Tennis

Le belle speranze di Lorenzo Musetti

di Edoardo Salvati – 30 gennaio 2019
Originariamente pubblicato su RivistaContrasti

Le possibilità di futuro successo tra i professionisti del primo italiano a vincere gli Australian Open Juniores 

Difficilmente un torneo del Grande Slam – termine che identifica i quattro eventi più importanti del calendario tennistico – delude le aspettative del giornalismo di settore. Gli Australian Open, appena andati in scena a Melbourne, hanno regalato spunti quasi storici per la narrazione di questo sport. 

Novak Djokovic ha conquistato il settimo titolo, il record dell’era Open per il torneo, battendo con facilità irrisoria Rafael Nadal che, sull’onda di nuovi livelli di efficienza con la prima di servizio, sembrava intoccabile. Per Djokovic sono sette vittorie su altrettante finali ed è il terzo Slam di fila. Dovesse vincere anche il Roland Garros a maggio, sarebbe ancora il detentore contestuale dei quattro Slam, un’impresa già titanica se ottenuta una sola volta (a cavallo tra il 2015 e il 2016). 

In campo femminile, Naomi Osaka ha vinto il secondo Slam, diventando la prima giapponese, uomini inclusi, a fregiarsi del numero 1 del mondo. È inoltre la prima giocatrice a vincere due Slam di fila dal 2015, e la prima dal 2001 a far seguire con un altro Slam la vittoria del primo assoluto (gli US Open 2018).            

Nicolas Mahut e Pierre-Hugues Herbert hanno vinto il doppio maschile, completando il Grande Slam personale, solo la quarta coppia nell’era Open a esserci riuscita. 

Per una volta, anche il tennis italiano ha fatto la sua parte. Lorenzo Musetti è entrato nell’albo d’oro dell’edizione Juniores. Con questa vittoria, l’Italia ha ora almeno un vincitore per ciascuno dei tornei dello Slam di questa categoria, la settima nazione (con Australia, Francia, India, Repubblica Ceca, Svezia e Stati Uniti) a raggiungere il traguardo.  

Musetti ha giocato un torneo impeccabile, gestendo la pressione della testa di serie numero 1 con la solidità di un veterano. Ha sconfitto tre teste di serie, battuto il connazionale Giulio Zeppieri in semifinale e perso il primo e unico set solo in finale contro l’americano Emilio Nava, un avversario con un anno di età in più ed esperienza di tornei Challenger e Futures.   

La finale ha riservato le emozioni di una tipica partita molto equilibrata del circuito maggiore, terminata dopo più di due ore nel lungo tiebreak del terzo e decisivo set, in cui entrambi i giocatori hanno avuto almeno un match point. I numeri di Musetti sono stati di tutto rispetto: il 65% di prime di servizio in campo, con cui ha vinto il 71% dei punti, e il 67% di punti vinti sulla seconda. Con 3 soli punti totali a separare i due giocatori (102 a 99 per Musetti), un migliore rapporto tra vincenti ed errori non forzati ha certamente aiutato. 

Ad appena sedici anni, Musetti sembra possedere tecnica, repertorio e maturità per una carriera tra i professionisti. È già in grado di raggiungere i 207 km/h sulla prima di servizio, e in finale ha mantenuto la stessa media di 185 km/h che Nadal ha mostrato in tutto il torneo. Il 60% di punti vinti a rete in finale è un buon indicatore di familiarità nel gioco di volo che, unito alla maggiore flessibilità tattica offerta dal rovescio a una mano, può rappresentare un elemento di discontinuità. 

L’aver salvato tre palle break di fila nel secondo set dopo aver perso il primo, e annullato il match point dopo averne sprecato uno con un doppio fallo, sono sicuri esempi di affidabilità e tenuta mentale. Con un fisico ben formato che può solo rafforzare, un aspetto del gioco che dovrà necessariamente migliorare è la risposta. Il 28% di punti vinti alla risposta in finale non è infatti sufficiente a raggiungere e sostenere una classifica da primi 50 del mondo, dove già percentuali intorno al 36% sono considerate mediocri, compensate in parte solo possedendo un grande servizio.   

Quanto la vittoria di uno Slam Juniores è indizio di possibile futuro successo?

Tranne rare eccezioni, è complicato rispondere, perché significa prevedere il percorso di sviluppo e crescita del singolo giocatore, anche in riferimento al contesto competitivo che troverà nel professionismo. 

Dall’avvio dell’era Open nel 1968, solo 11 vincitori di uno o più Slam Juniores sono riusciti poi a conquistare almeno uno Slam, tra tutti Roger Federer, che ha vinto Wimbledon nel 1998 e la prima volta da professionista nel 2003. L’ultimo in ordine di tempo è Marin Cilic, che ha vinto il Roland Garros Juniores nel 2005 e gli US Open nel 2014. 

A fronte di diversi nomi tra i grandi di sempre – Bjorn Borg, John McEnroe, Ivan Lendl, Stefan Edberg – ci sono stati vincitori di Slam Juniores estremamente promettenti che non hanno saputo replicare risultati degni di nota nel circuito maggiore, scomparendo negli interstizi della notorietà. Chi infatti ricorda Mark Kratzmann (classifica massima al numero 50) vincitore di 4 Slam Juniores, o Nicolas Pereira (74) e Daniel Elsner (92) vincitori di 3 Slam Juniores? Altri ancora hanno avuto un’invidiabile carriera senza però l’acuto di uno Slam, come ad esempio Guillermo Perez Roldan, Gael Monfils, Richard Gasquet e Grigor Dimitrov.  

L’esiguo numero di doppi vincitori Slam, soprattutto in anni più recenti, può essere ricondotto ad alcune cause principali. Da un lato, l’età dei giocatori di vertice è aumentata considerevolmente, in modo particolare per gli uomini. Essere competitivi a diciotto anni probabilmente è segno del fatto che lo si sarà anche a venti, ma dice molto poco o nulla di come si potrà esserlo intorno ai trenta, cioè l’età media stimata di un vincitore Slam per 27 delle ultime edizioni di Wimbledon.

Dall’altro lato, i giocatori più forti passano presto al professionismo. È il caso di Alexander Zverev, il cui ultimo Slam Juniores è stata la vittoria degli Australian Open 2014 a sedici anni. Fosse rimasto fino a diciotto, l’età massima per gli Juniores, avrebbe potuto vincerne altri e aumentare la probabilità di trovarsi in entrambe le categorie. Ancora più estremo è l’esempio di Nadal e Djokovic, che non hanno mai vinto uno Slam Juniores. 

Infine, gran parte della spiegazione è quasi un’ovvietà: dal 2003, l’87% degli Slam è stato vinto solo da quattro giocatori. In un periodo “normale”, è facile pensare che i vari Tsonga, Monfils, Gasquet avrebbero potuto vincere almeno uno Slam.    

Cosa può dire la vittoria di uno Slam Juniores in termini di possibilità di ascesa al vertice della classifica mondiale?

Degli altri tre italiani campioni Slam Juniores, Musetti vorrà emulare Andrea Gaudenzi, che si è issato fino alla posizione numero 18. Diego Nargiso non è andato oltre la 67 e Gianluigi Quinzi al momento si è fermato a quota 146. 

Il sito tennisproguru.com ha raccolto tutti i vincitori Slam Juniores nel periodo 1997-2016 per valutare la possibilità reale d’ingresso tra i primi 100 o i primi 10, fino al numero 1. 

Musetti può guardare a questi risultati con fiducia. Il 60% dei vincitori di uno Slam Juniores è entrato nei primi 100 e circa il 23% è entrato nei i primi 10. Vincendone almeno un altro, la percentuale sale, rispettivamente, a circa il 78% e al 44%.  

Non c’è motivo di dubitare che Musetti abbia le caratteristiche per rientrare nel 60% o, ancora meglio, nel 78% (vista anche la finale agli US Open Juniores 2018). I primi 10 richiedono un salto qualitativo dipendente da troppe variabili perché sia più di una speranza. Per il numero 1, la probabilità è di poco superiore al 4%. Neanche Federer immaginava mai di arrivare lassù.

Le belle speranze di Lorenzo Musetti

Roger Federer è cresciuto anche così

di Edoardo Salvati – 27 ottobre 2015
Originariamente pubblicato su IlTennisItaliano

Il campione svizzero è a Basilea, la città in cui è nato, per l’annuale appuntamento con lo Swiss Indoors. Una crescita lunga sedici anni vista attraverso il lavoro della Fondazione che prende il suo nome. Obiettivo? Aiutare un milione di bambini entro il 2018.

Nell’imminenza del torneo di casa, non è semplice raccontare di Roger Federer senza cadere in ripetizione. Si è già detto tutto dei trionfi, dei record, dei riconoscimenti, della fama planetaria conferita esclusivamente a quei campioni che trascendono il proprio sport diventandone, nell’immaginario collettivo, la definizione stessa. Così come Michael Jordan è il basket, Roger Federer è il tennis.

Tutto si è detto anche della perfezione cinetica dei suoi colpi. Ormai celebre è a questo riguardo l’articolo di David Foster Wallace sul New York Times – lo si potrebbe definire un lascito, visto il suicidio dello scrittore a poca distanza di tempo – che attribuisce all’esperienza di spettatore della finale di Wimbledon 2006 (vinta da Federer su Rafael Nadal) un’estasi di natura quasi religiosa.

Esiste però un ambito della vita di Federer – di una personalità pubblica per cui ogni cosa è misurata in milioni, di premi, di followers, di voci su Google, di scatti fotografici – che riceve inevitabilmente meno enfasi, ma che considera un elemento fondamentale della sua condotta esterna al mondo del tennis: il lavoro della Fondazione che prende il suo nome.

Il particolare inquadramento giuridico di questi enti può indurre a pensare che, anche per un atleta, la fondazione sia uno strumento di ottimizzazione fiscale. Per quanto il regime impositivo della Svizzera sia già indulgente rispetto a quello di altri paesi, i numeri che emergono dal bilancio della Fondazione Roger Federer non sono paragonabili al patrimonio di uno sportivo da anni tra i più pagati nelle classifiche di Forbes (nel 2015, unico tennista fra i primi dieci).

In realtà, le fondazioni forniscono un importante contributo alla riduzione dell’iniquità economica e di opportunità che separa il nord e il sud del mondo, intesi non solo come luoghi geografici ma anche come modelli di confronto tra sviluppo e arretratezza. L’esempio più conosciuto è quello della Fondazione Bill e Melissa Gates, i cui progetti educativi, sanitari e di lotta alla povertà sono supportati da una dotazione complessiva di 43 miliardi di dollari, che ne fanno la più grande fondazione privata esistente.

Seppure su scala molto più ridotta, anche la Fondazione Roger Federer finanzia progetti di educazione. Lo fa concentrandosi sui bambini, dall’età infantile fino ai 12 anni, principalmente nei paesi di lingua inglese del sud dell’Africa: due aspetti del resto molto cari a Federer, lui stesso padre di quattro bambini e con madre di origini sudafricane. Lo fa dando supporto ai centri educativi di prima infanzia, prescolari ed elementari le cui carenze strutturali non consentono un percorso scolastico completo ed efficace, necessario allo sviluppo delle capacità individuali che la Fondazione cerca di massimizzare. Lo fa coinvolgendo partner locali in iniziative di lungo periodo che prevedano una responsabilizzazione diretta di tutti gli attori, in modo che l’intervento non si limiti a una sterile fornitura di materiale ma crei un cambiamento di sistema virtuoso e sostenibile.
Soprattutto, lo fa con l’intento di regalare prospettive migliori alla generazione che dovrebbe essere il futuro, ma che molto spesso non ha un futuro. La visione della Fondazione prende spunto proprio dalle parole di una studentessa di Port Elizabeth, nel Sudafrica, in occasione della visita di Federer: “I am tomorrow’s future”. E i risultati arrivano. In otto anni di operatività, la Fondazione ha aiutato 285 mila bambini, cui se ne sono aggiunti altri 215 mila nel corso del 2015 grazie a 15 progetti attivi in sette paesi (compresa la Svizzera).

In qualità di Presidente, Federer è direttamente impegnato nella Fondazione, insieme al team che lo ha sempre affiancato anche nella carriera tennistica: i genitori, la moglie, l’agente. Sul sito si descrive con un gioco di parole in inglese: “It’s nice to be important, but it’s more important to be nice”, forse a sottolineare un’etica basata sul rispetto altrui di implicita derivazione calvinista.
Senza volerne idealizzare la figura, è encomiabile la volontà di uno sportivo della dimensione di Federer di visitare – nonostante la ferrea routine di allenamenti, partite, eventi promozionali, interviste, spostamenti per 100 mila chilometri in dodici mesi di tennis continuo – paesi così distanti dall’ambiente ovattato degli hotel a cinque stelle, del lusso, della ricchezza. Non stupisce nemmeno vederlo a suo agio in compagnia dei bambini del Malawi, che ha visitato per la prima volta a luglio poco dopo la finale di Wimbledon (magari anche per dimenticare la delusione della sconfitta): cantare e ballare, preparare e servire i pasti, assistere alle lezioni, farsi scompigliare i capelli da mani ignare e curiose. Perché la sua spontaneità alla presenza di bambini è nota dai molteplici eventi di beneficenza organizzati dall’ATP o in concomitanza degli Slam, come l’Arthur Ashe Kid’s day agli US Open di New York. Ma, ora che sono più grandi, anche con le figlie gemelle, che ha teneramente abbracciato davanti alle telecamere dopo la vittoria nel torneo di Cincinnati ad agosto.

La crescita della Fondazione Roger Federer non sarebbe stata altrettanto solida se non fosse evidentemente coincisa con la maturazione di Federer come persona, passato dagli esordi di ragazzo talentuoso ma fragile e temperamentale ad archetipo di correttezza sportiva, stoicismo, eleganza.
Ha accolto la pressione di numero uno prima e di ambasciatore del tennis poi mostrando sul campo magie d’ispirazione ultraterrena e, sotto altri riflettori, la consapevolezza di sapersi confrontare con Trionfo e Rovina e trattare allo stesso modo questi due Impostori, come esorta la citazione di Kipling che mille volte deve aver letto all’ingresso del centrale di Wimbledon. È diventato uomo completo, marito e padre premuroso, riferimento per chi ne ammira la classe e gioisce senza invidia del suo successo. Mancherà la naturalezza dei suoi gesti quando si ritirerà dal tennis, gesti che sembrano appartenere più a un’epoca da sfogliare in bianco e nero. Fortunatamente, il suo ritiro è un pensiero molto lontano. Nel consueto incontro con i giornalisti all’inizio del torneo, Federer ha riflettuto sul tempo trascorso dalla prima partecipazione del 1998 (in cui perse subito da Agassi; il video del match è disponibile su Youtube per chi volesse apprezzarne la giovinezza), sulla gestione delle aspettative che il pubblico di casa ripone su un beniamino che ha dovuto inevitabilmente condividere con i fan di tutto il mondo perché diventato patrimonio universale, sulla capacità di adattare il proprio gioco migliorandolo con l’età – come succede per il vino delle annate storiche – sul desiderio di continuare senza porre una data di scadenza.

La Fondazione Roger Federer ha un obiettivo dichiarato: aiutare, entro il 2018, un milione di bambini a godere di una migliore formazione scolastica. Vista la longevità di un 34enne ancora all’apice del suo entusiasmo per lo sport che lo ha reso icona, non sembra un traguardo irraggiungibile: sarà sicuramente un altro, tra quelli nella vita del campione svizzero, da misurare in milioni.

Roger Federer è cresciuto anche così

La creazione di Eva

di Edoardo Salvati – 21 settembre 2015
Originariamente pubblicato su RivistaUndici

La prima donna ad aver arbitrato una finale maschile degli US Open. Il tennis ha una nuova stella?

L’Arthur Ashe Stadium nel distretto del Queens a New York è il più grande stadio di tennis del mondo. Inondato dai riflettori della copertura mobile – il cui completamento è previsto per il prossimo anno – non è certamente il luogo ideale per l’osservazione astronomica. I circa 23 mila spettatori della finale di singolare maschile degli US Open 2015 devono comunque aver assistito alla nascita di una nuova costellazione, formata da tre stelle solo apparentemente vicine tra loro. Due erano già note come tra le più splendenti del firmamento tennistico di sempre: Roger Federer e Novak Djokovic. La terza, Eva Asderaki-Moore, l’arbitro della partita, è esplosa quella sera, quasi nel bisogno di arginare l’entropia generata – sul campo – da una continua violazione delle leggi della fisica con la superiore eleganza del genere femminile.

Il tennis è uno sport basato sul rispetto dell’avversario, nella concretezza di gesti che vanno oltre la teorizzazione in regole comune a tutte le discipline: scusarsi per aver tratto beneficio da un tocco favorevole del nastro o per aver sbagliato il lancio durante il servizio; evitare qualsiasi comportamento che infastidisca la concentrazione altrui; congratularsi per un colpo considerato di particolare bravura. Non tutti i tennisti hanno posseduto in passato una tale rettitudine e alcuni hanno anzi utilizzato il contesto di fair play di una partita per acquisire un vantaggio psicologico determinante. L’esempio più famoso e reiterato è quello di John McEnroe, capace anche di farsi espellere per proteste durante gli Australian Open del 1990. Ma, generalmente, è uno sport corretto e se non fosse perché nella versione moderna il risultato è molto spesso solo una questione di millimetri, la figura dell’arbitro, o giudice di sedia (e dei suoi collaboratori, i giudici di linea), sarebbe di puro contorno.

Così non è stato però durante l’atto conclusivo della stagione del Grande Slam, cioè dei quattro tornei più importanti nel tennis. Nonostante l’assenza di situazioni controverse, Eva ha esercitato il suo ruolo di autorità ultima con la stessa influenza di un direttore d’orchestra il cui primo e secondo violino hanno raccolto, nel corso della loro carriera, 27 titoli dello Slam (record per qualsiasi finale della storia) e premi per complessivi 180 milioni di dollari. Due giocatori, quindi, dal peso specifico di un certo rilievo. La prontezza e la correttezza delle sue chiamate, alcune avvenute anche in circostanze di punteggio “caldo” e confermate dal sistema di moviola istantanea Hawk-Eye, hanno suscitato il frenetico responso del pianeta Twitter, con esortazioni ad assegnare a lei il titolo di miglior giocatore dell’incontro, vinto poi da Djokovic in 4 set. La sua voce ferma ha tenuto a bada un pubblico dichiaratamente schierato, notoriamente rumoroso e apertamente incurante dell’etichetta tennistica, senza mai perdere la compostezza e lo stile definiti da un volto simmetrico e pulito, due profondi occhi azzurri di indubbia visione straordinaria e una lunga coda di capelli biondi sempre in perfetto ordine.

Il semplice braccio alzato di Eva è bastato a far calare il silenzio totale che i tennisti esigono prima di iniziare qualsiasi scambio. Guardando in diretta la partita, ha impressionato la sua volontà di interpretare la funzione di giudice di sedia in modo attivo, senza però peccare di protagonismo come a volte succede ad alcuni colleghi uomini. Sebbene difficilmente una singola decisione arbitrale nel tennis – a differenza del calcio – sia in grado di alterare il risultato finale, il palcoscenico più mediatico che lo sport conosca e la presenza di mostri sacri a contendersi il titolo rappresentavano una combinazione moltiplicatoria del rapporto tra chiamata sbagliata e conseguenza dannosa, tale da rendere la conseguenza più dannosa di quanto in realtà potesse essere.
Nonostante questo rischio, Eva non ha esitato a fare chiamate secondo il suo giudizio, invertendo la tendenza diffusasi recentemente a rifugiarsi nell’ausilio della tecnologia come decisore finale nell’assegnazione di un determinato punto. E, superfluo a dirsi, manifestando un equilibrio interiore che a soli 33 anni non è scontato possedere.

Quello degli arbitri di tennis è un gruppo sul quale si trovano poche informazioni. L’esposizione televisiva legata all’aumento di popolarità con le imprese di Federer, Djokovic, Rafael Nadal, Andy Murray, Stanislas Wawrinka, ha permesso agli appassionati di riconoscere i giudici di sedia prima che il nome appaia sullo schermo. Nessuno di loro però ha, ad esempio, una pagina Wikipedia dedicata. Come conferma Jeff Sackmann, statistico di tennis, non è nemmeno possibile sapere il record di vittorie/sconfitte di ciascun arbitro rispetto ai tennisti le cui partite ha arbitrato.

Eva è di origine greca e probabilmente rappresenta la massima espressione del tennis ellenico, considerando che il primo giocatore e la prima giocatrice sono rispettivamente 698 e 185 nelle classifiche ATP e WTA. Prima di iniziare la carriera di arbitro, è stata una buona giocatrice junior. Nel 1997, il suo club organizza un torneo internazionale e la chiama come giudice di linea. Un seminario della Federazione Greca le fa capire che quella è la sua strada e, appena ventenne, diventa arbitro internazionale, avendo acquisito sicurezza anche nel tennis dilettantistico, in cui non si è supportati dai giudici di linea. Il suo primo torneo WTA è del 2001 e nel 2005 ha già ottenuto il Gold Badge, la qualifica di più alto livello assegnata dalla Federazione Internazionale agli arbitri che poi presiedono le partite dei tornei dello Slam e del circuito professionistico maschile e femminile. Solamente sei donne al mondo in attività sono Gold Badge, a testimonianza di un’élite ristretta e cautamente selezionata.

Eva arbitra diverse semifinali degli Slam fino ad arrivare alla finale femminile degli US Open 2011, le finali WTA 2011, il torneo olimpico del 2012 e la finale femminile di Wimbledon 2013. Naturalmente, la sua crescita incontra passaggi in cui la tensione nervosa è messa a dura prova. Proprio nella finale femminile degli US Open 2011, è lei a penalizzare Serena Williams per aver disturbato verbalmente l’avversaria durante uno scambio. Nei successivi due cambi di campo, la Williams, che perderà quel match, scarica la sua frustrazione definendola ‘brutta dentro’ e intimandole di ‘non provare nemmeno a guardarla’. Agli Australian Open del 2014, Eva penalizza Nadal per aver utilizzato troppo tempo per la ripresa del gioco tra un punto e l’altro, abitudine dello spagnolo praticamente mai sanzionata: per Eva la necessità di garantire un arbitraggio imparziale prescinde dall’importanza dei giocatori.

Con una prestazione impeccabile nella notte di New York, Eva si guadagna l’onore di essere la prima donna di sempre ad aver arbitrato una finale maschile degli US Open, un riconoscimento per il quale non si fa nemmeno intervistare, perché per lei parla il suo operato.

Forse è arrivato il momento di dare un nome alla costellazione di cui fa parte.

La creazione di Eva