da dire 30 gradi; ma dopo averlo visto più volte in televisione, potrebbe essere ampio anche 45 gradi. Provate quella posizione ora…45 gradi sono tanti.

Con il piede sinistro decisamente più avanzato del destro, ci si potrebbe preoccupare del fatto che Nishikori abbia più difficoltà nel tempo di reazione ai servizi sul rovescio, come ad esempio i servizi al centro sul lato delle parità e quelli esterni sul lato dei vantaggi.

Avete forse notato che, nel momento in cui sta per arrivare la pallina, raddrizza un po’ la posizione, ma il movimento aggiuntivo necessario a mettersi centrato – invece di partite centrato – potrebbe in teoria avere conseguenze sull’efficacia della risposta dal lato sinistro. Naturalmente, avendo uno dei migliori rovesci in circolazione, è in grado di orientarsi più a favore del dritto.

Nel Match Charting Project ci sono 52 partite di Nishikori (54 al momento della traduzione, n.d.t.), 45 delle quali sono state aggregate in modo da osservare dinamiche di fondo. Mi chiedo cosa possano dirci i dati punto per punto del Match Charting Project in merito all’eventuale incidenza sul tempo di reazione alla risposta nei servizi a sinistra.

Punti vinti alla risposta..

Iniziamo con la statistica più semplice e onnicomprensiva alla risposta, cioè i punti vinti alla risposta (PVR%). Nelle partite del Match Charting Project, Nishikori vince il 37% dei punti alla risposta, contro una media del circuito per le stesse partite sempre del 37%. Un momento, ma non dovrebbe essere un giocatore alla risposta di più forte della media?

Considerato che la PVR% è una statistica di base che anche l’ATP calcola, e considerato che le partite del Match Charting Project sono un sottoinsieme (in cui i giocatori di vertice tendono a essere più rappresentati), possiamo mettere una a confronto dell’altra. Dal 2016, la media di PVR% per i giocatori con classifica tra 1-100, misurata alla data della partita di riferimento ed escluse le partite di Nishikori è 36.8%. Non si discosta in modo significativo dalla media PVR% del circuito di 37% secondo il Match Charting Project.

..con un avvertimento

Tuttavia, la PVR% del Match Charting Project per Nishikori (27%) è decisamente più bassa della percentuale di punti vinti alla risposta di tutte le partite dal 2016 (39.7%). Si tratta di una differenza di circa 10 vittorie sulle 133 partite disputate da Nishikori dal 2016. Quindi, come avvertimento, le 45 partite del Match Charting Project non sembrano rappresentare in generale il gioco alla risposta di Nishikori, probabilmente perché ha dovuto affrontare avversari più forti della media al servizio.

Le statistiche direzionali alla risposta del Match Charting Project per Nishikori riescono comunque a mostrare se la sua insolita posizione determini un impatto evidente sull’efficacia alla risposta. Pur non dando un quadro d’insieme completo della risposta di Nishikori, le statistiche dettagliate del Match Charting Project dovrebbero poter indicare se – rispetto al circuito – è più debole sui servizi al centro nelle parità o su quelli esterni nei vantaggi rispetto al lato che sembra favorire con quella particolare posizione. Ho deliberatamente escluso i servizi al corpo perché ritengo impossibile determinare come (o se) la posizione di Nishikori possa incidere sulla risposta a quel tipo di servizi.

Lato delle parità

La tabella riepiloga le statistiche direzionali delle partite di Nishikori del Match Charting Project relative al lato delle parità.

PVR%

Sia Nishikori che il circuito vincono all’incirca la stessa percentuale di punti sui servizi al centro o esterni sul lato delle parità. Per le ragioni citate in precedenza, è probabile che i numeri di Nishikori in questa categoria siano inferiori di quelli effettivamente ottenuti in partita, ma al fine di confrontare il rendimento sui servizi al centro o esterni sul lato delle parità, è comunque una categoria che fornisce informazioni utili.

I numeri non mostrano evidenti debolezze di Nishikori sul lato sinistro rispetto a quello destro. Con statistiche grossomodo identiche sia a sinistra che a destra, la sua insolita posizione alla risposta sembra essere giustificata. Se non si mettesse a favore del lato destro, forse i numeri sui servizi esterni sul lato delle parità sarebbero nettamente inferiori.

Servizi rimettibili in gioco

Il primo aspetto che emerge per quanto riguarda i servizi rimettibili in gioco è che i numeri di Nishikori sono molto più bassi delle medie sul circuito, a possibile ulteriore prova che nelle partite del Match Charting Project gli avversari erano considerevolmente più forti al servizio, artificialmente abbassando, in generale, la sua PVR%. Una leggera variazione dalla media del circuito può avere un significato, ma è difficile accettare che Nishikori subisca il 9% in più di ace e di altri servizi vincenti al centro sul lato delle parità rispetto al giocatore medio essendo complessivamente un giocatore alla risposta molto superiore alla media.

Ho controllato le sue statistiche alla risposta in tutte le partite dal 2016 per vedere se fosse più facile fargli ace, ma è in media con gli altri primi 100. È probabile quindi che la differenza con la media del circuito derivi semplicemente dal ridotto campione di partite del Match Charting Project.

Concentriamoci invece solamente sui servizi rimettibili in gioco, meglio magari invertendoli per trovare il 40% di servizi vincenti subiti da Nishikori al centro e il 36% esterni sul lato delle parità. Se prendiamo gli stessi numeri per il circuito, rispettivamente 31% e 32%, notiamo che sono sostanzialmente identici. Nishikori si espone a un numero molto elevato di servizi vincenti al centro sul lato delle parità.

Può essere che la posizione con il piede sinistro avanzato impedisca a Nishikori di raggiungere più servizi al centro sul lato delle parità, o forse gli avversari delle 45 partite del Match Charting Project servivano con più efficacia al centro rispetto all’esterno. Non ritengo che sia una differenza conclusiva, ma è un aspetto da tenere in considerazione con l’aumentare del numero delle partite di Nishikori nel database del Match Charting Project e la maggiore quantità di informazioni disponibili.

Altre statistiche sul lato delle parità

Non c’è molto, altrimenti, in questo gruppo di statistiche che indichi debolezza sui servizi al centro sul lato delle parità. Al centro e all’esterno sul lato delle parità Nishikori rimette in gioco la stessa percentuale di servizi e vince all’incirca lo stessa percentuale di servizi rimettibili. Sul lato sinistro ha un numero di risposte vincenti significativamente inferiore, ma lo stesso accade in generale sul circuito.

E notate che colpisce più risposte vincenti al centro sul lato delle parità rispetto alla media del circuito, anche se abbiamo visto come il ridotto campione di partite del Match Charting Project complessivamente diminuisca i numeri di NIshikori alla risposta.

Ho anche inserito la lunghezza degli scambi a titolo informativo, ma non so se ne possa trarre qualche conclusione. Scambi più corti potrebbero arrivare da risposte incredibili così come da risposte sotto la media. Comunque, è interessante vedere come non ci sia una differenza sostanziale nella lunghezza degli scambi tra il lato sinistro e il destro quando Nishikori è alla risposta sul lato delle parità.

Lato dei vantaggi

PVR%

Qui le cose si fanno interessanti. Anche se c’è il sospetto che le partite del Match Charting Project non rappresentino la bravura complessiva alla risposta di Nishikori (relativamente al resto del circuito) sui servizi sul lato dei vantaggi è molto più efficace del circuito di un margine considerevole, anche se dovrebbe essere il lato più debole per lui se la posizione alla risposta è in effetti un ostacolo.

Osserviamo anche un punto debole molto marcato rispetto alla media del circuito sui servizi al centro sul lato dei vantaggi, in misura maggiore di quanto indicherebbe la PVR% complessiva delle partite del Match Charting Project. Non voglio dare troppo peso a questo aspetto, perché appunto ho già il timore che in quelle partite gli avversari siano stati particolarmente forti al servizio. Ma, in ogni caso, non compromette la posizione con il piede sinistro avanzato.

Servizi rimettibili in gioco

In questa categoria, sul lato sinistro Nishikori è in linea con la media del circuito. La sua posizione di certo non compromette la capacità di raggiungere il servizio sul lato dei vantaggi. È sul lato del dritto – dove dovrebbe avere più tempo con i piedi già nella giusta direzione – che invece è martoriato dai servizi vincenti. Solo il 46% dei servizi rimessi in gioco al centro sul lato dei vantaggi? Ho dovuto controllare tre volte prima di crederci! Deve essere per il relativamente ridotto campione di partite e per gli avversari molto forti al servizio. A prescindere da questo, non ci sono indicazioni di maggiori difficoltà sul lato del piede sinistro avanzato, anzi, sarebbe l’opposto.

Risposte in gioco

In generale, le statistiche sul lato dei vantaggi sembrano evidenziare che Nishikori risponde meglio ai servizi esterni che a quelli al centro, e allo stesso livello o meglio del circuito in entrambi i casi, anche se le partite del Match Charting Project potrebbero far diminuire la qualità complessiva alla risposta..con una eccezione: la frequenza delle risposte in gioco.

Questa statistica, che indica quanto spesso un giocatore – di fronte a un servizio rimettibile in gioco – risponde mettendo la pallina in gioco, mostra come Nishikori risponda con molto meno successo sul lato sinistro rispetto al destro. Vale, in generale, anche per gli altri giocatori del circuito (è un servizio più difficile da gestire), ma con una differenza meno pronunciata.

Nishikori è in media con il circuito sul lato destro, ma è indietro sul sinistro. Come i servizi rimettibili in gioco sul lato delle parità, alla luce degli altri numeri non è un’indicazione definitiva, ma è un dato su cui prestare attenzione all’aumentare del numero di partite di Nishikori del Match Charting Project.

Lunghezza media degli scambi

Anche se è difficile capire come interpretare la lunghezza media degli scambi, i più brevi per Nishikori sono quelli che partono da un servizio al centro sul lato dei vantaggi, il punto in cui sembra essere più vulnerabile delle quattro direttrici che ho analizzato. Potrebbe voler dire che scambi brevi presuppongono delle risposte più deboli?

Quale sia la spiegazione, così come non accade sul lato delle parità, c’è una notevole differenza per Nishikori tra la media degli scambi che partono da un servizio esterno sul lato dei vantaggi e quelli da un servizio al centro, in assenza invece di un’equivalente differenza tra lunghezza media degli scambi per il circuito.

Conclusioni

Non deve sorprende scoprire che non ci sono debolezze evidenti di Nishikori alla risposta sul lato del piede sinistro avanzato. Se rispondere a servizi al centro sulle parità e all’esterno sui vantaggi fosse un elemento di preoccupazione, è probabile che Nishikori stesso o i suoi allenatori ne sarebbero consapevoli – dopotutto è un giocatore da primi 10 a prescindere dalla sua classifica attuale (all’undicesimo posto al momento della traduzione, n.d.t.) – e prenderebbero contromisure.

E magari lo ha già anche fatto. Mi sono concentrato sulla sua posizione alla risposta, ma forse è più importante vedere dove si mette. Potrebbe essere semplicemente che Nishikori si trovi più a suo agio con il piede sinistro avanzato come punto di partenza. Se da questo derivasse vulnerabilità sul lato sinistro, servirebbe niente di più di un mezzo passo verso sinistra per raggiungere equilibrio alla risposta, pur mantenendo una posizione a lui comoda.

Più dati, più analisi, più risposte

Con l’aumentare dei dati dalle partite del Match Charting Project, vale la pena osservare se (a) sul lato delle parità Nishikori ha più difficoltà a raggiungere i servizi alla sua sinistra (vale a dire non risponde a servizi al centro con la frequenza con cui dovrebbe) e (b) sul lato dei vantaggi, non rimette in gioco abbastanza servizi a sinistra (cioè ci arriva ma non ottiene quanto dovrebbe sui servizi esterni sul lato dei vantaggi).

Già che ci siamo, vale anche la pena vedere se le risposte sui servizi al centro sul lato dei vantaggi continuano a essere le più deboli dei quattro angoli considerati. Magari la sua posizione va bene, ma ha bisogno di portare il suo avversario a servire di più al centro sul lato dei vantaggi.

Sono serviti anni alla Major League Baseball per sviluppare statistiche sulla posizione degli esterni e, una volta possedute, non hanno certo peccato di avarizia. Il tennis possiede già dati sui ribattitori: se solo ci facessero qualcosa o li rendessero pubblici in modo che gli appassionati di analisi li utilizzerebbero a dovere.

Does Nishikori’s Unusual Return Stance Make Him Vulnerable on the Left Side?

Quando essere aggressivi o conservativi

di Chapel Heel // FirstBallIn

Pubblicato il 20 aprile 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Gli errori non forzati sono comunemente associati all’idea che un giocatore stia “tirando troppo”, anche se è indubbio che comprendano errori non dettati dall’aggressività. Qualsiasi professionista con l’obiettivo di un gioco più offensivo deve chiedersi quale sia la sua avversione al rischio nel ricercare vincenti e nel forzare gli avversari all’errore. 

Grazie ai dati del Match Charting Project, ho analizzato la tematica nell’ambito del circuito femminile. Ho fatto questa scelta principalmente perché si sente spesso dire che le giocatrici devono essere più aggressive, e anche perché sapevo di non dovermi preoccupare delle partite al meglio dei cinque set.

Offensività nel gioco femminile

Ho iniziato restringendo il campo alle partite dopo il 2006, l’anno in cui ritengo che i cambiamenti nei materiali di corde e racchette abbiano maggiormente inciso sullo stile di gioco. Con questo non voglio dire che è proprio il 2006 da cui tutto non è stato più lo stesso, ma è anche il riferimento prima del quale la maggior parte delle giocatrici ora attive sul circuito non aveva un numero significativo di partite valide per i criteri dell’analisi. Mi è sembrato quindi un buon punto di partenza. 

Sono emerse 1528 partite, che equivalgono a 3056 partite-giocatrice.

Subito alcune statistiche descrittive che riguardano l’insieme completo delle 3056 partite-giocatrice. Il numero medio di vincenti, errori forzati ed errori non forzati è rispettivamente di 20.6, 20.5 e 27.6.

Dovremmo essere in grado di ipotizzare che il numero effettivo di vincenti non sia strettamente correlato con la vittoria (o la sconfitta) della partita, e lo stesso per gli errori forzati e non forzati. I dati lo confermano, con una correlazione positiva molto debole di .22 e di .19 per il numero di errori forzati, e una correlazione negativa debole di -.28 per il numero di errori non forzati. Per questo motivo, mi concentrerò sugli indici invece che contare le statistiche.

Indici e correlazioni

Ho considerato due indici rilevanti ai fini di quest’analisi: (a) il rapporto tra vincenti (V) su errori non forzati (EF) espresso come V/ENF e (b) il rapporto tra vincenti + errori forzati su errori non forzati (ENF) espresso come (V + EF)/ENF. Si ottengono ovviamente correlazioni migliori rispetto al conteggio statistico, ma non sono comunque decisive. L’indice V/ENF ha una correlazione di .44 e l’indice (V + EF)/ENF ha sorprendentemente – almeno per me – una correlazione solo di .40.

Il significato di tutto questo è che vincere una partita di tennis ha ben più a che vedere della semplice valutazione dei vincenti, degli errori non forzati e di quelli forzati, primo fra tutti ad esempio il momento della partita in cui si verificano. In ogni caso, una correlazione positiva di .44 è indicazione che l’indice V/ENF è meritevole di approfondimento.   

Visto che l’obiettivo è stabilire se una giocatrice sta forzando la mano nella ricerca del gioco offensivo, non c’è ragione di considerare anche quelle partite con un numero totale ridotto di errori non forzati. Sono partite caratterizzate da un approccio super conservativo che si traduce in pochi vincenti o partite in cui uno stato di forma impeccabile consente a una giocatrice di non dover fare scelte complicate in termini di aggressività in campo.

Su questa linea, ho ulteriormente ristretto il campione alle sole partite in cui una delle due giocatrici ha commesso almeno 25 errori non forzati che, in partite che terminano in due set, sono molti. Non lo sono in partite andate al terzo set, ma è comunque un rendimento eccessivamente negativo.

A meno di non riuscire proprio a tenere la palla in campo, 25 errori non forzati sono una prima indicazione della volontà di avere un gioco più offensivo. È di poco inferiore al numero medio di errori non forzati per giocatrice-partita nel campione, ma è vicino al valore mediano di 26.

La ricerca del punto di pareggio

Raggiunto l’insieme ideale di partite, ho analizzato il rapporto V/ENF alla ricerca di un punto di pareggio superato il quale una giocatrice ha più probabilità di vincere che di perdere.

Ho quindi eseguito una regressione logistica per calcolare la probabilità di vincere la partita con l’indice V/ENF come unica variabile. Ci sono diversi strumenti per calcolare una regressione logistica (come R, Python, etc), ma per un risultato semplice e diretto preferisco usare l’algoritmo di calcolo messo a disposizione da statpages

Il punto dal quale la vittoria diventa più probabile è un indice di .84 vincenti su errori non forzati. In presenza di 30 errori non forzati, si vogliono almeno 25 vincenti in modo da andare a pareggio al 50%. 

L’immagine 1 mostra la rappresentazione grafica di questo concetto.

IMMAGINE 1 – Funzione logaritmica dell’indice V/ENF

Il tradizionale adagio del tennis di non trovarsi con un numero di vincenti inferiore agli errori non forzati è messo in ottima luce da quest’analisi. Se una giocatrice è in grado di compensare i molti errori che commette con un analogo numero di vincenti, la sua percentuale di vittoria attesa è di circa il 64%. 

Naturalmente, si dovrebbe evitare di avere come obiettivo il 50% di probabilità di vittoria, perché passare da un 49.9% a un 50.1% non garantisce troppa sicurezza su un esito finale positivo. E questo è ancora più vero considerando l’incertezza intrinseca associata a qualsiasi pronostico basato sulle probabilità. 

Per lasciare del margine nella gestione di queste problematiche, ho convenuto che una probabilità del 57.5% fosse un’obiettivo più ragionevole, in modo da tenere conto di parte dell’incertezza intrinseca ma discostandosi contestualmente da quelle partite molto equilibrate e aperte a un risultato finale a favore di una o dell’altra giocatrice (con probabilità dal 47% al 53%).

Al 57.5% di probabilità di vittoria, l’indice V/ENF è intorno a .92, vale a dire che se si ha una passività di 30 errori non forzati si cercano almeno 28 vincenti che li giustifichino. Non troppo lontano dalla tradizione, ma con un po’ di spazio di manovra. 

Non si può tralasciare il rendimento dell’avversaria

L’obiettivo del .92 è però fuorviante, perché ignora il rendimento dell’avversaria. Si possono avere 28 vincenti e 30 errori non forzati, con una probabilità di vittoria attesa del 57.5%. È possibile però che anche l’avversaria commetta molti errori e il suo indice sia più alto. Oppure, che l’avversaria commetta molti meno errori.

Esaminiamo solamente le partite nelle quali anche l’avversaria ha fatto almeno 25 errori. Per questo sottoinsieme, ipotizziamo che la giocatrice in esame stia avendo un rendimento discreto con una probabilità di vittoria di almeno il 40%, sulla base del suo indice V/ENF (di circa .70), ma non può essere considerata la favorita indiscussa semplicemente in funzione del livello di gioco, cioè quindi meno del 68% di probabilità di vittoria (o un indice V/ENF di circa 1.05). Ci sono 172 partite di questo tipo nel campione considerato.   

In esse, il valore medio dell’indice è di .85, e il modello logaritmico prevede una probabilità di vittoria del 51.3%. Le giocatrici in esame hanno in realtà vinto 114 delle 172 partite con una percentuale molto più alta.

Però, il rendimento delle avversarie non è equamente distribuito. Le giocatrici in esame hanno avuto un indice migliore nella grande maggioranza delle partite (117 su 172) e in 95 delle 114 vittorie. La giocatrice in esame ha vinto 19 volte e perso 36 quando l’avversaria ha avuto un indice superiore.

Se spingiamo ora l’indice della giocatrice in esame ad almeno .85, il valore in cui abbiamo detto essere leggermente favorita, e lo portiamo poi al valore 1.05, otteniamo solo 85 partite, di cui 20 con un indice migliore da parte dell’avversaria. La giocatrice in esame ha vinto 8 di quelle 20 partite, ma ne ha vinte 54 su 65 quando il suo indice è stato più alto. Non sorprende quindi che il gioco dell’avversaria rivesta importanza nella ricerca del punto di equilibrio tra vincenti ed errori non forzati.   

Le situazioni di gioco con pochi errori

Occupiamoci dell’altra circostanza, quella in cui non vengono commessi molti errori. Cosa succede se escludiamo tutte le partite in cui entrambe le giocatrici hanno fatto almeno 25 errori non forzati, lasciando quelle in cui invece solo una giocatrice ne ha commessi almeno 25?

Il campione complessivo si riduce del 40%, che è già un’indicazione interessante di per sé, come se gli errori non forzati da un lato della rete generassero errori non forzati dall’altro.

Tralasciando questa considerazione, mi aspetto che in un campione di partite senza avversarie che commettono molti errori non forzati debba esserci un numero ancora più alto di vincenti per la giocatrice in esame che compensino i suoi errori non forzati, se vuole effettivamente vincere la partita.

L’immagine 2 mostra la sovrapposizione tra il grafico del modello che considera solo le partite con una giocatrice prona all’errore (in rosso) e il grafico del modello che include anche le partite in cui entrambe le giocatrici hanno commesso almeno 25 errori (in blu).

IMMAGINE 2 – Funzione logaritmica dell’indice V/ENF per due modelli a confronto

In questo sottoinsieme di partite, serve avere un numero di vincenti in rapporto di 1:1 con gli errori non forzati anche solo per avvicinarsi a una probabilità di vittoria in zona positiva, appena inferiore al 50%. Vale la pena ricordare che con il campione di dati originario in presenza di un rapporto di 1:1 la probabilità di vittoria era del 64%.

Sempre in questo insieme ristretto, per raggiungere l’obiettivo del 57.5% di probabilità di vittoria inizialmente stabilito, serve il 7% di vincenti in più degli errori non forzati se l’avversaria ha meno di 25 errori non forzati. Se la giocatrice in esame ha 30 errori non forzati, si tratta in sostanza di 4 vincenti in più (il 15%) di quelli necessari con il campione di partite più ampio.

****

Vorrei sottolineare che non si può prevedere l’esito di una partita solamente sulla base del rapporto tra vincenti ed errori non forzati nelle due forme viste in precedenza, perché sono indicative di determinati aspetti, ma non di tutti quelli che intervengono nel corso di una partita. 

Fatta questa premessa, ci sono un paio di elementi particolarmente interessanti. Da un lato, giocatrici aggressive che non riescono a evitare errori non forzati possono in effetti fare leva sul tradizionale adagio del rapporto di 1:1 tra vincenti ed errori non forzati come parametro approssimativo di vittoria finale. Farlo contro avversarie simili può portare immediatamente a una probabilità positiva di vittoria, specie se eseguito con più efficacia. 

Al contrario, l’idea di poter attuare una strategia così rischiosa e cavarsela contro un’avversaria che commette molti meno errori è di dubbia validità. Si sente spesso dire che le giocatrici devono “continuare a essere offensive” anche contro avversarie più difensive.

Le giocatrici stesse affermano di scendere in campo cercando di imporre il proprio gioco. Ma se questo significa che per riuscire a essere offensiva a una giocatrice serve incamerare molti errori non forzati, allora deve poi rendersi conto che il margine tra vincenti ed errori non forzati è – contro determinate avversarie – più ristretto o magari anche invertito. A un certo punto, la strategia dovrà essere adattata al gioco espresso dall’avversaria.

Non ho analizzato il rapporto tra vincenti + errori forzati su errori non forzati (ENF) espresso come (V + EF)/ENF che ho indicato al punto (b). È un indice intuitivamente interessante, perché si presuppone che una giocatrice rischi più errori non forzati non solo cercando dei vincenti, ma anche per indurre l’avversaria all’errore.

Però, l’indice (V + EF)/ENF ha una correlazione inferiore con la vittoria finale di V/ENF, almeno nel campione utilizzato. Se dovessi scegliere (come il poco tempo mi ha costretto a fare), prenderei l’indice a più alta correlazione. Analizzerò l’indice (V + EF)/ENF in futuro se ci sarà occasione. 

La percezione del numero di vincenti ed errori non forzati

Tuttavia, ha contribuito alla scelta il fatto che, dal punto di vista della giocatrice che valuta se apportare modifiche al suo gioco durante la partita, è più facile mentalmente separare vincenti da errori non forzati di quanto non lo sia tenere nota degli errori forzati dell’avversaria rispetto ai colpi che avrebbe dovuto rimandare in campo ma che non è stata capace di fare.

I due terzi dei valori che l’indice V/ENF assume nel campione sono tra il .5 e l’1, quindi una giocatrice dovrebbe avere percezione se vincenti ed errori non forzati sono all’incirca uguali o se prevalgono i secondi.

Al contrario, i due terzi dei valori che l’indice (V+EF)/ENF assume sono tra il .9 e l’1.75, quindi oltre a essere più complicati da tenere a mente, è probabile che una giocatrice abbia più difficoltà a stabilirne il rapporto se vengono aggiunti anche gli errori forzati.   

When to dial it back…