Corridoi e colpi a uscire

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’11 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le Finali NextGen si giocano su un campo anomalo, nel senso che, dovendo ospitare solo partite di singolare, non possiede le linee che delimitano il corridoio del doppio. Praticamente tutti i tornei della stagione prevedono il tabellone del doppio, e quindi raramente è possibile trovare un campo senza i corridoi. Ci sono state in passato edizioni delle Finali di stagione riservate al singolare, ora però l’esclusiva è delle Finali NextGen.

Si può pensare che il particolare disegno delle linee abbia qualche conseguenza sui giocatori?

Ne ho parlato recentemente con Erik Jonsson, e siamo giunti alla provvisoria conclusione che i professionisti (anche i più giovani di loro), grazie alle migliaia di ore di esperienza di gioco, non dovrebbero sentirsi disorientati in un campo diverso dal solito. Perché però fare congetture quando abbiamo dei dati per un’analisi?

Il database del Match Charting Project, che ho creato per raccogliere statistiche punto per punto di partite ufficiali anche con il prezioso aiuto di volontari, è comprensivo di più dettagli relativi agli errori, sia in termini di natura, cioè forzati e non forzati, che di tipologia, cioè in rete, lunghi, esterni o esterni e lunghi. Le Finali NextGen non hanno destato l’immediato interesse dei volontari, tanto che prima dell’edizione 2019 solo la finale del 2018 era stata inserita, su più di 6600 partite totali. Il 2019 però è diverso, perché abbiamo statistiche di 8 delle 15 partite giocate a Milano la settimana scorsa (un grazie sentito a Carrie, che ha seguito l’intero percorso del finalista Alex De Minaur).

La quantificazione degli errori esterni

Ci interessa la frequenza dei colpi che escono ai lati del campo, un calcolo meno semplice di quanto appaia. Ho deciso di limitarmi ai colpi a rimbalzo, escludendo anche gli errori forzati, quelli in cui il giocatore potrebbe non avere un grande controllo sulla direzione della palla.

Questi sono gli indicatori ipotizzabili per la frequenza degli errori esterni:

  • errori esterni per punto (est./punto)
  • errori esterni per errori non forzati (est./ENF)
  • errori esterni per colpi a rimbalzo “fattibili”, cioè colpi a rimbalzo che sono stati errori non forzati o che sono stati rimessi in gioco (est/. rimbalzo)

Il primo indicatore probabilmente eccede in approssimazione, pur avendo il vantaggio della semplicità. Gli errori esterni per errori non forzati potrebbero essere di aiuto nell’indicare in quale direzione il giocatore è stato più aggressivo. L’ultimo, gli errori esterni per colpi a rimbalzo “fattibili”, è forse la rappresentazione più utile al nostro scopo, perché segnala quanto spesso un giocatore ha tirato un colpo che è uscito a lato.

De Minaur e gli altri

La tabella elenca i numeri di De Minaur per le cinque partite delle Finali NextGen 2019, oltre ai numeri complessivi delle altre 28 partite sul cemento nel database, relative agli ultimi due anni.

             Est./Punto  Est./ENF  Est./Rimbalzo   
NextGen      2.7%        1.5%      21.7%  
Cemento ATP  3.0%        1.4%      21.4%

Almeno per De Minaur, il corridoio non sembra fare troppa differenza. Concentriamoci sul gruppo di giocatori leggermente più ampio. Abbiamo otto partite, vale a dire 16 inserimenti di partita se si considerano i singoli giocatori, tra cui almeno una per ognuno degli otto giocatori che si sono qualificati per Milano. La tabella elenca i tre indici per le partite delle Finali NextGen, insieme agli equivalenti valori per le altre partite sul cemento nel database, relative agli ultimi due anni.

             Est./Punto  Est./ENF  Est./Rimbalzo  
NextGen      3.2%        1.8%      19.5%  
Cemento ATP  3.2%        1.8%      23.1%

Per i primi due indici, non c’è alcun effetto tangibile. Con o senza corridoio, gli errori esterni determinano la fine del 3.2% dei punti, e dell’1.8% del totale degli errori non forzati (il 3.2% è per giocatore, quindi i punti che si sono conclusi con un errore esterno sono il 6.4%). Il terzo indice invece è più interessante. Sul circuito questi giocatori commettono un errore esterno nel 23.1% dei colpi a rimbalzo “fattibili”. Nel campo senza corridoio visto a Milano, lo stesso numero è sceso di più di un settimo, al 19.5%. Contestualmente, la frequenza complessiva di errori non forzati (non solo quindi gli errori esterni) è aumentata rispetto a quanto mostrato dagli stessi giocatori sul cemento in altri eventi.

Acuire la mente

Penso a due possibili spiegazioni per un calo così marcato. Primo, non abbiamo molti dati a disposizione, e magari è solo un caso legato a un campione ridotto. In parte si può far risalire alla prestazione di Ugo Humbert, che non ha commesso nemmeno un errore esterno nell’unica sua partita del database alle Finali NextGen (la frequenza tipica di Humber sugli errori esterni è vicina alla media del circuito). In assenza di molte più partite giocate su campi senza corridoio, e di cui naturalmente dovremmo avere statistiche punto per punto, non si riesce a giungere a conclusioni definitive.

Secondo, potrebbe trattarsi di un effetto concreto legato però a qualche aspetto delle condizioni di gioco di Milano. La mancanza del corridoio, come scritto da @furryyelloballs nel suo tweet, potrebbe davvero “acuire la mente”.

Rispetto ad altre misure innovative sperimentate alle Finali NextGen, il campo dedicato al singolare riceve scarso interesse mediatico. Però, a differenza di modifiche come l’appendi asciugamano o il cronometro al servizio, potrebbe avere una conseguenza reale sul gioco, per quanto limitata.

Tramlines and Wide Groundstrokes

Qualche classifica maschile con i dati del Match Charting Project

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 13 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In preparazione a un precedente articolo sulla somiglianza di stili, ho raccolto alcune statistiche dal Match Charting Project per quei giocatori nei primi 150 del mondo (e con almeno 2500 colpi nel database). I numeri si riferiscono a tutte le superfici e si distribuiscono sull’intervallo di tempo delle partite del singolo giocatore presenti nel database.

Credo sia interessante vedere chi è tra i primi 5 e chi tra gli ultimi 5 nelle categorie in esame, anche se di fatto non sono mie statistiche. Naturalmente, la quantità di dati disponibili del Match Charting Project è molto più abbondante, e sulla pagina di ogni giocatore è possibile il confronto con varie altre medie.

Servizio e volée

Si tratta dei tentativi di servizio e volée misurati come percentuale dei punti sul servizio. La media per questo gruppo è del 4.5%, o un tentativo di servizio e volée ogni 22 punti al servizio.

I primi 5 non stupiscono, mentre è sorprendente trovare Karen Khachanov tra gli ultimi. Pensandoci bene, non mi viene in mente un solo tentativo di servizio e volée in una delle sue partite.

Profondità della risposta

Non è un’indicazione presente in ogni partita, anche se sono convinto venga registrata di più ora dell’inizio del progetto. L’indice di profondità della risposta (Return Depth Index o RDI) considera le risposte per cui è indicata la profondità, determina la percentuale dei tre livelli (corta, profonda e molto profonda) e le pondera rispettivamente per 1, 2 e 4. La media del gruppo è di 2.32

Trovo questi risultati molto interessanti. Ho sempre pensato che una risposta più profonda fosse la risposta migliore, ed è certamente così tra i dilettanti. Ma sia Rafael Nadal che Roger Federer sono tra gli ultimi, probabilmente per ragioni diverse. Nadal risponde più angolato, e l’immensa rotazione che imprime alla pallina aggiunge profondità, anche se il colpo non rimbalza vicino alla linea di fondo. Nei numeri di Federer entra la sua preferenza per le risposte di rovescio con un taglio in slice corto.

Discese a rete

Si tratta della percentuale per colpo di discese a rete che non seguono il servizio. La media per questo gruppo è del 3.95%.

Trovare Rirchard Berankis tra i primi 5 è quasi sconvolgente. John Isner, Ivo Karlovic, Nicolas Mahut e altri giocatori di rete completano i primi 10. Ipotizzo che non rientrino tra i primi 5 perché molte delle discese a rete arrivano subito dopo il servizio. È anche interessante notare la scarsa frequenza con cui Gael Monfils cerca di andare a rete durante lo scambio.

Successo a rete

Si tratta della percentuale di punti a rete che il giocatore conclude con un vincente o con un colpo che costringe l’avversario a un errore forzato. La media per questo gruppo è del 69.6%.

Novak Djokovic è spesso criticato per il gioco a rete, ma ottiene grandi risultati. Mi aspettavo Nadal tra i primi e anche Fabio Fognini, ma non pensavo che Filip Krajinovic fosse così bravo. Invece, Sam Querrey e Karlovic, che ero convinto provassero ad andare a rete su ogni colpo, non hanno molto successo. Nel caso di Karlovic può essere l’enorme volume di tentativi ma, con il suo gioco, ha davvero altra scelta?

Variazioni con il dritto

Si tratta del rapporto tra dritti giocati in taglio topspin o piatti e dritti in taglio slice (Forehand Mix o FHMix). Ci si dovrebbe aspettare un numero molto alto, perché la maggior parte dei giocatori non è Monica Niculescu. La media per questo gruppo è di 21.8. Per convertire in percentuale, basta fare 1 – (1/(FHMix +1). In media, il valore è di 95.6% di dritti in topspin o piatti.

Nikoloz Basilashvili è a pieni giri. Quando qualche tempo fa ho analizzato le velocità massime medie per i colpi a rimbalzo, Basilashvili era il più potente sul dritto. Questo spiega il primo posto ora. E comunque colpisce davvero forte.

Variazioni con il rovescio

Il metodo è identico a quanto visto per il dritto, solo che in questo caso i valori sono molto più bassi, perché per la maggior parte dei giocatori c’è già un po’ di slice nel rovescio. La media per questo gruppo è di 6.44, o circa l’86.5% di rovesci in topspin o piatti.

È onesto affermare che Basilashvili non gradisce colpire in slice, o non riesce a giocarli. I tre giocatori i cui nomi balzano alla mente per primi quando si pensa al rovescio in slice hanno valori tra gli ultimi 5 (Karlovic, Steve Johnson, Feliciano Lopez), ma l’indice di Karlovic è scandalosamente basso, con un rovescio piatto poco meno del 5.5% delle volte (non gli ho mai visto colpire in topspin da quel lato).

Tentativi di palla corta

Si tratta della percentuale di palle corte tentate sul numero totale di colpi presenti nel database per il singolo giocatore. La media per questo gruppo è solo dell’1.21%.

Non è certamente una sorpresa trovare Benoit Paire al primo posto. Il suo 3.35% si traduce in un tentativo di palla corta ogni 30 colpi, forse uno ogni cinque scambi o uno a game. Non esiste una categoria per migliori e peggiore nelle “palle corte che non si sarebbero dovute tentare”, ma Paire probabilmente ne farebbe parte. Viceversa, sembra che Gilles Simon colpisca a rimbalzo in topspin in qualsiasi circostanza. Altri giocatori tra gli ultimi % sono battitori liberi come Andrey Rublev e Tomas Berdych (Basilashvili non è rientrato in classifica per pochissimo).

Palle corte riuscite

Anche se di per sé intuitivo, si tratta della percentuale di palle corte tentate che risultano in un vincente o a un errore forzato dell’avversario. La media per questo gruppo è un esiguo 36.1%.

Nonostante la presenza di John Millman negli ultimi 5, e anche nella categoria precedente, non c’è complessivamente una correlazione tra giocatori che tentano molte palle corte e giocatori che sono bravi con la palla corta, e viceversa. Paire è l’esempio da copertina, vista la sua efficacia realizzativa davvero bassa, solo un 26.5%, che lo pone all’undicesimo posto dal basso.

Riuscita dei colpi a rimbalzo a seconda della direzione

Si tratta di cinque diversi indicatori, per il dritto incrociato, il dritto lungolinea, il dritto a uscire, il rovescio incrociato e il rovescio lungolinea. L’indice si calcola come rapporto tra la somma di vincenti ed errori forzati dell’avversario, diviso per errori non forzati.

Dritto incrociato

La media per questo gruppo è di 1.22, vale a dire che, in media, un dritto incrociato ha il 22% di probabilità in più di essere un vincente o un errore forzato dell’avversario che un errore non forzato del giocatore in questione. Mi aspettavo che fosse l’indice più alto delle cinque categorie considerate, dato che il dritto tipicamente è il colpo più facile, ancor di più quello incrociato che supera la rete nel punto più basso. L’ultima colonna mostra che mi sono sbagliato.

Se vi siete mai chiesti come fa Daniel Evans a vincere le partite, ora avete la risposta. Un indice di 2.25 è altissimo. Mi ha sorpreso la presenza di Roberto Bautista Agut, che pensavo finisse nell’elenco del dritto a uscire, ma non in questo.

Dritto lungolinea

La media per questo gruppo è di 1.32, vale a dire che, in media, un dritto lungolinea ha il 32% di probabilità in più di essere un vincente o un errore forzato dell’avversario che un errore non forzato del giocatore in questione. Mi stupisce vedere un valore più alto di quello del dritto incrociato, perché la pallina passa la rete nel suo punto di massima altezza. Ma stiamo parlando di professionisti, quindi è più probabile che il fattore decisivo sia l’effetto sorpresa o il fatto che molti di questi colpi finiscano sul lato del rovescio di un giocatore destrimane in corsa.

Era facile immaginare la presenza di Nadal e Juan Martin Del Potro. Philipp Kohlschreiber è un caso interessante. Ha la tendenza ad angolare il dritto incrociato in modo da spingere l’avversario fuori dal campo, un po’ alla maniera di Nadal, per poi finire con un lungolinea. Nella mia versione più recente dell’articolo sulla somiglianza di stili, Kohlschreiber era il secondo giocatore più simile a Nadal, anche se non così simile.

È curioso che Isner sia tra gli ultimi 5. Cerca di colpire molti dritti lungolinea e, quando ci riesce, di solito vince il punto. Ma ne manda fuori anche parecchi e qui abbiamo la prova numerica. Ottiene buoni risultati con questo colpo circa il 42% delle volte. Normalmente però ci arriva troppo tardi.

Dritto a uscire

La media per questo gruppo è di 1.40, la più alta per i colpi di dritto. Presumo che se sei un professionista in grado di girare intorno al rovescio per colpire un dritto a uscire, ti ritrovi con il vantaggio della parte bassa della rete e del rovescio dell’avversario (se è un destrimane). Il problema ovviamente è mettersi nella giusta posizione.

Se vi aspettavate Del Potro tra i primi 5, come me, non vi preoccupate, è undicesimo e ben sopra la media.

Rovescio incrociato

La media per questo gruppo è solo di 0.72, vale a dire che, in media, un rovescio incrociato ha il 39% di probabilità di essere un errore non forzato che un vincente o un errore forzato dell’avversario.

Ho dovuto in parte modificare i primi 5 per dare più senso alla statistica. Evans e Johnson erano i primi due, ma non avevo praticamente dati, nel caso di Evans perché non ci sono molte partite e per Johnson perché non cerca di colpire vincenti di rovescio o forzare l’avversario a un errore, e quindi raramente sbaglia. Negli ultimi 5, non mi ero reso conto di quanta scarsa efficacia avesse il rovescio incrociato di Jeremy Chardy. È sette volte più probabile che commetta un errore non forzato con questo colpo che produca un vincente o un errore forzato dell’avversario. In termini più concreti, sono 2 vincenti, 5 errori forzati dell’avversario e 43 errori non forzati di Chardy.

Rovescio lungolinea

La media per questo gruppo è di 1.17. È più difficile da colpire di un rovescio incrociato, ma è anche più inatteso. Va sottolineato che i dati a disposizione per questo colpo sono decisamente inferiori a quelli di altri colpi, quindi possono capitare risultati insoliti.

E infatti sono dei primi 5 strani. Ho tolto Marcel Granollers perché era nettamente sopra chiunque ma aveva solo una manciata di colpi tra cui scegliere. Kei Nishikori è diciassettesimo? Penso perché più sono i tentativi per lui, più aumentano gli errori (un po’ come le volée per Karlovic). Alexander Zverev è undicesimo.

Cosa ne è dei giocatori con il rovescio a una mano di cui ci piacciono i rovesci lungolinea? I vari Stanislas Wawrinka, Kohlschreiber, Grigor Dimitrov, Richard Gasquet? Sono rispettivamente 57esimo, 31esimo, 48esimo e 23esimo. Wawrinka e Dimitrov sono sotto la media. O il campione di dati è piccolo, o l’insieme di colpi nel database del Match Charting Project per questi giocatori non è rappresentativo. O ancora, ci ricordiamo solo dei rovesci lungolinea più spettacolari.

Rotazione sul dritto

L’ultima classifica riguarda in realtà dati provenienti da Hawk-Eye. Li avevo raccolti per l’articolo sulla somiglianza di stili senza poi usarli (almeno per il momento). Tralascio quella sul rovescio perché i dati sono poco affidabili e ingannevoli. Ho dovuto escludere anche alcuni giocatori di cui mi mancano completamente dati sulla rotazione sul dritto, perché non hanno giocato su campi coperti da Hawk-Eye, come Pablo Andujar, Dustin Brown, Pablo Cuevas, Lukas Rosol e Casper Ruud. La media per i restanti giocatori è di 2903 giri al minuto.

Mi sembrano posizioni ragionevoli. Spicca Basilashvili al secondo posto tra i primi 5. Come ho detto in precedenza, Basilashvili possiede anche la seconda velocità media più alta di dritto nei dati Hawk-Eye che possiedo. Avete un’idea di quale velocità di esecuzione del movimento e tempismo sono necessari per arrivare contestualmente al secondo posto per numero di giri impressi alla pallina e per velocità media del colpo? Si presume che rotazione e velocità lavorino contro!

Some Random Match Charting Project Leaderboards (ATP)

Anatomia della prova di forza al servizio di Alex de Minaur

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il torneo di Atlanta è solitamente popolato da grandi giocatori al servizio. Tra il 2013 e il 2018, John Isner ha vinto cinque titoli in sei anni, fermato solo da Nick Kyrgios, naturalmente per mano di due tiebreak. Prima dell’avvento di Isner, l’ultimo vincitore è stato Andy Roddick. I campi in cemento sono veloci e il caldo spesso torrido, quelle condizioni che favoriscono una settimana di ace a profusione.

Anche il trionfatore del 2019 si è fatto strada con una prestazione sbalorditiva al servizio, vincendo quattro partite senza mai concedere una palla break e vincendo in ciascuna più del 90% di punti sulla prima. Sono numeri alla Isner che però non appartengono al gigante e nemmeno al suo erede designato, l’altro gigante Reilly Opelka. Il re del servizio quest’anno ad Atlanta è stato il “normalmente alto” (183 cm) lottatore australiano Alex de Minaur.

A differenza di molti dei colleghi, de Minaur non si guadagna da vivere con un servizio bomba. Nelle ultime 52 settimane, sia Inser che Opelka hanno servito ace per un quarto dei punti al servizio. Nello stesso periodo, per l’australiano la frequenza di ace non va oltre un magro 4.5%.

In finale contro Taylor Fritz (e se si esclude il ritiro di Bernard Tomic nei quarti di finale), de Minaur ha ottenuto il massimo in carriera sul circuito maggiore di 14.8%, ma non è riuscito a superare la doppia cifra nel secondo turno contro Bradley Klahn o in semifinale contro Opelka. È stata una dimostrazione del fatto che ci sono diversi modi di vincere punti al servizio senza necessariamente accumulare un ace dopo l’altro.

Primo strike

Il percorso più veloce per la vittoria senza servire ace è attraverso servizi vincenti. Il giocatore al servizio non ha lo stesso livello di controllo sulla frequenza di servizi vincenti rispetto a quello sugli ace. Molti dei servizi più efficaci però sono raggiungibili dal giocatore alla risposta — se non effettivamente rimettibili in campo — e quindi non vengono conteggiati nella colonna degli ace. È proprio in questa categoria che de Minaur ha dominato ad Atlanta.

Secondo le statistiche punto per punto della finale raccolte per il Match Charting Project, Fritz ha rimesso in gioco solo il 57% dei servizi di de Minaur. In più di 1300 partite sul cemento dal 2010 nel database, la media del circuito è del 70% di risposte in campo, e gli avversari di de Minaur tradizionalmente hanno fatto meglio. La frequenza del 43% di servizi vincenti per l’australiano è eccezionalmente alta, e raggiunge il 90esimo percentile del rendimento al servizio. Contro Opelka, de Minaur ha servito solo 5 ace su 93 punti al servizio, ma ben 38 non sono tornati indietro. Stiamo parlando di una frequenza di servizi vincenti del 46%, valida per il 94esimo percentile.

Secondo strike

Quando il servizio non ha funzionato a pieno regime, de Minaur ha ottenuto risultati ancora più importanti. Ad allenatori e commentatori piace parlare della strategia “più uno”, cioè quella di servire potente e trovarsi in posizione per un colpo aggressivo sulla risposta, qualsiasi essa sia. In questo l’australiano ha davvero raggiunto l’eccellenza durante la finale.

Oltre al 43% di servizi vincenti contro Fritz, un altro 26% dei punti al servizio è rientrato nella categoria “più uno”, vale a dire il primo colpo dopo la risposta dell’avversario che porta a un punto diretto. La media del circuito è del 15% e, anche in questo caso, de Minaur non è andato sempre così bene. In 15 partite del 2018 sul cemento di cui abbiamo dati punto per punto, la sua media è stata solo del 12.6%. Il 26% della finale lo pone nel 98esimo percentile tra le partite sul cemento del database del Match Charting Project. Delle 67 partite che hanno avuto una percentuale superiore al 26%, 15 sono state a opera di Roger Federer. La maggior parte dei giocatori non ha mai avuto una giornata così remunerativa nella categoria “più uno”.

Terzo strike

Anche i più forti al servizio si trovano, occasionalmente, di fronte a uno scambio lungo. Nel campione di partite considerate, nel 40% dei punti il giocatore alla risposta sopravvive alla tattica del “più uno” e riesce a mandare avanti lo scambio. Da quel momento c’è maggiore equilibrio, e chi è in risposta vince poco più della metà dei punti (in parte perché scambi da quattro colpi sono più frequenti di scambi da cinque colpi e così via, e perché, per definizione, lo scambio da quattro colpi è vinto dal giocatore alla risposta. Detto in altro modo, una volta esclusi gli scambi da massimo tre colpi, il campione propende in favore del giocatore al servizio, perché gli scambi da cinque colpi rappresentano un numero sproporzionato dei punti rimanenti).

Per come ha servito de Minaur, non si è trovato poi davanti a così tanti scambi lunghi. Il 22% dei punti sul suo servizio contro Fritz e il 29% contro Opelka hanno infatti raggiunto i quattro colpi. Di fronte al tipico giocatore monodimensionale dal servizio bomba, è questo il territorio per il giocatore alla risposta per pareggiare il punteggio. De Minaur è però più noto per i colpi a rimbalzo di quanto lo sia per il servizio. In finale, ha vinto il 58% di questa tipologia di punti, abbastanza per l’83esimo percentile del campione.

Il rendimento di de Minaur sugli scambi più lunghi non ha fatto grande differenza in finale, principalmente perché è stato così efficace nell’evitare che i punti si prolungassero. Aver vinto più della metà degli scambi da molti colpi è un richiamo al fatto che grandi prestazioni al servizio vanno oltre il servizio stesso. In giornata di grazia, anche un giocatore poco sopra ai 180 cm può ottenere dei numeri che lasciano a terra gli Isner e gli Opelka di turno. Non è sempre una questione di ace.

Anatomy of Alex de Minaur’s Serving Masterclass

Federer non è stato dominante nei momenti chiave, ma ci è andato vicino

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le statistiche della finale di Wimbledon raccontano una storia senza ombre. Per cinque set, Roger Federer ha fatto molte cose leggermente meglio del suo avversario, Novak Djokovic, che però ha poi vinto di misura perché si è aggiudicato i punti più importanti, un dettaglio che non emerge dai numeri con la stessa nitidezza.

Superando le statistiche tradizionali, possiamo quantificare il dominio nei momenti che fanno la differenza. Un metodo che supera il semplice conteggio delle palle break o dell’individuazione dei passaggi chiave più ovvi in una partita è l’indice di leva per assegnare un valore a ciascun punto, in funzione dell’importanza. Dopo ogni singolo punto della partita, possiamo calcolare una nuova probabilità di vittoria per entrambi i giocatori. Un punto come quello da giocare sul 5-5 in un tiebreak è potenzialmente in grado di alterare la probabilità di vittoria in misura massiccia, mentre così non è per quello sul 40-15 del primo game.

La leva quantifica il potenziale. In media, in una partita al meglio dei cinque set un punto possiede una leva di circa il 4%, ma per i punti più importanti si parla di diverse volte quel valore. Un altro modo per identificare quando un giocatore è predominante è vedere il numero sproporzionato di punti ad alta leva che vince anche di fronte a una prestazione inferiore in quelli a bassa leva.

L’indice di leva

In un recente articolo sulla finale di Wimbledon per l’Economist, ho approfondito ulteriormente il concetto. Djokovic ha vinto meno punti rispetto a Federer, ma quelli che ha vinto hanno contato di più. La leva media dei punti per lui è stata infatti del 7.9%, rispetto al 7.2% di Federer. Possiamo presentare questa differenza sotto forma di indice di leva (Leverage Ratio o LR), dividendo 7.9% per 7.2%, con un risultato di 1.1. Un indice così alto non è insolito. Nelle più di 700 partite Slam maschili del Match Charting Project, l’LR del giocatore più dominante è in media di 1.11. L’eccellenza di Djokovic nei momenti chiave non è stata nemmeno così unica, ma in una partita di quell’equilibrio è bastata a fare la differenza.

Con un indice di leva superiore a 1.0, la vittoria non è comunque garantita. In circa il 30% di queste 700 partite al meglio dei cinque set la vittoria è andata al giocatore che, in media, ha vinto meno punti importanti dell’avversario. Alcune situazioni di vincitori con basso indice di leva quasi rasentano la comicità, come la finale del Roland Garros 2008 in cui Rafael Nadal ha demolito Federer nonostante un LR di 0.77.

Aumento della comprensione

Nelle partite a senso unico non c’è molta leva a disposizione, quindi il numero dei punti vinti ha molta più rilevanza di quando sono stati vinti. Spesso prestazioni non dominanti si traducono in vittorie di partite ancora più equilibrate, come quella di Andy Murray nella semifinale degli US Open 2018 in quattro set contro Nadal nonostante un LR di 0.80, o la super equilibrata semifinale a Wimbledon 2018 in cui Kevin Anderson ha battuto John Isner con un LR di 0.88.

Non serve un foglio di calcolo per capire che le partite di tennis vengono decise da una combinazione di rendimento complessivo e rendimento nei momenti importanti. I numeri che ho citato non portano avanti la nostra comprensione di molto, quantomeno non in modo rigoroso. È questo il prossimo passo.

Indice di leva, ti presento l’indice di leva bilanciato

Coloro che frequentano regolarmente Tennis Abstract hanno familiarità con l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR), una statistica inventa da Carl Bialik al fine di riclassificare i punti vinti totali. Il DR si ottiene dalla divisione tra i punti vinti alla risposta e i punti persi al servizio, in modo che il valore medio sia esattamente 1.0. Solitamente, chi vince ha un valore superiore a 1.0 e chi perde un valore inferiore a 1.0.

Nella finale di Wimbledon, il DR di Djokovic è stato di 0.87, estremamente basso per un vincitore, se non addirittura inedito. Il DR compensa gli effetti generati del rendimento al servizio e alla risposta (a differenza dei punti vinti, che possono deviare in una o l’altra direzione a seconda che ci siano più punti al servizio che alla risposta, o viceversa) e sintetizza in un solo numero la qualità della prestazione complessiva.

Equa distribuzione tra servizio e risposta

Non dice però nulla relativamente al dominio nei momenti chiave, tranne quando un giocatore vince con un valore basso del DR, da cui si può dedurre che abbia controllato l’avversario sui punti più caldi.

Per avere una prospettiva bilanciata simile in presenza di rendimenti ad alta leva, possiamo adattare l’indice di leva LR soppesando equamente il dominio nei momenti chiave sia al servizio che alla risposta. Chiamo questa statistica indice di leva bilanciato (Balanced Leverage Ratio o BLR), cioè la media semplice dell’LR nei punti al servizio e dell’LR nei punti alla risposta. Il BLR di solito non si scosta di molto dall’LR, così come spesso otteniamo le stesse informazioni dal DR che dai punti totali. Il BLR di Djokovic nella finale di Wimbledon è stato di 1.11, rispetto a un LR di 1.10. Nelle partite in cui però un numero sproporzionato di punti si giocano sulla racchetta di un giocatore, il BLR fornisce il necessario aggiustamento.

DR corretto per leva

Siamo in grado di registrare rendimenti corretti per leva semplicemente moltiplicando questi due numeri. Ad esempio, prendiamo la vittoria di Stanislas Wawrinka contro Djokovic nella finale degli US Open 2016. Il DR di Wawrinka è stato di 0.90, più alto di quello di Djokovic a Wimbledon 2019 ma difficilmente sufficiente a trionfare. Eppure ha vinto, grazie a un BLR di 1.33, uno dei più alti mai registrati in una finale Slam. Il prodotto tra il DR e il BLR di Wawrinka — che chiameremo DR+ — è pari a 1.20. Lo si può interpretare con la stessa scala di un DR “normale”, dove 1.2 è spesso identificativo di una vittoria con margine ridotto, se non di una al cardiopalma.

Di 167 finali Slam maschili nel Match Charting Project, 14 giocatori hanno vinto nonostante un DR “normale” inferiore a 1.0. Per ciascuno di essi, il BLR era superiore a 1.1, e in 13 delle 14 occorrenze, la forza del BLR del vincitore ha “cancellato” la debolezza del suo DR, nel senso che il DR+ è stato superiore a 1.0. La tabella riepiloga quelle partite, ordinate per DR+ crescente.

Anno  Slam              Vincitore    DR     BLR    DR+  
2019  Wimbledon         Djokovic     0.87   1.11   0.97  
1982  Wimbledon         Connors      0.88   1.20   1.06  
2001  Wimbledon         Ivanisevic   0.95   1.16   1.10  
2008  Wimbledon         Nadal        0.98   1.13   1.10  
2009  Australian Open   Nadal        0.99   1.13   1.12  
1981  Wimbledon         McEnroe      0.99   1.16   1.15  
1992  Wimbledon         Agassi       0.97   1.19   1.16  
1989  US Open           Becker       0.96   1.22   1.18  
1988  US Open           Wilander     0.98   1.21   1.18  
2015  US Open           Djokovic     0.98   1.21   1.18  
2016  US Open           Wawrinka     0.90   1.33   1.20  
1999  Roland Garros     Agassi       0.98   1.25   1.23  
1990  Roland Garros     Gomez        0.94   1.34   1.26  
1991  Australian Open   Becker       0.99   1.30   1.29

Prima finale vinta dal giocatore con il DR+ inferiore

In 167 finali Slam, quella tra Djokovic e Federer è stata la prima vinta dal giocatore con il DR+ più basso (alcuni dei campioni che non compaiono in elenco hanno avuto indici di leva sotto tono e conseguenti DR+ inferiori ai DR, ma nessuno sotto il livello di 1.0). Sebbene Federer è stato più debole nei momenti importanti — in particolare nei tiebreak e quando ha avuto i due match point — il rendimento complessivo in quel tipo di situazione non è stato così scadente come quei pochi memorabili momenti farebbero pensare. È più probabile che un giocatore con un DR di 1.14 e un BLR di 0.90 come quelli di Federer concluda le due settimane di Wimbledon ballando con la campionessa del tabellone femminile.

Sorprendentemente, 1 su 167 potrebbe sottostimare la rarità di un vincitore con un DR+ inferiore a 1.0. Solo una delle partite al meglio dei cinque set nel database del Match Charting Project (su più di 700) possiede quel requisito. Si tratta del controverso quarto turno degli Australian Open 2019 tra Kei Nishikori e Pablo Carreno Busta. Nishikori ha vinto con un DR di 1.06, ma il suo BLR è stato di 0.91, relativamente debole e che ha portato a un DR+ di 0.97. Come per la finale di Wimbledon, anche la partita di Melbourne avrebbe potuto avere un altro vincitore. La fortuna è stata avversa a Carreno Busta non solo per le chiamate arbitrali.

Qual è il significato di tutto questo?

Sappiamo che la finale di Wimbledon è stata in estremo equilibrio, ora abbiamo più numeri che mostrano quanto effettivamente lo sia stata. Sapevamo che Djokovic gioca meglio quando conta di più, ora abbiamo più riferimenti sulla sua maggior bravura, che però non si discosta di un margine insolitamente ampio.

Federer ha vinto cinque dei venti Slam nonostante un BLR nella finale inferiore a 1.0, e altri due con un DR inferiore a 1.14. Non ha mai vinto uno Slam con un DR+ non superiore a 1.03, ma va anche detto che non c’è mai stata una finale Slam che il DR+ ha considerato così ravvicinata. Federer non è la definizione di maestro dei momenti chiave, ma non è poi così malvagio. Avrebbe solamente dovuto portare con sé un po’ di quella dose di domino con cui ha chiuso il secondo set per passaggi più importanti nelle fasi successive.

Se siete anche voi come me, dopo aver letto fino a questo punto non smetterete di farvi domande. Ho riflettuto su alcune che spero di approfondire analogamente. Si può dire che Federer di solito è meno dominante della media nei momenti chiave? (Si). Djokovic è molto più bravo a quel riguardo? (Si). E Nadal? (Anche lui è più bravo). Nadal è davvero migliore, o i suoi numeri sulla leva sono di partenza buoni perché i punti importanti si giocano più spesso sul lato dei vantaggi? (È davvero migliore). Djokovic ha preso le misure a Federer? (Non proprio, a meno che non s’intenda il suo numero di scarpe, allora in quel caso sì). È cambiato tutto dopo che Djokovic ha tirato la famosa risposta? (No).

Rendimenti situazionali

Ci sono anche molti argomenti interessanti che vanno oltre i Grandi Tre. Ho iniziato qualche anno fa a scrivere della leva relativa a sottoinsiemi di partite, spinto dalla semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic, nella quale Federer ha subito la pressione quando più contava. Come possiamo analizzare la leva media per punti vinti e persi, così riusciamo a stimare l’importanza dei punti in cui un giocatore ha servito un ace, commesso un errore non forzato di rovescio, o scelto di andare a rete.

Le partite sono decise da una combinazione di rendimento complessivo e giocate di alta leva. Le statistiche comunemente disponibili illustrano bene le dinamiche del primo, ma non sono adeguate per fare chiarezza sulle seconde. Il dominio nei momenti chiave è lasciato alle congetture degli opinionisti. Con un insieme di partite in continuo aumento e l’accesso a sempre più dati punto per punto (e quindi a numeri sulla leva per ogni punto e ogni partita), il divario tra le due misure si riduce, consentendoci di quantificare con più precisione il grado in cui il rendimento legato alla specifica situazione incide sulla capacità di ciascun giocatore di vincere la partita.

Roger Federer Wasn’t Clutch, But He Was Almost Clutch Enough

Basta a Federer un rovescio tornato normale?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Roger Federer ha battuto di misura Rafael Nadal agli Australian Open 2017, ne ho attribuito la vittoria al suo rovescio. Rientrava da un infortunio che lo aveva tenuto lontano dall’attività professionistica per tutta la seconda parte del 2016 e aveva rafforzato il gioco in quel lato del campo, sviluppando la strategia da adottare contro il rivale di lungo corso. Da quella partita, Federer ha sconfitto Nadal altre cinque volte su sei, a indicazione che questa nuova e più affilata arma è rimasta parte integrante del suo tennis.

Dopo aver sconfitto Nadal nella semifinale di Wimbledon 2019, Federer sembra in splendida forma. A differenza però di due anni fa a Melbourne, la vittoria non è dipesa dal rovescio. Nella finale degli Australian Open, l’elegante rovescio a una mano di Federer aveva contribuito per 11 punti in più di una tipica partita, abbastanza per indirizzare il risultato a suo favore. A Wimbledon, il rovescio non ha fatto paura a Nadal, visto che ha dato a Federer solo un punto in più rispetto alla media. La vittoria è arrivata per Federer con un livello altissimo, ma non dal rovescio.

Il ritorno della Potenza del Rovescio

Questi numeri arrivano da una statistica che ho chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) e che utilizza i dati colpo per colpo del Match Charting Project per isolare l’effetto generato dal singolo colpo di un giocatore.

La formula è semplice e diretta: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore.

In media, un giocatore colpisce 100 rovesci per partita, quindi il passaggio finale della moltiplicazione per 100 fornisce un valore approssimativo a partita. Il BHP conferisce fino a 1.5 “punti” per punti giocati, visto che si sommano sia i vincenti sia i colpi che hanno portato a un vincente.

A quanti punti equivale?

Per tradurre il BHP in punti (o qualsiasi altro indice di potenza come quello del Dritto, Forehand Potency o FHP), si moltiplica perciò per due terzi. Nella finale del 2017, il rovescio di Federer ha raggiunto un BHP di +17, equivalente a circa 11 punti. Nella semifinale di Wimbledon, il BHP è stato solo di +1. Si può quantomeno dire che il rovescio non è stato un colpo debole, cioè quel tipo di commento che avremmo potuto fare quando Federer accumulava vittorie a dismisura nei primi quindici anni di carriera.

Il rendimento in semifinale non è stato un’eccezione. In un confronto anno su anno sulla base dei dati del Match Charting Project (che ammetto essere incompleti), il rovescio del 2019 somiglia molto da vicino a quello mostrato prima dell’infortunio del 2016.

Anni        BHP  
1998-2011   +0.1  
2012        +0.4  
2013        -1.8  
2014        -1.1  
2015        +1.3  
2016        -0.3  
2017        +3.5  
2018        +1.3  
2019        +0.8

Ci sono sempre delle giornate positive, come l’incredibile BHP di +16 contro Kei Nishikori nel quarto di finale a Wimbledon. Mettendo però insieme prestazioni impeccabili e passaggi a vuoto, avversari da cui subisce o che supera più facilmente, condizioni di gioco veloci e lente, il risultato che si ottiene è che con il rovescio Federer non riesce più a raccogliere punti come faceva due anni fa.

Il rovescio contro Djokovic

L’avversario di Federer in finale, Novak Djokovic, è ben noto per la compattezza dei colpi a rimbalzo. Come ha fatto Nadal per diversi anni, anche Djokovic è in grado di mettere a nudo il lato più debole del gioco da fondo di Federer. Ha vinto gli ultimi cinque scontri diretti e nove degli ultimi undici, nella maggior parte dei quali ha tenuto il rovescio di Federer a un BHP negativo.

Anno  Torneo                   Esito   BHP/100  
2018  Parigi Bercy             P       -11.0  
2018  Cincinnati               P       -11.0  
2016  Australian Open          P       -12.6  
2015  Finali di stagione (F)   P       -4.8  
2015  Finali di stagione (RR)  V       +0.7  
2015  US Open                  P       +0.8  
2015  Cincinnati               V       -2.2  
2015  Wimbledon                P       -13.4  
2015  Internazionali d'Italia  P       -12.2  
2015  Indian Wells             P       -5.0  
2015  Dubai                    V       -5.9  
…                                        
2014  Wimbledon                P       -3.1  
2012  Wimbledon                V       +9.6

Di 438 partite con dati punto per punto, il BHP di Federer è sceso sotto il -10 solo 27 volte. Di queste, in nove — e in due delle cinque dal rientro post infortunio di Federer nel 2017 — dall’altra parte della rete c’era Djokovic. Tra l’altro, Djokovic farebbe bene a guardarsi i filmati delle partite in cui Borna Coric ha demolito il rovescio di Federer, cioè le sue due prestazioni peggiori in termini di BHP dall’inizio del 2017 (-20 allo Shanghai Masters 2018 e -19 agli Internazionali d’Italia 2019).

Minimizzare i problemi

Forse è troppo chiedere a Federer di capire come battere Djokovic sul suo stesso terreno. La strategia migliore per lui è minimizzare i problemi attraverso una grande efficienza al servizio e un’esecuzione magistrale con il dritto. In carriera, la media di FHP per Federer è di +9, che però scende a solo +4 contro Djokovic. Nella finale del Cincinnati Masters 2018, Djokovic ha costretto Federer a un imbarazzante -13 di FHP, il peggiore di sempre. E non si è trattato di un caso isolato: quattro dei cinque valori più negativi di FHP nella singola partita sono arrivati per Federer contro Djokovic.

Se Federer vuole il nono titolo a Wimbledon, avrà bisogno di vincere molti punti almeno da un lato, vale a dire con il classico dritto o con il rovescio alla maniera della semifinale del 2012 proprio contro Djokovic. E se con uno riesce a sfondare, con l’altro deve comunque mantenere un livello di tutto rispetto. Nella semifinale contro Nadal il dritto è valso un FHP di +12. Contro un giocatore come Djokovic che difende ancora meglio sulle superfici veloci, Federer dovrà ottenere un risultato simile. Gli si chiede molto, ma del resto una cosa è certa: nessuno potrà lamentarsi che il 21esimo Slam è stato facile da vincere.

Come è andata la finale

Djokovic ha poi vinto la finale con il punteggio di 7-6(5), 1-6, 7-6(4), 4-6, 13-12(3). Come scrive lo stesso Sackmann su Game Theory, il blog dell’Economist, dopo quasi cinque ore di gioco e più di 400 punti, l’esito è stato deciso dall’equivalente nel tennis del lancio della moneta, cioè il tiebreak a sette punti.

Federer ha giocato meglio, servendo più ace, vincendo il 51.7% dei punti e facendo più break dell’avversario. Djokovic dal suo canto ha vinto cinque dei sei punti più importanti, fra tutti i due match point che Federer ha avuto sul servizio. Si è trattato di una partita lotteria, in cui un po’ di fortuna e nervi d’acciaio nei momenti cruciali hanno indirizzato il risultato. Federer non ha di certo tratto beneficio dagli undici errori non forzati commessi nei tre tiebreak, che hanno contribuito a un BHP di -0.8 e un FHP di +2.3, n.d.t.  

Will a Back-To-Normal Federer Backhand Be Good Enough?

6000 partite!

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 25 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Si è trattato di un anno molto prolifico per il Match Charting Project, lo sforzo collaborativo per la raccolta di dati punto per punto delle partite professionistiche di tennis. Dal 2013, più di cento volontari hanno contribuito, passando dalle finali Slam degli anni ’70 alle maratone tra i Fantastici Quattro fino a oscuri Challenger e ITF. Il database che ne risulta non conosce eguali e rappresenta una rara risorsa a disposizione di tutti, in uno sport in cui le informazioni migliori sono di proprietà di tornei, federazioni e società dalle stesse incaricate.

La partita numero 6000 — il quarto di finale a Bucarest tra Kristyna Pliskova e Patricia Maria Tig nonché una delle più di duecento di cui si è occupato Zindaras — arriva a meno di sei mesi dalla numero 5000. In questo periodo, abbiamo aggiunto un gran numero di partite del Roland Garros e di Wimbledon, oltre a tutte le finali dei due circuiti maggiori. Inoltre, è sempre in corso la raccolta di semifinali d’epoca relative alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, insieme a tutte le semifinali femminili sempre dal Roland Garros e Wimbledon per cui siamo riusciti a trovare il video (magari c’è qualcuno che può dare una mano per le partite che rimangono).

Una nuova dimensione

I dati che ne emergono — molti dei quali facilmente recuperabili su GitHub — hanno reso possibile affrontare tematiche su una dimensione finora impensabile. Ad esempio, all’avvio di Wimbledon ho approfondito l’evoluzione del gioco a rete, utilizzando statistiche colpo per colpo in quel torneo dall’inizio degli anni ’70. E dopo l’impeccabile prestazione di Simona Halep in finale, John Burn-Murdoch del Financial Times ha utilizzato il Match Charting Project per contestualizzare l’incredibilmente bassa frequenza di errori non forzati.

Sempre più appassionati occasionali scoprono la ricchezza di dati del Match Charting Project. Per ciascuna di queste migliaia di partite, si possono esplorare combinazioni infinite e immediatamente paragonabili alle medie del circuito. Se non vi è mai capitato di dare un’occhiata, vi invito a farlo senza esito. A manifesto della profondità della piattaforma, una partita recentemente aggiunta è la semifinale degli Australian Open 1987 tra Ivan Lendl e Pat Cash. È possibile inoltre valutare statistiche aggregate per specifici giocatori, su pagine come questa per Sloane Stephens.

Se il Match Charting Project ha suscitato la vostra curiosità, è un ottimo momento per unirvi. La mappatura delle partite non richiede una laurea in ingegneria, ma solo attenzione al dettaglio e conoscenza di base del tennis. Aiutano certamente anche un amore per lo sport e la meticolosità, due caratteristiche condivise da molti dei collaboratori più attivi. Ho già parlato dei vantaggi nel collaborare, e se vi sentite pronti per farlo ecco la guida per iniziare.

Lontano dai riflettori ma al centro dell’azione

Anche se il tennis rimane un po’ una landa desolata nel panorama delle statistiche sportive, stiamo continuando a fare progressi. Siamo completamente indipendenti da circuiti e federazioni che spendono somme spropositate per consulenti che sembrano non fare altro che produrre nuovi scintillanti siti con ben pochi dati. Il sito del Match Charting Project non si può proprio definire attraente (per andarci leggeri!), ma è libero dalle dinamiche politiche, dal conflitto di priorità e dalla burocratica lentezza che tiene a freno così larga parte del tennis. Questo nuovo traguardo è l’ultimo richiamo al fatto che spesso il lavoro più interessante si verifica lontano dai riflettori dei palcoscenici ufficiali.

Another Match Charting Project Milestone: 6,000 Matches!

Around the Net, numero 8

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 aprile 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Around the Net è il nuovo appuntamento settimanale di @tennisabstract per rilanciare contenuti analitici di tennis apparsi in varie modalità su internet. Dell’abbondanza di stimoli disponibili nella versione originale, @setteseitennis propone una sintesi. Il numero 7.

Articoli tradotti in italiano

Dati

  • Match Charting Project: il database è aumentato di più di 75 partite nelle ultime due settimane, da 5439 a 5517. Abbiamo aggiunto molte altre semifinali Slam maschili e femminili degli anni ’90, alcune finali femminili d’annata dei tornei di Hilton Head e Berlino, oltre alla solita sfilza di partite dai tornei più recenti di entrambi i circuiti.
  • Un’analisi della rotazione imposta alla pallina durante il Miami Masters (twitter.com/Vestige_du_jour)

Spallinature

  • Al torneo ITF di Sunderland, Tara Moore ha recuperato da uno svantaggio di 0-6, 0-5, 30-40 vincendo il secondo set al tiebreak e chiudendo la partita 6-3 al terzo.
  • Incredibilmente, nella storia del tennis femminile esiste un recupero ancora più improbabile. Nelle qualificazioni degli US Open 1983, Barbi Bramblett perdeva 0-6, 0-5, 0-40 contro Ann Hulbert. Riuscì poi ad annullare 18 match point e vincere la partita per 0-6 7-5 6-3.
  • Rispetto al recupero di Moore, la maggior parte delle stranezze che accadono sul circuito femminile passa quasi inosservata. Ma c’e n’è pronta un’altra. Nel torneo di Charleston, dopo aver perso il primo set 0-6, Kaia Kanepi ha recuperato contro Elise Mertens per vincere 0-6 6-0 7-5, la prima volta dal 2000 che una qualsiasi partita (compresi i tornei ITF) finisce con quello specifico punteggio.

Around the Net, Issue 8

Around the Net, numero 7

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 31 marzo 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Around the Net è il nuovo appuntamento settimanale di @tennisabstract per rilanciare contenuti analitici di tennis apparsi in varie modalità su internet. Dell’abbondanza di stimoli disponibili nella versione originale, @setteseitennis propone una sintesi. Il numero 6.

Articoli tradotti in italiano

Dati

  • Match Charting Project: il database è aumentato di più di 60 partite nell’ultima settimana, da 5376 a 5439. Abbiamo aggiunto quasi tutte le finali femminili a Miami dal 1989 al 1996 e molte semifinali Slam maschili e femminili. Naturalmente, ci sono anche molte partite dal torneo di Miami appena concluso, tra cui le semifinali e la finale femminile.
  • Ho aggiornato la pagina GitHub del Match Charting Project.

Spallinature

  • Se Roger Federer può finalmente diventare il primo giocatore a vincere due titoli in stagione (come è riuscito poi a fare battendo John Isner in finale con il punteggio di 6-1 6-4, n.d.t.), tra le giocatrici nessuna ha vinto più di un torneo. A Miami, Ashleigh Barty è diventata la 14esima campionessa in altrettanti eventi del circuito maggiore.
  • Per arrivare in finale, Federer ha dovuto battere un giocatore più giovane di quindici anni. Anzi, in entrambe le semifinali, la differenza di età è stata di almeno un decennio e mezzo. È la prima volta che accade tra gli uomini dal 1979. Ci si è andati più vicini il mese scorso a Dubai, con le semifinali tra Federer e Borna Coric e tra Gael Monfils e Stefanos Tsitsipas, entrambe con una differenza di almeno 11.9 anni.
  • A proposito di semifinali insolite, i fratelli Bryan hanno battuto la coppia Kubot/Melo con il punteggio di 7-6(7) 6-7(8) [14‑12], praticamente la partita più lunga che si riesce ad avere nelle limitazioni imposte dal format attuale, senza game ai vantaggi e il super-tiebreak nel set decisivo (i Bryan hanno poi vinto anche il torneo, n.d.t.). Sono stati giocati 187 punti. Anche di fronte alla difficoltà di reperire statistiche per il doppio, possiedo un insieme ragionevolmente completo di partite dal 2017. In quel periodo, una partita di 187 punti è la più lunga che si sia mai verificata. Ce n’è stata un’altra da 187 punti nel 2018 e una maratona da 186 nel 2017.
  • Grazie in parte ai risultati al Miami Masters, Felix Auger Aliassime ha vinto le sue prime cinque partite in carriera contro giocatori tra i primi 20, un’impresa assolutamente inedita. Mario Ancic ha vinto le prime tre, Auger Aliassime è l’unico ad averne vinte di più. Dopo la sconfitta in semifinale contro Isner, il suo record è diventato 5-1, ma non ha perso la possibilità di estenderlo. Nessuno ha infatti vinto più di sette delle prime dieci partite contro i primi 20, un traguardo raggiunto solo da Gustavo Kuerten e Andrei Medvedev.

Around the Net, Issue 7

Around the Net, numero 6

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 24 marzo 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Around the Net è il nuovo appuntamento settimanale di @tennisabstract per rilanciare contenuti analitici di tennis apparsi in varie modalità su internet. Dell’abbondanza di stimoli disponibili nella versione originale, @setteseitennis propone una sintesi. Il numero 5.

Articoli tradotti in italiano

Dati

Match Charting Project: il database è aumentato di 50 partite nell’ultima settimana, da 5326 a 5376. Abbiamo aggiunto molte finali femminili a Miami, tra cui quella in famiglia tra le sorelle Williams nel 1999, molte altre partite femminili e maschili dall’Indian Wells Master appena concluso e dal torneo di Miami (Masters e Premier Mandatory) in corso e un po’ di partite storiche, compresa la finale femminile a Wimbledon 1973 e la finale femminile alle Olimpiadi di Pechino 2008.

Spallinature

  • Siamo ancora in attesa di un pluri-vincitore per la stagione in corso. In campo maschile, 19 giocatori hanno alzato il trofeo in altrettanti tornei, un nuovo record.
  • Non potrà essere Dominic Thiem il giocatore a interrompere questa striscia, almeno non a Miami, vista la sconfitta al secondo turno (la sua prima partita) contro Hubert Hurkacz. Dal 2010, Thiem è il primo vincitore di Indian Wells che non riesce a vincere neanche una partita a Miami. In quell’anno infatti Ivan Ljubicic aveva perso contro Benjamin Becker. Thiem non è in brutta compagnia, perché gli altri nomi sono quelli di Novak Djokovic, Lleyton Hewitt e Alex Corretja.
  • In linea teorica, è concepibile invece che a farlo possa essere Reilly Opelka, che ha battuto Diego Schwartzman nonostante nel primo set abbia servito meno ace dell’avversario. Non ne ha infatti servito nemmeno uno, solo la sua seconda partita sul circuito maggiore in cui meno del 10% dei punti al servizio sono stati ace (l’altra è il primo turno contro Tommy Haas a Houston 2017, e in carriera la frequenza è del 22.3%).
  • Kei Nishikori non è più il re dei set decisivi. Dopo aver perso al terzo set contro Dusan Lajovic nella prima partita a Miami, è ora Djokovic in cima alla classifica della percentuale di vittoria nei set decisivi.
  • Naomi Osaka ha vinto il primo set del terzo turno contro Su-Wei Hsieh, per poi perdere i successivi due e la partita. Dal 2016, è la prima volta che Osaka non riesce a vincere dopo aver conquistato il primo set, una striscia di cui ho parlato in un precedente articolo. Le sarebbero mancate altre 156 partite prima di arrivare al record di Chris Evert!

Around the Net, Issue 6

Around the Net, numero 5

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 17 marzo 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Around the Net è il nuovo appuntamento settimanale di @tennisabstract per rilanciare contenuti analitici di tennis apparsi in varie modalità su internet. Dell’abbondanza di stimoli disponibili nella versione originale, @setteseitennis propone una sintesi. Il numero 4.

Articoli tradotti in italiano

Dati

  • Match Charting Project: il database è aumentato di 70 partite nell’ultima settimana, da 5256 a 5326. Abbiamo aggiunto moltissime partite maschili e femminili dell’Indian Wells Masters, qualche altra semifinale di Wimbledon degli anni ’90 (protagonista Boris Becker) ma, soprattutto, tre finali femminili del Roland Garros a lungo ricercate. Abbiamo finalmente completato tutte le finali Slam maschili e femminili del Roland Garros dal 1980.

Spallinature

  • Belinda Bencic continua ad accumulare vittorie contro le prime 10 della classifica e, nonostante la sconfitta in semifinale a Indian Wells da Angelique Kerber (battuta a sua volta da Bianca Andreescu, n.d.t.), il suo record si è mantenuto sopra la parità, con 19 vittorie e 16 sconfitte. Si tratta di un risultato di cui poche possono vantarsi, anche tra giocatrici che consideriamo di élite.
  • Sara Errani ha commesso lo strabiliante numero di 57 doppi falli nelle ultime quattro partite, tra cui 22 contro Irina Camelia Begu nel primo turno di Guadalajara. Eppure, le ha vinte tutte! 57 doppi falli sono più del totale commesso in tutta la stagione 2017 o in quella 2018.
  • La Next Gen femminile sta emergendo rapidamente. La sedicenne Clara Tauson ha vinto il torneo ITF $60K di Shenzen, e la quindicenne Dasha Lopatetskaya ha vinto il quinto torneo da professionista. Altre tre giovanissime hanno vinto tornei ITF in settimana e altre due sono arrivate in finale.
  • Battendo Novak Djokovic, Philipp Kohlschreiber è diventato il quarto giocatore più vecchio di sempre a eliminare il numero 1 della classifica mondiale.
  • Ivo Karlovic ha festeggiato i 40 anni compiuti tre settimane vincendo tre partite a Indian Wells, la prima volta dal 2011 (sempre a Indian Wells) in cui ha vinto almeno tre partite in un Master.

Around the Net, Issue 5