Perdere di proposito: un modello

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 20 giugno 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

C’è una semplice logica che spinge a giocare deliberatamente senza il massimo impegno o perdere volutamente gli scambi in una o più fasi della partita. Se si è indietro nel punteggio già dall’inizio del primo set, si può pensare di rilassarsi fino alla sua conclusione. Probabilmente sarebbe stato un set perso in ogni caso e aver alzato il piede dall’acceleratore per qualche game può concedere riposo fisico e mentale utile nel proseguo della partita. 

Alla fine di questo articolo, avremo idee più chiare su quanto deve essere preziosa quella riserva addizionale di energia da giustificare una strategia in cui si perdono punti appositamente. Prima di arrivarci però, serve fare qualche altro passaggio. 

Lo scenario

Facciamo degli esempi con numeri concreti. Prendete due giocatori dello stesso livello, ciascuno in grado di vincere il 70% dei punti al servizio. Si può trattare di giocatori con un servizio potente, anche se non mono-dimensionali, e su una superficie ragionevolmente veloce. Vincere sette punti al servizio su dieci significa che nove game al servizio su dieci sono a favore di chi serve. In questa ipotetica partita quindi, i break sono una rarità.   

Ipotizziamo ora che il primo set si apra proprio con uno di quegli sparuti break. Dato che il 90% dei game seguono il servizio, il giocatore avanti nel punteggio ha portato la sua probabilità di vincere il set all’83%. Di base, il giocatore rimasto indietro si trova di fronte a due opzioni per riequilibrare il set:

  • continuare a giocare con il rendimento abituale, nonostante la scarsa probabilità di vincere
  • prendersela comoda, perché il set probabilmente è andato. 

Le strategie

Se il giocatore non molla la presa, chi conduce nel punteggio ha una probabilità dell’83% di vincere il set. Se entrambi mantengono quel livello di gioco per la durata di una partita al meglio dei cinque set, si parla della probabilità del 62% di vincere la partita. Il che si traduce in una probabilità del 38% di vittoria per il giocatore che ha deciso di continuare a giocare (ho preso il caso di una partita al meglio dei cinque set perché ha durata maggiore, dando più probabilità a chi perde il primo set di recuperare. In questo modo la strategia di impegno non massimo ha più senso). 

Per una valutazione del secondo scenario, quello in cui il giocatore rinuncia a tentare di vincere il set, dobbiamo procedere con altre ipotesi. Quanto gioca male un giocatore che sta perdendo di proposito? È probabile che non siate d’accordo con la mia stima di costi e benefici di rinuncia al singolo punto, e non c’è problema. Anche io non ne sono troppo convinto e ha poca importanza per le conclusioni di questo ragionamento. Considerate questi numeri come una delle possibili dimostrazioni del modello. 

Diciamo che, non appena il giocatore indietro nel punteggio decide di rilassarsi, il rendimento diventa il seguente:

  • 20% di punti vinti alla risposta (invece del 30%)
  • 65% di punti vinti al servizio (invece del 70%).

Non è affatto una buona prestazione, pensiamo a un Nick Kyrgios che non ha voglia di stare in campo. Indietro di un break dopo il primo game e con un tennis svogliato, la probabilità del giocatore di recuperare e vincere il set è solo dell’1.3%. Sto semplificando oltremodo, sopratutto perché un giocatore può sempre decidere di tornare a pieno regime nel mezzo del set, magari se arriva a trovarsi sul 15-30 o anche 15-40 con l’avversario al servizio. Si tratta comunque di un modello, e sto cercando di non renderlo troppo complesso.

Il compromesso

Sulla base delle ipotesi precedenti, il giocatore in questione ha di fatto deciso di diminuire la probabilità di vittoria del set dal 17% a poco sopra l’1%. Se preservare energie non dà benefici effettivi e poi entrambi ritornano all’inizio del set successivo a tenere il servizio il 90% delle volte, la probabilità di vittoria della partita del giocatore che si è fermato volutamente è scesa dal 38% al 32%. 

È chiaro però che c’è dell’altro. Un giocatore che volutamente preserva energie anche con conseguenze negative immediate, lo fa nell’idea di ottenere un vantaggio in un secondo momento. Semplificando ulteriormente, ipotizziamo che il giocatore perda il primo set. Queste sono le probabilità di vincere la partita in funzione di alcuni possibili rendimenti di gioco successivi alla fase in cui non ha giocato al massimo: 

  • 70% di punti vinti al servizio (PVS), 30% di punti vinti alla risposta (PVR) — 31.3% (nessun beneficio dal perdere volutamente)
  • 71% PVS, 32% PVR — 46.3%
  • 72% PVS, 34% PVR — 61.9%
  • 73% PVS, 36% PVR — 75.8%
  • 74% PVS, 38% PVR — 93.3%.

Se ci ricordiamo che il giocatore ha solo il 38% di vincere la partita dopo aver subito il break nel game iniziale, il secondo scenario, in cui il livello di gioco sale al 71% di PVS e 32% di PVR, rappresenta un miglioramento. Lo si noterebbe però a malapena su una partita di altri tre o quattro set. Se infatti si andasse avanti per altri 200 punti, vorrebbe dire vincerne 103 anziché 100. Se preservare energie si traduce in più punti ancora, allora si configura come una strategia davvero efficace. 

Complicazioni

Ovviamente, non è mai tutto così facile. Il giocatore in vantaggio potrebbe accorgersi che l’avversario ha rallentato e quindi rallentare a sua volta. Il giocatore che sceglie di alzare il piede potrebbe fare poi molta fatica a riportare il gioco ai livelli usuali (o migliori) a comando. Alcuni punti sono più importanti di altri, quindi la differenza tra 100 e 103 punti potrebbe non contare. La maggior parte delle partite sul circuito sono al meglio dei tre set, e perdere di proposito il primo in un formato più breve è un rischio enorme. 

Non dovremmo però lasciarci condizionare nella ricerca del valore generato da uno sforzo ridotto. Anche se è una pratica molto meno frequente di un tempo, sicuramente ci sono dei vantaggi nel preservare energia. E quell’energia deve avere un valore per il resto della partita, giusto? Proprio non so dire se equivale a un punto su cento o a molto più o molto meno di quello, ma è certamente possibile che, in alcune situazioni, abbia un valore. 

Gli esempi di cui si è discusso mostrano che il valore di quell’energia addizionale non deve essere così sostanziale da rendere l’abbandono volontario di un alto livello di gioco una tattica plausibile. I margini ridotti che spesso determinano l’esito di una partita di tennis raramente lasciano capire quando un giocatore sta traendo vantaggio dal preservare energie. Allo stesso modo, quei margini significano anche che una piccola freccia in più nella faretra può avere un senso. 

Il codice dell’analisi è disponibile qui.

Tanking: A Model