Il più grande archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico. Parte di Tennis Abstract

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Pubblicato il 5 settembre 2019 su Rivista Contrasti

// L’ultima pagina della versione cartacea di The Economist, il prestigioso settimanale britannico, è dedicata alla rubrica “Obituary”, che ricorda la vita di personaggi illustri recentemente scomparsi. Il coinvolgimento emotivo della scrittura e aneddoti che sembrano spesso rivelare una conoscenza diretta ne fanno l’elegia laica che si vorrebbe ricevere per l’addio finale.

Marcel Hirscher non è morto. Dalle immagini della conferenza stampa in cui ha annunciato il ritiro dallo sci professionistico è anzi ancora in perfetta forma fisica. Una semplice maglietta bianca e dei jeans aderenti danno risalto all’asciutta muscolatura che lo ha accompagnato dal debutto nel circuito maggiore. Ma quando un atleta così dominante decide di smettere, non si affollano pensieri nella mente che richiamano le sensazioni di un lutto?

Non si potrà più vederlo eccellere nei gesti ritmati con cui ha innalzato il suo sport a forma d’arte. Né si potrà più compiacersi — o rassegnarsi — della consapevolezza che in quel preciso giorno, istante, gara o partita non ce n’è per nessuno, non esiste essere umano in grado di strappare una vittoria assicurata, perché troppa è la differenza in gioco. Non si potranno più avere le palpitazioni del tifo quando, come spesso accade nello sci, i millesimi che separano il primo dal secondo non sono osservabili a occhio nudo e bisogna aspettare il responso del cronometro. E la memoria inizierà a rivivere minuziosamente i trionfi passati per mantenere accesa la fiamma della passione.      

Se non luttuosa, quella del ritiro di Hirscher è comunque una notizia decisamente negativa per tutto il movimento. Viene meno un catalizzatore e moltiplicatore d’attenzione, una fonte di indotto economico per la moltitudine di portatori d’interesse, organizzatori, emittenti televisive, sponsor, albergatori e operatori vari. Ma viene anche meno un riferimento per gli altri sciatori che, se da un lato vedono aumentare la probabilità di vittoria quantomeno nelle discipline tecniche e nella coppa di Generale, perdono contestualmente una forte motivazione a superarsi per riuscire a batterlo. È praticamente unanime il giudizio dei colleghi nel considerarlo il più grande di sempre. Contrasti si è già soffermata sui numeri del dominio di Hirscher, e quando il tuo nome è associato a 8 coppe di Generale di fila, 12 di specialità, 67 vittorie, 138 podi, 2 medaglie d’oro alle Olimpiadi e 7 ai Mondiali, c’è poco da aggiungere.

Il semplice conteggio dei totali però nasconde la profondità della supremazia di Hirscher. Jeff Sackmann, analista sportivo, ha sviluppato per Game Theory (il blog di The Economist) un sistema di valutazione della bravura di uno sciatore in un qualsiasi momento della carriera, chiamato Ski-lo in omaggio al metodo Elo originariamente usato per classificare i giocatori di scacchi. Ski-lo si basa sui risultati di tutte le gare professionistiche di sci alpino dal 1967 ed è in grado di misurare la prestazione di ogni sciatore in ogni gara, sulla base del piazzamento e della qualità degli avversari. Il risultato è una stima del livello dello sciatore prima e dopo ogni gara. 

Hirscher è, senza discussioni, il Gigantista più forte della storia. La sua massima valutazione di 3528 è di quasi 400 punti superiore a quella di Ted Ligety, il rivale più diretto. Un divario così sostanziale significa che, in un testa a testa, la probabilità di vittoria di Hirscher è del 90%.

Nello Speciale, è dietro solo ad Alberto Tomba di 329 punti che si traducono in una probabilità di vittoria del 13% in un testa a testa contro lo Slalomista moderno per definizione. Tuttavia, la media delle valutazioni Ski-lo di entrambi in carriera è sostanzialmente identica, a sottolineare che Hirscher ha continuato a mostrare capacità tecniche di altissima fattura.

Non bisogna lasciarsi sorprendere dal momento in cui arriva questa decisione. Hirscher ha disputato 12 stagioni di Coppa del Mondo e abbandona a 30 anni. In media, per i vincitori di almeno una coppa di Generale dal 1967 le stagioni sono 13, e il ritiro è a 32 anni. Se invece si considera la mediana, almeno la metà di quegli sciatori è rimasta in attività per 12 stagioni, esattamente quelle di Hirscher, smettendo a 33 anni. Altri tre anni gli avrebbero probabilmente concesso l’opportunità di conquistare l’oro in Speciale alle prossime Olimpiadi, ma la prospettiva del prezzo da pagare ha evidentemente funzionato da deterrente.

Nemmeno deve stupire quanto normale sia questa decisione. Cosa ci si può aspettare da uno sciatore che ha vinto tutto, dominato a lungo come nessun altro e contribuito a elevare lo status dello sci a sport planetario? Il matrimonio, la paternità e la voglia di sottrarsi finalmente al regime mentale che serve per diventare il numero 1 sono la naturale evoluzione di una carriera di lusso, il desiderio di ritorno al nuovo mondo della vita di tutti i giorni, delle esperienze ancora da fare che prima erano vietate. Hirscher ha sintetizzato così il concetto: “Ormai mi conoscete. O do il 150%, o niente. Ho avuto soddisfazioni enormi in carriera, la fortuna mi ha aiutato a stare lontano da guai fisici seri e ho iniziato a realizzare che non sono più disposto ai sacrifici necessari per essere costantemente al vertice. E poi volevo lasciare da campione, e sento che è meglio farlo ora.”    

Questo è il secondo ritiro di un colosso dello sci alpino a poca distanza. A febbraio infatti era stata la volta di Lindsey Vonn, probabilmente la più grande specialista di ogni epoca e solo una delle sei sciatrici con vittorie in tutte le discipline. La ricerca di atleti che diano nuovo lustro all’immagine dello sci è aperta. Se in campo femminile l’esplosione di Mikaela Shiffrin è garanzia di una polarizzazione di lungo termine, tra gli uomini non sembra ancora esserci una figura in grado di spiccare sulle altre. Nessuno sciatore in attività ha mai vinto la coppa di Generale. Dopo la fine dell’era Hirscher, l’occasione è imperdibile. ◼︎

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