Il più grande archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico. Parte di Tennis Abstract

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I 128 del tennis — #111, Goran Ivanisevic

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Pubblicato il 15 marzo 2022 su TennisAbstract – Traduzione di Edoardo Salvati

A inizio anno, Jeff Sackmann si è imbarcato in un immenso progetto di elaborazione di una classifica dei 128 giocatori e giocatrici più forti di tutti i tempi, ponendosi l’obiettivo di terminare a dicembre 2022. Con una media di più di 2000 parole per singolo profilo, si tratta di una vera e propria enciclopedia di chi è chi nel tennis, dalla sua nascita a oggi. Per limiti di tempo e più evidenti limiti di talento, settesei.it propone una selezione delle figure maggiormente rappresentative per vicinanza d’epoca e notorietà, n.d.t.

Goran Ivanisevic [CRO]
Data di nascita: 13 settembre 1971
Carriera: 1989-2004
Gioco: mancino (rovescio a due mani)
Massima classifica ATP: 2 (4 luglio 1994)
Massima valutazione Elo: 2185 (terzo nel 1993)
Slam in singolo: 1
Titoli ATP in singolo: 22

// Verso la fine degli anni ’90, il tennis maschile era in crisi. Se le donne avevano giocatrici stellari, la drammaticità delle sfide dirette e gli ascolti televisivi, tra gli uomini c’erano spilungoni dal servizio bomba, qualche terraiolo a cui non piaceva giocare su altre superfici, e l’eterno interrogativo sulla voglia di Andre Agassi di fare uno sforzo per essere competitivo.

Rick Reilly ha espresso la questione su Sports Illustrated dopo Wimbledon 2001: “Le donne giocano scambi incredibili, lunghi, con continui ribaltamenti di fronte e che ti incollano alla sedia. Gli uomini servono ace a più di 220 km/h che nessuno riesce a vedere, e poi cercano l’asciugamano. Tutto si riduce a servizio e asciugamano, servizio e asciugamano. Sembra di essere a una festa serale con Boris Yeltsin. Nel loro terzo turno di Wimbledon, Ivanisevic ha servito 41 ace contro Andy Roddick, che ne ha serviti a sua volta 20. Non si sa bene come si sono svolti gli altri punti perché chi doveva tenerne conto d’ufficio si è addormentato. Se serve salvare il tennis maschile, si deve iniziare da palle più sgonfie. E poi si deve intervenire sull’attrezzatura”.

Ironicamente, l’articolo di Reilly è andato in stampa appena prima che il tennis maschile voltasse pagina. Proprio quell’edizione di Wimbledon ha segnato l’entrata in scena di un ventenne Roger Federer, che ha battuto il sette volte campione Pete Sampras agli ottavi. Roddick ha tenuto fede al suo potenziale e ridato vigore al tennis maschile americano. Due mesi dopo, un altro giovane talento, Lleyton Hewitt, ha vinto il suo primo Slam agli US Open. Più di tutto, Wimbledon 2001 ha regalato il proscenio a una delle personalità dello sport più accattivanti. Si potrebbe discutere sul gioco monodimensionale di Goran Ivanisevic, ma nessuno lo ha mai considerato noioso. Con una classifica fuori dai primi 100 e vari infortuni alla spalla, ha avuto bisogno di una wild card per partecipare al torneo. Che però ha trasformato nei 14 giorni più esaltanti della carriera, vincendo una dietro l’altra partite di intensità drammatica contro alcuni dei migliori colleghi.

Reilly non era da solo a non apprezzare l’estetica del gioco di Ivanisevic. In generale però, la stampa era ben contenta di avere un personaggio colorito con un’opinione su tutto e una classifica comunque sufficientemente alta da rendere le sue eccentriche dichiarazioni degne di essere notizia. Una volta vinto l’unico Slam, la favola era diventata ancora più storia: l’ultimo dei favoriti che trionfa a Wimbledon. Ivanisevic ha dato al tennis maschile una scarica elettrica nel momento in cui più ne aveva bisogno.

Le molteplici personalità

Non si può negare che le sue esplosioni teatrali in campo abbiano portato una generazione di appassionati di tennis a mal giudicarlo. Rompeva racchette, malediva i giudici di linea e perdeva apposta punti senza nasconderlo (e a volte intere partite!). Era il primo a riconoscere di avere una personalità fluttuante, riferendosi alle diverse manifestazioni di carattere come il “buon Goran, il “cattivo Goran” e il “pazzo Goran”. C’era anche il “Goran di emergenza”, pronto a mediare gli screzi tra gli altri. Il “Goran di emergenza” però non era sempre disponibile. Al torneo di Brighton 2000, aveva rotto tre racchette e, senza una quarta di riserva, era stato squalificato. Chi lo conosceva da vicino, aveva realizzato che nulla del suo comportamento fosse artificioso. Nel 1992, il suo manager Ion Tiriac aveva detto: “Tutte le stelle più luminose hanno una dose di follia interiore”. Il suo allenatore, Bob Brett, aveva aggiunto: “La linea di separazione tra creatività e autodistruzione è sottile”.

Nella finale a Wimbledon contro Patrick Rafter, aveva avuto bisogno quattro palle match per vincere. Al servizio sull’8-7 nel quinto set, con due ace era arrivato a 40-30. Aveva unito le mani in preghiera a una divinità superiore…e poi doppio fallo! Un altro servizio senza risposta, poi ancora un secondo doppio fallo. Alla terza palla match, si era inginocchiato per chiedere aiuto in modo ancora più plateale. Stavolta però era Rafter a non collaborare, vincendo il punto con un pallonetto dopo che Ivanisevic aveva servito la prima. Di nuovo in parità, un altro servizio senza risposta, il 73esimo della partita. Alla quarta palla match, nessuna invocazione. Il Goran razionale aveva preso il controllo: dopo una prima sbagliata, aveva servito una seconda conservativa, fidandosi del fatto che l’avversario fosse sotto la medesima pressione. Rafter aveva sbagliato la risposta, e la partita si era chiusa.

Non era la prima volta che Ivanisevic riconosceva di doversi appellare a entità non solo terrene, come i suoi allenatori. Era stata una di quelle numerose partite in cui non era riuscito a vincere un paio di punti cruciali. Ma se è allettante derivare conclusioni da una manciata di aneddoti memorabili, le statistiche mostrano una fotografia ben diversa. Nelle situazioni di massima pressione, Ivanisevic dava il meglio del suo gioco.

La soglia minima alla risposta

Ivanisevic è stato uno dei migliori giocatori al servizio della storia del tennis moderno. A Wimbledon 1992, quando è arrivato in finale, ha servito 206 ace. Nel 2001 ne ha fatti altri 213. Come per molti bombardieri, in confronto il gioco alla risposta era mediocre. Per giocatori con quel tipo di stile, l’ascesa alla stratosfera del tennis è un sentiero molto stretto che necessità di abilità di rendimento sotto pressione. Nel 2015, ho introdotto il concetto “di soglia minima da raggiungere nei game alla risposta”. La maggior parte dei giocatori vince tra il 32% e il 42% dei punti alla risposta. Solo i migliori in assoluto alla risposta riescono a ottenere di più, come ad esempio Agassi nel 1993, con quasi il 44%. Pochi altri invece fanno peggio, sopravvivendo puramente grazie al dominio con il servizio. In carriera, John Isner ha vinto solo il 29.6% dei punti alla risposta.

Si può avere successo posizionandosi a entrambi gli estremi di questo intervallo, ma per coloro che vincono meno di circa il 36% dei punti alla risposta esiste un limite superiore ai risultati che possono ottenere. Nei trenta e più anni per cui ci sono statistiche alla risposta partita per partita, solo due giocatori hanno terminato l’anno tra i primi 5 vincendo meno del 36% dei punti alla risposta. Uno è Sampras, che nel 1996 ha agguantato il numero 1 con solo il 35.3% e l’altro è Ivanisevic. La distanza tra il 36% e, diciamo, il 39% appare minima. Ma, come per molte altre piccole differenze nel tennis, l’effetto è enorme. Il 36% equivale a fare un break ogni cinque game alla risposta invece che uno ogni quattro. Vale a dire più set ravvicinati, più tiebreak e più set decisivi. Un servizio bomba unito a un gioco alla risposta debole rende meno probabile che un giocatore prevalga sull’altro, e quindi è più frequente che le partite si decidano su pochi punti ad altissima pressione.

Il 1996 di Sampras è prova del fatto che risultati mediocri alla risposta non impediscono di trionfare, ma Sampras stesso non è mai dipeso da margini così risicati. Dal 1991 al 1998 ha vinto almeno il 38% di punti alla risposta in sette delle otto stagioni (probabilmente anche nel 1990, ma non si hanno dati completi). Di converso, Ivanisevic ha sempre camminato sul filo. La media in carriera è stata solo del 35.1% e non è mai andato oltre il 36.7% per una stagione intera. Ivanisevic è l’epitome della soglia minima da raggiungere nei game alla risposta.

Eccellere nei momenti di pressione

Finire tre stagioni nei primi 5 e disputare quattro finali a Wimbledon con un gioco così monodimensionale significa dover eccellere nei momenti a maggiore pressione. Esattamente quello che ha fatto Ivanisevic. Nel 2011, il ricercatore Amir Bachar ha paragonato il numero di palle break vinte da ciascun giocatore con il numero di palle break vinte attese, sulla base della percentuale di vittoria di ogni punto. Dal 1991, Ivanisevic ha giocato poco più di 6400 palle break (al servizio e alla risposta), vincendone 3362. Se le avesse vinte con la stessa frequenza con cui vinceva gli altri punti, sarebbe arrivato solo a 3229. La differenza di 133 punti — dovuta interamente a maggiori aspettative alla risposta — è la più ampia tra quelle dei 430 giocatori considerati ai fini dello studio.

Le palle break hanno un valore ben più alto del classico punto alla risposta e Ivanisevic è diventato più bravo a rispondere quando contava. Un’altra misura della sua efficacia si ottiene paragonando i punti vinti alla risposta con i break. Vincere punti alla risposta conta poco a meno che non si riesca a metterne insieme abbastanza da strappare il servizio all’avversario. La media in carriera di Ivanisevic del 35.1% tipicamente si traduceva in un break il 17.2% delle volte. Nella realtà, ha fatto il break il 19.2% dei servizi, ancora lontano dal vertice, ma decisamente meglio. Una frequenza del 19.2% significa all’incirca il 36.2% dei punti vinti alla risposta, cioè di poco in territorio positivo del mio indice di soglia minima.

Finora ho usato la locuzione “rendimento sotto pressione” per descrivere la capacità di Ivanisevic di avere risultati migliori di quanto meriterebbe il suo gioco alla risposta. Si potrebbe non credere al fatto che Ivanisevic era costantemente più forte sotto pressione o anche al fatto che, in generale, i giocatori abbiano un rendimento sotto pressione continuamente alto. I numeri non mentono, ma va riconosciuto che la spiegazione non è scolpita nella roccia. Un giocatore può arrivare a cifre come quelle di Ivanisevic perdendo apposta i punti non importanti, come sembra fare Nick Kyrgios. E la pressione di vincere il punto chiave non esige una forza mentale costante e risoluta.

Ivanisevic ha dichiarato: “Il mio problema è che in ogni partita devo giocare contro cinque avversari, l’arbitro, gli spettatori, i raccattapalle, il campo e me stesso. Non è un caso quindi che la mente qualche volta parta per la tangente” (da notare come tra gli avversari non ci sia l’altro giocatore!). Tutto quello di cui stiamo parlando è un miglioramento da “scarso” a “mediocre” sulle palle break. Forse, in poche parole, la sua mente era meno propensa a partire per la tangente sui punti chiaramente più importanti. E mai questo aspetto è stato più determinante a Wimbledon 2001. Nelle sette partite per il titolo, Ivanisevic ha vinto il 31.3% dei punti alla risposta, dal 1991 la percentuale di gran lunga più bassa nel singolo torneo di un vincitore Slam, anche inferiore a quella nel singolo torneo di un finalista Slam. Dei circa 120 vincitori Slam degli ultimi trent’anni, solo quattro volte un giocatore è riuscito a vincere con una percentuale di punti vinti alla risposta minore del 36.8%: Sampras tre e Federer una.

Alzare il livello quando conta

Come al solito Ivanisevic ha alzato il livello quando contava. Dopo un primo turno tranquillo, ha avuto 35 palle break in 25 set, un numero minuscolo di opportunità in linea però con una prestazione scadente alla risposta per le due settimane di gioco. Eppure di quelle 34 ne ha convertite 14, cioè una frequenza del 41%. Non dimentichiamo, qualsiasi percentuale alla risposta che inizia con 4 ti pone nella fascia élite. In qualche modo, di fronte a un paio di momenti fondamentali per singola ora di gioco, il “Goran di emergenza” riusciva di solito a convincere il “buon Goran” a prendere i comandi.

In semifinale e finale il margine è stato molto risicato. Tim Henman lo ha portato al quinto set in semifinale, rifilandogli un 6-0 proprio prima dell’arrivo della pioggia che ha interrotto l’abbrivio di Henman e allungato la partita di fatto su tre giorni. Ivanisevic ha ottenuto appena sei palle break in cinque set, trasformandone solo due. Dei 326 punti giocati, ne ha vinti solo il 48.5% ma con l’arrivo del quinto set, solo un punto è stato di importanza capitale. Nell’ottavo gioco, Ivanisevic risponde alla palla break sul servizio di Henman costringendolo a sbagliare la volée. Al servizio per vincere la partita, in un game lungo 12 punti, Ivanisevic commette doppio fallo sulle prime due palle match nel tentativo di fare punto diretto, ma, come al solito, il servizio è più trionfo che disastro. Sulla parità serve un ace esterno di seconda, e poi chiude con un altro servizio senza risposta.

Anche in finale contro Rafter, Ivanisevic non riesce ad avere più di sei palle break in cinque set. Qui però ne converte tre e, incredibilmente, con due grandi giocatori al servizio non si arriva comunque al tiebreak nei primi quattro set. Rafter ottiene tre break, ma due sono nello stesso set. Il saldo è di 153 punti contro 150 per Ivanisevic, un incubo per Rafter e la realizzazione di un sogno per Ivanisevic, che non verrà mai più definito il più forte attivo sul circuito senza uno Slam.

Mister Goran & Dottor Ivanisevic

Gli appassionati sono sempre rimasti incerti sulla figura di Ivanisevic. Due mesi dopo la vittoria a Wimbledon, Liz Robbins del New York Times lo ha definito “il folle comico che bacia la racchetta con cui serve dei missili”. Pochi si sentirebbero di smentire. Ma come la sua reputazione in campo non ne spiega i risultati, la complessità che lo ha avvolto fuori dal campo viene liquidata senza tanti complimenti. In Croazia era un eroe nazionale ben prima di vincere Wimbledon, anzi prima che la nazione venisse riconosciuta internazionalmente come indipendente. Ha insistito con l’ATP per identificarlo come croato invece che jugoslavo, e si è battuto come un leone per regalare al suo paese due medaglie di bronzo alle Olimpiadi di Barcellona 1992.

Più di recente, gli è stata finalmente riconosciuta la mente tennistica così a lungo nascosta dietro quel vestito da clown. Frank Lindz, in un profilo per Sports Illustrated del 1992, ha scherzato sulla differenza tra l’energetico Mister Goran e il silenzioso Dottor Ivanisevic. La consulenza del dottore però ora è richiesta da più parti. Per quasi dieci anni ha allenato diversi giocatori di vertice: Marin Cilic, Tomas Berdych, Milos Raonic e attualmente Novak Djokovic. Ha aiutato Cilic a vincere gli US Open 2014, e come membro della squadra di Djokovic ha contribuito ad altri cinque Slam.

Al pari degli anni ’90, è facile adesso pensare alla combinazione grande servizio-risposta debole come la versione del tennis più noiosa. Per certi versi è così e, dal punto di vista del tifoso, guardarla in azione raramente genera pelle d’oca. La disaffezione di Reilly del 2001 mostra la sua età ormai, ma aveva ragione su una cosa: non c’è nulla di peggio che vedere un giocatore andare verso l’asciugamano dopo un solo giro di racchetta. Chi però ha un gioco ridotto nella sua espressione, necessita di molto più impegno, anche mentale, per arrivare in cima. Se da un lato in una tipica partita di Ivanisevic la palla era più ferma che in movimento, dall’altro aveva una frazione di tempo di gioco superiore per considerare la prossima mossa. Senza la dote naturale in risposta di Agassi o Djokovic, Ivanisevic doveva soppesare le alternative e rischiare in modo calcolato.

Per un giocatore con quei limiti e con la spalla del servizio infortunata, vincere Wimbledon è un’impresa che merita i tributi e le ovazioni che ha ricevuto, e ancora di più. ◼︎

The Tennis 128: No. 111, Goran Ivanisevic

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