Gli scambi lunghi sono la kryptonite dei giocatori americani?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 7 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Pur a distanza di anni dal ritiro, Marat Safin continua a fornire spunti di conversazione tennistica. Durante una partita contro Taylor Fritz, il capitano della Russia all’ATP Cup si è così rivolto a Karen Khachanov, giocatore della sua squadra:

Non è un’affermazione che si riesce intuitivamente a sottoporre a esame numerico. Non so come si possa quantificare una tattica di alto impatto finalizzata a intimorire, o come identificare, e ancor meno misurare, tentativi di spaventare l’avversario. Per non parlare del concetto di giocatore finito per via di uno scambio lungo. Ma se con “per loro è finita” s’intende che non hanno molte probabilità di vincere, abbiamo finalmente un elemento verificabile.

Molti appassionati possono trovarsi d’accordo con la generalizzazione che i giocatori americani hanno un servizio potente, oltre a uno stile aggressivo che non lascia grande spazio alla finezza. È certamente il caso di John Isner, e Sam Querrey non si discosta troppo dalla descrizione. Sebbene il servizio di Fritz produca una buona dose di ace e secondi colpi di facile chiusura, non ha uno stile così monodimensionale.

Per Taylor Fritz non è finita

Con i dati raccolti dal Match Charting Project, ho calcolato delle statistiche sulla durata degli scambi per i 70 giocatori con almeno 20 partite nel database nell’ultimo decennio. Troviamo cinque americani (Fritz, Isner, Querrey, Steve Johnson e Jack Sock) e molti degli altri giocatori a cui normalmente si fa riferimento come presenze regolari sul circuito.

La definizione di Safin di tattica ad alto impatto considera implicitamente gli scambi fino a un massimo di quattro colpi, cioè quei punti che vengono vinti o persi nei primi due colpi di ciascun giocatore. Gli scambi più lunghi sono quelli in cui, apparentemente, gli americani subiscono l’avversario.

Così è per Isner, che vince solo il 40% dei punti quando lo scambio raggiunge i cinque colpi, il peggior rendimento nel campione considerato. Rispetto a Isner, anche Nick Kyrgios (44%) e Ivo Karlovic (45%) sembrano dei giocatori solidi sullo scambio. Nikoloz Basilashvili ha la percentuale migliore al 56% e non sorprende che Rafael Nadal sia secondo con il 54%, di un nulla davanti a Novak Djokovic. Con il 50.2%, Frizt è al 28esimo posto su 70, nella zona di giocatori come Gael Monfils, Roberto Bautista Agut e Dominic Thiem. Inoltre, se detestate i luoghi comuni come li detesto io, Fritz si fa notare per essere quasi 20 posizioni più in alto di Khachanov, che vince il 48.5% dei punti che durano almeno cinque colpi.

Più dati

La tabella elenca venti dei 70 giocatori del campione, in parte della zona alta e in parte di quella bassa, insieme a tutti gli americani e ad altri nomi di interesse. Per ciascun giocatore, ho calcolato la percentuale di punti vinti negli scambi di 1 o 2 colpi (servizio e risposte vincenti), di 3 o 4 colpi (scambi con servizio e risposta seguita da un colpo) e di 5 o più colpi. I giocatori sono ordinati sulla base dell’ultima colonna (%V 5+).

Class  Giocatore      %V 1-2  %V 3-4  %V 5+  
1      Basilashvili   43.7%   54.1%   55.8%  
2      Nadal          52.7%   51.6%   54.3%  
3      Djokovic       51.8%   54.6%   54.0%  
4      Nishikori      45.5%   51.2%   53.9%  
11     Federer        52.9%   54.9%   52.1%  
22     Kohlschreiber  50.1%   50.1%   50.7%  
28     Fritz          51.1%   47.2%   50.2%  
30     Sock           49.0%   46.5%   50.2%  
31     Zverev         52.8%   50.3%   50.0%  
32     Del Potro      53.8%   49.1%   50.0%  
34     Murray         54.3%   49.5%   49.4%  
39     Medvedev       53.9%   50.4%   49.0%  
43     Tsitsipas      51.4%   50.5%   48.6%  
44     Khachanov      53.7%   48.1%   48.5%  
48     Johnson        49.2%   48.8%   48.3%  
61     Querrey        53.5%   48.0%   46.2%  
62     Berrettini     53.6%   49.3%   46.1%  
66     Karlovic       51.8%   43.9%   44.9%  
68     Kyrgios        54.6%   47.4%   44.2%  
70     Isner          52.3%   48.3%   40.2%

Fritz è uno dei pochi che vince più della metà degli scambi più brevi e più della metà degli scambi più lunghi. La prima categoria può essere il risultato di un servizio potente, come è probabilmente il caso dello stesso Frizt, e come è sicuramente per Isner. Non serve però avere un grande servizio per vincere più della metà dei punti da 1 o 2 colpi. Nadal e Djokovic fanno molto bene in quella categoria (come in praticamente tutte le altre), in virtù della loro capacità di annullare il servizio dell’avversario.

Due nomi inaspettati

Tralasciando per un momento gli americani, si potrebbe rimanere sorpresi da quei giocatori con percentuali positive di vittoria in tutte e tre le categorie. Nadal, Djokovic e Roger Federer vi rientrano, ciascuno con abbondante margine. Gli altri due invece sono nomi inattesi. Philipp Kohlschreiber supera di pochissimo la neutralità in entrambe le tipologie di scambi brevi, ed è un po’ meglio (50.7%) su quelli lunghi. Alexander Zverev si qualifica per il rotto della cuffia, vincendo appena di più della metà degli scambi lunghi (è un 50.0% arrotondato per eccesso).

Si tratta inevitabilmente di dati incompleti, quindi è possibile che, con una base di altro tipo, il risultato di uno o anche di entrambi i tedeschi rimanga molto lontano dal 50%, ma i loro numeri arrivano da un insieme decisamente abbondante di partite.

Per tornare a Fritz, Isner e compatrioti, Safin potrebbe aver ragione a dire che vogliono intimorire con un paio di colpi ad alto impatto. Con il solo servizio, Isner ha sicuramente messo paura a molti dei suoi avversari. Eppure Fritz, il giocatore che ha generato il commento di Safin, ha un gioco molto più completo di quanto il capitano della Russia gli abbia riconosciuto. Khachanov ha poi vinto quella partita e, almeno in questa fase delle rispettive carriere, è dei due il giocatore migliore. Non però negli scambi lunghi. Ampliando l’orizzonte di analisi, è Khachanov che dovrebbe evitare di farsi trascinare negli scambi lunghi, non Fritz.

Are American Players Screwed Once You Drag Them Into a Rally?

Quanto raccoglierà l’ATP Cup a favore delle vittime degli incendi in Australia?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 3 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’ATP ha annunciato che effettuerà una donazione sostanziosa alla Croce Rossa Australiana:

Molti giocatori, tra cui Nick Kyrgios, hanno promesso di continuare a fare donazioni personali durante tutta l’estate di tornei in Australia (l’impegno di Kyrgios in questo senso ha incentivato le donazioni altrui, una rara circostanza in cui il circuito ha seguito l’esempio della sua stella più controversa).

Quanto esattamente?

L’ATP ha stimato di raggiungere i 1500 ace. È la prima edizione dell’ATP Cup a Perth, oltre a essere il primo torneo del circuito maschile, quindi non possiamo fare un confronto con l’anno passato. A ulteriore complicazione, non sappiamo chi giocherà per la propria nazione a ogni giornata del torneo, o quali paesi avanzeranno alla fase finale. In altre parole, qualsiasi previsione di ace è inevitabilmente approssimativa.

Iniziamo dalle basi. Ci saranno 129 partite durante la ATP Cup, equivalenti a 43 sfide con due partite di singolare e un doppio ciascuna. Come per le nuove Finali di Coppa Davis, è probabile che molti dei doppi saranno ininfluenti, quindi non verranno giocate tutte le 43 sfide. A Madrid si sono giocate 21 delle 25 partite di doppio (una delle quattro escluse è stato un ritiro sull’1-0 che per il conteggio degli ace, e per il buon senso, non ha di fatto creato gioco). Diciamo quindi che anche in Australia non verranno giocati dei doppi con la stessa frequenza di Madrid, facendo salire il totale a 36 partite di doppio.

Nelle partite al meglio dei tre set dell’intera passata stagione si sono contati in media 12 ace per il singolare e 7 per il doppio. Si arriva a un totale di 1284 ace per le 122 partite che ci aspettiamo vengano giocate nell’ATP Cup.

Possiamo fare di meglio

Sul cemento ci sono notoriamente più ace, e con un margine abbondante. Durante il 2019, nelle partite al meglio dei tre set sul cemento ci sono stati in media 15 ace, rispetto alla metà per le partite di doppio. Il totale previsionale sale a 1542 ace, il 20% in più del numero di partenza, e abbastanza simile ai calcoli dell’ATP.

Pur non avendo molti dati relativi alla superficie di Perth, abbiamo risultati di anni per i tornei di Brisbane e Sydney. Brisbane è stata una delle superfici del circuito più accomodanti in termini di ace, mentre Sydney si è posizionata dalla parte opposta. I numeri variano poi da un anno all’altro, anche tenendo in considerazione la diversa combinazione di giocatori. Da una prospettiva di un solo anno o di un intervallo più lungo, la frequenza media di ace a Brisbane e Sydney arriva a una cifra simile alla media osservata sul resto del circuito.

Elementi che rendono più difficile l’analisi

È probabile che il caldo record australiano contribuirà a incrementare la frequenza di ace. La combinazione dei giocatori invece rende considerevolmente molto più complesso fare previsioni. Un ostacolo è dato dalla variazione estrema tra i migliori giocatori del torneo (Rafael Nadal e Novak Djokovic) e i più deboli, come il moldavo Alexander Cozbinov, numero 818 del mondo.

Un primo ostacolo

Non solo la tipica frequenza di ace di giocatori senza i favori del pronostico come Cozbinov è destinata a ridursi drasticamente contro avversari di livello, ma è probabile che troveranno difficoltà a mantenere la partita competitiva. Più corta è la partita, minore il numero di ace. Ironicamente, Cozbinov ha combattuto per tre ore contro Steve Darcis nella prima giornata, ma anche in una partita così lunga solo 2 su 116 punti al servizio sono stati ace. Insieme, hanno ottenuto un totale di 10 ace, al di sotto della media.

E un secondo

Un secondo problema è comune alle previsioni sul numero di ace per qualsiasi torneo. Il conteggio complessivo degli ace è strettamente legato a quali giocatori arrivano ai turni finali. La Spagna di Nadal, Roberto Bautista AgutPablo Carreno Busta farà probabilmente bene anche con relativamente poche esplosioni sulla prima di servizio.

Se però il Canada replica il successo nelle Finali di Coppa Davis, la combinazione scintillante di Denis ShapovalovFelix Auger Aliassime potrebbe regalare sei turni di statistiche stratosferiche al servizio. Il duo americano formato da John Isner e Taylor Fritz potrebbe fare lo stesso, anche se le probabilità per gli Stati Uniti di andare avanti sono diminuite sensibilmente dopo la sconfitta iniziale contro la Norvegia. Quantomeno Isner ha già fatto la sua parte con 33 ace nella partita persa in tre set contro Casper Ruud.

Nelle prime dieci partite di singolare al momento della stesura ci sono stati in media 16 ace, leggermente sopra il tipico numero sul cemento durante la stagione. Grazie a Inser e Kyrgios, agli estremi dell’intervallo il conteggio è salito, con rispettivamente 37 e 35 ace totali dalle partite contro Ruud e Jan Lennard Struff. I tre doppi terminati hanno avuto una media di 6 ace ciascuno, appena sotto il tipico numero sul cemento durante la stagione (dopo il terzo giorno, gli ace totali sono 559, per un ammontare di 55.900 dollari, n.d.t.).

Si tifa per il massimo degli ace

Manca ancora molto, ma si potrebbe dire “sorpresa”! La stima dell’ATP in fondo sembra abbastanza accurata. Una simulazione integrale di ogni partita e dell’intero torneo permetterebbe ancora maggiore precisione ma, senza arrivare a tanto, 1500 ace e 150.000 dollari sono un’ottima approssimazione. La filantropia di tutto il mondo dovrebbe mettersi alle spalle dei grandi servitori dell’Australia, del Canada e degli Stati Uniti, o almeno tifare per più ace della media da parte di Nadal.

How Much Will the ATP Cup Raise for Australian Bushfire Relief?

Stili di gioco e risultati a sorpresa

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Durante un podcast con Carl Bialik, ho confessato una teoria che mi ronza in testa da tempo, e cioè che le vittorie a sorpresa sono più probabili in presenza di stili contrastanti di gioco. La logica è piuttosto semplice. Se ci sono due ribattitori, è probabile che il più forte vinca. Se ci sono invece due cannonieri del servizio, il migliore dei due non dovrebbe avere problemi. Ma se un cannoniere affronta un ribattitore beh…può succedere di tutto.

Abbiamo visto Rafael Nadal fare fatica contro giocatori come John Isner e Dustin Brown, così come un grande servizio essere neutralizzato dal suo opposto, ad esempio le sei sconfitte di Marin Cilic contro Gilles Simon a fronte di una sola vittoria. Ci sono comunque vittorie a sorpresa anche nello scontro di stili di gioco simili ma, come per tutte le ipotesi non sottoposte a prova empirica, anche questa ha il suo fascino e non è da scartare in partenza.

Serve una verifica approfondita

Al primo turno degli Australian Open 2019 Reilly Opelka ha battuto Isner. Difficile trovare due stili più affini e, da veterano, Isner aveva tutti i favori del pronostico nel perfetto caso di quel tipo di partita che mi aspetto già delineata, tranne che poi finisce per vincere lo sfavorito. Hanno giocato quattro tiebreak e ci sono stati solo due break, ma Opelka non ha nemmeno dovuto attivare la nuova regola del super-tiebreak al quinto set. Pur trattandosi di una sola partita, il suggerimento implicito che ne deriva è di fare una verifica più approfondita della mia idea.

Dopo un paio di ore di analisi, la teoria può vantare ora una prova ufficiale, e ho scoperto che non è esente da difetti. Fortunatamente, non si tratta solo di un altra battuta d’arresto. Lo stile di gioco è effettivamente correlato alla probabilità di un risultato a sorpresa, semplicemente non nel modo che mi ero immaginato.

Una misura della pronosticabilità

Voglio spiegare in dettaglio il test e poi illustrare gli esiti. Ho utilizzato i dati del Match Charting Project per calcolare l’Indice di Offensività di ciascun giocatore con almeno dieci partite nel database dal 2010. In sintesi, l’Indice di Offensività è la percentuale di colpi che terminano il punto (tramite un vincente, un errore non forzato o un errore forzato commesso dall’avversario) e si comporta da approssimazione dello stile di gioco. Otteniamo così 106 giocatori, da conservatori tipo Simon e Yoshihito Nishioka con Indice di Offensività del 13% a i battitori liberi come Brown e Ivo Karlovic, con indici intorno al 30%. Li ho poi suddivisi in quartili (per numero di partite, non numero di giocatori, con ogni quartile che contiene tra i 21 e 31 giocatori), in modo da vedere come in generale uno stile di gioco si comporta con un altro.

La divisione in quartili

Questi sono i gruppi:

(l’Indice di Offensività mette insieme due aspetti: grande servizio/grande potenza di colpi e aggressività tattica. Isner non è sempre iper aggressivo, ma per via della sua altezza e del talento al servizio, è in grado di terminare i punti così frequentemente che, statisticamente, sembra essere estremamente aggressivo. Quindi, parlerò allo stesso modo di “cannonieri” e “giocatori offensivi”, anche se in realtà ci sono molte differenze tra i due gruppi).

Un campione di 11 mila partite

Concentrandomi su questi 106 giocatori, ho trovato poco più di 11 mila partite da esaminare e le ho divise in insiemi sulla base del quartile di appartenenza dei due giocatori. Ciascuno dei dieci possibili sottoinsiemi di partite, come Q1 contro Q2 o Q4 contro Q4, contiene almeno 400 elementi.

Per ogni partita, ho stabilito la probabilità di vittoria del favorito con le valutazioni Elo corrette per superficie, in modo da ottenere pronostici pre-partita che, seppur non accurati quanto quelli degli allibratori, sono altrettanto affidabili. Questi pronostici permettono di stabilire se determinati gruppi sono più pronosticabili di altri. Se su 100 partite in cui il favorito ha una probabilità di vittoria del 60%, il favorito ne vince 70, diremo che il risultato è più pronosticabile delle attese. Se ne vince solo 50, il risultato è stato meno prevedibile.

Addio mia bella teoria

Per le partite in ciascuno dei dieci sottoinsiemi quartile contro quartile, ho calcolato la probabilità media di vittoria del favorito (“Probabilità Favorito”, confrontandola con la frequenza con cui il favorito ha effettivamente vinto (“% Vittoria Favorito”). La tabella mostra i risultati insieme al rapporto tra quei due numeri (“Indice”). Un indice di 1.0 significa che le partite del sottoinsieme sono pronosticabili esattamente quanto ci si attende che lo siano. Un indice più alto significa che il favorito è stato ancora più forte del pronostico, mentre un indice inferiore manifesta più vittorie a sorpresa delle attese.

Partite
Quartili
Numero
Partite
Probabilità
Favorito
% Vittoria
Favorito
Indice
Q1 vs Q141271.1%75.2%1.06
Q1 vs Q2107269.5%70.6%1.02
Q1 vs Q3138269.7%68.6%0.98
Q1 vs Q4118769.7%70.0%1.00
Q2 vs Q261270.2%69.9%1.00
Q2 vs Q3161668.8%67.8%0.99
Q2 vs Q4143468.8%67.4%0.98
Q3 vs Q388666.7%60.3%0.90
Q3 vs Q4168567.3%66.8%0.99
Q4 vs Q479167.1%61.2%0.91

Emerge un risultato impressionante: il valore più alto, che identifica il gruppo di partite più pronosticabili, arriva dalla coppia di giocatori più conservativi. Viceversa, il valore più basso, che identifica il gruppo di partite con più vittorie a sorpresa, arriva dalla coppia di giocatori più offensivi.

Prima di analizzare le correlazioni, facciamo un’altra verifica. I migliori non sono equamente distribuiti tra quartili, visto che nel Q1 ci sono due dei Fantastici Quattro. Per i più forti e per le partite più sbilanciate è più complicato calcolare con precisione pronostici basati sulle valutazioni Elo, che sono la colonna portante di questo procedimento.

Restringiamo il perimetro

Per questo motivo occorre prestare attenzione quando i giocatori di vertice potrebbero influenzare il risultato finale dell’analisi. Proviamo quindi a vedere gli stessi numeri relativi però solo a quelle partite in cui il favorito ha una probabilità di vittoria che va dal 50 al 70%, escludendo così molti degli scontri tra i giocatori di vertice e tutte le loro partite con pronostico a senso unico.

Partite
Quartili
Numero
Partite
Probabilità
Favorito
% Vittoria
Favorito
Indice
Q1 vs Q119659.5%62.8%1.05
Q1 vs Q260459.8%60.6%1.01
Q1 vs Q373159.7%58.1%0.97
Q1 vs Q466359.9%60.6%1.01
Q2 vs Q232259.0%54.7%0.93
Q2 vs Q393159.8%59.8%1.00
Q2 vs Q482259.7%57.2%0.96
Q3 vs Q354459.5%55.0%0.92
Q3 vs Q4102459.5%58.2%0.98
Q4 vs Q449359.3%55.0%0.93

Si elimina circa il 40% del campione, ma le dinamiche di pronosticabilità rimango in generale le stesse. Sia nel campione complessivo che in quello ridotto del 50-70% di probabilità per il favorito, la correlazione più solida che ho trovato è stato l’Indice di pronosticabilità e il quartile dei giocatori meno offensivi. In altre parole, è probabile che un ribattitore abbia risultati più prevedibili di un giocatore più aggressivo, a prescindere che l’avversario sia un cannoniere del servizio, un altro ribattitore o un giocatore che si pone a metà tra queste due tipologie.

Torniamo ai fondamentali

La mia teoria iniziale è chiaramente sbagliata. Mi aspettavo di trovare che le partite Q1 contro Q1 fossero più pronosticabili della media, e ho avuto ragione. Secondo questa logica, mi aspettavo che anche le partite Q4 contro Q4 andassero in quella direzione mentre accoppiamenti come Q1 contro Q4 fossero più soggetti a risultati a sorpresa. Sarebbe stato meglio che il gatto del mio avesse fatto pronostici per mio conto.

Si trova invece che partite con giocatori più aggressivi portano più probabilmente a esiti contro pronostico. Non è la scoperta del secolo, ed è una conclusione che avrei dovuto intuire. I grandi servitori tengono il servizio più facilmente e fanno break meno frequentemente, così che le loro partite finiscono con punteggi più ravvicinati, lasciando spazio a un ruolo maggiore da parte della fortuna specialmente quando set e partite sono decise da tiebreak.

Starete a questo punto pensando che ho buttato via il mio pomeriggio e la vostra attenzione per giungere a un esito scontato e poco degno di nota. Sono d’accordo, non è particolarmente eccitante proclamare che la fortuna ha un ruolo più incisivo con i cannonieri del servizio. C’è comunque una scoperta utile, e anche sorprendente, nascosta tra le righe.

Potenziale esponenziale di vittoria a sorpresa

Sappiamo che i giocatori in assoluto mono-dimensionali subiscono più di altri gli alti e bassi della fortuna, per via dei margini risicati del tiebreak. Per un giocatore che raramente strappa il servizio all’avversario, nessuna partita ha garanzia di vittoria. Per un giocatore che raramente subisce un break, nessun avversario è impossibile da battere. Però, mi sarei aspettato che la non pronosticabilità dei cannonieri fosse già incorporata nei pronostici delle partite, tramite la loro valutazione Elo. Se un giocatore ha risultati insolitamente casuali, ci attendiamo che la sua valutazione si muova verso la media del circuito. Questo è uno dei motivi per cui è molto difficile per i giocatori con una risposta debole arrivare in cima alla classifica.

Le cose però non sono come sembrano. Per i cannonieri del servizio, le valutazioni Elo, guidate dalla casualità, ottengono risultati quasi perfetti nella previsione delle partite contro i ribattitori, e hanno un leggero eccesso di confidenza contro avversari con uno stile di gioco più a metà strada nei quartili Q2 e Q3. Quando si affrontano tra di loro invece, i risultati a sorpresa sono all’ordine del giorno. Quella frazione di risultati così volatili, le partite piene di tiebreak in presenza di due cannonieri, rappresenta solo una parte della valutazione di questo tipo di giocatori.

Siamo abituati a vedere esiti imprevedibili legati ai giocatori più aggressivi, per via del grande servizio, del rendimento erratico alla risposta e degli scambi corti. L’analisi di oggi aumenta la conoscenza sulla frequenza con cui questo accade o non accade. Contro i ribattitori, la situazione non è poi così difficile da pronosticare. Quando però si ritrovano due cannonieri del servizio, ci aspettiamo l’inatteso, e il risultato diventa ancora più imprevedibile.

What I Should’ve Known About Playing Styles and Upsets

Il Metodo Medvedev o i possibili meriti di due prime di servizio

di Tyler Park e Ricky Dimon // The Grandstand

Pubblicato il 2 ottobre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In questi mesi, Daniil Medvedev ha vinto una partita dietro l’altra (da ultimo tutte quelle dello Shanghai Masters appena conclusosi, n.d.t.). Protagonista della trasferta americana estiva, ha giocato quattro tornei sul cemento arrivando sempre in finale, anche agli US Open. C’è stato però un momento del Cincinnati Masters in cui sembrava che non sarebbe andato avanti. Dopo aver perso il primo set per 3-6 nella semifinale contro il numero 1 Novak Djokovic, Medvedev era destinato a subire il ben noto trattamento che la maggior parte degli avversari di Djokovic riceve, una sconfitta senza appello. Esausto per l’ennesima lunga settimana di partite, non aveva più nulla da perdere. Ha deciso quindi di provare una tattica all’apparenza folle.

La follia apparente della semifinale di Cincinnati

Nei due set finali della partita, Medvedev ha iniziato a servire “prime” aggressive sia sulla prima che sulla seconda di servizio raggiungendo, in entrambi i casi, velocità anche superiori a 193 km/h, per costringere Djokovic, pur nel rischio di commettere doppi falli, a una risposta più debole. Nel secondo e terzo set, la velocità media della seconda di servizio è cresciuta di 18 km/h.

“Di solito aumento la potenza della seconda quando il servizio non sta girando bene, e Djokovic mi stava distruggendo nel primo set”, ha spiegato Medvedev in conferenza stampa. “A un certo punto mi sono detto, perché continuare con seconde normali se tanto perderò il punto. Da li in poi ho iniziato a vincere molti più punti”.

Chiudendo per 3-6 6-3 6-3, Medvedev ha ottenuto una clamorosa vittoria a sorpresa contro un avversario che quasi mai si lascia sfuggire il traguardo quando è avanti nel punteggio. Djokovic, la cui intelligenza tennistica riesce a risolvere qualsiasi problema sul campo, è rimasto totalmente spiazzato dall’insolita strategia di Medvedev. “Non mi è capitato spesso un avversario che serve così pesante sulla seconda, praticamente come se fossero due prime, e per una fase lunga di gioco”, ha dichiarato Djokovic. “Se un giocatore serve la seconda a 206 km/h (128 mph), c’è solo da congratularsi”.

Alcuni fattori hanno reso efficace la strategia di Medvedev, che ha sconfitto in finale David Goffin e vinto a oggi il torneo più importante in carriera (insieme allo Shanghai Masters arrivato successivamente, n.d.t.). Il primo è che Medvedev sa servire bene. Imprime alla pallina molta forza e pochissimo effetto, e a 198 cm di altezza il margine di errore sopra la rete è superiore a quello della maggior parte dei giocatori. Il secondo è che, durante la semifinale, il servizio è stato più accurato del solito.

Nonostante una tattica molto offensiva, Medvedev ha commesso solo 4 doppi falli, a fronte di 14 ace. Da ultimo, Djokovic è un giocatore spettacolare alla risposta, generalmente riconosciuto come il più forte di sempre. Unisce flessibilità impensabile con riflessi incredibili, che servono a distruggere qualsiasi certezza che un avversario possa avere al servizio. Negli ultimi dodici mesi, Djokovic ha vinto la percentuale assurda del 55.2% di punti alla risposta sulla seconda, preceduto sul circuito solo da Rafael Nadal e Diego Schwartzman. In ognuna delle ultime 10 stagioni si è classificato tra i primi cinque in questa statistica. Non è il numero 1 del mondo per puro caso.

Un russo poco ortodosso

È la volontà di Medvedev a ricercare soluzioni atipiche a separarlo dai colleghi della stessa generazione. Possiede colpi poco ortodossi: in un’era di intenso uso della rotazione, colpisce la pallina di piatto e con violenza, sia dal lato del dritto che del rovescio. Non si tira poi indietro nel fare affermazioni o tenere comportamenti anomali nel migliore dei casi e chiaramente scortesi nel peggiore. Nella partita di Cincinnati però ha colto un’intuizione. Che porta a pensare…cosa succerebbe se un giocatore decidesse di servire sempre due prime?

La saggezza popolare segnala che un giocatore dovrebbe evitare a tutti i costi di commettere doppi falli. A prima vista, è un’interpretazione ragionevole. Servendo un doppio fallo, si hanno zero probabilità di vincere il punto. Servendo invece la seconda in campo, a prescindere da quanto debole sia, esiste comunque una probabilità teorica di vincerlo. Il problema è che, contro un giocatore come Djokovic, anche servendo una seconda valida le probabilità sono abbastanza ridotte.

Si tratta quindi, almeno per qualche specifica situazione, di provare qualcosa di nuovo? Nel corso degli anni, si è assistito a cambiamenti radicali in molti sport (tra tutti il rimescolamento della difesa nel baseball, ma anche la moltiplicazione dei lanci nel football americano e del tiro da tre nella NBA): anche il tennis è in grado di usare le statistiche come ausilio al superamento di schemi di pensiero datati? Una delle possibilità può prendere il nome di “Metodo Medvedev” o, in termini meno altisonanti, servire due prime di servizio.

Il Metodo Medvedev

La tabella mostra le statistiche al servizio degli ultimi 12 mesi dei primi 10 giocatori della classifica (con statistiche fino al 15 settembre 2019). La frequenza di seconde di servizio include i doppi falli, che sono conteggiati come punti persi sulla seconda. L’ultima colonna indica la frequenza di punti vinti con il Metodo Medvedev di servire due prime di servizio. La percentuale di punti vinti con il Metodo Medvedev è data da:

% di prima di servizio X % di punti vinti sulla prima di servizio

nell’assunto che il giocatore abbia già sbagliato la prima. Se utilizza il Metodo Medvedev, la percentuale di vittoria è uguale alla probabilità che il servizio aggressivo entri moltiplicata per la probabilità che vinca il punto dopo che un servizio valido. Naturalmente, l’evidente controindicazione è data dal fatto che se il servizio è fuori, il giocatore ha commesso doppio fallo.

Prendiamo Djokovic, che è in cima all’elenco. La sua percentuale di vittoria con il Metodo Medvedev è calcolata come 65.5% x 75.9% = 49.7%. Con una seconda di servizio tradizionale, Djokovic vince il 57.2% dei punti. Sulla base di questi numeri, il Metodo Medvedev non sarebbe per lui una strategia efficace. Probabilmente è perché Djokovic è talmente superiore da fondo che non ha bisogno di un servizio dominante per vincere lo scambio, nemmeno sulla seconda. Lo stesso ragionamento sembra valere per altri, come Nadal o Kei Nishikori, che giocano principalmente da fondo, ma non è diffuso in maniera universale tra tutti i giocatori di vertice.

Il caso di Zverev

Alexander Zverev, numero 6 del mondo, rappresenta un esempio molto interessante. Zverev ha diversi punti in comune con Medvedev. Anche lui è alto 198 cm, con una mobilità fuori dalla media e colpi ad alta velocità di esecuzione. Ci sono però delle differenze. È possibile che Zverev imprima più potenza, e i suoi colpi hanno maggiore rotazione. Medvedev al contempo colpisce più di piatto e con maggiore continuità.

Tuttavia, ai fini di questo studio la differenza principale risiede nella modalità di servizio di Zverev. Con un fisico magro e scattante, Zverev riesce a servire prime anche a 220 km/h. Le statistiche lo confermano, visto che è al ventesimo posto di 85 giocatori del circuito per percentuale di punti vinti sulla prima. Quando però sbaglia la prima, le cose peggiorano sensibilmente. Nella recente sconfitta agli ottavi di finale degli US Open contro Diego Schwartzman, Zverev ha commesso 17 doppi falli. Molte delle seconde non hanno superato i 112 km/h. Non sono episodi isolati: degli 85 giocatori considerati è ultimo nella percentuale di punti vinti sulla seconda e 84esimo nell’evitare doppi falli!

Opinionisti e analisti avanzano ipotesi di mancanza di tenuta mentale, in modo simile a quanto successo ad esempio a Tiger Woods nel golf in tema di gioco di avvicinamento. Anche se nasce per lui da circostanze negative (come è successo nella finale di Shanghai, in cui ha perso il primo set con due doppi falli di fila, n.d.t.) , Zverev è il soggetto ideale per l’applicazione del Metodo Medvedev. I dati evidenziano che vincerebbe ben il 4% dei punti in più se servisse un’altra prima al posto della seconda. Non sembra molto, ma nella finale degli US Open Nadal ha vinto il 52% dei punti contro il 48% di Medvedev. Il 4% aggiuntivo può separare un campione Slam da un finalista. Zverev avrebbe ampio margine per permettersi di rischiare più doppi falli con seconde di servizio più potenti, perché già così commette moltissimi doppi falli. Magari vincerebbe qualche punto in più quando la seconda entra, giusto?

Il Metodo Medvedev funziona meglio con i grandi servitori?

Vale la pena fare una verifica anche con i giocatori dal servizio più potente del circuito. Il Metodo Medvedev fa affidamento su una solida prima di servizio con cui si vincono molti più punti di una tipica seconda, e in tema di servizi efficaci, questi giocatori sono i più forti in circolazione.

La tabella mostra i primi cinque giocatori del circuito secondo la metrica Serve Rating dell’ATP. Ho aggiunto anche Juan Martin Del Potro, un altro giocatore dal servizio imprendibile ed ex numero 3 del mondo, che ha perso posizioni in classifica per via dei continui infortuni. È interessante notare come il Metodo Medvedev è una strategia con molta più valenza per questo gruppo di giocatori che per i primi 10. Tre su sei — John Isner, Nick Kyrgios e Del Potro — beneficerebbero, almeno in linea teorica, dal servire due prime.

Alcuni appassionati non approveranno di certo questo tipo di cambiamento, visto che giocatori dal servizio così incisivo sono stati soprannominati, in tono derisorio, macchine da servizio per la loro marcata dipendenza da questo colpo. Il Metodo Medvedev porterebbe ad ancora più ace e doppi falli. Ma non è una strategia che si limita al servizio. La ragione principale dell’efficacia della prima di Del Potro risiede nella difficoltà del giocatore alla risposta di evitare che colpisca poi con il dritto, che gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Del Thortro” da Roger Federer in persona, perché sprigiona potenza simile a quella di un martello.

O è in realtà il Metodo Bublik?

Alexander Bublik ha qualche tratto in comune con Zverev, come ad esempio essere entrambi nati in Russia e con un fisico alto e asciutto, anche se Bublik rappresenta il Kazakhstan nelle competizioni ufficiali (e Zverev è tedesco). Condividono anche il soprannome, Sascha per Zverev e Sasha per Bublik. Il profilo statistico di Bublik lascia intendere che potrebbe candidarsi con successo a sperimentare il Metodo Medvedev. In realtà, lo sta già provando, più di Medvedev stesso e più di qualsiasi altro giocatore del circuito! Pur di fronte a statistiche non così schiaccianti come quelle di Zverev, la frequenza di punti vinti da Bublik sulla seconda di servizio e la sua frequenza con il Metodo Medvedev sono abbastanza ravvicinate da far pensare che trarrebbe beneficio dall’usarlo nei giusti momenti.

Naturalmente, Bublik è già arrivato a questa conclusione. Nella finale del Chengdu Open contro Pablo Carreno Busta, ha servito l’incredibile numero di 31 ace, insieme a 11 doppi falli, in parte per l’implementazione del Metodo Medvedev. In quei 31 ace, c’è stata una seconda di servizio a 220 km/h nel tiebreak del terzo set, uno spudorato servizio da Metodo Medvedev se ce n’è uno!

Anche se poi Bublik ha perso la partita, senza dubbio l’aver utilizzato il Metodo Medvedev gli è stato di grande beneficio. Ha infatti vinto il 55% (22/44) dei punti sulla seconda, ben al di sopra della media stagionale del 45.9%. Se si escludono i doppi falli, la frequenza di punti vinti sulla seconda è stata del 72.7%, appena inferiore alla percentuale stagionale del 75.9% di punti vinti sulla prima. Con velocità superiori anche a 210 km/h, adottando questa strategia le seconde di servizio sono state sufficientemente efficaci da compensare l’impatto negativo dei doppi falli.

Se Bublik avesse giocato abbastanza da rientrare nella classifica delle statistiche ufficiali al servizio elaborata dall’ATP, risulterebbe al primo posto per numero di doppi falli a partita, lasciandosi dietro anche Zverev. È come se servisse due prime con regolarità, adottando il Metodo Medvedev con più zelo del giocatore da cui prende il nome. A soli 22 anni, la finale di Chengdu gli ha regalato il 57esimo posto, il massimo di sempre. Un emergente con talento, ci si attende che continui a fare strada, e con lui molte altre circostanze di applicazione del Metodo Medvedev.

Il fattore risposta

Il successo del Metodo Medvedev è anche legato alla prestazione dell’avversario. La tabella mostra alcuni numeri alla risposta per i tre migliori del circuito — Djokovic, Nadal e Schwartzman — e per i due peggiori, Isner e Reilly Opelka. Ho usato la media del circuito del 61.9% di prime in campo per un confronto con la frequenza di punti vinti alla risposta sulla prima e sulla seconda da ciascun giocatore. La percentuale di punti vinti alla risposta con il Metodo Medvedev è data da:

(% di punti vinti dal giocatore alla risposta sulla prima di servizio X % media del circuito di prime in campo) + (1 – % media del circuito di prime in campo).

A parole, si tratta di moltiplicare la percentuale dei punti vinti sulla prima da parte dell’avversario per la probabilità che la prima sia valida, a cui si aggiunge la probabilità di un doppio fallo. Emerge immediatamente l’assoluta inutilità del Metodo Medvedev contro un avversario debole alla risposta come Isner o Opelka. Sono giocatori il cui talento alla risposta è già così limitato da poter tenere il servizio senza particolari problemi con seconde tradizionali.

Contro un avversario alla risposta di primissimo livello, la distanza è molto più ridotta. Non dimentichiamo che le statistiche alla risposta sono riferite al caso di un giocatore medio al servizio. Se si possiede un servizio più accurato o più potente della media del circuito, contro i più forti alla risposta potrebbe valer la pena utilizzare il Metodo Medvedev.

Il verdetto

Questo modello statistico abbastanza semplificato probabilmente non recepisce tutti gli aspetti psicologici relativi al Metodo Medvedev. Ad esempio, un giocatore dovrebbe avere la solidità mentale per neutralizzare le conseguenze dei doppi falli iniziali da un lato e le critiche a cui sarebbe sicuramente soggetto dall’altro. Dovrebbe inoltre impegnarsi nell’attuazione della strategia sapendo che la ricompensa maturerà solo nel lungo periodo.

Per contro, il Metodo Medvedev crea parecchi grattacapi se si è dalla parte sbagliata. Anche un giocatore come Djokovic, capace solitamente di imporre comunque il proprio controllo, ha dovuto subire a Cincinnati la frustrazione derivante dalla tattica di Medvedev. Un frustrazione che potrebbe generare ancora più errori non forzati da parte dell’avversario.

La verità sta nel fatto che il Metodo Medvedev può essere usato con efficacia in situazioni con determinate caratteristiche. Riprendiamo la semifinale contro Djokovic. Medvedev ha una prima di servizio molto forte, sta servendo con precisione e ha di fronte un giocatore alla risposta di livello eccelso. Sono probabilmente queste le condizioni ideali per il Metodo Medvedev. I numeri evidenziano che lo stesso Medvedev non è adatto a rappresentare il profilo statistico di questa strategia. Eppure, il fatto che Medvedev abbia avuto successo indica che in molti potrebbero replicarla nella giuste circostanze.

Attacco a sorpresa

Inoltre, è una tattica che potrebbe funzionare da attacco a sorpresa. Ipotizzate che in una partita contro Medvedev le seconde che ha servito non sono mai andate oltre i 160 km/h. Se improvvisamente arriva una seconda a 210 km/h, avrete scarse possibilità di reagire prontamente e rispondere con efficacia. L’analogia più immediata è con il baseball, quando un ricevitore viene preso in contropiede dal lanciatore: se si aspetta una veloce ma si presenta una curva, è quasi impossibile per lui reagire con sufficiente riflesso. Allo stesso modo, un battitore farà molta fatica a colpire una veloce a 160 km/h quando si aspetta una curva a 130 km/h.

Anche se un giocatore non è disposto a continuare a servire due prime a velocità piena, i dati fanno chiaramente vedere che i grandi servitori trarrebbero beneficio da una seconda di servizio più aggressiva. Per quanto i doppi falli possano dare sensazioni negative ed essere effettivamente costosi nell’economia del punteggio, se si riesce ad aumentare la percentuale di punti vinti quando entra una seconda più aggressiva, aver commesso qualche doppio fallo in più nel corso della partita non sarà stato futile!

The Medvedev Method: Exploring the merits of hitting two first serves

L’immersione di Infosys in piscina

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 7 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il riferimento è a un articolo sul sito dell’ATP che ha la pretesa di fornirci questo tipo di indicazione: “Un’immersione in profondità di Infosys ATP Insights sui primi 50 giocatori che, dall’inizio del 2019, fanno il break dal punteggio di 40-0 e servizio per il l’avversario, rivela che da questo abisso in media si ottiene il break solo nell’1.38% dei casi (84/6027)”. Questa statistica è definita la “più dura nel tennis”. Viene poi presentata la seguente tabella.   

IMMAGINE 1 – Game vinti alla risposta dal 40-0 per l’avversario, dall’inizio del 2019

Un’immersione in profondità nei dati, ma senza dati

Lasciando stare se è per davvero la “statistica più dura nel tennis”, sono sicuro che si riesce a trovare qualche evento nel tennis meno probabile dell’1.38%. Il primo che mi viene in mente è per una giocatrice di vincere 23 titoli Slam, il secondo è di vincere un set dal punteggio di 0-5 e alla risposta. E molti altri.  

Vediamo invece se Infosys ha in realtà svelato qualcosa di interessante in riferimento a questi recuperi impossibili. Dimentichiamoci del singolo giocatore per un momento. Dimentichiamoci anche di qualsiasi dato punto per punto delle partite effettivamente giocate nel 2019. Sappiamo che in media un giocatore vince, in una partita del tabellone principale di un torneo del circuito maggiore, circa il 62.5% dei punti al servizio. Senza fare ricerche specifiche, inserendo questo valore in un modello Markov otteniamo che il giocatore al servizio ha, all’inizio del game, il 78.5% di probabilità di tenere il servizio. Detto altrimenti, anche sullo 0-0, il generico giocatore alla risposta ha solo il 21.5% di probabilità di fare il break.  

Serve della matematica aggiuntiva (ugh) o un foglio di calcolo orribilmente contorto come il mio (ebbene sì!), o ancora un codice Python dalla pagina GitHub di Jeff Sackmann (per andare sul sicuro), per sapere che sul 15-0 la probabilità del generico giocatore al servizio scende al 12.4%. Sul 30-0, la stessa probabilità è solo del 5.5%, mentre sul 40-0 e dell’1.40%. Suona familiare? Riprendiamo l’estratto dal paragrafo iniziale. Senza “svelare” alcun dato dalle partite giocate, siamo in grado di giungere alla probabilità media di ottenere il break dal punteggio di 40-0 sul servizio dell’avversario. 

Che ne è dei giocatori della tabella?

La tabella ordina i giocatori sulla base del numero di game vinti da un punteggio di 40-0 sul servizio dell’avversario. Alcuni dei numeri sembrano seriamente impressionanti, in particolare sapendo che il break arriva solo l’1.4% delle volte contro un giocatore medio al servizio. Però, molti dei giocatori in elenco sono colpitori eccezionali alla risposta, cioè faranno il break più spesso in una qualsiasi situazione. 

Per capire se Infosys è arrivata a conclusioni inedite — e con questo intendo chiedermi: è una statistica da cui possiamo dedurre informazioni in più su un giocatore che non avremmo potuto derivare semplicemente dalla bravura alla risposta? — nella tabella che segue ho aggiunto una colonna. Si tratta della percentuale di break attesi dal punteggio di 40-0, in funzione della percentuale di punti vinti al servizio dell’avversario. 

IMMAGINE 2 – Percentuale di break attesi dal 40-0 in funzione dei punti vinti al servizio dall’avversario

Voglio essere chiaro. Non sto implicando che ci sia qualcosa di sbagliato in questo elenco o che lo siano i calcoli. Dopo tutto, sono recuperi realmente accaduti. Tuttavia, voglio capire se quelle percentuali di vittoria sottintendono l’esistenza di un talento speciale nel ribaltare il risultato dal 40-0, o se sono percentuali di vittoria che ci si attende rispetto alla bravura alla risposta dei giocatori in esame.   

La risposta è “forse” relativamente ai primi cinque, i cui risultati sono andati oltre le aspettative per più di quanto avremmo ipotizzato dalla casualità, e “probabilmente no” per i restanti cinque. 

Perché “forse” per i primi cinque? 

Non possiamo stabilire se sia un talento che supera la bravura alla risposta di ciascuno dei cinque senza sapere se è ripetibile su molteplici periodi di tempo. La bravura alla risposta è ripetibile, non lo è generalmente fare più break di quanto atteso. Siamo in presenza di un’eccezione, sebbene esigua? Ho molti dubbi al riguardo, ma mi piacerebbe essere smentito.  

Infosys ha tutti i dati a disposizione, e sarebbe stato quindi utile vedere se gli stessi nomi avessero fatto la loro apparizione anche nel 2018 e 2017 (suppongo che nessuno abbia pensato di verificarlo, che è un altro modo per dire che spero che non ci sia stato qualcuno che abbia guardato gli altri anni e omesso i valori perché non in linea con la tesi principale).  

Abbiamo invece un’immersione in piscina che presenta conclusioni in modo più definitivo di quanto probabilmente lo siano. L’ATP dovrebbe esigere di più dal suo fornitore di dati. 

Infosys “Deep Dives” Into a Shallow Pool

Anatomia della prova di forza al servizio di Alex de Minaur

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il torneo di Atlanta è solitamente popolato da grandi giocatori al servizio. Tra il 2013 e il 2018, John Isner ha vinto cinque titoli in sei anni, fermato solo da Nick Kyrgios, naturalmente per mano di due tiebreak. Prima dell’avvento di Isner, l’ultimo vincitore è stato Andy Roddick. I campi in cemento sono veloci e il caldo spesso torrido, quelle condizioni che favoriscono una settimana di ace a profusione.

Anche il trionfatore del 2019 si è fatto strada con una prestazione sbalorditiva al servizio, vincendo quattro partite senza mai concedere una palla break e vincendo in ciascuna più del 90% di punti sulla prima. Sono numeri alla Isner che però non appartengono al gigante e nemmeno al suo erede designato, l’altro gigante Reilly Opelka. Il re del servizio quest’anno ad Atlanta è stato il “normalmente alto” (183 cm) lottatore australiano Alex de Minaur.

A differenza di molti dei colleghi, de Minaur non si guadagna da vivere con un servizio bomba. Nelle ultime 52 settimane, sia Inser che Opelka hanno servito ace per un quarto dei punti al servizio. Nello stesso periodo, per l’australiano la frequenza di ace non va oltre un magro 4.5%.

In finale contro Taylor Fritz (e se si esclude il ritiro di Bernard Tomic nei quarti di finale), de Minaur ha ottenuto il massimo in carriera sul circuito maggiore di 14.8%, ma non è riuscito a superare la doppia cifra nel secondo turno contro Bradley Klahn o in semifinale contro Opelka. È stata una dimostrazione del fatto che ci sono diversi modi di vincere punti al servizio senza necessariamente accumulare un ace dopo l’altro.

Primo strike

Il percorso più veloce per la vittoria senza servire ace è attraverso servizi vincenti. Il giocatore al servizio non ha lo stesso livello di controllo sulla frequenza di servizi vincenti rispetto a quello sugli ace. Molti dei servizi più efficaci però sono raggiungibili dal giocatore alla risposta — se non effettivamente rimettibili in campo — e quindi non vengono conteggiati nella colonna degli ace. È proprio in questa categoria che de Minaur ha dominato ad Atlanta.

Secondo le statistiche punto per punto della finale raccolte per il Match Charting Project, Fritz ha rimesso in gioco solo il 57% dei servizi di de Minaur. In più di 1300 partite sul cemento dal 2010 nel database, la media del circuito è del 70% di risposte in campo, e gli avversari di de Minaur tradizionalmente hanno fatto meglio. La frequenza del 43% di servizi vincenti per l’australiano è eccezionalmente alta, e raggiunge il 90esimo percentile del rendimento al servizio. Contro Opelka, de Minaur ha servito solo 5 ace su 93 punti al servizio, ma ben 38 non sono tornati indietro. Stiamo parlando di una frequenza di servizi vincenti del 46%, valida per il 94esimo percentile.

Secondo strike

Quando il servizio non ha funzionato a pieno regime, de Minaur ha ottenuto risultati ancora più importanti. Ad allenatori e commentatori piace parlare della strategia “più uno”, cioè quella di servire potente e trovarsi in posizione per un colpo aggressivo sulla risposta, qualsiasi essa sia. In questo l’australiano ha davvero raggiunto l’eccellenza durante la finale.

Oltre al 43% di servizi vincenti contro Fritz, un altro 26% dei punti al servizio è rientrato nella categoria “più uno”, vale a dire il primo colpo dopo la risposta dell’avversario che porta a un punto diretto. La media del circuito è del 15% e, anche in questo caso, de Minaur non è andato sempre così bene. In 15 partite del 2018 sul cemento di cui abbiamo dati punto per punto, la sua media è stata solo del 12.6%. Il 26% della finale lo pone nel 98esimo percentile tra le partite sul cemento del database del Match Charting Project. Delle 67 partite che hanno avuto una percentuale superiore al 26%, 15 sono state a opera di Roger Federer. La maggior parte dei giocatori non ha mai avuto una giornata così remunerativa nella categoria “più uno”.

Terzo strike

Anche i più forti al servizio si trovano, occasionalmente, di fronte a uno scambio lungo. Nel campione di partite considerate, nel 40% dei punti il giocatore alla risposta sopravvive alla tattica del “più uno” e riesce a mandare avanti lo scambio. Da quel momento c’è maggiore equilibrio, e chi è in risposta vince poco più della metà dei punti (in parte perché scambi da quattro colpi sono più frequenti di scambi da cinque colpi e così via, e perché, per definizione, lo scambio da quattro colpi è vinto dal giocatore alla risposta. Detto in altro modo, una volta esclusi gli scambi da massimo tre colpi, il campione propende in favore del giocatore al servizio, perché gli scambi da cinque colpi rappresentano un numero sproporzionato dei punti rimanenti).

Per come ha servito de Minaur, non si è trovato poi davanti a così tanti scambi lunghi. Il 22% dei punti sul suo servizio contro Fritz e il 29% contro Opelka hanno infatti raggiunto i quattro colpi. Di fronte al tipico giocatore monodimensionale dal servizio bomba, è questo il territorio per il giocatore alla risposta per pareggiare il punteggio. De Minaur è però più noto per i colpi a rimbalzo di quanto lo sia per il servizio. In finale, ha vinto il 58% di questa tipologia di punti, abbastanza per l’83esimo percentile del campione.

Il rendimento di de Minaur sugli scambi più lunghi non ha fatto grande differenza in finale, principalmente perché è stato così efficace nell’evitare che i punti si prolungassero. Aver vinto più della metà degli scambi da molti colpi è un richiamo al fatto che grandi prestazioni al servizio vanno oltre il servizio stesso. In giornata di grazia, anche un giocatore poco sopra ai 180 cm può ottenere dei numeri che lasciano a terra gli Isner e gli Opelka di turno. Non è sempre una questione di ace.

Anatomy of Alex de Minaur’s Serving Masterclass

L’effetto generato dalla velocità del servizio di Serena

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un articolo su FiveThirtyEight, Tom Perrotta ha evidenziato la relazione tra il rendimento di Serena Williams sulla prima di servizio e la sua probabilità di vincere la partita. Secondo Perrotta, Williams ha vinto solo (solo!) il 74% dei punti sulla prima di servizio nelle due settimane di Wimbledon 2019 (esclusa la finale, n.d.t.), rispetto a un incredibile 87.5% nella vittoria del titolo del 2010. Non è mai riuscita a vincere Wimbledon con meno del 75% di punti vinti sulla prima, e anche quel livello non è di garanzia, visto che l’anno scorso ha raggiunto il 77% perdendo poi in finale.

Ci sono molti fattori che influenzano la percentuale di punti vinti con la prima, tra cui piazzamento e tattica del servizio, oltre a tutti i colpi che chi è al servizio deve giocare immediatamente successivi alla risposta dell’avversaria.

Il più evidente però è rappresentato da un’altra categoria nella quale Williams è spesso stata la migliore, e cioè la velocità del servizio. Nella finale vinta contro Garbine Muguruza nel 2015, la velocità media della prima è stata di 182 km/h (113 mph), la terza partita consecutiva in cui in media era arrivata a 179 km/h (111 mph). Nelle 13 partite successive, ha servito in media a solo (solo!) 171.2 km/h (106.4 mph), non andando mai oltre i 175 km/h (109 mph) in una singola partita.

Quanto è importante?

Sembra corretto ipotizzare che, a parità di condizioni, un servizio più veloce ha maggiore efficacia di uno più lento. Le cose si complicano però perché raramente ci si trova nella parità di condizioni: un servizio esterno è spesso più letale pur richiedendo minore forza pura, è più facile trovare un piazzamento su un servizio poco rischioso e non ho neanche sollevato il tema dell’effetto legato alla rotazione della pallina. Un servizio più veloce non è sempre migliore di uno più lento ma, in media, l’ipotesi di base resta valida.

Per ciascuna delle 23 partite di Williams a Wimbledon per le edizioni 2014, 2015, 2018 e 2019 (non ha giocato il 2017 e non possiedo al momento i dati per il 2016, non chiedetemi il perché…), ho suddiviso i punti sulla prima in quintili, classificandoli sulla base della velocità del servizio, dal più veloce al più lento. Si tratta di una modalità rudimentale che aiuta però a tenere conto delle avversarie e darci una prima sensazione di quanto la velocità del servizio di Williams è in grado di incidere sull’esito dei punti sulla prima.

Quintile       PVS 1^  Media KM/H  
Più veloce     80.6%   188  
2° più veloce  73.7%   180.5  
A metà         79.5%   174  
2° più lento   73.7%   167  
Più lento      74.9%   158

Chiaramente, la velocità del servizio non descrive tutto quello che accade. Allo stesso tempo, sembra che una prima a 188 km/h (117 mph), o anche una a 174 km/h (108 mph), siano meglio di una a 158 km/h (98 mph).

Senza considerare le avversarie

Un altro modo per isolare l’effetto della velocità del servizio è di ignorare l’incidenza che hanno specifiche avversarie e ordinare semplicemente le prime di servizio in funzione della velocità. Nelle 23 partite considerate, 43 prime hanno l’esatta velocità di 161 km/h (100 mph), con una corrispondente percentuale di punti vinti del 72.1%. Sono 33 le prime che raggiungono i 162.5 km/h (101 mph), vincendo il 72.7% dei punti. Sebbene generalmente la percentuale di punti vinti non si muova all’unisono con la velocità della prima, il grafico dell’immagine 1 evidenzia la presenza di una tendenza di fondo.

IMMAGINE 1 – Andamento tra la velocità della prima di Williams a Wimbledon e la percentuale di punti vinti

La correlazione è debole: ad esempio, la percentuale di punti vinti con servizi a 159 km/h (99 mph) e 166 km/h (103 mph) è più alta che a 187 km/h (116 mph) e 188 km/h (117 mph). Si potrebbe attribuirne la ragione alla possibilità che i servizi più lenti sono frutto di una scelta tattica più astuta, che in quelli più veloci il piazzamento è meno preciso, o che è solo cieca fortuna, perché il campione a disposizione per una specifica velocità non è così ampio.

La regola per Williams

Possiamo comunque trarre una conclusione sommaria:

A ogni 3 km/h (2 mph) di velocità in più sulla prima di servizio corrisponde un punto percentuale aggiuntivo nella percentuale di punti vinti con la prima da Williams.

Aggiungiamo questo: solitamente, Williams serve circa il 60% di prime, e circa la metà dei punti totali verranno giocati sul suo servizio. Quindi, 3 km/h di velocità in più valgono 0.6 punti percentuali addizionali dei punti totali vinti da Williams. In una partita equilibrata come la sconfitta del 2014 contro Alize Cornet, nella quale Williams ha servito la prima in media a 167 km/h (104 mph) e vinto esattamente il 50% dei punti giocati, potrebbe diventare un elemento decisivo.

Contestualizzare Williams

Questa regola generale non può essere applicata a tutte le giocatrici (qualche anno fa ho analizzato in modo simile le velocità del servizio dei giocatori e, forse scioccamente, non le ho suddivise per giocatore). Ho applicato lo stesso algoritmo sulle velocità del servizio a Wimbledon delle nove altre giocatrici di cui possiedo dati per almeno 15 partite. L’effetto della velocità varia da “un bel po’” per Johanna Konta a “per niente” nel caso di Venus Williams, con un “non capisco la domanda” per Caroline Wozniacki.

La tabella mostra due numeri per ogni giocatrice. La colonna “ KM/H Agg =” indica l’effetto di 1.6 km/h (1 mph) aggiuntivo sulla percentuale di punti vinti sulla prima, mentre la colonna “KM/H = 1% PVS” indica quanti km/h aggiuntivi sono necessari per aumentare la percentuale di punti vinti al servizio (PVS) di un punto percentuale.

Giocatrice    KM/H Agg =   KM/H = 1% PVS  
Konta         0.89%        1.1  
Kerber        0.56%        1.8  
S. Williams   0.48%        2.1  
Muguruza      0.47%        2.1  
Halep         0.41%        2.5  
Kvitova       0.29%        3.5  
Radwanska     0.28%        3.6  
Azarenka      0.02%        50.9  
V. Williams   0.00%        -  
Wozniacki     -0.40%       - 

Per una prima di servizio efficace (almeno in termini di punti vinti), la velocità del servizio per Konta è importante quasi il doppio di quanto non lo sia per Williams. La media della prima di Konta nella sconfitta ai quarti di finale contro Barbora Strycova è stata di 160.7 km/h (99.9 mph), la più bassa a Wimbledon dalla sconfitta al primo turno nel 2014.

All’estremo opposto troviamo Victoria Azarenka e Venus, per le quali la velocità al servizio non sembra fare troppa differenza (Venus ad esempio eccelle nel letale servizio a uscire, che riesce a trasformare in ace a prescindere dalla velocità). Apparentemente, Wozniacki spinge le avversarie in una situazione di confusione e illogicità, ottenendo risultati migliori con prime di servizio più lente.

Williams contro Halep

Stiamo parlando di un effetto davvero minimo, tale per cui anche l’intervallo tra la prestazione al servizio di Williams nelle sei partite a Wimbledon prima della finale (i 169 km/h di media contro Carla Suarez Navarro) e la finale del 2015 contro Muguruza avrebbe inciso sui punti totali vinti da Williams di circa 2.5 punti percentuali. In nove delle dieci volte in cui Williams e Halep hanno giocato contro, Williams ha sempre vinto grazie ad almeno il 52.5% dei punti totali, e di solito con più del 55%. È un ampio margine di errore o, più precisamente, un ampio margine di lentezza al servizio.

Viceversa, la più recente partita e l’unica dal 2016 è stata anche quella più equilibrata. Halep ha una risposta eccezionale, ma non è immune a servizi potenti: la sua frequenza di punti vinti sulla risposta è influenzata dalla velocità del servizio tanto quanto lo sono le statistiche al servizio per WIlliams. Il divario tra le due nella finale di Wimbledon 2019 potrebbe essere sottile e la velocità del servizio uno dei pochi aspetti su cui Williams ha controllo totale, al fine di indirizzare il risultato in suo favore (Halep ha poi vinto la finale con il punteggio di 6-2 6-2. Williams ha vinto il 59.4% dei punti sulla prima di servizio con il 68.1% di prime in campo e una velocità media di 167 km/h. Ha vinto solo il 41% dei punti totali, n.d.t.)

The Effect of Serena’s Serve Speed

Scompare l’erba, ma non la velocità

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 10 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo, ho mostrato con alcune statistiche come l’erba di Wimbledon abbia quest’anno condizioni di gioco più lente, l’ultimo tassello di una tendenza che dura da anni. Molti appassionati sospettano che, una volta arrivati alla seconda settimana, la superficie rallenti ulteriormente, in presenza di estese macchie marroni nei pressi della linea di fondo dove i giocatori hanno cancellato l’erba con il loro passaggio. Ipotizzando che la scomparsa del manto sia simile di anno in anno, è una supposizione che possiamo mettere alla prova. 

La velocità in funzione dei turni

Ho applicato il mio algoritmo di calcolo della velocità di superficie per diversi sottoinsiemi di partite di singolare maschile a Wimbledon, vale a dire quelle della settimana 1, settimana 2, ogni turno dal primo al quarto, e i quarti di finale. Per il singolo anno, i campioni relativi alla settimana 2, al quarto turno e ai quarti di finale sono troppo ridotti per rappresentare indicatori affidabili. Ma nell’arco di due decenni, le differenze tra settimane e turni, cioè l’effetto che vogliamo esaminare, dovrebbero manifestarsi in modo chiaro. 

(La metodologia si basa sulla frequenza di ace come valore di approssimazione della velocità, non perfetto ma funzionale in virtù di una statistica universalmente disponibile, e tiene conto del giocatore al servizio e alla risposta in ogni partita. La velocità media di un campo equivale a 1.0, e l’intervallo oscilla dallo 0.5 di Monte Carlo all’1.5 per i più veloci campi in erba e in cemento al coperto

Ad esempio, questo è l’elenco del valore della velocità di superficie da settimana a settimana e di turno in turno per il singolare maschile di Wimbledon 2018:

  • Settimana 1: 1.16
  • Settimana 2: 1.16
  • Primo turno: 1.02
  • Secondo turno: 1.29
  • Terzo turno: 1.33
  • Quarto turno: 1.25
  • Quarti di finale: 1.08

Avevo promesso rumore statistico e così è. La velocità settimanale è identica, ma il primo turno e gli ultimi due turni sono stranamente più lenti degli altri. Non possiedo una spiegazione valida per il primo turno (e potrebbe non essercene una, ma solo un frutto del caso), ma nei quarti di finale ci sono spesso meno ace, anche correggendo per i giocatori coinvolti. Ci tornerò a breve. 

Da Wimbledon 2000 a Wimbledon 2018

Ecco la media delle ultime 19 edizioni di Wimbledon per le stesse voci dell’elenco precedente: 

  • Settimana 1: 1.20
  • Settimana 2: 1.21
  • Primo turno: 1.19
  • Secondo turno: 1.20
  • Terzo turno: 1.21
  • Quarto turno: 1.25
  • Quarti di finale: 1.16

Il campione delle partite di quarti di finale continua a differire dagli altri ma, su numeri più ampi, la differenza è molto minore. Il divario tra 1.20 e 1.16 si riduce solamente a un ace o due a partita, che non sono sufficienti ad alterare il risultato finale di una partita, se non nel caso di quelle estremamente equilibrate

Come al solito, è importante ricordare che una statistica basata sugli ace non può dare risposte definitive. Per prima cosa, è possibile che l’erba restituisca rimbalzi diversi a seconda del grado di consunzione, anche se questo non si riflette nelle statistiche al servizio. Siccome le discese a rete sono sempre più rare, l’erba nella zona del rettangolo del servizio dura di più di quella lungo la linea di fondo, vale a dire che la velocità della pallina una volta toccato il terreno rimane relativamente inalterata.

Di contro, le macchie marroni più grandi si trovano dietro la linea di fondo, quindi anche la maggior parte dei colpi al rimbalzo finisce in una zona con erba verde, non in una in cui l’erba è scomparsa. 

I migliori contro i migliori

È possibile che anche la ridotta differenza tra i quarti di finale e il resto del torneo non abbia nulla a che fare con l’erba che si rovina. Dal 2000, si è assistito a una dinamica simile anche agli US Open: 1.07 per la settimana 1, 1.06 per il quarto turno e 0.97 per i quarti di finale (agli Australian Open c’è molto più rumore statistico che negli altri Slam, forse dovuto all’uso del tetto, quindi sono riluttante a considerarli ai fini dell’analisi).

Si può tranquillamente pensare che il cemento degli US Open non diventi all’improvviso più lento a partire dal martedì o mercoledì della settimana 2. Credo invece che la risposta sia nella combinazione dei giocatori, più precisamente nel modo in cui quei giocatori giocano uno contro l’altro. Rispetto alla frequenza di ace, le Finali di stagione si sono sempre classificate come uno degli eventi al chiuso sul cemento più lenti del circuito, anche se l’indice ufficiale di velocità del campo (Court Pace Index o CPI) è in disaccordo.  

In altre parole, il numero di ace tende a ridursi quando i migliori giocano contro i migliori. Forse è perché i più forti servono più tatticamente di fronte ad avversari di altissimo livello? O perché si concentrano di più sulla risposta, concedendo meno ace facili? O ancora perché i migliori si conoscono così bene da giocare in anticipo meglio di quanto fanno normalmente? È un campo di ricerca molto interessante, anche se certamente non sono in grado di trovare risposte in questa sede. 

Con o senza macchie, non fa differenza

La conclusione è che i campi maculati di Wimbledon hanno una velocità di gioco quasi identica a quella di quando sono totalmente verdi. Potrebbe esserci un rallentamento marginale alla fine delle due settimane ma, anche se fosse, dovremmo mantenere scetticismo. Le condizioni sono lente quest’anno, quantomeno non lo saranno ancora di più per le finali.  

The Grass Dies, But the Speed Lives On

Sì, Wimbledon è più lento quest’anno

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’8 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

I giocatori hanno ragione. L’erba di Wimbledon — oppure le palline, o l’atmosfera, o l’aurea — è diventata più lenta se paragonata agli anni più recenti. Ne hanno parlato in questo senso Roger Federer, Milos Raonic, Boris Becker, Rafael Nadal e molti altri. Raonic pensa che sia l’erba, Nadal le palline. A prescindere dai motivi, i numeri confermano la percezione. La tabella mostra una panoramica di alcuni indicatori di velocità di superficie per i primi tre turni di singolare maschile e femminile a Wimbledon, nelle edizioni dal 2017 al 2019.

                   2017   2018    2019  
Ace (U)            8.9%   10.0%   8.5%  
Ace (D)            4.1%   4.2%    4.1%  
                                         
Non Risp (U)       36.0%  36.6%   33.3%  
Non Risp (D)       25.9%  27.6%   25.2%  
                                         
<=3 Colpi (U)      65.2%  65.6%   61.9%  
<=3 Colpi (D)      55.3%  57.9%   55.0%  
                                         
Scambio medio (U)  3.4    3.5     3.7  
Scambio medio (D)  4.0    3.8     4.1

La seconda coppia di righe, “No Risp”, indica la percentuale di servizi senza risposta. Quella successiva “<=3 Colpi” è la percentuale di punti terminati con uno scambio non superiore ai tre colpi. Per tutte le statistiche considerate, quindi anche gli ace e la lunghezza media dello scambio, i numeri per gli uomini vanno in direzione di condizioni di gioco più lente. Per le donne, la situazione è meno chiara, nel senso che pur facendo pensare a un rallentamento della velocità, il livello di confidenza è inferiore.

Non solo il 2019

Solitamente, numeri aggregati come questi danno un’idea di cosa sta succedendo. Si può sempre fare meglio di così. I numeri della tabella non tengono conto della combinazione di giocatori e della durata delle loro partite. Ad esempio, i valori del 2019 sarebbero diversi se ci fosse stato John Isner, invece di Mikhail Kukushkin, al terzo turno. La velocità della superficie avrebbe potuto incidere sul risultato, ma se mettiamo a confronto la frequenza di ace da un anno al successivo, non dovremmo paragonare quella di Isner con quella di Kukushkin.

È qui che torna utile la mia statistica sulla velocità di superficie. Per ogni torneo, tengo conto della combinazione di giocatori al servizio e alla risposta (eh si, anche i giocatori alla risposta hanno incidenza sulla frequenza di ace) per condensare ogni torneo in un solo numero, che identifichi come la frequenza di ace per il torneo si posizioni rispetto alla media del circuito. Per quanto la velocità di superficie sia definita da più della sola frequenza di ace, gli ace sono un buon rappresentante di molti degli altri indicatori e, ancora più importante, sono una delle poche statistiche disponibili per tutte le partite.

L’indice risultante generalmente varia tra lo 0.5, cioè 50% di ace in meno della media, di solito su un campo lento in terra battuta come a Monte Carlo, e l’1.5, cioè il 50% di ace in più della media, su un campo veloce in erba (Antalya) o in cemento al chiuso (Metz). Nell’ultimo decennio, le condizioni a Wimbledon hanno oscillato dalla parte alta dell’intervallo a quella centrale.

Anno     Uomini   Donne   Media  
2011     1.26     1.37    1.31  
2012     1.27     1.06    1.17  
2013     1.29     1.04    1.17  
2014     1.35     1.19    1.27  
2015     1.20     1.16    1.18  
2016     1.06     1.03    1.04  
2017     1.03     1.07    1.05  
2018     1.14     0.98    1.06  
2019     1.04     0.96    1.00 

I numeri per gli uomini sono solitamente più affidabili, perché basati su molti più ace, vale a dire che la frequenza di ace per ogni partita è influenzata meno dal caso. Idealmente, dovremmo assistere a uno spostamento sincronizzato degli indici di velocità maschili e femminili, ma c’è un po di rumore nel calcolo, e gli indici sono anche relativi alla media di quell’anno sul circuito, che dipende in ultimo dal cambiamento nella velocità di una dozzina di altre superfici.

La direzione è chiara

A parte questi caveat, la tendenza ha una direzione chiara. Non c’è una sostanziale differenza tra il 2019 e gli ultimi anni, ma il divario tra la prima e la seconda metà del decennio è drammatico. Ciò che è meno evidente, e che richiederà considerevole ulteriore ricerca, è quanto questo abbia rilevanza. Nel 2014, Nick Kyrgios ha vinto a sorpresa contro Nadal in quattro set, mentre qualche giorno fa il risultato è stato opposto. Quanto è attribuibile alla superficie? Condizioni più rapide avrebbero permesso a Isner di vincere contro Kukushkin? Kevin Anderson contro Guido Pella? O ancora, Jelena Ostapenko contro Su Wei Hsieh?

Per il momento, sono domande che rientrano nel campo della congettura. Ora che siamo in grado di dire che l’erba effettivamente è diventata più lenta, possiamo indirizzare quelle congetture sul destino di alcuni erbivori come Federer, Raonic (che ha perso agli ottavi di finale, n.d.t.) e Karolina Pliskova (che ha perso agli ottavi di finale, n.d.t.). Alla fine delle due settimane di gioco, anche loro, come Kyrgios, potrebbero aver desiderato che fosse di nuovo il 2014.

Yep, Wimbledon is Playing Slower This Year

Il problema è nella velocità della prima di Zverev?

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 2 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo la sconfitta di Alexander Zverev al primo turno di Wimbledon, nello studio di ESPN c’è stato un lungo dibattito sui motivi della sua “crisi”, che ha visto protagonisti principalmente Patrick McEnroe e Brad Gilbert. Entrambi ritengono che abbia giocato troppo passivamente e dando troppa rotazione ai colpi. Gilbert ha anche aggiunto che ha visto Zverev in passato arrivare intorno ai 209 km/h (130 mph) sulla prima, senza però farlo a Wimbledon, e che avrebbe dovuto “lanciare la bomba” (“heater”, una palla veloce nel gergo del baseball) per raccogliere qualche punto facile in più.

Velocità della prima di servizio

Possiedo dati Hawk-Eye [1] al servizio per 33 partite di Zverev del periodo 2018-19. Di queste, sei si sono svolte sulla terra battuta (tutte nel 2019). Visto che la velocità al servizio è calcolata nell’istante in cui la pallina lascia la racchetta, ci sarebbe un’incidenza da parte della lentezza della superficie solo se Zverev stesso avesse deciso, come strategia di gioco, di servire più piano. Dando un occhio ai dati non sembra essere il caso, perché i valori in quei tornei sono in linea con quelli di altre partite. Ai fini dell’analisi quindi sono ricompresi nel campione.

La velocità media della prima di Zverev nelle 17 partite sempre con dati Hawk-Eye per il 2018 è di 210.3 km/h. Anche in questo sottoinsieme sono incluse le “velocità storiche”, che però non è chiaro cosa siano esattamente. Comunque, per il 2018 la velocità media storica per Zverev è di 201.4 km/h, forse un po’ bassa, ma è abbastanza irrilevante, perché si parla del periodo antecedente al 2018. La massima velocità è indicata a 228.8 km/h, ben sopra i 209 km/h di cui parlava Gilbert.

Per le 16 partite con dati Hawk-Eye giocate nel 2019, abbiamo una velocità media di 210.8 km/h, leggermente superiore al 2018, una “velocità storica” di 208.2 km/h e l’incredibile velocità massima di 231.7 km/h! I dati mostrano inoltre che è passato da 0.66 metri di superamento della rete nel 2018 a 0.75 metri nel 2019. Ancora più importante, nei dati Hawk-Eye del 2018 la media di prime senza risposta è del 37.1%, rispetto al 42.5% del 2019. Stando a questi dati, in realtà Zverev ottiene più punti facili sulla prima di quanto non facesse in passato. Non trovo quindi riprova del fatto che, nella stagione in corso, Zverev non stia “lanciando la bomba”.

Risultati dei punti al servizio

A beneficio del ragionamento, ipotizziamo che le 16 partite con dati Hawk-Eye del 2019 siano un sottoinsieme fortunato nel quale la velocità del servizio di Zverev non è diminuita, e se avessimo i dati completi riusciremmo a vedere quello che sostiene Gilbert. In altre parole, anche se Zverev avesse perso un po’ di velocità sulla prima di servizio, sarebbe un problema per lui?

La tabella riporta le statistiche di base delle partite di Zverev per ciascuna delle ultime quattro stagioni (ponderate per numero di game al servizio), esclusa la recente sconfitta a Wimbledon. Provate a dare uno sguardo qua e la finché non individuate un valore che è peggiorato in modo evidente. Non serve avere un occhio di lince.

IMMAGINE 1 – Statistiche di base delle partite di Zverev delle ultime quattro stagioni

La frequenza di doppi falli (calcolata come percentuale delle seconde servite) è più che raddoppiata, e Zverev perde 8.8% di punti in più sulla seconda di servizio. In otto partite del 2019 ha commesso un minimo di dieci doppi falli. Questo ha comportato una diminuzione dei punti vinti al servizio di circa il 2.5% rispetto ai numeri del 2017 e 2018 che, seppur sembri di poca entità, è una variazione notevole in un giocatore di vertice.

Acume tattico?

Contro il livello medio degli avversari del periodo dal 2016 al 2019, la percentuale di punti vinti al servizio del 2017 e 2018 dovrebbe consentire a Zverev di vincere il 76% delle partite secondo il modello di Markov (in realtà ne ha vinte il 74%). Per il 2019, dovrebbe vincere il 65% di partite (in realtà ne ha vinte il 63%). È una differenza importante.

Ha aumentato la percentuale di prime di servizio, che concorderebbe con un calo della velocità della prima, se così fosse stato. Questo però non ha avuto conseguenze sulla percentuale di punti vinti sulla prima. Se la velocità della prima fosse calata, sarebbe indicazione di un’intelligente e consapevole mossa tattica per servire più prime in campo riducendo la velocità, ma senza perdere di efficacia.

È esattamente il tipo di acume strategico che si vorrebbe vedere. Ma qui è ancora meglio. Se i dati sulla seconda di servizio sono identificativi della realtà, Zverev serve ora più seconde in campo senza aver ridotto la velocità.

Sulla seconda di servizio

No, è la seconda di servizio a rappresentare un problema. Quanto della diminuzione dell’8.8% nella percentuale di punti vinti sulla seconda è attribuibile all’aumento di doppi falli e quanto è invece attribuibile a difficoltà di altra natura sulla seconda? Dal 2016 al 2018, il 25.7% dei punti persi sulla seconda dipendevano dai doppi falli. Nel 2019, lo stesso numero è un incredibile 40%. Se si applica la media storica della frequenza di doppi falli alla stagione in corso, la percentuale di punti vinti sulla seconda sarebbe del 51.9%, cioè leggermente inferiore alla sua media storica. La percentuale complessiva di punti vinti al servizio sarebbe del 66.8%, cioè esattamente in media storica, perché serve più prime di servizio senza però perdere più punti sulla prima.

Riprendiamo al volo i dati Hawk-Eye, ora però per la seconda di servizio. Per il 2018, la velocità media della seconda di servizio è stata 166.2 km/h, contro una media storica di 162.8 km/h e uno 0.68 metri di superamento della rete. Per il 2019, la velocità media della seconda di servizio è di 166 km/h, la media storica è indicata a 164.8 km/h, con un superamento della rete di 0.72 metri. Nulla in questi dati ci dice cosa stia succedendo con la seconda di servizio. La velocità è all’incirca la stessa e il superamento della rete è migliore. Forse potremmo vedere qualcosa con più dati sulla profondità e sul piazzamento della seconda. La conclusione che posso trarre è che quando mette la seconda di servizio, i risultati sono altrettanto buoni di quanto accadeva in passato. Solo, non mette abbastanza seconde in campo.

La sconfitta contro Vesely a Wimbledon

È possibile che Zverev sia regredito sulla prima di servizio solo nella partita contro Jiri Vesely. Stando alle statistiche, Zverev ha servito con il 68% sulla prima (non un numero scandalosamente alto o basso per lui) e vinto il 74% dei punti, molto vicino alla media dal 2017 al 2019. Senza citare i 24 ace in soli 113 punti, un rapporto incredibile.

È interessante come anche in questa sconfitta i doppi falli non sono stati un problema. Ne ha serviti solo 4 su 36 seconde (cioè l’11%, in linea con la media dal 2017 al 2018), equivalenti solo al 20% dei punti persi sulla seconda di servizio. Potrebbe voler dire un aggiustamento della seconda di servizio per evitare il problema dei doppi falli in stagione, ed è quello che ha fatto, esponendosi però in questo modo all’assalto di Vesely contro seconde decisamente più deboli.

Andamento delle velocità nei set

I numeri di Infosys mostrano che il servizio più veloce ha raggiunto i 228 km/h, che vuol dire che quel giorno aveva velocità di braccio. La velocità media della prima però è stata solo di 205 km/h, un valore ben inferiore ai dati Hawk-Eye, con una media sulla seconda di 165 km/h, abbastanza in linea con il suo solito. Stiamo parlando della partita completa. Queste sono invece le medie della prima per ciascun set: 206, 209, 200, 205. E per la seconda: 164, 168, 169, 158.

Bisogna essere cauti, perché non sono sicuro che le telecamere che rilevano la velocità siano tarate allo stesso modo per ogni torneo. Ipotizzando che lo siano, sembra che la velocità della prima di Zverev non fosse in linea con la media, specialmente nel terzo set, perché 10 km/h in meno di media è una preoccupazione non da poco.

E guardiamo alla seconda nel quarto set…8 km/h in meno di media è un autostrada per la discesa agli inferi. Potrebbe andare a supporto dell’esitazione di Zverev nel cercare di non commettere doppi falli e servire una manciata di palle su cui Vesely ha avuto vita facile.

Selettività recente

Sembra quindi che le considerazioni di Gilbert abbiano un senso, almeno rispetto alla partita contro Vesely. C’è stata una chiara diminuzione della velocità della prima di servizio rispetto alla norma, che è indicazione di mancanza di aggressività, a meno di affaticamento o infortuni. Concentrandosi però solo sulla velocità della prima di servizio si viene depistati per un paio di ragioni.

Primo, è un errore estrapolare la velocità al fine di giustificare altre difficoltà che Zverev potrebbe aver avuto in stagione. Non vedo prove che la velocità della prima è inferiore o meno efficace degli ultimi anni. Può configurarsi un caso di “selettività recente”, per cui si tende a pensare che quanto appena visto sia rappresentativo di un fenomeno di maggiori dimensioni.

Secondo, anche se la velocità sulla prima di servizio è stata più bassa nella sconfitta contro Vesely, non è un elemento rilevante. Zverev ha vinto lo stesso numero di punti sulla prima di servizio del suo solito, e con una buona percentuale di prime. Il problema è stato sulla seconda, come nel resto della stagione, questa volta però senza l’aggiunta dei doppi falli. Evitando di ricadere in questa recente problematica, sembra proprio che si sia tuffato in un’altra.

Per sua stessa ammissione, Zverev è una fase in cui non ha fiducia nelle sue capacità, trovandosi anche ad affrontare situazioni di vita personale non facili. Chiunque giochi a tennis sa che i doppi falli — o, in alternativa, venire demoliti sulla seconda — sono una delle occorrenze più demoralizzanti che possano accadere in una partita. A pensarci bene, anche questa è una forma di selettività recente.

Note:

[1] Sono statistiche che si potrebbero definire del “dietro le quinte”, chiamate anche second screen, o seconda schermata, dall’ATP. La prima schermata di statistiche è quella che normalmente si vede alla fine di un set o della partita (punti vinti al servizio, errori non forzati, vincenti, etc). La seconda si avrebbe se si potesse girare schermata dopo la prima, per vedere l’altezza di superamento della rete, la velocità al servizio, i giri al minuto della pallina, etc.

Is the Speed of Alexander Zverev’s First Serve the Problem?