Quantità di gioco e probabilità di vittoria all’avvio della seconda settimana di uno Slam

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 17 febbraio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per raggiungere i quarti di finale agli Australian Open 2020, Dominic Thiem è rimasto in campo per 10 ore e 23 minuti, entrando così nel 20% di tempo più lungo prima di un quarto di finale di uno Slam negli ultimi dieci anni. Nei turni successivi ha accumulato altre ore di gioco, ponendosi all’estremo della distribuzione di questo speciale conteggio.

Nell’analisi che segue, cerco quindi di capire se l’intensità del percorso di Thiem ha contribuito a ridurre la sua probabilità di vittoria del titolo. Pochi giocatori riescono ad arrivare in fondo a uno Slam senza subire affaticamento, ma per alcuni la strada diventa molto più tortuosa.

Le fatiche di Thiem

Negli ultimi tre turni degli Australian Open 2020, Thiem si è trovato proprio in questa situazione. Alla vigilia della sua difficile partita contro Rafael Nadal, il tempo di gioco di Thiem era superiore di 1.3 ore rispetto alla media degli ultimi dieci anni tra i giocatori in un quarto di finale di uno Slam, come rappresentato nell’immagine 1. Alla conclusione della vittoriosa battaglia contro Nadal in quattro set, tra cui tre tiebreak, Thiem era a 14.6 ore, cioè 3.4 ore in più della media.

Un’altra vittoria in quattro set, in semifinale contro Alexander Zverev, ha portato il totale a 18.2 ore, o a 4.5 ore in più della media degli altri semifinalisti di uno Slam. Thiem si è ritrovato nel 3% del monte ore di gioco delle partite che precedono la finale, una posizione non certamente invidiabile contro il sette volte vincitore degli Australian Open Novak Djokovic, il quale invece aveva impiegato solo 12.5 ore.

IMMAGINE 1 – Distribuzione delle ore giocate prima degli ultimi turni di uno Slam maschile nel periodo dal 2011 al 2020. La linea rossa indica il tempo giocato da Thiem agli Australian Open 2020

Possibili conseguenze sull’esito della finale?

Proviamo a elaborare qualche idea con l’esempio fornito da altri giocatori che hanno avuto un percorso accidentato per entrare nella seconda settimana di uno Slam. La tabella a conclusione dell’articolo raccoglie alcune di queste situazioni, tra cui quella di Thiem. Il carico di gioco di Thiem agli Australian Open 2020 è simile a quello di Kevin Anderson a Wimbledon 2019 e di Nadal agli Australian Open 2017. Nessuno di questi giocatori è poi riuscito a vincere il torneo.

Sono però solo degli esempi. E anche se ci fossero molti esempi a mostrare analoga tendenza, staremmo ignorando un interrogativo di fondo. È un grande carico di gioco a contribuire alle sconfitte, o il grande carico di gioco è semplicemente un effetto collaterale di non essere un favorito?

Vogliamo sapere se la grande quantità di gioco incide sul risultato di una partita dopo aver tenuto conto della differenza di bravura tra due giocatori che si scontrano in un qualsiasi turno di uno Slam. Nel linguaggio della regressione, se wij è la probabilità che il giocatore i batte il giocatore j e caricoi è la somma complessiva di gioco del giocatore i, possiamo calcolare l’effetto della quantità di gioco con la seguente formula:

logit(wij) = β0 + β1logit(pij) + β2(caricoi − caricomedio)

dove pij è la previsione di vittoria pre-partita sulla base della bravura dei giocatori e di qualsiasi altro fattore a eccezione del carico di gioco sostenuto durante il torneo. Si tratta di un semplice modello di regressione logistica, in cui la difficoltà maggiore è la scelta di pij, che potrebbe essere data ad esempio dalle quote scommesse. In questo caso utilizzo le mie valutazioni dei giocatori.

Variazioni attese nella probabilità di vittoria

Con gli ultimi dieci anni di quarti di finale e turni successivi a disposizione, ho applicato il modello e osservato la variazione attesa nella probabilità di vittoria di Thiem in ciascuno dei tre turni conclusivi degli Australian Open 2020. La tendenza storica suggerisce che già ai quarti di finale la probabilità di Thiem si era ridotta (un calo in media del 12%) e che la maratona con Nadal l’aveva ulteriormente abbassata. Dalla semifinale in avanti, Thiem aveva una probabilità del 30-35% inferiore rispetto a quella che un giocatore con la sua valutazione avrebbe predetto.

IMMAGINE 2 – Riduzione attesa nella probabilità di vittoria di Thiem agli Australian Open 2020 per il carico di gioco sostenuto (e con un intervallo di confidenza del 90%)

Si può avere la tentazione di ignorare questi risultati pensando che i giocatori hanno poco controllo sulla durata di una partita. Vorrebbe però dire sottostimare la capacità decisionale del giocatore sul livello di offensività da tenere in campo e su come questo incida sul tempo trascorso. Per quei giocatori la cui bravura permette di pensare oltre alla partita successiva, aumentare il livello offensivo quando si arriva a una durata media potrebbe essere una strategia importante per la vittoria finale.

Does greater competition load going into the second week of a Grand Slam hurt a player’s win chances?

Gli scambi lunghi sono la kryptonite dei giocatori americani?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 7 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Pur a distanza di anni dal ritiro, Marat Safin continua a fornire spunti di conversazione tennistica. Durante una partita contro Taylor Fritz, il capitano della Russia all’ATP Cup si è così rivolto a Karen Khachanov, giocatore della sua squadra:

Non è un’affermazione che si riesce intuitivamente a sottoporre a esame numerico. Non so come si possa quantificare una tattica di alto impatto finalizzata a intimorire, o come identificare, e ancor meno misurare, tentativi di spaventare l’avversario. Per non parlare del concetto di giocatore finito per via di uno scambio lungo. Ma se con “per loro è finita” s’intende che non hanno molte probabilità di vincere, abbiamo finalmente un elemento verificabile.

Molti appassionati possono trovarsi d’accordo con la generalizzazione che i giocatori americani hanno un servizio potente, oltre a uno stile aggressivo che non lascia grande spazio alla finezza. È certamente il caso di John Isner, e Sam Querrey non si discosta troppo dalla descrizione. Sebbene il servizio di Fritz produca una buona dose di ace e secondi colpi di facile chiusura, non ha uno stile così monodimensionale.

Per Taylor Fritz non è finita

Con i dati raccolti dal Match Charting Project, ho calcolato delle statistiche sulla durata degli scambi per i 70 giocatori con almeno 20 partite nel database nell’ultimo decennio. Troviamo cinque americani (Fritz, Isner, Querrey, Steve Johnson e Jack Sock) e molti degli altri giocatori a cui normalmente si fa riferimento come presenze regolari sul circuito.

La definizione di Safin di tattica ad alto impatto considera implicitamente gli scambi fino a un massimo di quattro colpi, cioè quei punti che vengono vinti o persi nei primi due colpi di ciascun giocatore. Gli scambi più lunghi sono quelli in cui, apparentemente, gli americani subiscono l’avversario.

Così è per Isner, che vince solo il 40% dei punti quando lo scambio raggiunge i cinque colpi, il peggior rendimento nel campione considerato. Rispetto a Isner, anche Nick Kyrgios (44%) e Ivo Karlovic (45%) sembrano dei giocatori solidi sullo scambio. Nikoloz Basilashvili ha la percentuale migliore al 56% e non sorprende che Rafael Nadal sia secondo con il 54%, di un nulla davanti a Novak Djokovic. Con il 50.2%, Frizt è al 28esimo posto su 70, nella zona di giocatori come Gael Monfils, Roberto Bautista Agut e Dominic Thiem. Inoltre, se detestate i luoghi comuni come li detesto io, Fritz si fa notare per essere quasi 20 posizioni più in alto di Khachanov, che vince il 48.5% dei punti che durano almeno cinque colpi.

Più dati

La tabella elenca venti dei 70 giocatori del campione, in parte della zona alta e in parte di quella bassa, insieme a tutti gli americani e ad altri nomi di interesse. Per ciascun giocatore, ho calcolato la percentuale di punti vinti negli scambi di 1 o 2 colpi (servizio e risposte vincenti), di 3 o 4 colpi (scambi con servizio e risposta seguita da un colpo) e di 5 o più colpi. I giocatori sono ordinati sulla base dell’ultima colonna (%V 5+).

Class  Giocatore      %V 1-2  %V 3-4  %V 5+  
1      Basilashvili   43.7%   54.1%   55.8%  
2      Nadal          52.7%   51.6%   54.3%  
3      Djokovic       51.8%   54.6%   54.0%  
4      Nishikori      45.5%   51.2%   53.9%  
11     Federer        52.9%   54.9%   52.1%  
22     Kohlschreiber  50.1%   50.1%   50.7%  
28     Fritz          51.1%   47.2%   50.2%  
30     Sock           49.0%   46.5%   50.2%  
31     Zverev         52.8%   50.3%   50.0%  
32     Del Potro      53.8%   49.1%   50.0%  
34     Murray         54.3%   49.5%   49.4%  
39     Medvedev       53.9%   50.4%   49.0%  
43     Tsitsipas      51.4%   50.5%   48.6%  
44     Khachanov      53.7%   48.1%   48.5%  
48     Johnson        49.2%   48.8%   48.3%  
61     Querrey        53.5%   48.0%   46.2%  
62     Berrettini     53.6%   49.3%   46.1%  
66     Karlovic       51.8%   43.9%   44.9%  
68     Kyrgios        54.6%   47.4%   44.2%  
70     Isner          52.3%   48.3%   40.2%

Fritz è uno dei pochi che vince più della metà degli scambi più brevi e più della metà degli scambi più lunghi. La prima categoria può essere il risultato di un servizio potente, come è probabilmente il caso dello stesso Frizt, e come è sicuramente per Isner. Non serve però avere un grande servizio per vincere più della metà dei punti da 1 o 2 colpi. Nadal e Djokovic fanno molto bene in quella categoria (come in praticamente tutte le altre), in virtù della loro capacità di annullare il servizio dell’avversario.

Due nomi inaspettati

Tralasciando per un momento gli americani, si potrebbe rimanere sorpresi da quei giocatori con percentuali positive di vittoria in tutte e tre le categorie. Nadal, Djokovic e Roger Federer vi rientrano, ciascuno con abbondante margine. Gli altri due invece sono nomi inattesi. Philipp Kohlschreiber supera di pochissimo la neutralità in entrambe le tipologie di scambi brevi, ed è un po’ meglio (50.7%) su quelli lunghi. Alexander Zverev si qualifica per il rotto della cuffia, vincendo appena di più della metà degli scambi lunghi (è un 50.0% arrotondato per eccesso).

Si tratta inevitabilmente di dati incompleti, quindi è possibile che, con una base di altro tipo, il risultato di uno o anche di entrambi i tedeschi rimanga molto lontano dal 50%, ma i loro numeri arrivano da un insieme decisamente abbondante di partite.

Per tornare a Fritz, Isner e compatrioti, Safin potrebbe aver ragione a dire che vogliono intimorire con un paio di colpi ad alto impatto. Con il solo servizio, Isner ha sicuramente messo paura a molti dei suoi avversari. Eppure Fritz, il giocatore che ha generato il commento di Safin, ha un gioco molto più completo di quanto il capitano della Russia gli abbia riconosciuto. Khachanov ha poi vinto quella partita e, almeno in questa fase delle rispettive carriere, è dei due il giocatore migliore. Non però negli scambi lunghi. Ampliando l’orizzonte di analisi, è Khachanov che dovrebbe evitare di farsi trascinare negli scambi lunghi, non Fritz.

Are American Players Screwed Once You Drag Them Into a Rally?

I possibili effetti dell’abolizione della prima di servizio o dei punti ai vantaggi

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 16 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Delle numerose proposte sotto esame di modifica al regolamento per ridurre la durata delle partite e rendere il tennis un “prodotto” più attraente, la variazione al formato di gioco in uso negli Slam è la più rilevante. In questo articolo, scritto insieme a Francesco Lisi e Matteo Grigoletto del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, si analizza l’impatto della eliminazione della prima di servizio o dei punti ai vantaggi sulla durata delle partite.

Alla ricerca di partite più corte…

Dopo che la finale di Wimbledon 2019 è stata la prima partita terminata con il tiebreak sul 12-12 al quinto set, in molti si sono interrogati sulla bontà delle nuove regole. Quale sia l’opinione su quello specifico cambiamento, il fatto che nel 2019 ogni prova dello Slam abbia avuto un formato di gioco diverso per il tabellone di singolare maschile è senza dubbio indicazione di quanto il potere decisionale nel tennis è preoccupato dalla durata delle partite.

L’introduzione di nuove regole spazia da modifiche di piccolo cabotaggio, come la limitazione delle interruzioni per assistenza medica o il tempo a disposizione per il riscaldamento pre-partita, a modifiche con più sostanziali, come l’alterazione della struttura dei set e dei tiebreak.

Simon Higson, a capo della comunicazione per l’ATP, ha dichiarato che si è nella fase di aggregazione dei commenti dei vari portatori d’interesse, tra cui giocatori, televisioni, giornalisti, sponsor e pubblico, aggiungendo che non verranno prese decisioni prima di aver portato a termine anche il processo di analisi dei dati.

Per mettere alla prova l’efficacia di alcune di queste regole, l’ATP ha creato una competizione apposita, le Finali Next Gen, con partite giocate al meglio dei cinque set ma con set da 4 game, il tiebreak sul 3-3, senza punteggio ai vantaggi, senza ripetizione se la palla tocca il nastro in battuta e con un cronometro al servizio di 25 secondi. Questo formato, chiamato Fast4, riduce drasticamente la durata delle partite, ma è stato oggetto di critiche perché modifica completamente la struttura tradizionale dei set ed è spesso percepito tanto dai giocatori quanto dal pubblico come “un altro sport”. È possibile quindi introdurre dei cambiamenti che riducano la lunghezza delle partite mantenendo però invariate le caratteristiche portanti del sistema di punteggio?

…senza stravolgere il sistema di punteggio

Credo che, di fondo, ci siano tre possibilità: eliminare i vantaggi, eliminare la seconda di servizio, eliminare entrambi. La logica sottostante è che verrebbe fortemente limitato il dominio del servizio. Per capire meglio il concetto, l’immagine 1 mostra il numero medio di ace a partita per anno, e l’immagine 2 la percentuale media di partite che hanno richiesto uno o più tiebreak per anno nel periodo tra il 1990 e il 2018. La tendenza in questi grafici (misurata dalle curve di regressione non parametriche in rosso) suggerisce che all’aumentare della potenza del servizio è cresciuto anche il numero di game al servizio.

IMMAGINE 1 – Numero medio di ace a partita per anno, ATP

IMMAGINE 2 – Percentuale media di partite con tiebreak all’anno

Difficile stabilire l’impatto di questi cambiamenti, visto che non si giocano al momento partite in cui è introdotta solo una delle due variazioni.

Valutare le ipotesi con l’aiuto delle simulazioni

Possiamo però fare un passo avanti usando le simulazioni, il cui scopo è dimostrare in che modo la probabilità distributiva della durata delle partite cambierebbe in funzione del tipo di modifica. Sia Kovalchik e Ingram (2018) [1] che Lisi e Grigoletto [2] hanno implementato due simulatori per la durata delle partite. Nel secondo simulatore, sono state eseguite simulazioni per 20 mila partite al meglio dei cinque set con il seguente formato di gioco: 1) quello tradizionale, 2) quello tradizionale senza i punti ai vantaggi sul 40-40, 3) quello tradizionale ma con un solo servizio, 4) quello tradizionale senza vantaggi e un solo servizio.

Per ipotizzare una partita con un solo servizio è necessario considerare le conseguenze sul rendimento del giocatore al servizio dell’abolizione della regola della prima e della seconda. Si può prendere a riferimento quanto espresso da Klaassen e Magnus (2014) [3]: un giocatore con un solo servizio è equivalente a un giocatore con due servizi che ha sbagliato il primo. Con un solo servizio, un giocatore dovrebbe quindi usare la sua seconda di servizio, e non una via di mezzo tra una prima e una seconda. Eliminando la prima di servizio, la simulazione utilizza solo dati sul rendimento sulla seconda per stabilire i parametri che determinano i probabili esiti al servizio.

Parametri

La costruzione e impostazione del simulatore richiede le seguenti informazioni: categoria del torneo (Slam, Masters 1000, ATP500, ATP250), superficie, turno, punteggio finale, durata, numero di ace, numero di doppi falli, numero di prime e seconde, numero di prime e seconde valide, percentuale di punti vinti sulla prima e sulla seconda, punti totali vinti, distribuzione della velocità della palla e distribuzione del numero di scambi per ciascun punto. Per quest’ultima variabile i dati arrivano dal Match Charting Project, mentre per la velocità della palla il riferimento è a questo articolo per il dritto e a questo per il rovescio. Tutti gli altri dati sono presi da OnCourt.

Le partite considerate risalgono al periodo da gennaio 2011 a dicembre 2018, con l’esclusione di quelle senza indicazione della durata, delle Olimpiadi, delle Finali Next Gen, dei ritiri pre e durante la partita. Il campione è così composto da 3744 partite al meglio dei cinque set e 16246 al meglio dei tre set.

IMMAGINE 3 – Stima kernel di densità della durata delle partite

L’immagine 3 mostra la stima kernel di densità della distribuzione della durata insieme alla durata media. Le gobbe nella coda di destra di entrambe le distribuzioni sono dovute al numero diverso di set con cui può terminare una partita.

Esiti

La tabella elenca i valori di alcuni specifici quantili, dalla mediana (Q50) al 99.9% (Q999). La durata mediana è di 92 minuti per le partite al meglio dei tre set (media di 98 minuti) e 142 minuti per le partite al meglio dei cinque set (media di 150 minuti).

La tabella che segue elenca gli esiti in termini di durata e probabilità media di partite che durano più di k ore. Si basano su 20 mila partite al meglio dei cinque set. La stima dei parametri del modello ricomprende solo dati dagli Slam.

Emerge che sia il formato senza vantaggi che quello con un solo servizio sono efficaci per ridurre la probabilità che le partite durino più di tre ore, con l’effetto maggiore generato da un solo servizio a disposizione. In dettaglio, la probabilità che una partita al meglio dei cinque set vada oltre le tre ore è di circa il 25% con il formato tradizionale, ma si riduce a circa il 15% con l’abolizione dei vantaggi sul 40-40 e a circa il 10% eliminando un servizio. La riduzione è ancora più marcata se sono introdotte entrambe le modifiche, con la probabilità di più di tre ore che diventa solo del 4.1%. Oltre a essere più brevi, è risaputo che partite con il formato ridotto comportano anche un aumento del numero di vittorie a sorpresa, e quindi dell’incertezza del risultato finale.

Il caso della finale maschile di Wimbledon 2019

Prendiamo ora la finale maschile di Wimbledon 2019, in cui Roger Federer e Novak Djokovic sono rimasti in campo 297 minuti. Sulla base del simulatore, che durata ci saremmo dovuti aspettare per ciascuno dei 4 scenari? È stata eseguita una simulazione su 20 mila partite considerando solo la distribuzione degli scambi sull’erba e le probabilità stimate sulle precedenti partite tra i due. La tabella elenca la durata attesa e la probabilità che la partita superasse le k ore.

Sia nello scenario senza vantaggi che in quello di un solo servizio la durata media non cambia in misura rilevante, ma in entrambi i casi diminuisce con decisione la probabilità di una partita molto lunga. Ad esempio, la probabilità che una partita duri più di quattro ore e mezza è, con le regole di punteggio attuali, dell’1.7%. Pur essendo una probabilità estremamente ridotta, non è comunque del tutto marginale. Con il formato senza vantaggi, si riduce di quasi cinque volte, con quello di un solo servizio di più di quattro volte. Da un punto di vista statistico quindi, sono due cambiamenti i cui effetti non si discostano e la scelta tra i due potrebbe avvenire in funzione della preferenza dei giocatori. Eliminare contestualmente i vantaggi e un servizio sembra invece avere conseguenze eccessive e non è forse così necessaria.

Note:

[1] Kovalchik, S. A., & Ingram, M. (2018) “Estimating the duration of professional tennis matches for varying formats”, Journal of Quantitative Analysis in Sports, 14(1), 13-23

[2] Lisi, F. & Grigoletto, M. (2019) “Modeling and simulating durations of professional tennis matches by resampling match features” (In revisione) 

[3] Klaassen, F., & Magnus, J. R. (2014) “Analyzing Wimbledon: The power of statistics”, Oxford University Press, USA

Possible Effects of Abolishing First Service or Advantage Points

Lasciate che Bernie si tenga i soldi

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 4 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’altro giorno, Bernard Tomic ha perso al primo turno di Wimbledon contro Jo-Wilfried Tsonga. Non mi sorprende: avevo previsto per Tsonga un 64% di probabilità di vittoria, senza nemmeno tener conto della salute non proprio ferrea di Tomic, costretto a ritirarsi a partita in corso per due volte nelle ultime sei settimane.

La partita tra i due ha immediatamente fatto notizia, ma per le ragioni sbagliate. Tomic è caduto in disonore raccogliendo solo sette game in una partita che è durata 58 minuti, la più breve a Wimbledon da quando nel 2004 Roger Federer ha battuto Alejandro Falla in 54 minuti.

L’All England Club ha reagito annunciando che Tomic perderà il premio partita a lui spettante, ufficialmente perché “non ha reso al livello dello standard professionale richiesto”.

Veloce ma non sufficientemente furioso

Non so se Tomic abbia reso al livello dello standard professionale richiesto, perché non esiste una definizione precisa di “standard professionale”. Ho l’impressione che sia una combinazione dei seguenti elementi:

  • il giocatore ha perso malamente
  • il giocatore ha la reputazione di perdere di proposito
  • la partita ha ricevuto molta attenzione e quindi dobbiamo far vedere di prendere provvedimenti.

Quello che so invece è che gli organizzatori di Wimbledon si sono fissati sul numero sbagliato. Vero, 58 minuti sono una partita in tre set incredibilmente veloce. Ma Tomic — anche quando è in palla ed esprime il meglio — è probabilmente il giocatore più veloce sul circuito, spesso iniziando a servire non appena ha ricevuto la pallina dal raccattapalle. Anche Tsonga ha un ritmo veloce. Nessuno dei due è particolarmente forte alla risposta e su una superficie veloce quello di Tsonga è un servizio devastante, quindi i punti sarebbero stati comunque brevi.

Una statistica più appropriata è rappresentata dal numero dei punti giocati, in questo caso 125, che, rispetto alla durata, non generano scalpore da prima pagina.

Ovunque, multe!

A un tratto, la partita tra Tomic e Tsonga non è più così speciale. Dal 2000, ci sono state altre 77 partite di Slam che hanno richiesto non più di 125 punti, quasi esattamente una partita per Slam. Nell’elenco troviamo due quarti di finale, tre semifinali e la finale degli Australian Open 2003, nella quale Andre Agassi si è sbarazzato di Rainer Schuettler in 76 minuti e dopo 123 punti. Se allarghiamo l’analisi a partite con non più di 130 punti, ne aggiungiamo altre 45, tra cui entrambe le semifinali degli Australian Open 2019.

Più semplicemente, non è inusuale per una partita Slam maschile essere decisa nell’arco di 125 punti. E anche giocatori molto forti a volte perdono così rapidamente. Ma non lo si nota più di tanto perché, in genere, per fare 125 punti occorre un’ora e 21 minuti di gioco.

Ci sono ovviamente molte partite a senso unico anche in campo femminile. 125 punti totali sono più o meno 42 a set, quindi la “linea Tomic” è a circa 83 o 84 punti nelle partite al meglio dei 3 set. Dal 2003, ci sono state 235 partite di singolare femminile con non più di 83 punti, tra cui cinque solo al Roland Garros 2019 (ironicamente, la sconfitta di Anna Tatishvili contro Maria Sakkari, che aveva comportato a sua volta la prima multa di questo genere, era durata 93 punti e 56 minuti, 28 a set).  

Reazionario

Queste considerazioni non implicano che Tomic abbia fatto il massimo nel primo turno, o che “meriti” le 45.000 sterline da un punto di vista etico. Se i giudici arbitro del torneo avessero l’abitudine di visionare tutte le partite di primo turno e togliere il premio partita al giocatore che si è mostrato più apatico, è chiaro che Tomic diventa probabilmente il candidato numero uno a Wimbledon 2019.

Ma non funziona così. La regola dello “standard professionale” non è quasi mai chiamata in causa. Se Tomic avesse sprecato più tempo tra un punto e l’altro per far andare la partita sopra all’ora di gioco, o se il colpevole fosse stato un giocatore dal passato con meno alti e bassi, non saremmo qui a discuterne.

E se l’All England Club si concentrassero sulla giusta statistica, cioè la quantità di tennis giocato e non quanto tempo è servito, lo stile rapido e distaccato di Tomic passerebbe inosservato. Dopo tutto, c’è un altro australiano distaccato, volubile e con un gioco alla risposta scadente che merita la nostra attenzione (e cioè Nick Kyrgios, che ha poi perso al secondo turno in appena più di tre ore di gioco contro Rafael Nadal, n.d.t.).

Let Bernie Keep His Money

Gli scambi si allungano con l’avanzare della partita?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 febbraio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel secondo turno del New York Open 2019, Paolo Lorenzi ha lottato per tre set prima di vincere contro Ryan Harrison. È stato un risultato degno di nota per diverse ragioni, a partire dal fatto che raramente Lorenzi decide di giocare sul cemento quando ci sono altre possibilità a disposizione.

A 37 anni, Lorenzi è tra i molti giocatori che piegano a proprio favore la curva d’invecchiamento del tennis contemporaneo. Si è anche garantito di giocare almeno un quarto di finale del circuito maggiore per l’ottavo anno di fila, nonostante il primo sia arrivato alla soglia degli trent’anni. Il modo in cui ha vinto ricalca l’unicità del suo percorso di carriera.

Questa è la lunghezza media dello scambio in ciascun set.

Set  Scambio medio   
1 3.2
2 4.0
3 4.9

Probabilmente non avete bisogno di me per capire quale sia il set vinto da Harrison. Il primo set è stato dominato dal servizio, come tipicamente accade per i tornei indoor americani sul cemento. Con l’avanzare della partita, i punti si sono avvicinati allo scambio da terra battuta che Lorenzi senza dubbio privilegia.

Fare della teoria

Pur in forma estrema, la partita tra Lorenzi e Harrison presenta i canoni di quella che ritengo sia la saggezza popolare tennistica. Nel corso di una partita, un giocatore migliora nella lettura del gioco dell’avversario, riducendo il numero dei servizi senza risposta e aumentando la probabilità che ogni punto diventi uno scambio prolungato. Almeno, questa è la teoria. Esistono fattori di mitigazione, come la fatica, che va in direzione opposta, ma possiamo generalmente aspettarci degli scambi più lunghi.

La partita in questione però non ha seguito esattamente il copione. Gli scambi possono essersi allungati perché entrambi hanno iniziato a prevedere i colpi dell’avversario, ma gli ace – che Harrison ha colpito tra il 18% e il 21% a set – o la categoria ancora più ampia dei servizi senza risposta non ne danno segno evidente.

Set  Punti  Serv no risp   
1 47 42.6%
2 65 32.3%
3 73 37.0%

Se la lettura del servizio può spiegare l’aumento della lunghezza dello scambio tra il primo e il secondo set, agisce nell’altro verso tra il secondo e il terzo set. È senza dubbio un campione ridotto e non si devono considerare solo i servizi senza risposta. Ci sono però segnali che alla teoria iniziale manca qualcosa.

Servono più partite

Per quanto interessante sia il caso di Lorenzi, servono più giocatori e più dati per capire più approfonditamente le dinamiche delle risposte al servizio e della lunghezza dello scambio nello svolgimento della partita. Iniziamo dalle partite del tabellone principale del singolare maschile degli Australian Open 2019. Non solo è un campione di partite numeroso, ma sono al meglio dei cinque set, dando quindi l’opportunità di un’analisi su molti set per singola partita.

Per ogni set di ciascuna partita, ho calcolato la lunghezza media dello scambio e la frequenza di servizi senza risposta, per poi fare un confronto tra set in funzione della durata della partita. Ad esempio, tra Lorenzi e Harrison la lunghezza dello scambio è aumentata del 25% dal primo al secondo set. Poi, per ciascun set, ho messo insieme tutte le partite sufficientemente lunghe per vedere con quale percentuale il circuito, in aggregato, cambia da un set all’altro.

Risultati divergenti

Sono risultati che si fanno notare decisamente meno di quelli nella partita di Lorenzi. Le colonne “Scambio medio” e “ Serv no risp” della tabella mostrano il cambiamento in forma di rapporto: se la frequenza di riferimento nel primo set è 1.0, la lunghezza dello scambio nel secondo set aumenta dello 0.8% e il numero dei servizi senza risposta sale del 2.4%. Ho inserito anche colonne di esempio, con lunghezze e frequenze di servizi senza risposta realistiche per ciascun set sulla base di medie del torneo di 3.2 colpi per scambio e del 34% di servizi senza risposta.

Set  Scambio medio  Es Scambio  Serv no risp  Es Serv no risp   
1 1 3.20 1 34.0%
2 1.008 3.23 1.024 34.8%
3 1.019 3.26 1.033 35.1%
4 0.987 3.16 1.155 39.3%
5 1.021 3.27 1.144 38.9%

Le differenze tra set in termini di lunghezza dello scambio solo a malapena possono chiamarsi tali. La variazione nella frequenza di servizi senza risposta invece è molto più evidente, considerando anche che è di segno opposto a quanto ci si aspettasse (si può pensare che l’effetto sia generato artificiosamente dai dati a disposizione, per cui i giocatori che arrivano al quarto e quinto set sono i grandi servitori. Potrebbe essere così, ma non è quello che si verifica. Il confronto infatti è tra statistiche di un set e del precedente all’interno della stessa partita, seguito da una media della variazione set su set, ponderata per il numero di punti nei set. Un quinto set di John Isner quindi è messo a confronto solo con un quarto set di Isner).

Forse la fatica – o una conservazione strategica dell’energia – gioca un ruolo maggiore di quanto pensassi, o forse ancora i giocatori al servizio riescono a leggere con più facilità l’avversario che non il contrario.

Arriva in soccorso il circuito femminile

Per le donne, i risultati sono completamente differenti. La tabella riepiloga gli stessi dati per le 127 partite del tabellone principale di singolare degli Australian Open 2019.

Set  Scambio medio  Es Scambio  Serv no risp  Es Serv no risp   
1 1 3.40 1 27.0%
2 1.035 3.52 0.974 26.3%
3 1.103 3.75 0.915 24.7%

Seppur non accentuata come nella partita tra Lorenzi e Harrison, la dinamica è più marcata rispetto gli uomini. Il numero dei servizi senza risposta diminuisce considerevolmente, e la lunghezza dello scambio aumenta in modo da poter essere notata da uno spettatore concentrato sulla partita.

Sono due parametri collegati, cioè in presenza di meno servizi senza risposta ci sono più colpi per punto, anche solo tenendo conto del secondo colpo. Oltre a questo, ci sono più opportunità per scambi più lunghi. In ogni caso, l’andamento set su set per le donne è più vicino alla teoria iniziale di quanto non lo sia per gli uomini.

Come per qualsiasi statistica aggregata, mi aspetto che ci sia abbondanza di variazione da un giocatore all’altro. Giocatori che sono molto forti nei terzi set riescono davvero a rispondere a più servizi o, come dimostrato da Lorenzi, modificano la strategia a favore di uno stile di gioco con cui hanno più familiarità. Un’analisi di queste tipologie di numeri per singoli giocatori è la naturale evoluzione del discorso, ma dovrà aspettare un’altra volta.

Do Rallies Get Longer as Matches Progress?

Altro Slam, altro inutile cronometro al servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 febbraio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il cronometro al servizio per i 25 secondi tra un punto e l’altro è diventato in fretta una presenza stabile in entrambi i circuiti maggiori. Dopo una fase sperimentale, ha debuttato nei tornei di preparazione agli US Open 2018 e da allora è stato ampiamente adottato. Sia gli US Open che gli Australian Open ne hanno fatto uso, e la WTA lo introdurrà negli eventi Premier del 2019, con l’idea di estenderlo poi a tutti i tornei.

Per come l’ho intesa, l’obiettivo del cronometro al servizio è duplice. Il primo, limitare la durata delle partite costringendo i giocatori a un tempo prefissato tra un punto e l’altro. Il secondo, applicare la regola in modo equo.

Dirigenti di tennis e di emittenti televisive sono sempre alla ricerca di accorgimenti per rendere le partite più corte (o, quantomeno, di durata più prevedibile), quindi il primo obiettivo ha una portata più ampia.

Il secondo è più specifico. È risaputo che diversi dei giocatori che impiegano molto tempo tra un punto e l’altro sono le grandi stelle, e si riteneva che l’arbitro esitasse a penalizzarli. In teoria, un cronometro identico per tutti dovrebbe rendere l’applicazione più trasparente, assicurando correttezza a prescindere dallo status.

È difficile valutare il successo del secondo obiettivo. Per certi aspetti, sembra che stia funzionando, vista l’assenza di lamentele da parte dei giocatori. Rispetto al primo obiettivo, è più semplice fare una valutazione degli sviluppi, aspetto che ho analizzato già tre volte, appena dopo il Canada Masters 2018, dopo il Cincinnati Masters 2018 e al termine degli US Open 2018.

Tre eventi separati, medesima conclusione: il cronometro al servizio non ha velocizzato il gioco e, in molti casi, è coinciso con partite più lente.

Come è andata in Australia

Il metodo più immediato per misurare la velocità di un partita è di usare la durata ufficiale e il numero di punti giocati e calcolare i secondi per ogni punto. È un sistema un po’ approssimativo, visto che la durata ufficiale non ricomprende solo il tempo effettivo di gioco ma anche le pause tra i punti, i cambi di campo, le interruzioni per temperature eccessive o per la richiesta di assistenza medica, la moviola istantanea chiamata dai giocatori ed eventuali brevi sospensioni per pioggia. Si tratta quindi di un dato imperfetto, anche se il i cambi di campo od occorrenze simili sono ben definiti, rendendo possibile il paragone.

La tabella mostra i secondi medi per punto per gli uomini e le donne agli Australian open 2018 e 2019, a indicazione della cadenza di gioco prima e dopo l’introduzione del cronometro al servizio.

Anno   Sec/Pt U   Sec/Pt D   
2018 40.2 40.4
2019 41.0 40.3

Non siamo esattamente di fronte a una pubblicità progresso per il cronometro al servizio. In media, le partite sono state più lente nel 2019 rispetto al 2018. D’altro canto però, è un risultato migliore di quanto verificatosi agli US Open 2018, che sono stati in media 2.5 secondi più lenti del 2017, edizione senza cronometro.

Aumenta la precisione, resta la lentezza

Vale la pena ripetere che è un metodo poco raffinato per misurare la velocità di una partita. Per la maggior parte dei tornei però è il massimo ottenibile in assenza di accesso ai dati che l’ATP e (presumibilmente) la WTA possiedono in merito. Negli Slam c’è possibilità per un maggiore dettaglio.

Fino al 2017, per gli US Open e gli Australian Open mi riferisco ai dati di IBM Slamtracker. Per gli Australian Open, la collaborazione con IBM è terminata, ma dati punto per punto sono comunque disponibili sul sito.

Con dati più accurati, si possono ottenere stime più precise della frequenza con cui i giocatori sono andati oltre il limite dei 25 secondi, prima e dopo l’adozione del cronometro al servizio (il limite precedente era di 20 secondi, ma sono convinto che nessuna delle violazioni sia stata assegnata prima che fossero trascorsi almeno 25 o più secondi).

Dopo gli US Open 2018, ho trovato un aumento considerevole del numero di volte in cui i giocatori sono andati oltre i 25 secondi, così come le volte in cui sono andati oltre i 30 secondi. Per chi è interessato, l’articolo contiene approfondimenti metodologici al riguardo.

Di nuovo, gli Australian Open fanno meglio degli US Open, ma non significa necessariamente che il cronometro è efficace, solo che non rallenta le partite in modo così incisivo. La tabella mostra un confronto di violazione temporale prima e dopo l’introduzione del cronometro, per il 2017 e il 2019 (non ho raccolto i dati per gli Australian Open 2018).

Tempo       2017   2019   Delta (%)   
sotto 20s 77.6% 75.9% -2.2%
sopra 25s 91.6% 91.8% 0.2%
sopra 25s 8.4% 8.2% -1.7%
sopra 30s 2.8% 2.1% -25.2%

L’ultima riga della tabella è la prima vera indicazione del fatto che il cronometro al servizio sta funzionando. Rispetto a due anni fa, si superano i 30 secondi tra un punto e l’altro molto meno frequentemente. Di converso, se si considerano i 25 secondi non c’è quasi differenza. Altro elemento negativo, l’apparente miglioramento dato dal valore di 2.1% per l’intervallo sopra i 30 secondi è considerevolmente peggiore di quanto visto agli US Open 2018, in cui si era solo sullo 0.8%. Agli Australian Open, il cronometro ha eliminato alcune delle violazioni più evidenti, ma ne rimangono molte.

Servono medici, non medicine

Il problema principale continua a risiedere nel modo in cui si usa il cronometro. Il conteggio infatti prende il via alla chiamata del punteggio che, generalmente, avviene quando il rumore di fondo nello stadio si è esaurito. Per questo, dopo scambi lunghi o emozionanti – cioè proprio quelli in cui i giocatori prendono più tempo per rifiatare prima di servire – il limite temporale è di fatto allungato.

Ma non c’è ragione perché sia così. L’arbitro dovrebbe far partire il cronometro quando il punto è terminato e, se gli spettatori sono ancora in visibilio dopo 20 o 25 secondi, comportarsi di conseguenza. Alcuni giocatori però hanno già l’abitudine strategica di sfruttare tutto il tempo concesso. Più l’arbitro aspetta prima di far ripartire il cronometro, più dobbiamo attendere la ripresa del gioco.

La mia critica principale all’avvio ritardato del cronometro però è di diverso tipo. Ovviamente vorrei vedere le partite procedere con più rapidità. Ma, come per quasi tutti gli aspetti del regolamento, a darmi fastidio è l’estensione del tempo limite più favorevole per le mega stelle che per i giocatori di rincalzo. In un campo come la Rod Laver Arena a Melbourne, dopo ogni punti giocato si assiste a una anche modesta ovazione, specialmente in presenza di grandi nomi come Roger Federer o Rafael Nadal o Serena Williams.

Lontano dai riflettori sul campo 20, Johanna Larsson può pensare di ottenere un applauso appena accennato anche dopo uno scambio da sfinimento. Più è anonimo il giocatore, minore il tempo di recupero. E dopo un paio di partite, la differenza si fa sentire. Una regola introdotta per aumentare equità e trasparenza non dovrebbe andare a svantaggio degli sconosciuti. In questo caso però negli Slam sembra succedere proprio così.

Prima o poi smetterò di commentare il cronometro al servizio. Finché i due circuiti promuoveranno un’innovazione che fallisce nel proprio dichiarato intento, continuerò a valutarne i risultati. Magari fra qualche anno si arriverà finalmente ad applicarla nel modo giusto.

Another Slam, Another Pointless Serve Clock

L’impatto del nuovo super-tiebreak agli Australian Open 2019

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 18 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Uno dei vari cambiamenti introdotti agli Australian Open 2019 è stato il super-tiebreak nel set decisivo delle partite di singolare. Dopo due turni, tre partite maschili e due femminili hanno già messo alla prova la regola. Cosa può svelare l’esito di quelle partite sul possibile impatto del nuovo format?

Un format specifico per ciascuno Slam

Nel 2019, ciascun torneo dello Slam avrà uno specifico format. Gli US Open – i primi ad adottare il tiebreak classico nel set decisivo – continueranno a mantenere la loro configurazione, la più breve tra tutte. A Wimbledon si giocherà per la prima volta un tiebreak classico sul punteggio di 12-12 nel set decisivo. Il Roland Garros è rimasto di fatto l’unico Slam con il set decisivo ai vantaggi.

Gli Australian Open si sono lanciati nella mischia adottando il super-tiebreak nel set decisivo. E dopo due turni giocati, già 5 partite sono terminate con il super-tiebreak, compreso il primo turno vinto da Katie Boulter, che ha poi ammesso di essersi dimenticata della nuova regola (nei turni successivi, solo una partita è finita al super-tiebreak, la vittoria di Kei Nishikori al quarto turno contro Pablo Carreno Busta, n.d.t).

Tra gli Slam, gli Australian Open sono stati scenario di due delle dieci più lunghe partite di singolare maschile (escludendo la Coppa Davis): la finale del 2012 tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, durata 5 ore e 53 minuti e il primo turno tra Ivo Karlovic e Horacio Zeballos nel 2017, terminato dopo 5 ore e 22 minuti.

Alla luce di questi record, giocatori e appassionati possono chiedersi come il nuovo format contribuirà a eliminare le partite di durata infinita. Riflettiamo sulla domanda pensando alle partite su cui già sono ricaduti i cambiamenti introdotti.

Nel primo turno del tabellone maschile una sola partita è arrivata al super-tiebreak, la battaglia francese tra Jeremy Chardy e Ugo Humbert terminata 10-6 dopo 4 ore e 9 minuti. Al secondo turno, due partite hanno avuto lo stesso destino. In una, l’attira tiebreak Reilly Opelka ha perso 10-5 da Thomas Fabbiano in appena 3 ore e 32 minuti. Nell’altra, Nishikori l’ha scampata dopo 3 ore e 52 minuti contro Ivo Karlovic, vincendo 10-7.

Sono partite che sarebbero durate più a lungo in una situazione di set decisivo ai vantaggi?

Ci aspettiamo che sia così, ma di quanto?

Come giocatori tipo Karlovic e Opelka dimostrano, è più probabile rimanere invischiati in un’interminabile sequenza di servizi in presenza di due giocatori nella stessa partita che vincono una percentuale simile di punti al servizio. Così è stato per Chardy e Humbert, che hanno vinto rispettivamente il 68% e 70% in media, o Fabbiano e Opelka con il 70% e 73%, o Nishikori e Karlovic con il 74% e 78%. Tutti hanno superato la media del 67% del circuito, aspetto che dà garanzia quasi certa di prolungare il quinto set ad oltranza.

Utilizzando un simulatore di risultati con queste statistiche al servizio otteniamo una stima ragionevole della durata addizionale che quelle partite avrebbero avuto se il set decisivo fosse andato ai vantaggi.

La stima con un simulatore di risultati

L’immagine 1 presenta gli esiti per le partite in cinque set con le statistiche al servizio di Chardy e Humbert. Le linee mostrano la mediana, l’80esimo e il 90esimo percentile, mentre la linea rossa identifica l’effettiva durata della partita. Emerge che anche per un format più corto, la partita tra Chardy e Humbert è stata comunque insolitamente lunga, rientrando quasi tra il 20% di quelle che ci si attende abbiano durata più lunga quando c’è il set decisivo ai vantaggi. Con la durata attesa di 1 partita su 20 al quinto set di almeno 5 ore, c’era una buona probabilità che sarebbe potuta andare peggio di così.

IMMAGINE 1 – Durata attesa della partita tra Chardy e Humbert con il set decisivo ai vantaggi

Il nuovo format ha probabilmente avuto conseguenze più importanti sulla partita tra Fabbiano e Opelka, la cui durata effettiva ricade quasi esattamente nella mediana della durata attesa per una partita di cinque set nel format con il set decisivo ai vantaggi. Questo si traduce in una probabilità del 50% che avrebbe potuto durare più di quanto non abbia fatto.

IMMAGINE 2 – Durata attesa della partita tra Fabbiano e Opelka con il set decisivo ai vantaggi

L’impatto maggiore fino a questo momento è stato per la partita tra Nishikori e Karlovic. Osservando la distribuzione delle durate sulla base delle loro caratteristiche di servizio, possiamo notare come Nishikori possa ritenersi fortunato per l’introduzione della nuova regola. Senza, si sarebbe infatti trovato di fronte al 70% di probabilità di una guerra di nervi di più di 4 ore una volta raggiunto il quinto set contro Karlovic.

IMMAGINE 3 – Durata attesa della partita tra Nishikori e Karlovic con il set decisivo ai vantaggi

L’impatto è già evidente

Sono bastate tre partite per vedere che il nuovo format ha già lasciato il segno nel torneo, ed ha ancora più importanza per quei giocatori con percentuali di punti vinti al servizio superiori al 70%. Può sembrare di poca consolazione per un giocatore che arriva al terzo turno avendo già giocato 9 set, ma meno minuti in campo potrebbero avere un peso per la probabilità di raggiungere la seconda settimana.

Impact of the New Super Tiebreak at the Australian Open

L’impatto dell’utilizzo del cronometro al servizio agli US Open 2018

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 19 settembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per la prima volta in assoluto tra i tornei del Grande Slam, gli US Open 2018 hanno introdotto il cronometro al servizio. I secondi a disposizione del giocatore dal momento in cui è terminato un punto all’inizio del successivo sono stati fissati a 25, dal precedente limite ufficiale di 20 secondi, in parte per prendere consapevolezza che una pausa così breve avrebbe comunque continuato a non essere rispettata, e per allinearsi all’ATP e alla WTA, che da tempo hanno quel limite a 25 secondi.

Si è sperimentato l’utilizzo del cronometro nei tornei estivi in Nordamerica, e già in precedenza mi è capitato di misurarne l’impatto sulla durata, in un articolo per l’Economist e in uno su questo blogIn entrambi, la conclusione è stata che il cronometro al servizio sembra rallentare le partite. Con dati limitati a disposizione – il numero di punti e la durata di ogni partita – ho trovato che le partite di tutti i tornei con il cronometro sono state più lente tra 0.3 e 2.0 secondi per punto. Significa qualche minuto a partita, non poco per una novità introdotta per velocizzare il gioco.

US Open 2017 vs US Open 2018

Gli US Open forniscono un campione più ampio di partite da analizzare e dati molto più specifici. Prima di addentrarci nella ricerca di una risposta più strutturata al problema, osserviamo le partite giocate a Flushing Meadow sotto la semplice lente dei secondi per punto. La tabella riepiloga il calcolo per il tabellone di singolare maschile dell’edizione 2017 (senza il cronometro e con un limite teorico di 20 secondi) e dell’edizione 2018 (con il cronometro a 25 secondi).

Tabellone   2017   2018  
Uomini      40.0   43.4  
Donne       40.7   42.3

Sono partite decisamente lente. Di tutte quelle estive che ho esaminato, solo nel tabellone maschile a Washington si è andati oltre i 42 secondi per punto.    

È probabile però che il caldo torrido abbia inciso, almeno in parte, sui tempi di gioco. La regola delle temperature estreme ha certamente rallentato lo svolgimento, visto che prevede un’interruzione di dieci minuti dopo i primi due set per le partite femminili e dopo i primi tre set per quelle maschili, quando le condizioni meteo sono impossibili da sostenere. Sono interruzioni che rientrano nella durata ufficiale della partita, quindi vanno in un modo o nell’altro considerate.

Evitiamo del lavoro addizionale escludendo interamente la regola delle temperature estreme e confrontando partite del 2017 e 2018 in cui un giocatore ha vinto tutti i set, per nessuna delle quali è stata applicata la regola. Rimaniamo con metà dei dati di partenza.

Tabellone   Punteggio minimo 
            2017      2018   
Uomini      39.2      43.4  
Donne       39.8      41.3

Non me lo aspettavo. Le partite con il minimo punteggio di set quest’anno sono state giocate quasi con la stessa velocità di quelle più lunghe, anche senza la possibile applicazione della regola dei 10 minuti. Forse i giocatori non si dilungano nelle partite a punteggio minimo perché così tante di queste sono a senso unico. O forse è la combinazione di giocatori a essere diversa. Quale la ragione, questo paragone tra mele e mele mostra che le mele del 2018 sono state un bel po’ più lunghe da mangiare di quelle dello scorso anno.

Di nuovo, ma con dati migliori

La regola delle temperature estreme ha evidenziato il problema di usare la durata complessiva delle partite, che include le interruzioni tra un set e l’altro, i cambi di campo, le richieste di Hawk-Eye, i nastri e qualsiasi altra forma di ostacolo al flusso del gioco che si possa pensare. Sono tutti ritardi che nel lungo termine verranno controbilanciati, ma nel lungo termine, citando John Maynard Keynes, non ci sarà nemmeno più nessuno. A oggi, abbiamo visto solo poche centinaia di partite su ciascun circuito usare il cronometro al servizio.

Lo Slamtracker degli US Open riporta i marcatori temporali all’inizio di ciascun punto della maggior parte delle partite di singolare maschile. Pur non essendo ancora la perfezione – non dice ad esempio quando finisce il punto – con la giusta cura è del materiale su cui si può lavorare.

Metodologia

Ho iniziato identificando tra i dati di Slamtracker ogni punto sulla prima di servizio che non ha portato alla conclusione del game di servizio. Poi ho escluso le seconde di servizio perché il tempo utilizzato tra la prima e la seconda cambia radicalmente da giocatore a giocatore, e non è un aspetto di cui si preoccupa l’introduzione del cronometro al servizio. Infine, ho eliminato anche i punti di chiusura del game perché le pause a seguito di quei punto sono più lunge, in quanto il servizio passa all’altro giocatore e spesso si cambia anche campo. 

Rimangono così circa 16.000 punti, cioè un numero molto interessante su cui fare calcoli. Da qui, ho cercato di ricavare quanto tempo sia stato dedicato al tennis effettivo, vale a dire servizio, risposta, rovesci tagliati, questo tipo di cose. Viene fuori che ogni colpo aggiuntivo comporta circa due secondi in più tra l’inizio di un punto e l’inizio del successivo.

Una parte potrebbe dipendere dall’accumulo di fatica, che allunga la ripresa del punto, ma lascio ai giocatori il beneficio del dubbio e ipotizzo che si tratti di tempo impiegato per giocare. Sono anche generoso e affermo che il primo colpo – la durata di un ace o di un servizio vincente – è cinque secondi, in modo da lasciare più tempo per i movimenti di servizio più elaborati.

Tra tutto, abbiamo 16.000 punti per i quali si può stimare la lunghezza della pausa tra un punto e l’altro. Se tra i marcatori per il punto 1 e il punto 2 ci sono 35 secondi e il punto 1 era di cinque colpi – 5 secondi per il primo colpo, 8 secondi per i successivi per un totale di 13 secondi – concludiamo che il giocatore al servizio ha impiegato 22 secondi per detergere il sudore, scegliere le palline meno consumate e prepararsi a servire. 

Un ultimo passaggio, sempre in vena di generosità: per ogni partita, ho eliminato il 5% più lungo delle pause tra un punto e l’altro. Alcuni sono probabilmente dovuti a Hawk-Eye, o nastri al servizio o ad altre interruzioni non presenti nei dati. Ma probabilmente ho filtrato anche dei casi legittimi in cui il giocatore al servizio era davvero lentissimo, ma voglio fare di tutto per ottenere un risultato non contaminato da troppi fattori esterni.

Risultati

Basta con la metodologia, ecco i risultati. La tabella mostra il numero di pause tra un punto e l’altro rispettivamente al di sotto dei 20 e dei 25 secondi, e al di sopra dei 25 e 30 secondi. Non dimentichiamo che questi tempi, e le frequenze temporali che ne risultano, derivano da una serie di ipotesi – ufficiali – favorevoli ai giocatori. Sono abbastanza sicuro che con un cronometro alla mano per ciascuno dei 16.000 punti considerati, è più probabile che arriveremmo di persona a un conteggio uguale o più lungo di quanto non ne troveremmo di più corto. 

Pausa tra punti   2017    2018    Variazione (%)  
Meno di 20sec     86.5%   78.6%   -9.2%  
Meno di 25sec     97.0%   95.1%   -2.0%  
Più di 25sec      3.0%    4.9%    63.1%  
Più di 30sec      0.4%    0.8%    91.0%

Non sono molto numerosi le pause eccessivamente lunghe – meno di una ogni 20 punti quest’anno – ma sono aumentate vertiginosamente rispetto al 2017. Potrebbe dipendere dalla modifica della regola dai 20 ai 25 secondi ma, come abbiamo visto, le partite con il limite di venti secondi nel 2017 si sono giocate velocemente quasi quanto quelle con il limite di venticinque secondi (in termini di durata per punto). Non penso quindi sia un aspetto a cui guardare. 

Il caldo è naturalmente un fattore, anche escludendo le interruzioni generate dall’applicazione della regola delle temperature estreme. Temperature più alte e umide tendono ad affaticare i giocatori più velocemente, e questo si riflette poi nel tempo impiegato a recuperare tra un punto e l’altro. Forse questo è il motivo per cui dall’anno scorso le pause di 30 o più secondi sono quasi raddoppiate.

Restano comunque diversi interrogativi sul cronometro al servizio e sulla sua modalità d’impiego da parte degli arbitri. La frequenza delle pause di 30 o più secondi – lo 0.8% – sembra ininfluente, ma su 16.000 punti rappresenta più di 100 occorrenze. Nell’analisi sono riuscito a includere solo poco meno della metà dei punti in partite con lo Slamtracker, che significa all’incirca tre quarti del tabellone di singolare.

Quindi, potrebbero esserci più di 300 circostanze in tutto il torneo in cui un giocatore impiega più di 30 secondi prima di servire il punto successivo (e non dimentichiamo di aver escluso il 5% più lungo tra queste). Il numero delle pause di almeno 25 secondi è un’evidenza ancora più forte: seguendo lo stesso ragionamento, potrebbero essere circa 2000 le volte di superamento del limite dei 25 secondi. Sicuramente alcune di queste sono state sanzionate, ma non più di una minima frazione.

Conclusioni

Come ho scritto nel precedente articolo di questo blog, causa rilevante del problema è da imputare all’abitudine dei giudici di sedia di far partire il cronometro solo quando il rumore degli spettatori si è placato. In una partita emozionante e con grande pubblico, il tempo limite diventa quindi in realtà di almeno 35 secondi. Potrebbero essere queste le istruzioni ricevute dagli arbitri, ma così è certo che le partite durino di più. Non c’è motivo per non far partire il cronometro immediatamente e interromperlo solo nelle rare occasioni in cui c’è ancora troppo rumore dopo 25 secondi. 

Questo semplice metodo per la valutazione dell’impatto del cronometro al servizio, come descritto in precedenza, continua a suggerire un rallentamento nei tempi di gioco. Un’analisi più sofisticata – resa possibile da dati più specifici per la maggior parte degli Slam – muove nella stessa direzione, mostrando quanto spesso i giocatori riescano comunque ad allungare la pausa tra un punto e l’altro. La speranza è che il cronometro al servizio sia in fase di aggiornamento, perché altrimenti servono migliorie sostanziali affinché possa contribuire a velocizzare il gioco. 

The Effect of the US Open Serve Clock

Prime considerazioni sul cronometro al servizio dopo il torneo di Cincinnati

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 22 agosto 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per ora, il cronometro al servizio (o serve clock, che scandisce i secondi a disposizione del giocatore al servizio dal momento in cui è terminato un punto all’inizio del successivo, n.d.t.) non ha velocizzato le partite.

Nel mio articolo per l’Economist di qualche giorno fa, ho mostrato come nella manciata di tornei in cui la nuova tecnologia è stata utilizzata, si è impiegato più tempo per giocare ciascun punto rispetto alla passata edizione dello stesso evento.

Il gioco rimane più lento

L’articolo si basava sui dati dei tornei di San Jose, Washington, Toronto e Montreal. La conclusione del torneo congiunto di Cincinnati – Masters per gli uomini e Premier per le donne – ha fornito un altro po’ di partite con un mix differente di giocatori e giocatrici, in modo da poter approfondire il ruolo del cronometro al servizio sulla velocità di gioco. Pur con l’ennesima settimana di cronometro visibile a tutti, il ritmo di gioco rimane più lento di quello di un anno fa. 

Per quanto riguarda gli uomini, sono stati usati 41.2 secondi per punto nell’edizione 2018, rispetto ai 39.8 secondi del 2017. Nel tabellone femminile, i secondi sono stati 40.8 per punto, in aumento dai 40.2 del 2017. In entrambi i casi, si tratta di un incremento che rispecchia la variazione media osservata nei tornei delle due settimane precedenti.

La tabella riepiloga il dettaglio del tempo per punto in ciascun evento, con la colonna “S/P” a indicare i secondi per punti. Sono riportate anche le medie del circuito e quelle complessive, ponderate per il numero di partite di ciascun evento.

* i lettori più attenti potrebbero notare delle differenze minime con i numeri dell’articolo dell’Economist, dovute a errori di arrotondamento

In molti hanno commentato sull’imprecisione della misurazione con il cronometro al servizio (me compreso, sempre nell’articolo originario). A meno di non presentarsi con un cronometro a tutte le partite, non esiste una modalità di revisione dell’operato arbitrale tramite il calcolo dei secondi intercorsi tra un punto e l’altro.

La specifica combinazione di giocatori di qualsiasi tabellone può incidere sulla misurazione complessiva. Io stesso ho provato a usare un semplice modello che tenesse in considerazione il tipo di giocatore, ma sono stati più i problemi delle soluzioni.

I numeri puntano a una sola direzione

Concordo nell’affermare che si è ancora molto lontani da un giudizio finale sul cronometro al servizio, anche non considerando la probabile evoluzione del modo in cui verrà utilizzato dagli arbitri. 

Però, sono numeri che puntano a una sola direzione. Una simile analisi su tornei senza il cronometro al servizio conferma che il 2018 non ha, in generale, un ritmo di gioco più lento: ad esempio, nei tabelloni maschili e femminili a Indian Wells, Miami e Madrid, in quattro sezioni su sei il tempo medio per punto è diminuito e in una delle rimanenti è aumentato solo di 0.1 secondi per punto.

Inoltre, è importante ricordare che uno degli obiettivi supposti del cronometro al servizio è di velocizzare il gioco, non solo di mantenerne il ritmo attuale. Dovesse il tempo impiegato per punto rimanere all’incirca lo stesso dello scorso anno, sarebbe un’indicazione intrinseca del fatto che la nuova tecnologia non sta mantenendo le aspettative. Sette tornei su sette in cui il tempo di gioco è diminuito consentono una posizione ancora più netta in merito.

C’è spazio di evoluzione nell’uso del cronometro

Fortunatamente per il tennis, c’è ampio spazio di evoluzione nell’uso del cronometro al servizio. L’esempio più macroscopico arriva dal comportamento degli arbitri nell’aspettare che il rumore degli spettatori si sia completamente placato prima di avviare il cronometro.

Naturalmente non si può imporre ai giocatori di servire in un sottofondo rumoroso, ma di solito il tifo smette dopo una decina di secondi. Invece di aggiungere quei dieci secondi al tempo concesso tra un punto e l’altro, gli arbitri dovrebbero azionare immediatamente il cronometro e, nelle rare occasioni in cui la folla continua a essere troppo rumorosa, interrompere il conteggio.

È improbabile che le partite rimarranno a ritmo lento una volta che la questione cronometro si è assestata. L’asticella però è stata alzata: a questo punto del percorso, si può parlare di miglioramento se le partite con il cronometro visibile a tutti vengono giocate alla stessa velocità di quelle che le hanno precedute.

What Cincinnati Taught Us About the Serve Clock

Le sospensioni di una partita incidono sull’esito finale?

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato l’8 giugno 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

La pioggia intermittente e la scarsa visibilità della sera hanno costretto gli organizzatori del Roland Garros 2018 a rinviare diverse partite, tra cui i quarti di finale della parte bassa del tabellone maschile.

Si ha spesso l’impressione che, in presenza di interruzioni di questo tipo, sia più probabile assistere a inversioni totali o variazioni significative nel punteggio. Possediamo dati a conferma dell’incidenza di una o più sospensioni di gioco?

La pioggia ha creato trambusto in molte edizioni del Roland Garros. Il 2016 è stato uno degli anni più difficili in assoluto, con intere sessioni cancellate. Anche se nel 2018 si è riusciti a giocare con regolarità, alcuni passaggi di forte pioggia hanno comportato la sospensione di molte partite, otto nel tabellone maschile e due in quello femminile.

È difficile avere a disposizione dati storici sulla sospensione o il rinvio delle partite. Il numero di sospensioni del 2018 però è già superiore al numero complessivo di partite interrotte tra il 2014 e il 2017.

Con l’aumentare quest’anno del numero di partite sospese, specialmente per gli uomini, è immediato chiedersi quale impatto possa aver avuto l’interruzione sullo svolgimento e quali giocatori possano averne beneficiato o subìto le conseguenze.

Le partite sospese sono lunghe

Analizzando le statistiche delle dodici partite maschili che sono terminate dopo una sospensione (a esclusione dei ritiri durante la partita) al Roland Garros tra il 2016 e il 2018, il primo aspetto che emerge è la durata.

Rispetto alle partite maschili nello stesso periodo conclusesi regolarmente, la maggior parte di quelle sospese rientra nel 50% superiore di durata (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Numero di punti totali giocati in partite sospese e non sospese al Roland Garros tra il 2016 e il 2018

Una partita non sospesa negli ultimi tre anni è durata in media 200 punti, mentre nelle partite sospese sono stati giocati mediamente 260 punti.

Meno chiaro è se l’interruzione stessa prolunghi il gioco. La spiegazione più probabile è che partite che in ogni caso sarebbero durate a lungo sono proprio quelle con la più alta possibilità di essere interrotte.

Capovolgimenti di fronte

Quando una partita viene interrotta si sente spesso dire che ci si può aspettare una variazione nel vantaggio psicologico associato all’andamento del punteggio.

I commentatori tendono a scoraggiare il giocatore che è in vantaggio dall’interrompere la partita a meno di impedimenti oggettivi, nella convinzione che è più probabile che poi perda il vantaggio se si termina la partita il giorno dopo.

La variazione di punteggio dopo una sospensione della partita è più probabile di una variazione dopo che si è giocato per una durata simile in una partita che si svolge con regolarità? Quanto successo nei quarti di finale tra Rafael Nadal e Diego Schwartzman suggerisce questo, ma forse si sarebbe verificato comunque a prescindere dall’interruzione per pioggia.

Visto che la maggior parte delle sospensioni in una partita maschile accade intorno ai 100 punti, possiamo confrontare le statistiche di una partita regolare prima e dopo il centesimo punto per avere un’idea sulla presenza di variazioni insolite nel caso delle partite che sono state sospese.

L’immagine 2 mostra le situazioni di inversione di punteggio subite dal giocatore al comando, tali da comportare un sconfitta finale.

IMMAGINE 2 – Impatto della sospensione sul giocatore in vantaggio nelle partite di singolare maschile del periodo dal 2016 al 2018

Nelle partite senza sospensioni, questo tipo di inversione si è verificato in media nel 23% delle partite di singolare maschile tra il 2016 e il 2018. Per le partite sospese, la media è del 31%, con un aumento quindi del 30%.

Considerato il numero ridotto di partite sospese, è necessaria estrema cautela nell’attribuire valore alla media, ma siamo comunque in presenza di un incremento minimo sfavorevole nel cambio di punteggio per il giocatore al comando.

Cambio di conduzione

Nelle partite con sospensioni, i giocatori che finiscono per emergere vincitori beneficiano di un aumento medio di cinque punti percentuali nei punti vinti dopo l’interruzione rispetto a quelli vinti prima. Si tratta di una variazione maggiore rispetto al 75% dei vincitori di partite senza interruzioni prima e dopo un numero simile di punti giocati.

IMMAGINE 3 – Variazione del vincitore in termini di punti vinti dopo la sospensione nelle partite di singolare maschile del periodo dal 2016 al 2018

Nadal è Julien Benneteau sono i due giocatori che quest’anno hanno ricevuto il maggior beneficio in termini di punti vinti dopo una sospensione. Jeremy Chardy invece è stato uno dei pochi a subire l’effetto opposto, pur essendosi portato così avanti nel punteggio da ottenere comunque la vittoria.

Sia Nadal che Benneteau erano indietro di un set al momento della sospensione, mentre Chardy era avanti due set a zero.

Sembra esserci dunque evidenza a conferma dell’impressione che le sospensioni di una partita incidano sull’esito finale e sul rendimento dei giocatori. Se così fosse, c’è una ragione in più per aspettare con ansia negli anni a venire l’inaugurazione al Roland Garros del nuovo stadio Chatrier provvisto di tetto.

Does Interrupting a Match Impact the Outcome?