Il gioco a rete è diminuito, ma la ragione è un’altra

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Wimbledon è iniziato, e ci spetta la solita giostra di considerazioni giornalistiche sul crollo del gioco a rete, specialmente del servizio e volée. La settimana scorsa il New York Times ha pubblicato un articolo di Joel Drucker sul tema, in cui si elencavano numerose ragioni alla base dell’evoluzione dello stile. Sono giustamente citate la componente tecnologia delle racchette e delle corde e le modifiche dell’All England Club al manto erboso.

La prima causa di cambiamento individuata da Drucker però è relativa all’ascesa del rovescio a due mani e, per estensione, alla minaccia derivante da giocatori solidi da entrambi i lati:

Nel maggio del 1999, 43 dei primi 100 giocatori del mondo avevano il rovescio a una mano. A giugno 2019, ce n’erano 15. Secondo Mark Kovacs, specialista in scienza dello sport e allenatore di tennis, la maggior parte dei giocatori in passato aveva un lato debole, solitamente il rovescio. L’avvento del rovescio a due mani ha completamente cambiato lo scenario, non c’è più un’apertura da poter sfruttare.

Sono più attratto dalla considerazione relativa al lato debole che dalla superiorità del rovescio a due mani rispetto a quello a una mano. Molti dei giocatori che ancora usano il rovescio a una mano, come ad esempio Stanislas Wawrinka, trasalirebbero all’affermazione che quel particolare loro colpo è debole. In termini di efficacia, l’attuale rovescio a una mano ha probabilmente più somiglianza con il rovescio a due mani di un tempo che con uno interamente di taglio e pura difesa in voga tra tanti negli anni ’70 e ’80.

Da entrambi i lati, ora

Si può approfondire il tema del lato debole reinterpretandolo sotto forma di domanda: per i giocatori contemporanei, la differenza di efficacia tra il dritto e il rovescio è diminuita rispetto al passato? Per arrivare a una risposta, serve una definizione concreta di “efficacia”. Chi mi segue da tempo forse ricorda una mia statistica che ho chiamato Potenza, intesa sia come Potenza del Rovescio (BHP) che Potenza del Dritto (FHP). Si calcola facilmente come segue, grazie a dati punto per punto del Match Charting Project:

ll BHP approssima il numero dei punti il cui risultato è influenzato dal rovescio: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario.

La stessa procedura si applica per calcolare Potenza del Dritto e del Rovescio Tagliato (SLP). La ponderazione di +1 per alcuni colpi, di +0.5 per altri, e così via, non è precisa. Ma i risultati in genere vanno d’accordo con l’intuizione. In oltre 3000 partite di singolare maschile a disposizione, in media i risultati di un giocatore per partita sono i seguenti:

  • Potenza del dritto (FHP): +6.5
  • Potenza del rovescio (BHP): +0.8
  • Potenza del rovescio tagliato (SLP): -1.3
  • Potenza dal lato del rovescio (BSP): -0.5

Le prime tre statistiche isolano colpi specifici, mentre l’ultima mette insieme piatto, con rotazione e tagliato per ottenere un solo valore dal lato del rovescio. Tutte escludono i colpi a rete e, siccome i dritti tagliati sono abbastanza rari, ho evitato di includerli.

Il dritto regna sovrano

Sono numeri che non dovrebbero sorprendere. In media, un giocatore del circuito maggiore ha un dritto più forte del rovescio, a prescindere dal numero di mani con cui colpisce quest’ultimo. Novak Djokovic possiede uno dei rovesci migliori della storia, ma il divario tra il BHP e il BSP e più ampio della media: +11.3 a partita per il dritto e +2.5 a partita per il rovescio, con una differenza di 8.8. Anche un maestro del rovescio raccoglie comunque di più con il dritto.

Nel database del Match Charting Project ci sono almeno tre partite con dati punto per punto di 299 giocatori appartenenti a diverse generazioni, da Vitas Gerulaitis a Jannik Sinner.

Di questi, solo 30, cioè circa uno su dieci, ottengono più punti con il rovescio che con il dritto, e per metà di loro la differenza è inferiore al singolo punto. È una minoranza eterogenea, in cui troviamo Pat Cash, Jimmy ConnorsGuillermo CoriaErnests GulbisDaniil MedvedevBenoit Paire, che però non fornisce materiale significativo a dirimere la questione.

Hewitt come spartiacque?

Chi sostiene la tesi del lato debole spesso indica nell’arrivo sulla scena di Lleyton Hewitt lo spartiacque tra l’era della fattibilità del gioco a rete e quella dell’approccio a proprio rischio e pericolo.

Altri fanno riferimento ad Andre Agassi. Si trova che sono sorprendentemente nella media. Nel Match Charting Project ci sono moltissimi dati per entrambi. Il dritto di Hewitt valeva +10.0 a partita, mentre rovescio e tagliato insieme +2.9. È una differenza di 7.1, leggermente superiore alla media, ma meno di quella di Djokovic. Il FHP di Agassi valeva +13.0 a partita, contro un BSP di +6.8, per una differenza di 6.2, ancora più vicina alla media di quanto visto per Hewitt.

Ironicamente, è un divario quasi identico a quello di Pete Sampras, i cui FHP di +6.3 e BSP di -0.1 generavano la stessa differenza, anche se i suoi colpi a rimbalzo erano decisamente meno efficaci.

Un confronto tra epoche

Non possiamo rispondere a una domanda generale sull’andamento di una variabile nel corso del tempo con il semplice calcolo della potenza dei colpi per singoli giocatori, a prescindere dalla loro rilevanza nella storia dello sport. Dobbiamo invece analizzare l’intera popolazione. Una premessa: il Match Charting Project è pesantemente sbilanciato a favore dei giocatori odierni.

Nel campione considerato, solo 40 hanno una carriera che si è svolta interamente o per una buona parte nel ventesimo secolo. Altri 30 hanno giocato principalmente nei primi dieci anni dal 2000. Le medie citate in precedenza quindi subiscono la prevalenza dei risultati a partire dal 2010.

Detto questo, i 70 giocatori più vecchi del campione sono anche i più rilevanti, cioè quelli che hanno disputato più finali e semifinali Slam, nonché finali dei Master. In caso di una tendenza consolidata nel corso dei decenni, sono questi i giocatori che dovrebbero aiutarci a farla emergere.

Estrema somiglianza

In realtà, i giocatori di un tempo del campione sono molto simili ai contemporanei. Ho classificato i 299 giocatori in funzione della differenza assoluta tra il FHP e il BSP, con il giocatore più bilanciato al numero 1 e con quello meno bilanciato al numero 299. Ho considerato due sottogruppi all’interno del campione: i 52 giocatori più vecchi, per molti dei quali la carriera era in fase calante all’arrivo di Hewitt e i 78 con le partite più recenti.

Più vecchi — classifica media 143, media (FHP – BSP): 5.7
Più recenti — classifica media 155, media (FHP – BSP): 6.5

Non sono numeri che indicano la presenza di un lato debole che adesso non c’è più. In realtà, non riflettono alcuna dinamica. La differenza tra l’efficacia del dritto e l’efficacia dal lato del rovescio si è a malapena spostata nel corso di molti decenni.

Come ulteriore prova, la tabella elenca, all’incirca in ordine cronologico, una selezione di giocatori che sono ben rappresentati nel database del Match Charting Project, ma anche degni esponenti delle rispettive epoche. Ogni valore di potenza del colpo è su base di singola partita, e la colonna finale (“Diff”) indica la differenza tra FHP e BSP, cioè appunto il divario tra il dritto e il lato del rovescio per ciascun giocatore.

Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Borg         12.9  11.5  -0.5  11.0   2.0  
Connors      6.5    9.1  -0.3   8.9  -2.4  
McEnroe      2.0   -0.4  -2.1  -2.4   4.4  
Wilander     7.2    6.8  -0.5   6.3   0.9  
Lendl        10.3   4.0   0.6   4.6   5.7  
Edberg       1.9    1.8  -1.1   0.7   1.1  
Becker       5.9    2.1  -1.5   0.7   5.2  
Courier      13.3   4.2  -0.3   3.9   9.4  
Stich        2.0    2.0  -3.4  -1.4   3.4  
Chang        9.7    5.0  -0.6   4.4   5.3  
                                                  
Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Muster       18.4   2.2  -1.1   1.1  17.3  
Sampras      6.3    0.7  -0.7  -0.1   6.4  
Agassi       13.0   7.2  -0.5   6.8   6.3  
Rafter       3.5    0.5  -1.6  -1.1   4.6  
Moya         9.8   -0.9  -1.4  -2.3  12.1  
Hewitt       10.0   3.5  -0.6   2.9   7.1  
Coria        4.7    6.3  -1.2   5.2  -0.5  
Nalbandian   8.8    5.6  -1.7   3.9   4.9  
Davydenko    7.2    4.4  -1.2   3.2   4.0  
Federer      10.0   0.2  -0.4  -0.3  10.2  
                                                  
Giocatore    FHP    BHP   SLP   BSP  Diff  
Nadal        15.3   2.6  -1.0   1.6  13.7  
Murray       7.2    2.9  -1.8   1.1   6.1  
Djokovic     11.3   3.4  -0.8   2.5   8.8  
Gasquet      1.9    1.4  -1.4   0.0   1.9  
Wawrinka     6.2    0.5  -1.7  -1.2   7.3  
Nishikori    5.4    3.8  -1.1   2.7   2.8  
Thiem        9.3   -0.1  -1.6  -1.7  11.0  
Zverev       3.6    4.2  -1.1   3.0   0.6  
Tsitsipas    8.3   -0.9  -2.2  -3.0  11.4  
Medvedev     1.6    3.3  -1.4   1.9  -0.3

Non più deboli, ma deboli

L’ipotesi del lato debole, per cui era più facile andare a rete con un colpo di avvicinamento direzionato verso il lato meno pericoloso dell’avversario, è quindi messa in serio dubbio dai risultati dell’analisi. Quello che probabilmente è accaduto invece è che il giocatore medio si è rafforzato da entrambi i lati. Di conseguenza, il lato debole non era più traballante a sufficienza da rendere la discesa a rete una strategia remunerativa. Anche giocatori con rovesci più deboli della media sono ora capaci di forzare robusti passanti con rotazione. Fondamentalmente, si torna al ruolo della tecnologia nelle racchette e nelle corde, che mi sembra essere la spiegazione più sensata.

Il drastico cambiamento subito dal tennis negli ultimi venti o più anni è fuori discussione. Le spiegazioni classiche a quel tipo di dinamiche non reggono però l’indagine minuziosa. In questo caso, se è vero che in singolare le volée sono ormai un retaggio del passato, i colpi a rimbalzo sono solo migliorati, da entrambi i lati.

Net Play Has Declined, But This Isn’t Why

La strada che porta a 110 titoli

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato l’8 marzo 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Come ormai noto, la vittoria di Roger Federer a Dubai è coincisa con il titolo 100 in carriera, a nove tornei di distacco da Jimmy Connors. Aggiungerne dieci non sembrerebbe un’impresa, a meno di avere 37 anni e mezzo. Ero dell’idea, dagli articoli sul numero 100, che Federer non sarà in grado di raggiungere Connors. Ho ragione a crederlo?

Non esistono precedenti di giocatori che hanno continuato a giocare all’età e al livello espresso da Federer. Connors ha vinto solo due tornei dopo aver compiuto 37 anni e uno solo quando ne aveva 36. Federer ne ha già vinti due a 37 anni e cinque a 36.

Penso si possa concordare sul fatto che se Federer volesse superare il record di titoli di Connors potrebbe farlo semplicemente accumulando vittorie con più partecipazioni agli ATP 250. Si fatica a credere però che Federer abbia qualsiasi interesse per una dinamica di questo tipo. Dove sta infatti la gloria? Più ancora, che tipo di ricadute avrebbe quella scelta di calendario sui tornei più importanti, quelli che ha veramente a cuore? Sarebbe davvero motivato a cercare di vincere Brisbane e Sidney nel 2020 e 2021 sulla strada che porta ai 110, sacrificando l’opportunità di fare lo stesso in due edizioni degli Australian Open? Ne dubito. Ha iniziato a saltare Brisbane nel 2017 per essere più fresco a Melbourne.

I segnali positivi

Ipotizziamo che Federer provi a giocare per altre 104 settimane di calendario, come ha fatto negli ultimi due anni, in cui ha vinto 11 dei 25 tornei a cui si è iscritto. Ha fatto anche altre quattro finali, perdendo due volte da Novak Djokovic, una da Alexander Zverev e una da Borna Coric.

Inoltre, non si è trattato di undici titoli fortuiti. Ho messo insieme le previsioni di vittoria per quei 25 tornei sulla base delle valutazioni Elo e le attese erano per 10.6 titoli. In media, l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR) – cioè il rapporto tra i punti vinti alla risposta e quelli vinti alla risposta dall’avversario – per le undici vittorie era un solido 1.75. Deve quindi fare esattamente così per le prossime 104 settimane o poco più, e ha raggiunto Connors!

I segnali negativi

Neanche Federer, a 37 anni e mezzo, può pensare di ringiovanire. Solo 3 degli 11 titoli sono arrivati nelle ultime 52 settimane, periodo nel quale le aspettative di vittoria secondo le previsioni Elo erano di 5.4 tornei. Potrebbe aver ottenuto più di quanto previsto tra Indian Wells 2017 e Rotterdam 2018 e potrebbe essere in fase calante ora, almeno rispetto al numero di tornei vinti.

Ci sono altri indicatori di declino, anche se meno evidenti. Nelle ultime 52 settimane, il DR complessivo di tutte le partite è di 1.33, rispetto a 1.50 nel precedente anno, nonostante una classifica media degli avversari più bassa nell’ultima stagione.

Prima di entrare in depressione, non associamo al declino nel rendimento di Federer un offuscamento dell’incredibile successo ottenuto, allo stesso modo in cui non si può parlare di picchiata quando un aereo perde quota da 10.000 metri a 9000. La maggior parte dei giocatori firmerebbe per avere un DR medio di 1.33 per 52 settimane contro un avversario in media al 47esimo posto della classifica.

Altri segnali dell’invecchiamento di Federer?

La mia valutazione Elo specifica per il cemento di 104 settimane fa era per Federer di 2276. Ora è di 2235, una differenza che non desta preoccupazione. Però, 52 settimane fa era di 2323. C’è stato quindi un calo di quasi 90 punti in un tempo relativamente breve. Va detto che aveva giocato in maniera incredibile fino a quel momento, quindi assomiglia più a una scivolata che a una caduta.

Misurata nel corso della carriera, la valutazione Elo di Federer ha ovviamente raggiunto un valore altissimo. Ed è un calcolo che comprende un grande numero di partite: più alto questo numero, minore è l’oscillazione del valore a fronte di un insieme limitato di vittorie o sconfitte. Per questo motivo risulta complicato utilizzare la valutazione Elo in carriera per osservare un eventuale calo di Federer.

Elo stagione per stagione

Mi sono spesso chiesto che sembianza avrebbe Elo se fosse calcolato per un periodo definito, invece che per l’intera carriera. L’impressione è che Elo si stabilizzi molto rapidamente per i giocatori più bravi. In uno scambio di email con Jeff Sackmann di TennisAbstract, è emersa l’idea di calcolare Elo, seppur in un altro contesto, solamente dalle partite di una stagione (ho provato in passato a determinare un Elo “durante la partita” e non perdete tempo a provarci, perché non funziona!).

Elo specifico per erba e cemento

Vediamo se un calcolo Elo stagione per stagione sul cemento e sull’erba rivela indizi sulle possibilità di Federer di arrivare a 110 tornei vinti. In altre parole, per ogni anno si assegna a Federer (e agli altri giocatori) una valore Elo di 1500 e si calcola la valutazione alla fine della stagione, come se l’intero universo del tennis professionistico maschile sul cemento e sull’erba fosse contenuto all’interno di quella stagione. Ho iniziato con il 2009, quando Federer aveva 27 anni, fino ad agosto. L’immagine 1 mostra le sue valutazioni alla fine di ogni stagione.

IMMAGINE 1 – Andamento delle valutazioni Elo di Federer specifiche per erba e cemento alla fine di ogni stagione a partire dal 2009

È una curva poco lineare, anche se si mantiene a un livello alto. Se si tracciasse una linea di tendenza che unisce il centro di tutti quei punti, verrebbe fuori una traiettoria un po’ discendente. L’immagine 2 mostra esattamente questo.

IMMAGINE 2 – Linea di tendenza delle valutazioni Elo di Federer specifiche per erba e cemento alla fine di ogni stagione a partire dal 2009

Elo prima di Indian Wells

Però Federer è partito bene nel 2019, con un record di 8-1 e la vittoria di un torneo, e siamo appena a marzo. La valutazione Elo specifica per cemento è già a 1862.99: si tratta di un numero buono o cattivo, prima di Indian Wells (dove Federer, al momento della traduzione, ha vinto tre partite, n.d.t.)? L’immagine 3 mostra la valutazione Elo di Federer prima dell’inizio di Indian Wells per il periodo dal 2009 al 2019.

IMMAGINE 3 – Valutazione Elo specifica per cemento di Federer prima di Indian Wells dal 2009 al 2019

Se si tracciasse una linea di tendenza, sarebbe qui più piatta di quella osservata in precedenza per la fine della stagione. Detto altrimenti, la progressione di Federer è leggermente più stabile appena prima di Indian Wells di quanto non lo sia alla fine della stagione. Forse era prevedibile pensando al rendimento storicamente solido nei tornei della prima parte del calendario (principalmente gli Australian Open, Rotterdam, Dubai e qualche volta Brisbane). Ma è anche vero che il campione di partite dai tornei prima di Indian Wells è più ridotto, aspetto che normalmente comporta una maggiore variazione.

Elo da Indian Wells in avanti

Più stabilità prima di Indian Wells di quella che segue potrebbe essere un’indicazione della minore freschezza di Federer al progredire della stagione. Se questo è valido per qualsiasi giocatore, senza dubbio per uno di quasi 38 anni deve rappresentare un’ulteriore sfida. Cosa succede se sottraiamo il grafico dell’immagine 3 da quello dell’immagine 2? Cioè, quanta parte dell’aumento della valutazione Elo stagionale è generato in media da Indian Wells in avanti? L’immagine 4 mostra quanti punti Elo Federer ha accumulato ogni anno da Indian Wells a fine stagione.

IMMAGINE 4 – Punti Elo accumulati da Federer ogni anno da Indian Wells a fine stagione

Appare evidente che da Indian Wells 2018 a fine stagione dello stesso anno, Federer abbia avuto un rendimento inferiore a qualsiasi periodo equiparabile del passato che rientra nel confronto. Bisogna preoccuparsi? Non lo so, in fondo si parla di un solo anno. Nella stagione precedente, la progressione da Indian Wells in avanti è stata efficace tanto quanto nel periodo compreso nel grafico, indietro fino ai 27 anni. Ci sono stati altri momenti di alternanza tra cadute e risalite da un anno al successivo. Nel 2012, le prestazioni dopo Indian Wells sono state relativamente deboli, per poi raggiungere il massimo due anni dopo. Anche nel 2016 il rendimento è sceso sotto la media per ritornare al massimo nel 2017. Preferisco però non dare troppa importanza a questo andamento, che merita comunque di essere tenuto in conto. Serve avere conferma da altri segnali.

Arriverà a 110?

La logica sembrerebbe sfavorevole, ma non ho visto nei numeri argomentazioni sufficientemente forti da suggerire che sia impossibile. Eventuali risultati mediocri durante l’estate – cioè una diminuzione nel rendimento al progredire della stagione simile a quella dell’immagine 4 – potrebbero farmi cambiare idea.

In ogni caso, che Federer raggiunga i 110 titoli rimane improbabile, a meno di sue partecipazioni nei 250 per qualche facile vittoria. Altrimenti, per stabilire il nuovo record nelle prossime 104 settimane dovrà replicare quasi alla lettera quanto fatto nelle 104 precedenti. Al riguardo, i fattori critici sono rappresentati dalla condizione fisica e dal desiderio di sottoporsi al regime imposto dal professionismo. Ci si aspetta che nella fascia di età dai 37.5 ai 39.5 sia più complesso che nell’età dai 35.5 ai 37.5. Ma poi, quante sono le circostanze che ci attendevamo dall’invecchiamento di Federer che non hanno avuto riscontro nel suo gioco?

Il problema concreto è dato dai ridottissimi margini del circuito maggiore. Se l’abilità di Federer o la condizione fisica diminuisse anche solo di un 10% nelle prossime 104 settimane, o se il resto della carriera fosse più breve delle speranze che tutti nutrono, la possibilità di arrivare a 110 diventerebbe davvero risicata.

The Road to 110

Il cambio della guardia agli Australian Open 2019 è supportato dai numeri?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 21 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Vincendo contro Roger Federer, il ventenne Stefano Tsitsipas si è reso autore della più grande sorpresa degli Australian Open 2019 e indotto molti a pensare al possibile inizio di una nuova era. I risultati di Tsitsipas a Melbourne sono i più eclatanti tra quelli raccolti da un gruppo di giovani e talentuosi giocatori, e che hanno reso questa edizione degli Australian Open una delle più storiche.

Dopo una settimana di gioco, le partite del quarto turno sono state tra le più sorprendenti, iniziando con la vittoria di Frances Tiafoe contro Grigor Dimitrov, seguita da Danielle Rose Collins che ha battuto la testa di serie numero 2 Angelique Kerber. A fine giornata, altre tre teste di serie hanno perso: la numero 6 Marin Cilic, la numero 5 Sloane Stephens e la numero 3 Federer.

La sconfitta più sorprendente è stata quella di Federer contro Tsitsipas, che prima dell’inizio del torneo non aveva mai vinto una partita agli Australian Open, oltre a rappresentare il risultato più importante dei giocatori in tabellone della cosiddetta Next Gen.

Di fronte a una nuova era?

Guardando Tsitsipas battersi con il sei volte campione degli Australian Open è stato immediato il parallelo con la vittoria di Federer a Wimbledon 2001, sempre negli ottavi, contro Pete Sampras. Forse lo stesso pensiero che ha avuto John McEnroe quando, nell’intervista dopo partita, ha definito la vittoria di Tsitsipas come “cambio della guardia”.

Nessuna partita, da sola, può dare avvio a una nuova era. Se però consideriamo che nella stessa settimana cinque giocatori con meno di 23 anni sono arrivati al quarto turno, occorre ammettere che McEnroe potrebbe avere qualche ragione. Nel raffronto con il passato, quella statistica di 5 su 16 acquista ancora più valore.

La composizione dell’età al quarto turno degli Australian Open nel periodo tra il 2010 e il 2018 mostra una pressoché aridità di risultati per i giocatori più piccoli di 23 anni. Anzi, è il 2009, l’anno dell’unica vittoria di Rafael Nadal e subito dopo il titolo di Novak Djokovic, l’ultima volta in cui giocatori con meno di 23 anni hanno ottenuto risultati migliori o comparabili con il 2019.

IMMAGINE 1 – Composizione dell’età dei giocatori al quarto turno degli Australian Open per il periodo dal 1989 al 2019

Osservando alcuni dei passaggi storici del torneo, come il primo titolo di Ivan Lendl, Sampras, Federer e Djokovic, si nota che le epoche di dominio sembrano presentarsi in cicli di 5-10 anni. Il 2019 sarebbe quindi la rampa di lancio del cambiamento.

Equa distribuzione

L’aspetto più interessante degli Australian Open 2019 è che per la prima volta nell’era Open l’età dei giocatori si è suddivisa equamente tra i più giovani e i più vecchi. Accanto ai cinque con meno di 23 anni hanno raggiunto gli ottavi di finale sei giocatori con più di 30 anni.

Sembra quindi che tutto sia allineato per una stagione in cui i maestri veterani dello sport dovranno fronteggiare la carica di un manipolo di giovani che sono pronti a rimpiazzarli.

Giocatore       Età 
Federer 37.5
Berdych 33.4
Nadal 32.7
Djokovic 31.7
Bautista Agut 30.8
Cilic 30.3
Nishikori 29.1
Raonic 28.1
Dimitrov 27.7
Carreno Busta 27.5
Pouille 24.9
Medvedev 23.0
Coric 22.2
Zverev 21.8
Tiafoe 21.0
Tsitsipas 20.5

Do Numbers Back Up A Changing of the Guard at the 2019 Australian Open?

Gli US Open 2015 restano ancora i più estenuanti della storia

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 31 agosto 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Dopo due turni giocati in condizioni di caldo estremo, dodici partite del tabellone maschile degli US Open 2018 sono terminate con un ritiro. Si tratta del numero più alto di sempre di ritiri nei primi turni dei tornei Slam? Che tipo di conseguenze subisce la progressione del tabellone con un alto numero di ritiri iniziali?

È stato il meteo a polarizzare la conversazione durante la prima settimana di gioco degli US Open 2018. Umidità alta e temperature anche oltre i 30 gradi hanno creato condizioni impossibili da sostenere. Le temperature sono state così intense da costringere gli organizzatori ad applicare, per la prima volta nella storia, la regola delle temperature estreme anche alle partite maschili.

Anche beneficiando del ristoro addizionale, molti giocatori non sono riusciti a portare a termine una partita al meglio dei 5 set nel caldo infernale di Flushing Meadows. Escludendo i ritiri pre-partita, in tutto si sono ritirati nove giocatori solo al primo turno, e altri tre al secondo turno.

Ci sono stati altri Slam con un numero di ritiri così elevato nei primi turni?

Le statistiche relative all’era Open mostrano che, prima degli US Open 2018, il più alto numero di ritiri al primo turno si è verificato agli US Open 2015, in cui in un’altra estate incandescente dieci tra giocatori e giocatrici si sono ritirati al primo turno. Immediatamente dopo troviamo gli Australian Open 2014, di cui ancora si ricorda il caldo, con otto ritiri al primo turno. I nove ritiri di quest’anno quindi si inseriscono al secondo posto di sempre.

IMMAGINE 1 – Numero di ritiri al primo turno di uno Slam nell’era Open

Alcuni aspetti colpiscono di questa speciale graduatoria:

  • sei delle prime dieci posizioni arrivano dagli US Open;
  • nove eventi su dieci sono edizioni degli anni 2000 (inserite pure la vostra considerazione preferita sul tema del cambiamento climatico).

Per avere un termine di paragone, si può considerare la media dei ritiri al primo turno negli Slam dal 1990, che è solo di tre ritiri. I nove ritiri degli US Open 2018 rappresentano dunque tre volte la media storica negli Slam.

IMMAGINE 2 – Numero di ritiri al primo turno rispetto alla media Slam nell’era Open

Alcuni commentatori suggeriscono che i giocatori più vulnerabili in queste circostanze sono quelli di bassa classifica, nell’assunto che chi non è favorito possa essere meno motivato a perseverare in condizioni del tutto avverse.

Esiste evidenza al riguardo?

Dal 1990, circa il 70% delle partite di primo turno regolarmente completate è stato vinto dal giocatore con più alta classifica. Nei ritiri invece, la frequenza è solo del 53%, a indicazione di quasi completo equilibrio, a prescindere dalla classifica. È un risultato in contrasto con la teoria della non volontà da parte dello sfavorito di continuare a giocare.

IMMAGINE 3 – Percentuale di vittorie dei giocatori con classifica più alta

Agli US Open 2018, la frequenza (67%) di ritiri di giocatori con classifica inferiore ha rispecchiato la frequenza complessiva di sconfitte dei giocatori di bassa classifica al primo turno degli Slam, anche se con un campione di soli nove ritiri non possiamo davvero sostenere che ci sia diversità rispetto all’andamento storico. Si può dire però che con due o tre giocatori di classifica più alta che hanno beneficiato di un passaggio diretto al secondo turno, il tabellone maschile non si è rimescolato quanto avrebbe potuto.   

2015 US Open Still The Most Brutal in Tennis History

Le partenze di stagione nel doppio maschile e il caso di Marach e Pavic

di Peter Wetz // TennisAbstract

Pubblicato il 18 giugno 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Negli ultimi anni, il costante declino della coppia vincitrice di 116 tornei – Bob Bryan e Mike Bryan, noti anche come i fratelli Bryan – ha favorito una maggiore varietà al vertice del doppio mondiale. I Bryan hanno conquistato l’ultimo Slam agli US Open 2014, portando il computo totale a 16. Da quel momento, otto diverse coppie hanno vinto il loro primo titolo sul palcoscenico più importante del tennis.

I risultati eccezionali del 2018

Anche se nessun giocatore di queste coppie è emerso dal nulla, il doppio formato solo a metà della scorsa stagione da Oliver Marach e Mate Pavic ha ottenuto risultati eccezionali nel 2018. Ho voluto quindi analizzare più nel dettaglio il rendimento dei doppisti, stagione per stagione.

La tabella riepiloga il record di vittorie e sconfitte di ogni coppia fino al Roland Garros a partire dal 2000, in ordine di numero di vittorie a quel punto della stagione. L’ultima colonna mostra il record di vinte e perse per l’intera stagione. Compaiono in elenco solo le coppie che hanno vinto almeno 30 partite fino al Roland Garros.

Anno	Coppia		V-P Inizio 	 V-P Intera st.
2013	Bryan/Bryan	40-4  (91%)	 71-11 (87%)
2002	Knowles/Nestor	38-7  (84%)	 66-14 (82%)
2007	Bryan/Bryan	37-5  (88%)	 73-10 (88%)
2008	Bryan/Bryan	37-9  (80%)	 63-17 (79%)
2009	Bryan/Bryan	37-9  (80%)	 68-18 (79%)
2014	Bryan/Bryan	36-6  (86%)	 64-12 (84%)
2018	Marach/Pavic	36-7  (84%)	 ?
2010	Nestor/Zimonjic	35-7  (83%)	 57-19 (75%)
2012	Mirnyi/Nestor	34-9  (79%)	 43-18 (70%)
2003	Knowles/Nestor	34-9  (79%)	 57-16 (78%)
2006	Bryan/Bryan	33-9  (79%)	 65-15 (81%)
2004	Bryan/Bryan	32-8  (80%)	 57-17 (77%)
2010	Bryan/Bryan	31-7  (82%)	 67-13 (84%)
2011	Bryan/Bryan	31-7  (82%)	 59-16 (79%)
2009	Nestor/Zimonjic	31-8  (79%)	 57-17 (77%)
2014	Nestor/Zimonjic	31-8  (79%)	 42-18 (70%)
2003	Bryan/Bryan	31-12 (72%)	 54-20 (73%)

Marach/Pavic sono al settimo posto con un ottimo record di 36-7 fino a questo momento. Hanno subìto la prima sconfitta nella finale di Rotterdam, il quarto torneo dopo i titoli a Doha, Auckland e agli Australian Open, per una striscia di 17 vittorie. Se si escludono le più grandi coppie di sempre, non si trova una partenza migliore negli ultimi sedici anni di doppio.

Le 10 presenze su 17 dei fratelli Bryan testimoniano il loro dominio nella specialità. Pur non avendo più vinto Slam nei tre anni precedenti, sia nel 2015 che nel 2016 hanno registrato il miglior inizio di stagione (entrambi gli anni non sono non rientrati nella tabella perché le vittorie erano inferiori a trenta).

Che rendimento ci si può attendere?

L’ultima colonna fornisce qualche indizio sul rendimento che ci si può attendere da Marach e Pavic per il resto dell’anno. La maggior parte delle volte la prestazione delle coppie di vertice diminuisce solo marginalmente. Nel 2007, i fratelli Bryan mantennero una percentuale di vittorie dell’88%, valevole per la migliore stagione – in termini di record vinte-perse – del campione analizzato.

Dopo aver perso la settima partita del 2018 nella finale del Roland Garros contro la coppia formata da Nicolas Mahut e Pierre Hugues Herbert, lasciandosi sfuggire la possibilità di vincere i primi due Slam del calendario – nell’era Open, un risultato raggiunto solo dai fratelli Bryan nel 2013 – sarà interessante vedere se saranno in grado di sostenere questo livello di gioco nell’arco di un intero anno.

Men’s Doubles Season Starts and the Case of Oliver Marach and Mate Pavic

Rafael Nadal e i risultati migliori di sempre in un singolo torneo

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 maggio 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nelle ultime due settimane, Rafael Nadal ha ottenuto l’undicesimo titolo al Monte Carlo Masters e a Barcellona. I record ottenuti in carriera in questi due eventi, insieme alle dieci vittorie al Roland Garros, riflettono un predominio su una specifica superficie mai visto prima. Devono essere considerati tra i risultati più importanti di sempre nel tennis, e forse in qualsiasi sport.

Da appassionato, mi accontento di ipotizzare se esista davvero qualcuno in grado di fermarlo. Da analista, voglio andare più a fondo: quanto i risultati ottenuti da Nadal in uno dei tornei citati sono migliori di quelli di altri giocatori?

Cosa, cioè, emerge dal confronto tra le vittorie in un singolo torneo e altri exploit della stessa natura, come i trofei accumulati da Roger Federer a Wimbledon o la carriera di Bjorn Borg al Roland Garros, praticamente senza sconfitte?

I numeri di Barcellona

Iniziamo da Barcellona. Non tenendo conto della wild card del 2003, quando era ancora sedicenne, dal 2005 Nadal ha partecipato a 13 edizioni, vincendone 11, con 57 vittorie e 2 sconfitte complessive.

Normalmente, calcolerei la probabilità di un giocatore di vincere così tanti tornei in altrettante opportunità per poi ottenere una percentuale ridotta che rappresenti quanto un risultato del genere sia realistico.

In questo caso però vorrebbe dire andare fuori tema. Invece, voglio affrontare il problema dalla prospettiva opposta: per vincere così tanti titoli, quanto deve essere forte Nadal?

Sappiamo già che, in generale, Nadal è il più forte giocatore sulla terra battuta di tutti i tempi.

Utilizzando il sistema di valutazione Elo, il suo massimo specifico per superficie – vale a dire il punteggio Elo calcolato considerando solo i risultati sulla terra – supera i 2500 punti, meglio di chiunque altro..anche prescindendo dal tipo di superficie (al momento, la valutazione Elo di Nadal su terra è intorno a 2400, e i suoi rivali più accreditati – Dominic Thiem e Kei Nishikori – si trovano rispettivamente a 2190 e 2150. La valutazione di Stefanos Tsitsipas, finalista a Barcellona, è di 1865).

Visto che Nadal ha dato il meglio di sé in questi tre tornei, è ragionevole pensare che, in ciascuno di essi, abbia toccato una valutazione Elo ancora più alta.

Possiamo scoprirlo usando il seguente metodo. Iniziamo calcolando, per ogni edizione del torneo in cui ha giocato, il tabellone di Nadal verso il titolo (per le undici vittorie si fa in fretta; per le altre due, si considerano i giocatori che avrebbe affrontato andando avanti nel torneo).

Con la valutazione pre-partita Elo specifica sulla terra di ciascun avversario, possiamo stabile la probabilità con cui vari ipotetici (e dominanti) giocatori sarebbero avanzati nel tabellone, vincendo il titolo.

Elo sottovaluta Nadal?

La tabella mostra il percorso di Nadal verso il titolo del 2018, con la valutazione pre-partita Elo specifica sulla terra di ciascun avversario, insieme alla probabilità (data la sua valutazione attuale) che Nadal lo avesse battuto (da qui in avanti, le valutazioni Elo specifiche sulla terra tengono conto anche delle valutazioni Elo complessive, con un apporto paritetico al 50%. La valutazione che se ne ottiene si è dimostrata la più accurata nella previsione dei risultati delle partite. Nadal è il primo di sempre anche in questa categoria, con una valutazione Elo su terra al 50% che ha raggiunto il massimo valore a 2510).

Turno  Avversario       Elo avv   p(V Nadal)  
R32    Carballes Baena  1767      97.3%  
R16    Garcia Lopez     1769      97.2%  
QF     Klizan           1894      94.5%  
SF     Goffin           2079      84.5%  
F      Tsitsipas        1900      94.3%

In funzione delle cinque partite giocate, la probabilità che Nadal vincesse il torneo era poco sopra il 70%. Significa sicuramente predominio, ma non tale da giustificare undici vittorie su tredici partecipazioni.

E se Nadal fosse sottovalutato dal sistema Elo, almeno a Barcellona? La tabella mostra la probabilità con cui giocatori con varie valutazioni Elo avrebbero battuto i cinque avversari di Nadal della scorsa settimana.

Elo su terra    p(Titolo 2018)  
2200            41.2%  
2250            50.4%  
2300            59.1%  
2350            66.9%  
2400            73.6%  
2450            79.3%  
2500            83.9%  
2550            87.6%  
2600            90.5%

Si scopre che il tabellone di quest’anno è stato uno dei più deboli dal 2005, all’incirca equivalente ai giocatori che Nadal ha dovuto battere nel 2006 (con Nicolas Almagro in semifinale e Tommy Robredo in finale), e leggermente più duro del 2017, edizione nella quale – a eccezione di Thiem in finale – Nadal non ha affrontato nessun giocatore tra i primi 50.

Il più difficile è il tabellone ipotetico del 2015, quando ha perso al secondo turno da Fabio Fognini: fosse andato avanti, avrebbe incontrato David Ferrer in semifinale e Nishikori in finale.

Una volta stabilito il livello di bravura degli avversari di Nadal (e di quelli ipotetici per le due volte in cui ha perso nei primi turni), possiamo calcolare la probabilità con cui un giocatore – dati quei tabelloni – avrebbe vinto ciascuna edizione del torneo.

Ipotizzando che il livello medio di Nadal dal 2005 sia lo stesso che possiede al momento – una valutazione Elo di circa 2400 – la probabilità di vincere undici volte Barcellona in tredici tentativi è del 13.0%.

Sempre vicino al suo massimo di carriera

Non abbiamo il lusso di poter rigiocare quei tredici tabelloni qualche migliaio di volte in un universo parallelo, quindi non sono del tutto chiare le indicazioni da trarre da questo valore: Nadal è stato fortunato? Lo farebbe di nuovo, se ne avesse possibilità? Il suo livello di gioco è in realtà molto migliore di una valutazione Elo di 2400 a Barcellona?

Queste domande non hanno risposta, perché conosciamo solo quello che è effettivamente avvenuto. Per confrontare i decimi o undicesimi titoli di Nadal (e traguardi simili raggiunti da altri giocatori), prendiamo a riferimento la valutazione Elo a cui si sarebbe arrivati nell’ipotesi di un 50% di vittoria.

In altre parole, quanto forte avrebbe dovuto essere stato Nadal per pensare di avere un possibilità del 50% di vincere undici volte a Barcellona in tredici tentativi?

La tabella mostra la probabilità con cui, a diversi livelli di valutazione Elo, Nadal avrebbe tagliato il traguardo degli undici titoli a Barcellona.

Elo su terra    p(11 su 13)  
2300            1.0%  
2350            4.6%  
2400            13.0%  
2450            28.0%  
2500            47.2%  
2550            64.2%  
2600            77.7%  
2650            87.3%  
2700            93.1%

Un giocatore con una valutazione Elo di circa 2505 avrebbe avuto il 50% di probabilità di replicare la vittoria di Nadal nel torneo di casa. Detto in altri termini, in un periodo di quattordici anni, Nadal ha giocato a dei livelli all’incirca equivalenti al suo massimo di carriera che, incidentalmente, è anche la valutazione Elo più alta mai raggiunta da un giocatore del circuito maggiore.

Un confronto tra decimi e undicesimi

Spero che questo metodo abbia senso e sia uno strumento appropriato per quantificare dei risultati straordinari. Algoritmo alla mano, possiamo ora confrontare il record di Nadal a Barcellona con le sue vittorie a Monte Carlo e Parigi.

Monte Carlo Masters

Dal 2005, Nadal ha partecipato al Monte Carlo Masters 14 volte (anche in questo caso escludendo l’edizione 2003), vincendone 11. È leggermente meno impressionante di 11 su 13, ma la qualità degli avversari è decisamente più alta.

Solo nel 2017, in cui in finale è arrivato Albert Ramos, il campo partecipanti si è attestato al livello della maggior parte dei tabelloni di Barcellona.

Le undici vittorie a Monte Carlo sono sicuramente più incredibili. Avere il 50% di probabilità di vincere undici volte in quattordici tentavi significa per un giocatore raggiungere una valutazione Elo specifica per la terra di circa 2595, di quasi 100 punti maggiore dell’equivalente numero per Barcellona, e ben al di sopra del livello mai raggiunto da qualsiasi altro giocatore, anche al suo massimo.

Roland Garros

A Parigi, Nadal ha vinto 10 volte su 13 partecipazioni. Il livello è qui ancora più alto che a Monte Carlo, ma è pur vero che nelle partite al meglio dei cinque set i favoriti hanno un margine superiore, elemento che tende a ridurre la possibilità di un risultato a sorpresa da parte del giocatore sfavorito, al quale non basta produrre gioco per due set magici di fila.

Il record del Roland Garros non è strabiliante come quello di Monte Carlo. La valutazione Elo specifica su terra richiesta a un giocatore per avere il 50% di probabilità di ottenere le vittorie di Nadal a Parigi è di “soli” 2570 punti – mai comunque ottenuta da alcun giocatore – ma inferiore rispetto all’equivalente numero per Monte Carlo.

Un momento però…cosa ne è del Roland Garros 2016? Nadal ha superato i primi due turni per poi ritirarsi prima del terzo turno contro Marcel Granollers. Forse è una considerazione che lascia il tempo che trova ma, almeno ai fini della tesi che sto sostenendo, ipotizziamo che Nadal abbia vinto dieci Roland Garros su dodici partecipazioni, non tredici.

Così facendo la valutazione Elo che assegna il 50% di probabilità di pareggiare il record di Nadal sale a 2595, lo stesso numero di Monte Carlo.

Per il momento, il Monte Carlo Masters sembra essere il torneo in cui Nadal ha giocato il miglior tennis. Con il Roland Garros 2018 quasi alle porte, potrebbe però trattarsi di una dimostrazione della tesi solo temporanea.

Nadal e altri possessori di record

Seppur pochi, ci sono altri giocatori ad aver accumulato vittorie in quantità rilevanti in un singolo torneo, e un comodo elenco dei nomi è disponibile su Wikipedia.

Ne troviamo alcuni che si distinguono, come Federer a Wimbledon, Basilea e Halle o Guillermo Vilas a Buenos Aires dove ha vinto 8 volte, o ancora Borg al Roland Garros con 6 titoli in sole 8 partecipazioni.

La tabella mostra il confronto tra prestazioni, in ordine di valutazione Elo specifica per superficie che darebbe a un giocatore il 50% di probabilità di eguagliare quel risultato.

Giocatore  Torneo           V    Part   Part 50% Elo  
Nadal      Monte Carlo      11   14     2595  
Nadal      Roland Garros*   10   12     2595  
Nadal      Roland Garros    10   13     2570  
Borg       Roland Garros**  6    7      2550  
Nadal      Barcelona        11   13     2505  
Borg       Roland Garros    6    8      2475  
Vilas      Buenos Aires***  8    10     2285  
Federer    Wimbledon        7    18     2285  
Federer    Halle            8    15     2205  
Federer    Basilea          8    15     2180

* escluso il 2016
** escluso il 1973, quando Borg aveva 16 anni
   e perse al quarto turno
*** esclusi gli anni 1969-71, sia perché Vilas
    era molto giovane, sia perché i dati
    a disposizione non sono completi

L’unica prestazione in un singolo torneo all’altezza di quanto realizzato da Nadal è il record di Borg al Roland Garros, ma anche in quel caso se non viene considerata la sconfitta del 1973 quando era sedicenne.

I record di Federer a Wimbledon, Basilea e Halle sono rimarchevoli, ma non raggiungono il livello di Nadal dato il più alto numero di partecipazioni di Federer, il quale, a differenza di Nadal, non è arrivato sul circuito maggiore pronto per vincere tutto sulla sua superficie preferita. Le sconfitte conseguite agli inizi sono parte della ragione per cui il record di Federer in questi tornei è inferiore.

Non avevamo certo bisogno di una conferma numerica del fatto che i risultati di Nadal nei tre tornei preferiti sono tra i migliori di sempre.

Abbiamo però visto quanto sia netto il suo predominio e come pochi altri traguardi nella storia del tennis possano lontanamente reggere il paragone.

C’è un pensiero che mette i brividi: fra un mese, è possibile che debba aggiornare i dati dell’articolo con numeri più sbalorditivi, perché il più grande spettacolo sulla terra battuta non è ancora finito.

Rafael Nadal and the Greatest Single-Tournament Performances

A Indian Wells e Miami, le teste di serie non perdono la testa

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 25 marzo 2012 – Traduzione di Edoardo Salvati

A meno di ritiri dell’ultimo minuto, tutte le partite di secondo turno all’Indian Wells Masters e al Miami Masters sono sempre tra un giocatore testa di serie e un giocatore fuori dalle teste di serie.

L’utilizzo del bye non è naturalmente circoscritto a questi due tornei, ma solamente a Indian Wells e Miami 32 teste di serie favorite giocano contro giocatori non teste di serie e sfavoriti dal pronostico.

Ovviamente, per una serie di motivi – dalla superficie alla condizione fisica a un rimbalzo fortunato – i favoriti non vincono tutte le volte. Così non è sembrato però nel Miami Masters 2012, a cui tutte le 32 teste di serie sono arrivate in forma e 29 hanno raggiunto il terzo turno.

Sento già il coro di voci in sottofondo: deve essere un qualche tipo di record, giusto?

Trenta edizioni da confrontare

Giusto, almeno dal 1991, il primo anno con dati completi a disposizione. A Miami si gioca con il tabellone da 96 giocatori e 32 teste di serie (quindi 32 bye al primo turno) dal 1986, mentre Indian Wells si è allargato a questo format nel 2004. Abbiamo quindi 30 edizioni nel database da mettere a confronto.

In media, le teste di serie vincono circa i due terzi delle loro partite di secondo turno di questo tipo di tabelloni (negli altri tornei del circuito, le teste di serie vincono il 70% delle partite contro giocatori fuori dalle teste di serie). Tipicamente quindi 21 o 22 teste di serie raggiungono il terzo turno. Ed è quello che è successo a Indian Wells 2012, con 21 vittorie, 10 sconfitte e un ritiro.

Le 29 vittorie delle teste di serie non rappresentano semplicemente un nuovo record, ma distruggono il precedente. Nel 2009, 25 teste di serie sono arrivate al terzo turno a Miami. Nel 2008 è accaduto lo stesso a Indian Wells, il miglior risultato per il torneo. In altre cinque occasioni, sono passate al terzo turno 24 teste di serie. Sul fronte opposto, il Miami Masters 1997 è stato un’ecatombe, con solo 16 teste di serie al terzo turno.

Il fatto che per la prima volta in 31 tornei (tra Indian Wells e Miami) così tante teste di serie abbiano raggiunto il terzo turno è degno di nota, considerando anche che la probabilità che questo si verifichi è decisamente più bassa.

Utilizzando le mie previsioni di vittoria per il secondo turno – che non sono chiaramente perfette e tendono a sottostimare la probabilità associata ai più forti – la probabilità di un passaggio del turno per almeno 29 teste di serie era solo dello 0.37%, cioè di una su 270.

Chi ha seguito il torneo si è trovato di fronte a un evento storico. Una storia piuttosto noiosa, ma sempre e comunque qualcosa che accade raramente.

Aggiornamento 2012-2018

Dalla stesura di questo articolo – quindi dal 2012 al 2018 – ci sono stati altri 12 tornei complessivi (incluso il Miami Masters 2018 in corso di svolgimento).

A Indian Wells, hanno superato il secondo turno in media 22 teste di serie con le ultime due edizioni che hanno segnato rispettivamente il numero massimo, 25 nel 2017, e minimo, 18 nel 2018. Solo nel 2012 (31) e 2014 (30) le teste di serie non erano al completo a inizio torneo.

A Miami, dopo il record del 2012, si è arrivati nelle edizioni 2015 e 2016 ad avere 24 teste di serie al terzo turno, con una media di circa 23 teste di serie vincenti nella loro prima partita, con il minimo a 18 nel 2017.

Nel torneo in corso le teste di serie al terzo turno sono state 21 sulle 32 al via, e solo nel 2014 (30) e 2016 (31) le teste di serie non erano al completo. 

Seeds Firmly Planted

Quanto è davvero forte Serena Williams come giocatrice di tennis?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT (su TheConversation)

Pubblicato l’8 settembre 2016 – Traduzione di Edoardo Salvati

Pur avendo perso in semifinale nelle ultime due edizioni degli US Open in cui ha giocato (avendo saltato poi gli US Open 2017 per via della gravidanza, n.d.t.), Serena Williams è già entrata nella storia del torneo.

Nuovo record

Raggiungendo i quarti di finale nel 2016 e conquistando la 308esima vittoria, Williams ha sorpassato il record di Roger Federer per numero di partite vinte negli Slam da un giocatore o giocatrice (Federer ha di nuovo allungato arrivando a 332 vittorie contro le 316 di Williams. La successiva vittoria agli Australian Open del 2017 porterà il totale degli Slam di Williams a 23, uno in più di Steffi Graf e record assoluto per una giocatrice nell’era Open, n.d.t.).

Nel tennis moderno, i tornei dello Slam – i quattro più prestigiosi della stagione – rappresentano lo standard valutativo della grandezza di una giocatrice. Solo tre donne nell’era Open, oltre a Williams e Graf, hanno vinto più di dieci Slam nel singolare: le rivali Chris Evert e Martina Navratilova, entrambe arrivate a 18, e Billie Jean King, che ne ha vinti 12.

Il fatto che Williams sia a 23 e continui a essere considerata tra le favorite in ogni Slam a cui partecipa ha indotto più di un commentatore a definirla la più grande di tutti i tempi.

Ci si chiede però se i tornei dello Slam siano davvero la modalità più efficace per misurare la grandezza di una giocatrice.

Per riepilogare i traguardi raggiunti in una carriera, l’attenzione esclusiva sui tornei dello Slam ha delle forti limitazioni. Non considera ad esempio i risultati di tutti gli altri tornei, che costituiscono la gran parte del calendario.

E, nel caso di Williams, il conteggio degli Slam non è in grado di far emergere due aspetti della carriera che in molti giudicano meritevoli di speciale menzione: la portata e la longevità del suo predominio.

Sistema Elo superiore agli Slam

Una metodologia più esaustiva per misurare la grandezza della carriera di una giocatrice è il sistema Elo, basato sull’approccio statistico nella valutazione della bravura di un’atleta e nella previsione di rendimento contro una specifica avversaria.

Versioni del sistema di valutazione Elo sono disponibili per molti degli sport professionistici in tutto il mondo, e anche nel tennis siti come TennisAbstract, FiveThirtyEight, OnTheT o TennisEloRanking stanno da tempo promuovendone la causa.

La valutazione Elo nel tennis è un numero che varia costantemente in funzione dei risultati ottenuti da una giocatrice, come una sorta di indice azionario il cui obiettivo è la misurazione del rendimento.

A differenza della classifica ufficiale, la valutazione Elo è basata su un modello statistico che rileva lo scostamento positivo o negativo della prestazione di una giocatrice rispetto alle attese.

La valutazione si aggiorna dopo ogni partita – tenendo in considerazione la bravura dell’avversaria – così che la vittoria contro giocatrici più forti assegni più punti.

In questo modo la valutazione Elo è in grado di integrare il contesto di riferimento di una giocatrice, rendendo il confronto tra epoche molto più significativo rispetto al mero computo degli Slam vinti.

IMMAGINE 1 – Valutazioni Elo in carriera per le dieci giocatrici con il maggior numero di Slam nell’era Open

L’unicità di Serena

Osservando l’andamento delle valutazioni Elo delle dieci giocatrici con il più alto numero di Slam nell’era Open, si può notare l’unicità della carriera di Williams. Dopo Navratilova, è infatti la sola del gruppo ad aver raggiunto una valutazione Elo superiore a 2400 una volta superati i 34 anni. E ci sono altri indicatori di longevità del suo predominio.

Se di norma la bravura di una giocatrice raggiunge un punto di massimo per poi gradualmente recedere, nel caso di Williams si è assistito a due momenti di picco: all’età di 21 anni, quando la sua valutazione Elo ha raggiunto i 2578 punti e all’età di 33 anni, con 2486 punti.

Sebbene Monica Seles, Graf e Navratilova abbiano raggiunto valutazioni Elo individuali superiori a quella di Williams, nessun’altra giocatrice è tornata a essere la più forte varcata la soglia dei trent’anni.

L’immagine 2 mostra il numero di anni di massima valutazione Elo per una giocatrice e – in presenza di massima valutazione – l’ampiezza del distacco dalla seconda giocatrice più forte in quello stesso anno.

Solo due donne dall’inizio degli anni ’70 sono state per almeno otto anni le giocatrici con massima valutazione Elo, appunto Williams e Graf.

L’orizzonte temporale di Graf si è esteso per 11 anni (dal 1988 al 1999), mentre quello di Williams è durato 13 (dal 2002 al 2015), ma non si è interrotto (alla fine di febbraio 2018, Williams era al primo posto con una valutazione Elo di 2418.5 punti davanti a Victoria Azarenka a 2263.7, n.d.t).

Ancora più impressionante è il fatto che, in media, la differenza tra il massimo di Williams e la sua diretta inseguitrice negli anni in cui è stata la prima giocatrice per valutazione Elo è stata di 80 punti, mentre quella di Graf si è fermata a 60 punti (tra Williams e Azarenka ci sono al momento 155 punti, n.d.t.).

IMMAGINE 2 – Massime valutazioni Elo per anno delle dieci giocatrici con il maggior numero di Slam nell’era Open e differenza con la massima valutazione della seconda migliore giocatrice

Un dominio senza rivali

Quasi incredibile a credersi è la capacità di rendimento assoluto di Williams dopo i trent’anni. In ciascun anno successivo, Williams ha ottenuto la valutazione Elo più alta con un distacco medio sulla seconda migliore di 150 punti. Questo vuol dire che, dopo i trent’anni, Williams è partita da favorita sulla seconda migliore per 3 a 1.

In altre parole, nel suo recente periodo di predominio, Williams non ha avuto rivali. Nessuna giocatrice l’ha mai messa costantemente in difficoltà e solo di rado ha subito importanti sconfitte. Ulteriore prova di come la sua carriera si sia distinta anche tra quella delle più grandi del tennis.

Campionesse del passato come Evert e Graf hanno avuto accesa rivalità rispettivamente da Navratilova e Seles, e sono state costrette ad alzare il livello di gioco. Williams invece ha espresso il massimo in una situazione in cui era la sua sola rivale.

Williams è arrivata a un’età in cui la maggior parte delle giocatrici si è ritirata o ha subito un profondo calo di rendimento: il suo regno continua (con la vittoria degli Australian Open 2017, prima di doversi fermare per la gravidanza, n.d.t.).

Se il dibattito su come valutare la grandezza nel tennis non sembra ancora trovare un approdo condiviso, l’eccellenza dei traguardi raggiunti da Williams non è oggetto di discussione.

Just how great a tennis player is Serena Williams?

Il caso di Schwartzman, di Verdasco e delle partite consecutive contro lo stesso avversario

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 marzo 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Un po’ troppo spesso Fernando Verdasco ha incontrato sul suo cammino Diego Schwartzman negli ultimi giorni. Prima nella finale del torneo 500 sulla terra battuta di Rio De Janeiro, in cui Schwartzman ha vinto in due set. Poi entrambi sono immediatamente partiti per Acapulco – di nuovo un 500 ma questa volta sul cemento – per giocare contro nel primo turno. Verdasco ha perso ancora, raccogliendo solo un game in più.

Un evento raro, meno per Verdasco

La probabilità di uno scenario in cui gli stessi due giocatori si affrontano in finale e subito dopo al primo turno è abbastanza rara, e il cambio di superficie la rende ancora più improbabile.

Da un lato, il circuito non si sposta da un tipo di campo a un altro molto frequentemente e, quando questo accade, i giocatori non seguono spesso lo stesso calendario.

Dall’altro lato, due giocatori che si ritrovano in finale sono solitamente abbastanza forti da ricevere una testa di serie al torneo successivo, rendendo impossibile una partita tra loro al primo turno. Per assistere a due partite di fila come quelle tra Schwartzman e Verdasco c’è bisogno di un allineamento di calendari, e parecchio aiuto dalla sorte.

Come sottolineato da Carl Bialik, non è la prima volta che Verdasco gioca partite di fila a febbraio contro lo stesso avversario, anche se in precedenza sulla medesima superficie.  Gli è capitato nel 2011, perdendo nella finale di San Jose e poi nel primo turno a Memphis da Milos Raonic. Incredibilmente, restringendo la ricerca, il nome di Verdasco compare altre due volte.

Nel 2009, perse da Radek Stepanek nella finale di Brisbane per poi vincere nel primo turno degli Australian Open, il suo torneo successivo (per quello che vale, Stepanek giocò nel frattempo anche a Sydney).

Cinque anni dopo, Verdasco ha vinto il torneo di Houston nel 2014 contro Nicolas Almagro, e i due si sono ritrovati ai sedicesimi di Barcellona, con la vittoria di Almagro (anche in questo caso si trattava di tornei di fila per Verdasco, mentre Almagro era andato a giocare qualche partita anche al Monte Carlo Masters).

Un’occorrenza mai verificatasi

Per tornare alla questione principale, nei cinquant’anni dell’era Open maschile qualsiasi cosa è praticamente successa almeno una volta. Ma questa precisa occorrenza – due giocatori che giocano in finale e poi la settimana dopo al primo turno su una superficie diversa – è una novità. Se si allentano però le limitazioni imposte nei parametri, troviamo altri episodi verificatisi in passato.

Dal 1970, ci sono state circa 3750 finali del circuito maggiore. Quasi un terzo delle volte, i due finalisti hanno giocato contro almeno un’altra volta nel corso della stagione.

Di quelle coppie, 197 si sono poi affrontate nel torneo immediatamente successivo e in altre 62 di quelle finali, uno dei giocatori ha giocato contro l’altro nel suo torneo successivo (mentre l’altro ha giocato uno o più tornei nel mezzo, come per Almagro e Stepanek).

Molte delle 197 coppie hanno rigiocato la settimana dopo, anche se è stato più comune che ci fosse una settimana di distanza tra le due partite.

Delle 197 coppie di finalisti, 25 sono state sorteggiate nel tabellone del torneo successivo a partire dai trentaduesimi o dai turni precedenti, anche se non si è trattato di sole partite di primo turno (come per Andy Murray e Philipp Kohlschreiber nel 2015 che, dopo aver giocato la finale del torneo di Monaco di Baviera, hanno rigiocato nel primo turno di Murray al Madrid Masters la settimana successiva, ma non in quello di Kohlschreiber, visto che Murray aveva avuto un bye).

Il turno più frequente in cui due finalisti hanno giocato di nuovo è un’altra finale, circostanza che si è verificata circa un terzo delle volte.

Utilizzando un criterio diverso, troviamo che circa un quinto delle 197 coppie – 39 giocatori – hanno giocato la seconda partita su una superficie diversa dalla prima. Solo poche volte si è trattato di cemento e terra battuta.

Un numero eccessivamente elevato di queste partite si è giocato negli anni ’70 e nei primi anni ’80, quando il tappeto era una superficie canonica per i tornei del circuito maggiore, tale da comparire in questi risultati nel passaggio da cemento a tappeto o viceversa molto più frequentemente del binomio cemento-terra o terra-cemento.

Per ciascuna coppia di superfici di quelle 39 partite, solo tre si sono verificate nei trentaduesimi di finale e nessuna nei sessantaquattresimi o nel primo turno di uno Slam.

Apetti in comune

I tre precedenti dello stesso traguardo raggiunto da Schwartzman hanno tra loro diversi aspetti in comune. Come per Schwartzman, il medesimo giocatore ha vinto entrambe le partite, ma per gli altri due la differenza sta nel fatto che in entrambi c’è stata una settimana di pausa tra i due tornei e uno di questi è stato giocato sul tappeto.

Il primo risultato simile è stato messo a segno da Tom Gorman, che ha vinto partite consecutive contro Bob Carmichael nel 1976, dalla finale di Sacramento (sul tappeto) al primo turno a Las Vegas (sul cemento).

Ci sono state poi le due vittorie di Martin Jaite contro Javier Sanchez nel 1989: dopo il trionfo nella finale di San Paolo (sul tappeto), Jaite ha vinto il primo turno contro lo stesso avversario, ma sul cemento.

E infine Fernando Gonzalez, che ha sconfitto Jose Acasuso due volte di fila nel 2002, nella finale di Palermo sulla terra e poi una decina di giorni più tardi nel primo turno a Lione, sul tappeto.

Come Schwartzman e i tre predecessori che più sono andati vicini al suo risultato, la maggior parte dei finalisti è riuscita a difendere la vittoria. Nel caso di cambio di superficie, lo stesso giocatore ha vinto entrambe le partite 26 volte su 39.

Quando le partite si sono giocate sulla stessa superficie, il vincitore del torneo ha vinto anche la partita seguente 101 volte su 158. Non ci è riuscito Yuichi Sugita, nell’occasione più recente: dopo aver battuto Adrian Mannarino conquistando il suo primo torneo sul circuito maggiore l’estate scorsa, ha rigiocato con Mannarino nel secondo turno di Wimbledon, perdendo però la partita.

In un’eccezione con nomi più altisonanti, Andre Agassi ha battuto Petr Korda nella finale di Washington nel 1991, per poi perdere contro Korda nella prima partita la settimana successiva al Canada Masters (non era però la prima partita di Korda, non avendo avuto un bye come Agassi. Ma è stato uno sforzo ricompensato con la finale di quel torneo).

Altri cinquant’anni?

Potremmo dover aspettare cinquant’anni prima che un’identica circostanza come quella di Schwartzman si verifichi di nuovo. Ma se abbassiamo anche di poco le pretese abbiamo subito una nuova accoppiata, quella tra Lucas Pouille e Karen Khachanov, che hanno giocato la finale di Marsiglia in cui ha vinto Khachanov per rigiocare nel secondo turno di Dubai tre giorni dopo, in cui ha prevalso Pouille (che ha poi raggiunto la finale).

A prescindere dallo standard prescelto, c’è un giocatore che vorrebbe aver evitato partite consecutive contro lo stesso avversario: Verdasco.

Trivia: Deja Vu All Over Again

Roger Federer: 20 anni, 20 titoli

di SRF // srf.ch

Pubblicato il 28 gennaio 2018 – Adattamento di Edoardo Salvati

Schweizer Radio und Fernsehen (SRF) – il maggiore emittente pubblico della Svizzera Tedesca – ha deciso di celebrare la vittoria di Federer agli Australian Open 2018 con un lungo profilo che prende spunto dall’analisi numerica di tutte le partite in carriera. Come sempre, il link alla versione originale è in fondo all’articolo. Trattandosi della Svizzera, naturalmente è disponibile anche la traduzione italiana (molto più ricca per grafica e animazioni della presente). Segue quindi un semplice adattamento in linea con lo spirito di diffusione di conoscenza tennistica del blog. Si ringrazia Angelo Zehr di SRF per la gentile concessione.      

1998-2004: L’ASCESA
Duro lavoro e capacità di resistenza

Se la capacità di resistenza seguisse i dettami di una qualche attività sportiva, Roger Federer ne sarebbe un campione. Non ha avuto una partenza fulminante come Rafael Nadal, che a diciannove anni era già campione del Roland Garros, ma non è nemmeno andato a rilento come Andre Agassi, a cui sono serviti dieci anni da professionista prima di diventare numero uno della classifica. Le virtù di Federer non potevano essere più svizzere: capacità di resistenza, umiltà e duro lavoro. Nelle parole di Billie Jean King, leggenda del tennis americano, “I campioni continuano ad allenarsi fino a che non giocano alla perfezione”.  

La carriera di Federer ha avuto un’andatura lenta ma costante. Nei primi anni di professionismo ha stabilmente risalito la china, senza però fare grandi salti in avanti. Forte di doti come eleganza e fiducia, sembrava per lui solo una questione di tempo. A differenza di molti suoi avversari con prestazioni altalenanti e salite e discese in classifica, Federer si è mosso seguendo una sola direzione e diventando il numero uno del mondo per la prima volta a ventidue anni.

IMMAGINE 1 – Percorso alla vetta della classifica mondiale dei Fantastici Quattro e di altri giocatori tra i più rappresentativi di ogni epoca

Il percorso verso la gloria del tennis attraversa annualmente i quattro tornei dello Slam, i più importanti del circuito, nei quali Federer, da giovane, non riesce a essere efficace come negli altri tornei, in cui invece ottiene buoni risultati. Due sconfitte nei quarti di finale a Parigi e a Wimbledon nel 2001, seguite da altre sette sconfitte. I detrattori iniziano a parlare di “blocco”, qualcuno sostenendo pure che non sarebbe mai riuscito a vincere uno Slam.

Ma poi arriva il 2003. Federer ha quasi ventidue anni ed è alla quinta partecipazione a Wimbledon. E qui le cose vanno diversamente: vince il torneo perdendo un solo set. Da un momento all’altro è in grado di mettere al tappeto giocatori di potenza come Andy Roddick. E pur avendo già mostrato un livello di tennis molto alto, la vittoria lo alleggerisce di quella pesante pressione mentale da cui sembrava afflitto. In quella memorabile domenica pomeriggio, le lacrime gli bagnano le guance mentre solleva la coppa al cielo.

2004-2010: L’IMBATTIBILITÀ
I cinque anni di tennis più incredibili di sempre

Federer non si ferma certamente alla vittoria di Wimbledon 2003: il 2004 è una delle sue stagioni più impressionanti. Gioca 74 partite e ne perde solo sei, vincendo undici tornei su diciassette, tra cui tre Slam. Il primato in classifica è inattaccabile.

La striscia vincente continua anche nei due anni successivi, in cui vince il 95% delle partite e domina incontrastato. Solo John McEnroe nel 1984 era riuscito a vincere più partite di Federer nella stessa stagione.

Ha raggiunto una maggiore maturità tattica e lavora meticolosamente sugli spostamenti in campo e sulla condizione fisica. È uno tra i primi professionisti a farsi seguire da un fisioterapista personale, che diventa parte integrante del suo staff, accompagnandolo in qualsiasi trasferta. 

Rispetto e correttezza

Uno dopo l’altro, tutti i record cadono per mano di Federer. Anche nei commenti degli addetti ai lavori, è diventato il re indiscusso del tennis. I successi sul campo però non alterano la sua natura di persona umile. Spesso nelle interviste è critico del gioco espresso e dei punti deboli su cui deve migliorare. Allo stesso tempo, mostra empatia per gli avversari e riceve elogi per la correttezza durante le partite. Una delle sue massime più conosciute recita: “Gioca rispettando l’avversario, vinci con grazia”.

Per la quindicesima volta consecutiva, nel 2017 Federer vince il sondaggio promosso dall’ATP che elegge il giocatore di tennis più amato dai tifosi. Allo stesso modo, vince ripetutamente lo Stefan Edberg Sportsmanship Award, conferito dai colleghi al giocatore più corretto del circuito: anche i più accaniti rivali votano per lui.

Sin dall’inizio, uno dei punti di forza di Federer è il servizio. Lo dimostrano anche i numeri: dei Fantastici QuattroNovak Djokovic, Andy Murray, Nadal e Federer – è lui a possedere, con ampio margine, il servizio più affidabile, con una percentuale di punti vinti che arriva a superare anche il 70%, con in media un ace ogni dieci servizi. 

IMMAGINE 2 – Andamento della percentuale di servizi vinti in carriera

Il tratto distintivo del servizio di Federer, che lo rende unico nel panorama attuale, non è però la velocità, ma l’incredibile varietà. Con un lancio di pallina sempre identico, gli avversari faticano a leggere la traiettoria del servizio. Se si aggiunge il suo istinto da killer, si capisce perché sia solamente il terzo giocatore nella storia ad aver servito più di dieci mila ace.

Il rivale storico

Nel periodo tra il 2004 e il 2008, Federer vince quasi tutti i tornei a cui prende parte. Quando esce sconfitto, è quasi sempre per mano del suo rivale storico Nadal, che già nel 2005 arriva alla seconda posizione della classifica per rimanerci 160 settimane (più di tre anni) alle spalle di Federer.

IMMAGINE 3 – Periodo trascorso in testa alla classifica da alcuni dei giocatori che sono diventati numero 1 del mondo

Federer e Nadal dominano letteralmente il tennis. Federer vince quattro Australian Open, cinque US Open e cinque Wimbledon. Nadal a sua volta è inarrestabile sulla terra battuta, vincendo quattro volte di fila il Roland Garros. Durante questo periodo giocano contro 16 volte, di cui 13 in finale.

IMMAGINE 4 – Riepilogo degli scontri diretti con Nadal

Nessun altro giocatore ha sconfitto Federer tante volte quante Nadal (a eccezione di Djokovic, anche lui con 23 vittorie, n.d.t.). Il diritto mancino di Nadal sulla terra battuta mette spesso in crisi Federer. Nadal è in realtà un destrimane, ma lo zio e allenatore Toni Nadal lo ha forzato a giocare con la sinistra e i risultati gli hanno dato ragione. Nadal sfrutta la debolezza sul rovescio di Federer, il suo colpo meno efficace, giocando dritti incrociati carichi di rotazione che atterranno sulla linea di fondo.

La sconfitta più amara

Federer ha sempre privilegiato le superfici veloci, l’erba fra tutte. Nel 2008 arriva in finale a Wimbledon sulla striscia di quaranta partite consecutive vinte. L’avversario è, ancora una volta, Nadal. Si sente fiducioso ed è considerato il favorito. Personalità da ogni parte del mondo sono sedute in tribuna, tra cui il principe Felipe e la principessa Letizia arrivati dalla Spagna. Nadal sorprende presenti e spettatori portandosi avanti per due set a zero. Federer appare molto nervoso. Nel terzo set la pioggia ferma i giocatori sul punteggio di 5-4. Alla ripresa, Federer sembra aver cambiato marcia, e con un gioco più offensivo chiude il terzo set e vince anche il quarto. Dopo un’altra interruzione, inizia il quinto set, nel crepuscolo di Londra.   

A questo punto chi si chiede se ci sia abbastanza luce per terminare la partita, ma a punteggio inoltrato nel quinto set si continua a giocare. Tutti vogliono sapere come va a finire questo thriller sportivo. Nonostante la cattiva illuminazione, con cui Federer sembra avere più problemi, la partita va avanti e termina dopo 4 ore e 48 minuti con la vittoria di Nadal per 9-7. L’incantesimo si spezza, Federer torna a perdere una partita sull’erba.

Nella bacheca dei trofei Slam di Federer ne manca ancora uno, il Roland Garros, dove è arrivato in finale per tre volte e per tre volte è stato battuto da Nadal. Per Federer è una spina nel fianco, visto che è chiaramente il secondo miglior giocatore sulla terra della sua epoca. Se non ci fosse stato Nadal, avrebbe già probabilmente vinto il torneo, ma è costretto ad aspettare. L’occasione arriva finalmente nel 2009 quando Nadal, che non aveva mai perso una partita a Parigi e avrebbe vinto quelle giocate nei successivi cinque anni, viene clamorosamente sconfitto agli ottavi di finale da Robin Soderling, lo svedese numero 25 della classifica. Federer mostra la sua bravura anche su questa superficie. In finale non lascia alcuna possibilità a Soderling, battendolo in tre set. Completa così la collezione di Slam con l’unico titolo che ancora gli mancava.

2010-2016: IL DECLINO
Federer deve ammettere la sconfitta

Testimone della sua stretta d’acciaio sul mondo tennis, il pubblico si era abituato alle continue vittorie di Federer. Solo Nadal sembrava in grado di batterlo. Ma poi arriva il 2010.

Ai vertici della classifica si presenta un giovane serbo, Djokovic. Per la prima volta in sei anni, Federer scende al terzo posto, ed è Nadal ad aggiudicarsi tre Slam. L’anno successivo, è Djokovic a non avere rivali. Contemporaneamente, Murray conquista la quarta posizione dando evidenza del suo talento. Negli anni a seguire i Fantastici Quattro si giocano il primo posto mondiale. La loro rivalità regala al tennis ulteriori emozioni, rendendolo meno prevedibile. Anche Federer è di questa opinione. 

Se Nadal è uno specialista della terra, Djokovic si dimostra un giocatore versatile, dalla tecnica sopraffina, dotato di grande velocità e agilità.

IMMAGINE 5 – Riepilogo degli scontri diretti con Djokovic

Di un anno più giovane di Nadal, Djokovic alza il livello della competizione, vincendo oltre il 90% delle partite giocate. Dopo diversi anni, nel 2011 per la prima volta Federer termina la stagione senza aver vinto uno Slam. 

Tra il 2000 e il 2015, Federer ha giocato oltre 1200 partite (circa 80 all’anno), una costanza di prestazione difficile da eguagliare. Avendo perso solo il 18% di tutte le partite giocate in carriera, Federer si distingue per efficacia di risultato, ma anche per resistenza: a oggi, ha giocato 1389 partite senza mai ritirarsi.

IMMAGINE 6 – Percentuale di partite vinte sul totale delle partite giocate per quei giocatori con più di 100 partite e con percentuale di vittorie di almeno il 60%

Anche se non tutti i tifosi hanno la stessa opinione in merito, in questi anni Federer ha giocato un tennis sempre ai massimi livelli. Solo l’infortunio al ginocchio per un incidente domestico lo costringe a finire prematuramente la stagione 2016. È il suo infortunio più grave e deve fermarsi sei mesi. Dopo quattordici anni consecutivi, esce dai primi 10. Molti parlano di fine della carriera, altri esprimo congetture su un possibile ritiro.

2017: IL RITORNO
Federer sfida l’età

L’ultimo torneo Slam vinto da Federer risale al 2012 e molti opinionisti ormai non lo considerano più in condizione di vincerne un altro. Federer però la pensa diversamente. Nei sei mesi lontano dal circuito prepara il suo rientro in ogni dettaglio. Cambia racchetta, ne prende una con un piatto corde più grande abbandonando la sua storica, più piccola e pesante. 

Torna al tennis competitivo a gennaio 2017, agli Australian Open. Dopo una pausa così lunga, sono tutti curiosi di vedere come giocherà. L’inizio è positivo e, nonostante vinca più di una volta al quinto set, alla fine prevale anche nella semifinale contro Stanislas Wawrinka. Nei momenti decisivi, il livello è quello degli anni migliori.

IMMAGINE 7 – Rendimento sotto pressione, misurato come capacità di vincere il punto nei momenti che contano (palle break, tiebreak, set decisivo)

Ancora una volta in finale c’è Nadal, a sua volta al rientro da un lungo recupero. Si spartiscono i primi quattro set, e nel set decisivo è Nadal ad andare avanti sul 3-1. Federer a quel punto ritrova l’equilibrio, strappa il servizio a Nadal due volte di fila e vince il quinto set 6-3. 

Allenandosi duramente, Federer riesce a compensare la differenza di età con gli altri giocatori lavorando sul rovescio, il colpo con cui ottiene proprio i punti decisivi nella finale contro Nadal. Affina anche la tenuta mentale. Con un’ottima programmazione in cui rinuncia a giocare alcuni tornei, come quelli sulla terra, concentrandosi sull’erba, vince il suo secondo titolo Slam dell’anno a Wimbledon e corona il rientro con un altro successo.   

Il gioco di Federer diventa ancora più offensivo, appena ne ha occasione cerca di accorciare gli scambi. Nel proseguo della stagione vince sette tornei su dodici e mette a tacere anche le voci più critiche. Anche gli esperti concordano che mai prima d’ora un giocatore di 36 anni aveva giocato a questi livelli di tennis. La domanda più ricorrente è: “come si può essere ancora così in forma a quell’età?”.

IMMAGINE 8 – Numero medio di colpi nello scambio

Uno dei segreti di un rientro così vincente è la gestione del tempo trascorso in campo. Se in media un giocatore impiega 148 minuti per vincere una partita Slam (in cui si gioca al meglio dei cinque set), a Federer ne bastano solo 123. A confronto, Djokovic e Murray sono molto vicini alla media, Nadal è appena oltre.

IMMAGINE 9 – Durata media di una partita vinta negli Slam

Ci sono fattori ancora più decisivi della ridotta durata delle partite. Il posizionamento di Federer gli consente di rispondere con velocità e anticipo. Inoltre è considerato un giocatore elegante, che privilegia grazia a muscolosità. Il suo stile di gioco si avvicina alla perfezione tecnica, ma richiede un minore dispendio di energie rispetto a quello di altri giocatori. Sono aspetti che vanno a suo favore. 

Non sembra esserci un finale

Se si sommano tutti i punti validi per la classifica ATP guadagnati da un giocatore nel corso della carriera, le statistiche parlano chiaro: Federer è nettamente avanti a tutti. Sono venti anni che gioca da professionista nel circuito e, vincendo gli Australian Open, il vantaggio su Nadal e Djokovic, i rivali di sempre, aumenta di 2000 punti.

IMMAGINE 10 – Punti classifica accumulati complessivamente da alcuni giocatori in carriera

Federer ha segnato un’intera epoca e la fine della sua carriera non sembra poter comparire all’orizzonte. Grazie a tecnica e resistenza fisica, può vincere ancora tornei importanti. Se continua a trarre divertimento dal giocare a tennis, non c’è ragione di smettere. E dopo ogni stagione, ogni torneo, ogni partita, ogni set, ogni punto che vince, la definizione che meglio lo descrive assume contorni sempre più marcati: Roger Federer, King of the Court.

Note

Il codice e i dati per l’analisi sono disponibili qui.

Per circa il 5% delle partite considerate non sono reperibili statistiche. I calcoli possono quindi differire, in misura ridotta, rispetto a quanto riportato dal sito dell’ATP.

La classificazione storica dei tornei ATP 500/Championship Series e ATP 250/World Series per gli anni 1990 e successivi segue le regole dell’ATP. Per gli anni precedenti, sono stati scelti gli undici tornei con la maggior partecipazione di giocatori con classifica più alta, che sono considerati allo stesso livello degli ATP 500. Per compensare l’assenza di finali e Finali di stagione nel 1968 e 1969, i 25 tornei più importanti sono stati classificati come degli ATP 500. Anche il Pepsi Grand Slam (1976-1981), la WCT Challenge Cup (1976-1980) e le Finali di stagione del WCT (1972,1982) sono stati classificati come degli ATP 500.

Roger Federer: 20 Years, 20 Titles