Una breve spiegazione sull’arrivo in volata alla Laver Cup

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 24 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella terza edizione della Laver Cup, il Resto del Mondo si è avvicinato — come mai era riuscito — a battere l’Europa, che ancora una volta ha dimostrato di essere una potenza. Indietro nel punteggio per 5-7 al termine della seconda giornata, con la vittoria delle prime due partite della terza giornata il Resto del Mondo ha ristabilito l’equilibrio lasciando l’esito della sfida incerto fino all’ultimo. La situazione non sembrava chiara per i telecronisti, aperti alla possibilità di una tredicesima partita tra le due squadre. Vediamo perché non sarebbe potuto accadere e quali condizioni si sarebbero invece dovute verificare per arrivare alla partita decisiva.

La Laver Cup non ha una lunga tradizione, quindi parlare di tendenze può non avere molto senso. Abbandonando temporaneamente i rigidi dettami statistici, è curioso notare che il Resto del Mondo si è migliorato o ha eguagliato sé stesso al termine della seconda giornata in ciascuno dei tre anni. Gli 11 punti vinti in Svizzera sono a oggi il bottino più ampio. Escludendo la conquista del trofeo, il Resto del Mondo potrebbe superare questo traguardo con 12 punti alla fine delle partite della terza giornata forzando la sfida conclusiva, uno scenario che però non si è mai verificato.

Forzare la partita decisiva

Alcuni dei commenti televisivi hanno lasciato intendere che si sarebbe comunque sempre potuti arrivare alla partita decisiva. Non è la prima inesattezza numerica sentita durante una telecronaca, ma si è portati a pensare che la semplice addizione multipli di 3 al punteggio del Resto del Mondo alla fine della seconda giornata avrebbe evitato un errore di quel tipo.

Gli affezionati lettori di questo blog non avranno alcun problema nel realizzare che ci sono solo una manciata di punteggi dalle partite della seconda giornata che possono generare una parità di 12-12 dopo la dodicesima partita della terza giornata. E cioè:

  • 0-12
  • 3-9
  • 6-6
  • 9-3
  • 12-0

Meno immediato è capire quanto probabile fosse ciascuno di essi a Ginevra. Tenendo conto delle valutazioni specifiche per il cemento dei giocatori scelti per il singolare e il doppio nella prima e seconda giornata, il grafico dell’immagine 1 mostra tutte le combinazioni di punteggio possibili per il Resto del Mondo alla fine della seconda giornata, con la relativa probabilità.

Complessivamente, la probabilità che il Resto del Mondo fosse su uno dei cinque punteggi che avrebbe condotto a una partita decisiva era del 33%. Il più probabile era il 3-9, con il Resto del Mondo senza i favori del pronostico in tutti i singolari ma favorito in tutti i doppi.

È interessante notare che il punteggio effettivamente raggiunto (5-7) era, con il 17%, appena meno probabile del 3-9 su cui si sarebbero potuti trovare. Sicuramente la prima vittoria in singolare di Jack Sock (contro Fabio Fognini per 6-1 7-6, n.d.t.) per il Resto del Mondo deve essere tra le più grandi sorprese della competizione.

IMMAGINE 1 – Probabilità attesa per ogni combinazione di punteggio del Resto del Mondo alla fine della seconda giornata, sulla base di 50.000 simulazioni di risultato dalle partite effettive della prima e seconda giornata

Recuperare dallo 0-12?

Quando il Resto del Mondo ci riproverà a Boston, nella quarta edizione della Laver Cup nel 2020, guarderò con attenzione se saranno in grado di fare meglio di 5 punti dopo la seconda giornata e di 11 dopo la terza.

E spero di essere ancora in salute quando una delle due squadre recupererà uno svantaggio di 0-12 per giocarsi tutto nella partita finale. Con i giocatori presenti quest’anno, sarebbe successo solo in 6 delle 50.000 simulazioni della competizione. Temo ci sarà un po’ da aspettare per questo scenario. Per la prima partita decisiva invece, l’anno prossimo potrebbe essere quello giusto.

A Short Explainer on Getting to a Laver Cup Decider

Come Medvedev e Berrettini hanno gestito la pressione agli US Open

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 13 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con il grande risultato ottenuto agli US Open, Daniil Medvedev e Matteo Berrettini hanno mostrato che il futuro del tennis maschile è luminoso. In questo articolo, analizzo il rendimento delle due giovani stelle in termini di pressione punto per punto a ogni turno del loro cammino.

Dopo la conclusione dell’ultimo Slam dell’anno, è tempo di riflessioni su quanto emerso a Flushing Meadows e sulla direzione che il tennis potrebbe intraprendere. L’incredibile progressione di Medvedev e Berrettini è al centro dell’attenzione, anche perché ha alimentato le aspettative di un possibile argine al dominio dei Grandi Tre almeno da parte di alcuni giocatori della Next Gen. Alla luce del clamore suscitato, mi interessava indagare un aspetto della prestazione che solitamente non riceve l’approfondimento che merita, vale a dire la pressione generata da ciascun punto.

La pressione per Berrettini

La pressione punto cattura quanto un giocatore ha da perdere in un qualsiasi punto. Per natura, può variare tremendamente nel corso della partita, specialmente se è di durata e intensità rilevanti come in alcune delle maratone che Medvedev e Berrettini hanno dovuto affrontare a New York.

L’immagine 1 mostra la variazioni della pressione che Berrettini ha dovuto fronteggiare (linea tratteggiata) e la media dei punti pressione vinti (linea continua). In tutti i set giocati, Berrettini si è trovato con una pressione media del 2% per set e una frequenza di punti pressione vinti del 51.5%. Pressione e frequenza sono standardizzate sulla base della media del giocatore e sulla deviazione standard set per set, in modo da capire più facilmente quando ha avuto un rendimento superiore o inferiore alle sue medie del torneo.

Il quinto set nel quarto di finale

Il set più carico di pressione per Berrettini è stato quello decisivo nel quarto di finale contro Gael Monfils — che è anche per lui l’unica partita del torneo andata al quinto — vinto al tiebreak per 7 punti a 5 e con una pressione media del 6.5%. La frequenza di vittoria dei punti pressione è stata in quel set del 54.2%, la seconda più alta come rendimento nei cinque set a maggior pressione, dietro al primo posto occupato dal 55% maturato nel secondo set di quella stessa partita, dopo che Berrettini aveva perso il primo.

IMMAGINE 1 – Pressione fronteggiata (media mobile) e media (mobile) dei punti pressione vinti per set nelle partite di Berrettini agli US Open 2019

È interessante notare quanto è variata la percentuale di trasformazione dei punti pressione di Berrettini nella partita contro Monfils. In particolare, il quinto set ha alternato momenti di egregia maestria, come il sesto game in cui Berrettini ha strappato il servizio a zero, a momenti di cedimento, come il nono game con il doppio fallo sul match point e il conseguente break di Monfils.

Se si prende il primo set della semifinale contro Nadal, Berrettini ha gestito la pressione con ben maggiore continuità e forza mentale rispetto al set decisivo contro Monfils. E questo è valido anche per i punti che hanno determinato l’esito di quel tiebreak, in cui Berrettini è stato in grado di mantenere un rendimento sui punti pressione superiore alla media pur avendo poi perso il set. Nel tiebreak vinto contro Monfils è riuscito a prevalere solo di stretta misura.

Come sono i risultati sotto pressione di Medvedev al confronto?

Al pari di Berrettini, anche Medvedev si è trovato con una pressione media del 2% per set, avendo però avuto complessivamente una migliore frequenza media di trasformazione del 54%. Nessuno dei set giocati da Medvedev ha raggiunto il livello di pressione del quinto set tra Berrettini e Monfils, ma il quinto set contro Nadal ci è andato molto vicino, con una pressione media del 4%.
Dei 7 set a più alta pressione giocati da Medvedev, il quinto contro Nadal è stato l’unico in cui la trasformazione dei punti pressione è scesa sotto il 50%, fermandosi al 46%.

L’andamento della trasformazione dei punti pressione set per set dell’immagine 2 suggerisce un miracoloso ribaltamento iniziato per Medvedev a metà del terzo set. Cosa sia riuscito a fare da li in avanti per rimanere in partita e come mai quella carica è poi svanita in modo così drammatico a metà del quinto set rimane un mistero. Si vede però che il cedimento nella frequenza di trasformazione di Medvedev nel quinto set contro Nadal è coinciso con l’aumento vertiginoso della pressione. Non era la prima volta nel torneo di una situazione a così alta pressione per Medvedev. Ci si era ritrovato ad esempio nel tiebreak del terzo set contro Feliciano Lopez, vinto per 9 punti a 7, in cui è riuscito a rimanere nella media dei punti pressione vinti nonostante l’estremo equilibrio.

Risposte da trovare prima della stagione 2020

Non sapremo mai se è stata la circostanza, l’affaticamento o semplicemente un congiunzione sfortunata in quegli ultimi punti della finale. La convinzione di poter diventare un campione Slam che Medvedev sembra possedere dovrà necessariamente trovare una risposta a queste domande all’approssimarsi della stagione 2020.

IMMAGINE 2 – Pressione fronteggiata (media mobile) e media (mobile) dei punti pressione vinti per set nelle partite di Medvedev agli US Open 2019

How Medvedev and Berrettini Dealt with Pressure at the US Open

Verso una nuova distribuzione d’età bimodale agli US Open

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 6 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con due giocatori e due giocatrici di età inferiore ai 23 anni nelle semifinali degli US Open, stiamo assistendo alla prima ondata di una nuova dominante generazione negli Slam?

È da diverso tempo ormai che la presa di potere dei trentenni è l’argomento più dibattuto nel tennis. C’è estrema familiarità relativa alle statistiche sulla predominanza di giocatori con almeno 30 anni nelle fasi finali degli Slam, statistiche generate in larga parte (anche se non totalmente) dai Grandi Tre tra gli uomini e da Serena Williams tra le donne.

Se la generazione di giocatori nati all’inizio degli anni ’90 ha quasi perso le speranze di rubare uno Slam dalla bacheca dei Grandi Tre, gli US Open 2019 sono stati palcoscenico dei primi forti segnali che la generazione immediatamente successiva — cioè i giocatori nati a metà o verso la fine degli anni ’90 — farà di tutto per interrompere la siccità di titoli.

Matteo Berrettini, 23 anni, ha perso in semifinale contro Rafael Nadal e Daniil Medvedev, anche lui ventitreenne, è riuscito a fare meglio di un turno, dovendosi però poi arrendere al quinto set sempre contro Nadal in finale. Fosse uno dei due riuscito nel risultato a sorpresa, per la prima volta dopo undici Slam si sarebbe avuto un vincitore diverso da Novak Djokovic, Roger Federer o Nadal. E sarebbe stata la prima volta di un giocatore sotto i 23 anni a vincere uno Slam da quando Djokovic ha conquistato gli Australian Open 2011.

Uomini

Già comunque arrivare nei quarti di finale è stata un’impresa ragguardevole. Ne è prova il confronto tra la distribuzione d’età dell’edizione 2019 e quella delle edizioni passate: spiccano due evidenti mode a 23 anni e 33 anni. Serve tornare indietro fino al 2003 per trovare una situazione in cui il valore dell’età era polarizzato così in basso e così in alto allo stesso tempo. Quell’anno infatti Andre Agassi (33) raggiunse la semifinale, Younes El Aynaoui (32) perse ai quarti di finale e un gruppo di ventunenni ottenne un risultato simile o migliore, tra cui Guillermo Coria, David Nalbandian e Andy Roddick, che vinse poi il torneo.

IMMAGINE 1 – Composizione dell’età di giocatori e giocatrici che hanno raggiunto i quarti di finale degli US Open nel periodo dal 2000 al 2019

Donne

Tra le donne, si è già osservato un ciclo simile. Il più recente divario tra mode è stato agli US Open 2015, probabilmente una delle edizioni più strane del tabellone di singolare femminile, a partire dalla sconfitta inattesa di Williams contro Roberta Vinci, oltre alla finale tutta italiana tra la stessa Vinci (32) e Flavia Pennetta (33). Viste le peculiarità del 2015, forse è meglio guardare al 2014 come inizio del cambiamento arrivato a maturazione nel 2019. È stato l’anno infatti in cui Belinda Bencic ha raggiunto i quarti di finale a 17 anni.

Ora ventiduenne, Bencic nel 2019 ha perso la semifinale con un’altra giovanissima, Bianca Andreescu (19), vincitrice poi del torneo contro Williams, che ha rappresentato chiaramente un’eccezione in termini di età. Il 2019 infatti è il primo anno dal 2011 in cui solo una giocatrice sopra i 30 anni ha raggiunto i quarti di finale.

Tra gli uomini invece sono cinque le edizioni consecutive in cui 3 o 4 dei giocatori nei quarti di finale hanno avuto almeno trent’anni. Si dovesse verificare un andamento che rispecchia quanto accaduto tra le donne, quel tipo di sequenza sarà solo un ricordo del passato.

Ages at the US Open are Getting Bimodal, Again

La fortuna del sorteggio: US Open 2019 (donne)

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 26 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Come per gli uomini, anche per le donne ho eseguito una simulazione (con la mia variante Elo) di 100.000 configurazioni del tabellone principale, utilizzando lo stesso metodo che gli organizzatori usano per assegnare alle giocatrici la loro posizione. L’ho poi confrontata con la previsione per il torneo su base Elo rispetto al tabellone effettivo.

La tabella mette a confronto la previsione effettiva del tabellone con i risultati dalle simulazioni di rimescolamento dell’intero campo partecipanti (a eccezione delle teste di serie numero 1 e 2, naturalmente), in modo da avere alcune indicazioni sull’accessibilità del tabellone effettivo rispetto alle altre configurazioni. Tonalità di rosso (e arancione) evidenziano la sfortuna della giocatrice. Al contrario, tonalità di verde rappresentano la fortuna ricevuta nel tabellone effettivo, in riferimento a un particolare turno. Il giallo simboleggia neutralità, e si può di fatto ignorare qualsiasi valore superiore o inferiore allo 0.2%.

Per una presentazione più compatta rispetto al passato, ho riportato nella tabella solo le teste di serie, e organizzato nella tabella successiva quelle giocatrici fuori dalle teste di serie per le quali c’è stata un’incidenza degna di nota (almeno l’1% di segno positivo o negativo).

Tabellone effettivo e simulato a confronto per le teste di serie

Il quarto di finale di Elina Svitolina ha proprio una brutta faccia (per il momento ha superato facilmente il primo turno contro Whitney Osuigwe, n.d.t.) . Sembra poi che anche Caroline Wozniacki (che ha superato il primo turno contro Yafan Wang, n.d.t.), Aryna Sabalenka (che ha battuto Victoria Azarenka al primo turno, n.d.t.) e Serena Williams siano state penalizzate dal tabellone effettivo, sebbene il sospetto è che sulla cella arancione di Williams al primo turno pesi in qualche modo una valutazione generosa di Elo della bravura di Maria Sharapova (Williams ha vinto infatti con un doppio 6-1, n.d.t.). La campionessa uscente Naomi Osaka ha il percorso più semplice tra le giocatrici con realistiche possibilità di aspirazione al titolo, rispetto a un tabellone casuale (anche se ha faticato al primo turno contro Anna Blinkova, vincendo in tre set dopo due ore e mezzo, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Confronto tra tabellone effettivo e simulazioni per le teste di serie

Effetti di rilievo su una selezione di giocatori fuori dalle teste di serie

Un tabellone più favorevole per Svetlana Kuznetsova con questa metodologia è dovuto in larga parte a rimanenze nella valutazione Elo di uno stato di forma che potrebbe essere scomparso (e così è stato, vista la sconfitta in due set al primo turno contro Kristie Ahn, n.d.t.), oltre ad avere due delle teste di serie più volubili nella sua sezione in Sloane Stephens (che infatti a perso contro Anna Kalinskaya al primo turno, n.d.t.) e Garbine Muguruza (anche lei perdente al primo turno contro Alison Riske, n.d.t.).

Mi sorprende vedere che il dato di Sharapova non sia peggiore, avendo al primo turno una delle tre giocatrici più forti di sempre.

IMMAGINE 2 – Effetti della casualità del sorteggio su alcune non teste di serie

Luck of the Draw US Open 2019 (Women)

La fortuna del sorteggio: US Open 2019 (uomini)

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 26 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Come d’abitudine per gli Slam, ho eseguito una simulazione (con la mia variante Elo) di 100.000 configurazioni del tabellone principale, utilizzando lo stesso metodo che gli organizzatori usano per assegnare ai giocatori la loro posizione. L’ho poi confrontata con la previsione per il torneo su base Elo rispetto al tabellone effettivo.

L’immagine 1 mette a confronto la previsione effettiva del tabellone con i risultati dalle simulazioni di rimescolamento, in modo da avere alcune indicazioni sull’accessibilità del tabellone effettivo rispetto alle altre configurazioni. Tonalità di rosso (e arancione) evidenziano la sfortuna del giocatore. Al contrario, tonalità di verde rappresentano la fortuna ricevuta nel tabellone effettivo, in riferimento a un particolare turno. Il giallo simboleggia neutralità, e si può di fatto ignorare qualsiasi valore superiore o inferiore allo 0.2%.

Per una presentazione più compatta rispetto al passato, ho riportato nella tabella solo le teste di serie, e organizzato nell’immagine 2 quei giocatori fuori dalle teste di serie per i quali c’è stata un’incidenza degna di nota (almeno l’1% di segno positivo o negativo).

Tabellone effettivo e simulato a confronto per le teste di serie

Rispetto a tabelloni casuali, la parte alta del tabellone principale è più difficile di quella bassa. Accade spesso quando Novak Djokovic e Roger Federer si ritrovano dallo stesso lato (in quella alto, vista la testa di serie numero 1 di Djokovic) in un torneo che non sia su terra battuta. Ho eseguito la stessa simulazione prima che si conoscessero i qualificati e la strada di Djokovic al quarto di finale non era così in discesa. Kevin Anderson non sarebbe stato l’Anderson da potenziale semifinale e Milos Raonic non sarebbe stato al massimo della forma, ma i ritiro di entrambi ha facilitato, almeno in termini di valutazioni Elo, il tabellone di Djokovic. Le cose per lui poi si complicano, vista la presenza di Federer invece che di Dominic Thiem. Per la stessa ragione, il percorso di Nadal alla finale è verniciato di verde.

Non ci si deve sorprendere dal rosso vivo nel tabellone di Stefanos Tsitsipas, visto che il suo primo turno assomiglia di più a un quarto turno (e in effetti Tsitsipas ha perso in quattro set contro Andrey Rublev, n.d.t.). Rispetto a un tabellone casuale, Kei Nishikori ha il cammino più facile fino ai quarti di finale, ma la possibilità di approfittane è molto legata al recupero dall’indisposizione subita a Cincinnati e al livello di umidità a New York. Anche Daniil Medvedev, il giocatore più “infuocato” in questo periodo, ha un percorso più semplice del previsto. Avrà ancora benzina a sufficienza? (Medvedev ha superato il primo turno in tre set contro Prajnesh Gunneswaran, n.d.t.)

Particolare attenzione va data all’apparente fortuna di Diego Schwartzman fino ai quarti di finale. Elo ignora che al primo turno Schwartzman deve giocare contro Robin Haase, per lui una vera e propria kryptonite, considerato un record negli scontri diretti di 0-5 con una sconfitta su ogni superficie (Schwartzman si è riscattato vincendo in tre set, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Confronto tra tabellone effettivo e simulazioni per le teste di serie

Effetti di rilievo su una selezione di giocatori fuori dalle teste di serie

Non ci sono qui problematiche degne di nota. Il vincitore di Winston Salem Hubert Hurkacz ha il percorso peggiore (perdendo al primo turno contro Jeremy Chardy in cinque set, n.d.t.), mentre Philipp Kohlschreiber riesce (purtroppo) a finire di nuovo in questo elenco (perdendo al primo turno contro Lucas Pouille in quattro set, n.d.t.).

IMMAGINE 2 – Effetti della casualità del sorteggio su alcune non teste di serie

Luck of the Draw: US Open 2019 (Men)

Chi ha un vantaggio alla vigilia degli US Open?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 24 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con l’ultimo Slam dell’anno ai blocchi di partenza, è il momento adatto per interrogarsi sulla bravura relativa del campo partecipanti e su quali giocatori e giocatrici si sono allenati più intensamente nell’anno passato per migliorare il vantaggio competitivo sul cemento.

Prendiamo spesso a riferimento la trasferta nordamericana di luglio e agosto come segnale premonitore di cosa potrà accadere gli US Open. Se il Cincinnati Masters (l’ultimo Master prima degli US Open) fosse di qualche indicazione — con la vittoria di Daniil Medvedev contro David Goffin — sarebbe proprio che dal tabellone principale di New York bisogna aspettarsi l’inaspettato.

Medvedev…infuocato

In russo, la parola “fuoco” si scrive “Пожар” e si pronuncia prozhar. È così che chiamerò Medvedev per le prossime due settimane, Пожар-Medvedev, visto che è riuscito ad arrivare in finale in tutti i tornei sul cemento che ha giocato della US Open Series, sconfiggendo anche Novak Djokovic in semifinale a Cincinnati. Questa striscia vincente gli ha permesso di entrare tra i giocatori che più si sono migliorati sulla superficie nelle precedenti 52 settimane. Meglio ancora, tra i quindici giocatori con la valutazione più alta all’inizio degli US Open, (Пожар) Medvedev ha ottenuto il secondo posto per punti guadagnati (+307), appena dietro ai 323 punti di Albert Ramos.

IMMAGINE 1 – Variazione nelle valutazioni specifiche per cemento tra il 2018 e il 2019 per quei giocatori con una valutazione attuale di almeno 2100 punti. In giallo i giocatori con un guadagno di almeno 200 punti

Un salto di 300 o più punti nelle valutazioni da un anno all’altro è raro, specialmente tra giocatori che già si esprimono ad altissimo livello. Negli ultimi 20 anni, i cinque giocatori che più si sono migliorati prima degli US Open sono nomi ben noti. Solo uno di essi però poi si è spinto avanti nel torneo (Guillermo Coria, con il quarto di finale nel 2003). Siamo quindi indotti a pensare che la regressione di rendimento verso la media, o il possibile affaticamento da un numero di partite nei tornei di preparazione superiore a quello inizialmente ipotizzato, agiscano da contrappeso alla fiducia che questi giocatori possono aver acquisito.

La corsa di Kenin e Andreescu

In campo femminile, il rimescolamento nelle valutazioni è per certi versi più interessante rispetto a quanto visto per gli uomini. In linea con gli ultimi anni negli Slam femminili, ci si aspettava che pochi punti separassero le favorite per la vittoria. Nessuno però probabilmente pensava che due delle più forti contendenti, Sofia Kenin e Bianca Andreescu, scalassero le valutazioni così velocemente.

Esattamente un anno fa, Kenin aveva 350 punti in meno. Se non fosse impressionante a sufficienza, il guadagno di Andreescu è stato ancora più clamoroso. In soli 12 mesi, la fenomenale canadese ha migliorato di circa 600 punti. Siamo di fronte a un vero salto dimensionale: per avere un riferimento, sono 100 punti in più anche del miracoloso rientro di Kim Clijsters al professionismo tra il 2009 e 2010.

IMMAGINE 2 – Variazione nelle valutazioni specifiche per cemento tra il 2018 e il 2019 per quelle giocatrici con una valutazione attuale di almeno 2100 punti. In rosso le giocatrici con un guadagno di almeno 200 punti

Per molti dei giovani giocatori e giocatrici del Nord America è l’occasione perfetta per innalzare il livello di gioco. Se a queste dinamiche uniamo la crescita di Coco Gauff, il titolo di Madison Keys a Cincinnati e il ritorno al vertice di Serena Williams, il tifo per i rappresentanti del continente americano non avrà soste.

Who Has the Momentum Going into the US Open?

Federer non è stato dominante nei momenti chiave, ma ci è andato vicino

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le statistiche della finale di Wimbledon raccontano una storia senza ombre. Per cinque set, Roger Federer ha fatto molte cose leggermente meglio del suo avversario, Novak Djokovic, che però ha poi vinto di misura perché si è aggiudicato i punti più importanti, un dettaglio che non emerge dai numeri con la stessa nitidezza.

Superando le statistiche tradizionali, possiamo quantificare il dominio nei momenti che fanno la differenza. Un metodo che supera il semplice conteggio delle palle break o dell’individuazione dei passaggi chiave più ovvi in una partita è l’indice di leva per assegnare un valore a ciascun punto, in funzione dell’importanza. Dopo ogni singolo punto della partita, possiamo calcolare una nuova probabilità di vittoria per entrambi i giocatori. Un punto come quello da giocare sul 5-5 in un tiebreak è potenzialmente in grado di alterare la probabilità di vittoria in misura massiccia, mentre così non è per quello sul 40-15 del primo game.

La leva quantifica il potenziale. In media, in una partita al meglio dei cinque set un punto possiede una leva di circa il 4%, ma per i punti più importanti si parla di diverse volte quel valore. Un altro modo per identificare quando un giocatore è predominante è vedere il numero sproporzionato di punti ad alta leva che vince anche di fronte a una prestazione inferiore in quelli a bassa leva.

L’indice di leva

In un recente articolo sulla finale di Wimbledon per l’Economist, ho approfondito ulteriormente il concetto. Djokovic ha vinto meno punti rispetto a Federer, ma quelli che ha vinto hanno contato di più. La leva media dei punti per lui è stata infatti del 7.9%, rispetto al 7.2% di Federer. Possiamo presentare questa differenza sotto forma di indice di leva (Leverage Ratio o LR), dividendo 7.9% per 7.2%, con un risultato di 1.1. Un indice così alto non è insolito. Nelle più di 700 partite Slam maschili del Match Charting Project, l’LR del giocatore più dominante è in media di 1.11. L’eccellenza di Djokovic nei momenti chiave non è stata nemmeno così unica, ma in una partita di quell’equilibrio è bastata a fare la differenza.

Con un indice di leva superiore a 1.0, la vittoria non è comunque garantita. In circa il 30% di queste 700 partite al meglio dei cinque set la vittoria è andata al giocatore che, in media, ha vinto meno punti importanti dell’avversario. Alcune situazioni di vincitori con basso indice di leva quasi rasentano la comicità, come la finale del Roland Garros 2008 in cui Rafael Nadal ha demolito Federer nonostante un LR di 0.77.

Aumento della comprensione

Nelle partite a senso unico non c’è molta leva a disposizione, quindi il numero dei punti vinti ha molta più rilevanza di quando sono stati vinti. Spesso prestazioni non dominanti si traducono in vittorie di partite ancora più equilibrate, come quella di Andy Murray nella semifinale degli US Open 2018 in quattro set contro Nadal nonostante un LR di 0.80, o la super equilibrata semifinale a Wimbledon 2018 in cui Kevin Anderson ha battuto John Isner con un LR di 0.88.

Non serve un foglio di calcolo per capire che le partite di tennis vengono decise da una combinazione di rendimento complessivo e rendimento nei momenti importanti. I numeri che ho citato non portano avanti la nostra comprensione di molto, quantomeno non in modo rigoroso. È questo il prossimo passo.

Indice di leva, ti presento l’indice di leva bilanciato

Coloro che frequentano regolarmente Tennis Abstract hanno familiarità con l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR), una statistica inventa da Carl Bialik al fine di riclassificare i punti vinti totali. Il DR si ottiene dalla divisione tra i punti vinti alla risposta e i punti persi al servizio, in modo che il valore medio sia esattamente 1.0. Solitamente, chi vince ha un valore superiore a 1.0 e chi perde un valore inferiore a 1.0.

Nella finale di Wimbledon, il DR di Djokovic è stato di 0.87, estremamente basso per un vincitore, se non addirittura inedito. Il DR compensa gli effetti generati del rendimento al servizio e alla risposta (a differenza dei punti vinti, che possono deviare in una o l’altra direzione a seconda che ci siano più punti al servizio che alla risposta, o viceversa) e sintetizza in un solo numero la qualità della prestazione complessiva.

Equa distribuzione tra servizio e risposta

Non dice però nulla relativamente al dominio nei momenti chiave, tranne quando un giocatore vince con un valore basso del DR, da cui si può dedurre che abbia controllato l’avversario sui punti più caldi.

Per avere una prospettiva bilanciata simile in presenza di rendimenti ad alta leva, possiamo adattare l’indice di leva LR soppesando equamente il dominio nei momenti chiave sia al servizio che alla risposta. Chiamo questa statistica indice di leva bilanciato (Balanced Leverage Ratio o BLR), cioè la media semplice dell’LR nei punti al servizio e dell’LR nei punti alla risposta. Il BLR di solito non si scosta di molto dall’LR, così come spesso otteniamo le stesse informazioni dal DR che dai punti totali. Il BLR di Djokovic nella finale di Wimbledon è stato di 1.11, rispetto a un LR di 1.10. Nelle partite in cui però un numero sproporzionato di punti si giocano sulla racchetta di un giocatore, il BLR fornisce il necessario aggiustamento.

DR corretto per leva

Siamo in grado di registrare rendimenti corretti per leva semplicemente moltiplicando questi due numeri. Ad esempio, prendiamo la vittoria di Stanislas Wawrinka contro Djokovic nella finale degli US Open 2016. Il DR di Wawrinka è stato di 0.90, più alto di quello di Djokovic a Wimbledon 2019 ma difficilmente sufficiente a trionfare. Eppure ha vinto, grazie a un BLR di 1.33, uno dei più alti mai registrati in una finale Slam. Il prodotto tra il DR e il BLR di Wawrinka — che chiameremo DR+ — è pari a 1.20. Lo si può interpretare con la stessa scala di un DR “normale”, dove 1.2 è spesso identificativo di una vittoria con margine ridotto, se non di una al cardiopalma.

Di 167 finali Slam maschili nel Match Charting Project, 14 giocatori hanno vinto nonostante un DR “normale” inferiore a 1.0. Per ciascuno di essi, il BLR era superiore a 1.1, e in 13 delle 14 occorrenze, la forza del BLR del vincitore ha “cancellato” la debolezza del suo DR, nel senso che il DR+ è stato superiore a 1.0. La tabella riepiloga quelle partite, ordinate per DR+ crescente.

Anno  Slam              Vincitore    DR     BLR    DR+  
2019  Wimbledon         Djokovic     0.87   1.11   0.97  
1982  Wimbledon         Connors      0.88   1.20   1.06  
2001  Wimbledon         Ivanisevic   0.95   1.16   1.10  
2008  Wimbledon         Nadal        0.98   1.13   1.10  
2009  Australian Open   Nadal        0.99   1.13   1.12  
1981  Wimbledon         McEnroe      0.99   1.16   1.15  
1992  Wimbledon         Agassi       0.97   1.19   1.16  
1989  US Open           Becker       0.96   1.22   1.18  
1988  US Open           Wilander     0.98   1.21   1.18  
2015  US Open           Djokovic     0.98   1.21   1.18  
2016  US Open           Wawrinka     0.90   1.33   1.20  
1999  Roland Garros     Agassi       0.98   1.25   1.23  
1990  Roland Garros     Gomez        0.94   1.34   1.26  
1991  Australian Open   Becker       0.99   1.30   1.29

Prima finale vinta dal giocatore con il DR+ inferiore

In 167 finali Slam, quella tra Djokovic e Federer è stata la prima vinta dal giocatore con il DR+ più basso (alcuni dei campioni che non compaiono in elenco hanno avuto indici di leva sotto tono e conseguenti DR+ inferiori ai DR, ma nessuno sotto il livello di 1.0). Sebbene Federer è stato più debole nei momenti importanti — in particolare nei tiebreak e quando ha avuto i due match point — il rendimento complessivo in quel tipo di situazione non è stato così scadente come quei pochi memorabili momenti farebbero pensare. È più probabile che un giocatore con un DR di 1.14 e un BLR di 0.90 come quelli di Federer concluda le due settimane di Wimbledon ballando con la campionessa del tabellone femminile.

Sorprendentemente, 1 su 167 potrebbe sottostimare la rarità di un vincitore con un DR+ inferiore a 1.0. Solo una delle partite al meglio dei cinque set nel database del Match Charting Project (su più di 700) possiede quel requisito. Si tratta del controverso quarto turno degli Australian Open 2019 tra Kei Nishikori e Pablo Carreno Busta. Nishikori ha vinto con un DR di 1.06, ma il suo BLR è stato di 0.91, relativamente debole e che ha portato a un DR+ di 0.97. Come per la finale di Wimbledon, anche la partita di Melbourne avrebbe potuto avere un altro vincitore. La fortuna è stata avversa a Carreno Busta non solo per le chiamate arbitrali.

Qual è il significato di tutto questo?

Sappiamo che la finale di Wimbledon è stata in estremo equilibrio, ora abbiamo più numeri che mostrano quanto effettivamente lo sia stata. Sapevamo che Djokovic gioca meglio quando conta di più, ora abbiamo più riferimenti sulla sua maggior bravura, che però non si discosta di un margine insolitamente ampio.

Federer ha vinto cinque dei venti Slam nonostante un BLR nella finale inferiore a 1.0, e altri due con un DR inferiore a 1.14. Non ha mai vinto uno Slam con un DR+ non superiore a 1.03, ma va anche detto che non c’è mai stata una finale Slam che il DR+ ha considerato così ravvicinata. Federer non è la definizione di maestro dei momenti chiave, ma non è poi così malvagio. Avrebbe solamente dovuto portare con sé un po’ di quella dose di domino con cui ha chiuso il secondo set per passaggi più importanti nelle fasi successive.

Se siete anche voi come me, dopo aver letto fino a questo punto non smetterete di farvi domande. Ho riflettuto su alcune che spero di approfondire analogamente. Si può dire che Federer di solito è meno dominante della media nei momenti chiave? (Si). Djokovic è molto più bravo a quel riguardo? (Si). E Nadal? (Anche lui è più bravo). Nadal è davvero migliore, o i suoi numeri sulla leva sono di partenza buoni perché i punti importanti si giocano più spesso sul lato dei vantaggi? (È davvero migliore). Djokovic ha preso le misure a Federer? (Non proprio, a meno che non s’intenda il suo numero di scarpe, allora in quel caso sì). È cambiato tutto dopo che Djokovic ha tirato la famosa risposta? (No).

Rendimenti situazionali

Ci sono anche molti argomenti interessanti che vanno oltre i Grandi Tre. Ho iniziato qualche anno fa a scrivere della leva relativa a sottoinsiemi di partite, spinto dalla semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic, nella quale Federer ha subito la pressione quando più contava. Come possiamo analizzare la leva media per punti vinti e persi, così riusciamo a stimare l’importanza dei punti in cui un giocatore ha servito un ace, commesso un errore non forzato di rovescio, o scelto di andare a rete.

Le partite sono decise da una combinazione di rendimento complessivo e giocate di alta leva. Le statistiche comunemente disponibili illustrano bene le dinamiche del primo, ma non sono adeguate per fare chiarezza sulle seconde. Il dominio nei momenti chiave è lasciato alle congetture degli opinionisti. Con un insieme di partite in continuo aumento e l’accesso a sempre più dati punto per punto (e quindi a numeri sulla leva per ogni punto e ogni partita), il divario tra le due misure si riduce, consentendoci di quantificare con più precisione il grado in cui il rendimento legato alla specifica situazione incide sulla capacità di ciascun giocatore di vincere la partita.

Roger Federer Wasn’t Clutch, But He Was Almost Clutch Enough

Basta a Federer un rovescio tornato normale?

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quando Roger Federer ha battuto di misura Rafael Nadal agli Australian Open 2017, ne ho attribuito la vittoria al suo rovescio. Rientrava da un infortunio che lo aveva tenuto lontano dall’attività professionistica per tutta la seconda parte del 2016 e aveva rafforzato il gioco in quel lato del campo, sviluppando la strategia da adottare contro il rivale di lungo corso. Da quella partita, Federer ha sconfitto Nadal altre cinque volte su sei, a indicazione che questa nuova e più affilata arma è rimasta parte integrante del suo tennis.

Dopo aver sconfitto Nadal nella semifinale di Wimbledon 2019, Federer sembra in splendida forma. A differenza però di due anni fa a Melbourne, la vittoria non è dipesa dal rovescio. Nella finale degli Australian Open, l’elegante rovescio a una mano di Federer aveva contribuito per 11 punti in più di una tipica partita, abbastanza per indirizzare il risultato a suo favore. A Wimbledon, il rovescio non ha fatto paura a Nadal, visto che ha dato a Federer solo un punto in più rispetto alla media. La vittoria è arrivata per Federer con un livello altissimo, ma non dal rovescio.

Il ritorno della Potenza del Rovescio

Questi numeri arrivano da una statistica che ho chiamato Potenza del Rovescio (Backhand Potency o BHP) e che utilizza i dati colpo per colpo del Match Charting Project per isolare l’effetto generato dal singolo colpo di un giocatore.

La formula è semplice e diretta: si somma un punto per un vincente o per un errore forzato dell’avversario, si sottrae un punto per un errore non forzato, si somma mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente o a un errore dell’avversario nel colpo successivo, e si sottrae mezzo punto per un rovescio che ha portato a un vincente dell’avversario. Si divide il totale per il numero complessivo di rovesci, si moltiplica per 100* e il risultato misura l’effetto netto del rovescio di ciascun giocatore.

In media, un giocatore colpisce 100 rovesci per partita, quindi il passaggio finale della moltiplicazione per 100 fornisce un valore approssimativo a partita. Il BHP conferisce fino a 1.5 “punti” per punti giocati, visto che si sommano sia i vincenti sia i colpi che hanno portato a un vincente.

A quanti punti equivale?

Per tradurre il BHP in punti (o qualsiasi altro indice di potenza come quello del Dritto, Forehand Potency o FHP), si moltiplica perciò per due terzi. Nella finale del 2017, il rovescio di Federer ha raggiunto un BHP di +17, equivalente a circa 11 punti. Nella semifinale di Wimbledon, il BHP è stato solo di +1. Si può quantomeno dire che il rovescio non è stato un colpo debole, cioè quel tipo di commento che avremmo potuto fare quando Federer accumulava vittorie a dismisura nei primi quindici anni di carriera.

Il rendimento in semifinale non è stato un’eccezione. In un confronto anno su anno sulla base dei dati del Match Charting Project (che ammetto essere incompleti), il rovescio del 2019 somiglia molto da vicino a quello mostrato prima dell’infortunio del 2016.

Anni        BHP  
1998-2011   +0.1  
2012        +0.4  
2013        -1.8  
2014        -1.1  
2015        +1.3  
2016        -0.3  
2017        +3.5  
2018        +1.3  
2019        +0.8

Ci sono sempre delle giornate positive, come l’incredibile BHP di +16 contro Kei Nishikori nel quarto di finale a Wimbledon. Mettendo però insieme prestazioni impeccabili e passaggi a vuoto, avversari da cui subisce o che supera più facilmente, condizioni di gioco veloci e lente, il risultato che si ottiene è che con il rovescio Federer non riesce più a raccogliere punti come faceva due anni fa.

Il rovescio contro Djokovic

L’avversario di Federer in finale, Novak Djokovic, è ben noto per la compattezza dei colpi a rimbalzo. Come ha fatto Nadal per diversi anni, anche Djokovic è in grado di mettere a nudo il lato più debole del gioco da fondo di Federer. Ha vinto gli ultimi cinque scontri diretti e nove degli ultimi undici, nella maggior parte dei quali ha tenuto il rovescio di Federer a un BHP negativo.

Anno  Torneo                   Esito   BHP/100  
2018  Parigi Bercy             P       -11.0  
2018  Cincinnati               P       -11.0  
2016  Australian Open          P       -12.6  
2015  Finali di stagione (F)   P       -4.8  
2015  Finali di stagione (RR)  V       +0.7  
2015  US Open                  P       +0.8  
2015  Cincinnati               V       -2.2  
2015  Wimbledon                P       -13.4  
2015  Internazionali d'Italia  P       -12.2  
2015  Indian Wells             P       -5.0  
2015  Dubai                    V       -5.9  
…                                        
2014  Wimbledon                P       -3.1  
2012  Wimbledon                V       +9.6

Di 438 partite con dati punto per punto, il BHP di Federer è sceso sotto il -10 solo 27 volte. Di queste, in nove — e in due delle cinque dal rientro post infortunio di Federer nel 2017 — dall’altra parte della rete c’era Djokovic. Tra l’altro, Djokovic farebbe bene a guardarsi i filmati delle partite in cui Borna Coric ha demolito il rovescio di Federer, cioè le sue due prestazioni peggiori in termini di BHP dall’inizio del 2017 (-20 allo Shanghai Masters 2018 e -19 agli Internazionali d’Italia 2019).

Minimizzare i problemi

Forse è troppo chiedere a Federer di capire come battere Djokovic sul suo stesso terreno. La strategia migliore per lui è minimizzare i problemi attraverso una grande efficienza al servizio e un’esecuzione magistrale con il dritto. In carriera, la media di FHP per Federer è di +9, che però scende a solo +4 contro Djokovic. Nella finale del Cincinnati Masters 2018, Djokovic ha costretto Federer a un imbarazzante -13 di FHP, il peggiore di sempre. E non si è trattato di un caso isolato: quattro dei cinque valori più negativi di FHP nella singola partita sono arrivati per Federer contro Djokovic.

Se Federer vuole il nono titolo a Wimbledon, avrà bisogno di vincere molti punti almeno da un lato, vale a dire con il classico dritto o con il rovescio alla maniera della semifinale del 2012 proprio contro Djokovic. E se con uno riesce a sfondare, con l’altro deve comunque mantenere un livello di tutto rispetto. Nella semifinale contro Nadal il dritto è valso un FHP di +12. Contro un giocatore come Djokovic che difende ancora meglio sulle superfici veloci, Federer dovrà ottenere un risultato simile. Gli si chiede molto, ma del resto una cosa è certa: nessuno potrà lamentarsi che il 21esimo Slam è stato facile da vincere.

Come è andata la finale

Djokovic ha poi vinto la finale con il punteggio di 7-6(5), 1-6, 7-6(4), 4-6, 13-12(3). Come scrive lo stesso Sackmann su Game Theory, il blog dell’Economist, dopo quasi cinque ore di gioco e più di 400 punti, l’esito è stato deciso dall’equivalente nel tennis del lancio della moneta, cioè il tiebreak a sette punti.

Federer ha giocato meglio, servendo più ace, vincendo il 51.7% dei punti e facendo più break dell’avversario. Djokovic dal suo canto ha vinto cinque dei sei punti più importanti, fra tutti i due match point che Federer ha avuto sul servizio. Si è trattato di una partita lotteria, in cui un po’ di fortuna e nervi d’acciaio nei momenti cruciali hanno indirizzato il risultato. Federer non ha di certo tratto beneficio dagli undici errori non forzati commessi nei tre tiebreak, che hanno contribuito a un BHP di -0.8 e un FHP di +2.3, n.d.t.  

Will a Back-To-Normal Federer Backhand Be Good Enough?

L’effetto generato dalla velocità del servizio di Serena

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un articolo su FiveThirtyEight, Tom Perrotta ha evidenziato la relazione tra il rendimento di Serena Williams sulla prima di servizio e la sua probabilità di vincere la partita. Secondo Perrotta, Williams ha vinto solo (solo!) il 74% dei punti sulla prima di servizio nelle due settimane di Wimbledon 2019 (esclusa la finale, n.d.t.), rispetto a un incredibile 87.5% nella vittoria del titolo del 2010. Non è mai riuscita a vincere Wimbledon con meno del 75% di punti vinti sulla prima, e anche quel livello non è di garanzia, visto che l’anno scorso ha raggiunto il 77% perdendo poi in finale.

Ci sono molti fattori che influenzano la percentuale di punti vinti con la prima, tra cui piazzamento e tattica del servizio, oltre a tutti i colpi che chi è al servizio deve giocare immediatamente successivi alla risposta dell’avversaria.

Il più evidente però è rappresentato da un’altra categoria nella quale Williams è spesso stata la migliore, e cioè la velocità del servizio. Nella finale vinta contro Garbine Muguruza nel 2015, la velocità media della prima è stata di 182 km/h (113 mph), la terza partita consecutiva in cui in media era arrivata a 179 km/h (111 mph). Nelle 13 partite successive, ha servito in media a solo (solo!) 171.2 km/h (106.4 mph), non andando mai oltre i 175 km/h (109 mph) in una singola partita.

Quanto è importante?

Sembra corretto ipotizzare che, a parità di condizioni, un servizio più veloce ha maggiore efficacia di uno più lento. Le cose si complicano però perché raramente ci si trova nella parità di condizioni: un servizio esterno è spesso più letale pur richiedendo minore forza pura, è più facile trovare un piazzamento su un servizio poco rischioso e non ho neanche sollevato il tema dell’effetto legato alla rotazione della pallina. Un servizio più veloce non è sempre migliore di uno più lento ma, in media, l’ipotesi di base resta valida.

Per ciascuna delle 23 partite di Williams a Wimbledon per le edizioni 2014, 2015, 2018 e 2019 (non ha giocato il 2017 e non possiedo al momento i dati per il 2016, non chiedetemi il perché…), ho suddiviso i punti sulla prima in quintili, classificandoli sulla base della velocità del servizio, dal più veloce al più lento. Si tratta di una modalità rudimentale che aiuta però a tenere conto delle avversarie e darci una prima sensazione di quanto la velocità del servizio di Williams è in grado di incidere sull’esito dei punti sulla prima.

Quintile       PVS 1^  Media KM/H  
Più veloce     80.6%   188  
2° più veloce  73.7%   180.5  
A metà         79.5%   174  
2° più lento   73.7%   167  
Più lento      74.9%   158

Chiaramente, la velocità del servizio non descrive tutto quello che accade. Allo stesso tempo, sembra che una prima a 188 km/h (117 mph), o anche una a 174 km/h (108 mph), siano meglio di una a 158 km/h (98 mph).

Senza considerare le avversarie

Un altro modo per isolare l’effetto della velocità del servizio è di ignorare l’incidenza che hanno specifiche avversarie e ordinare semplicemente le prime di servizio in funzione della velocità. Nelle 23 partite considerate, 43 prime hanno l’esatta velocità di 161 km/h (100 mph), con una corrispondente percentuale di punti vinti del 72.1%. Sono 33 le prime che raggiungono i 162.5 km/h (101 mph), vincendo il 72.7% dei punti. Sebbene generalmente la percentuale di punti vinti non si muova all’unisono con la velocità della prima, il grafico dell’immagine 1 evidenzia la presenza di una tendenza di fondo.

IMMAGINE 1 – Andamento tra la velocità della prima di Williams a Wimbledon e la percentuale di punti vinti

La correlazione è debole: ad esempio, la percentuale di punti vinti con servizi a 159 km/h (99 mph) e 166 km/h (103 mph) è più alta che a 187 km/h (116 mph) e 188 km/h (117 mph). Si potrebbe attribuirne la ragione alla possibilità che i servizi più lenti sono frutto di una scelta tattica più astuta, che in quelli più veloci il piazzamento è meno preciso, o che è solo cieca fortuna, perché il campione a disposizione per una specifica velocità non è così ampio.

La regola per Williams

Possiamo comunque trarre una conclusione sommaria:

A ogni 3 km/h (2 mph) di velocità in più sulla prima di servizio corrisponde un punto percentuale aggiuntivo nella percentuale di punti vinti con la prima da Williams.

Aggiungiamo questo: solitamente, Williams serve circa il 60% di prime, e circa la metà dei punti totali verranno giocati sul suo servizio. Quindi, 3 km/h di velocità in più valgono 0.6 punti percentuali addizionali dei punti totali vinti da Williams. In una partita equilibrata come la sconfitta del 2014 contro Alize Cornet, nella quale Williams ha servito la prima in media a 167 km/h (104 mph) e vinto esattamente il 50% dei punti giocati, potrebbe diventare un elemento decisivo.

Contestualizzare Williams

Questa regola generale non può essere applicata a tutte le giocatrici (qualche anno fa ho analizzato in modo simile le velocità del servizio dei giocatori e, forse scioccamente, non le ho suddivise per giocatore). Ho applicato lo stesso algoritmo sulle velocità del servizio a Wimbledon delle nove altre giocatrici di cui possiedo dati per almeno 15 partite. L’effetto della velocità varia da “un bel po’” per Johanna Konta a “per niente” nel caso di Venus Williams, con un “non capisco la domanda” per Caroline Wozniacki.

La tabella mostra due numeri per ogni giocatrice. La colonna “ KM/H Agg =” indica l’effetto di 1.6 km/h (1 mph) aggiuntivo sulla percentuale di punti vinti sulla prima, mentre la colonna “KM/H = 1% PVS” indica quanti km/h aggiuntivi sono necessari per aumentare la percentuale di punti vinti al servizio (PVS) di un punto percentuale.

Giocatrice    KM/H Agg =   KM/H = 1% PVS  
Konta         0.89%        1.1  
Kerber        0.56%        1.8  
S. Williams   0.48%        2.1  
Muguruza      0.47%        2.1  
Halep         0.41%        2.5  
Kvitova       0.29%        3.5  
Radwanska     0.28%        3.6  
Azarenka      0.02%        50.9  
V. Williams   0.00%        -  
Wozniacki     -0.40%       - 

Per una prima di servizio efficace (almeno in termini di punti vinti), la velocità del servizio per Konta è importante quasi il doppio di quanto non lo sia per Williams. La media della prima di Konta nella sconfitta ai quarti di finale contro Barbora Strycova è stata di 160.7 km/h (99.9 mph), la più bassa a Wimbledon dalla sconfitta al primo turno nel 2014.

All’estremo opposto troviamo Victoria Azarenka e Venus, per le quali la velocità al servizio non sembra fare troppa differenza (Venus ad esempio eccelle nel letale servizio a uscire, che riesce a trasformare in ace a prescindere dalla velocità). Apparentemente, Wozniacki spinge le avversarie in una situazione di confusione e illogicità, ottenendo risultati migliori con prime di servizio più lente.

Williams contro Halep

Stiamo parlando di un effetto davvero minimo, tale per cui anche l’intervallo tra la prestazione al servizio di Williams nelle sei partite a Wimbledon prima della finale (i 169 km/h di media contro Carla Suarez Navarro) e la finale del 2015 contro Muguruza avrebbe inciso sui punti totali vinti da Williams di circa 2.5 punti percentuali. In nove delle dieci volte in cui Williams e Halep hanno giocato contro, Williams ha sempre vinto grazie ad almeno il 52.5% dei punti totali, e di solito con più del 55%. È un ampio margine di errore o, più precisamente, un ampio margine di lentezza al servizio.

Viceversa, la più recente partita e l’unica dal 2016 è stata anche quella più equilibrata. Halep ha una risposta eccezionale, ma non è immune a servizi potenti: la sua frequenza di punti vinti sulla risposta è influenzata dalla velocità del servizio tanto quanto lo sono le statistiche al servizio per WIlliams. Il divario tra le due nella finale di Wimbledon 2019 potrebbe essere sottile e la velocità del servizio uno dei pochi aspetti su cui Williams ha controllo totale, al fine di indirizzare il risultato in suo favore (Halep ha poi vinto la finale con il punteggio di 6-2 6-2. Williams ha vinto il 59.4% dei punti sulla prima di servizio con il 68.1% di prime in campo e una velocità media di 167 km/h. Ha vinto solo il 41% dei punti totali, n.d.t.)

The Effect of Serena’s Serve Speed

Scompare l’erba, ma non la velocità

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 10 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo, ho mostrato con alcune statistiche come l’erba di Wimbledon abbia quest’anno condizioni di gioco più lente, l’ultimo tassello di una tendenza che dura da anni. Molti appassionati sospettano che, una volta arrivati alla seconda settimana, la superficie rallenti ulteriormente, in presenza di estese macchie marroni nei pressi della linea di fondo dove i giocatori hanno cancellato l’erba con il loro passaggio. Ipotizzando che la scomparsa del manto sia simile di anno in anno, è una supposizione che possiamo mettere alla prova. 

La velocità in funzione dei turni

Ho applicato il mio algoritmo di calcolo della velocità di superficie per diversi sottoinsiemi di partite di singolare maschile a Wimbledon, vale a dire quelle della settimana 1, settimana 2, ogni turno dal primo al quarto, e i quarti di finale. Per il singolo anno, i campioni relativi alla settimana 2, al quarto turno e ai quarti di finale sono troppo ridotti per rappresentare indicatori affidabili. Ma nell’arco di due decenni, le differenze tra settimane e turni, cioè l’effetto che vogliamo esaminare, dovrebbero manifestarsi in modo chiaro. 

(La metodologia si basa sulla frequenza di ace come valore di approssimazione della velocità, non perfetto ma funzionale in virtù di una statistica universalmente disponibile, e tiene conto del giocatore al servizio e alla risposta in ogni partita. La velocità media di un campo equivale a 1.0, e l’intervallo oscilla dallo 0.5 di Monte Carlo all’1.5 per i più veloci campi in erba e in cemento al coperto

Ad esempio, questo è l’elenco del valore della velocità di superficie da settimana a settimana e di turno in turno per il singolare maschile di Wimbledon 2018:

  • Settimana 1: 1.16
  • Settimana 2: 1.16
  • Primo turno: 1.02
  • Secondo turno: 1.29
  • Terzo turno: 1.33
  • Quarto turno: 1.25
  • Quarti di finale: 1.08

Avevo promesso rumore statistico e così è. La velocità settimanale è identica, ma il primo turno e gli ultimi due turni sono stranamente più lenti degli altri. Non possiedo una spiegazione valida per il primo turno (e potrebbe non essercene una, ma solo un frutto del caso), ma nei quarti di finale ci sono spesso meno ace, anche correggendo per i giocatori coinvolti. Ci tornerò a breve. 

Da Wimbledon 2000 a Wimbledon 2018

Ecco la media delle ultime 19 edizioni di Wimbledon per le stesse voci dell’elenco precedente: 

  • Settimana 1: 1.20
  • Settimana 2: 1.21
  • Primo turno: 1.19
  • Secondo turno: 1.20
  • Terzo turno: 1.21
  • Quarto turno: 1.25
  • Quarti di finale: 1.16

Il campione delle partite di quarti di finale continua a differire dagli altri ma, su numeri più ampi, la differenza è molto minore. Il divario tra 1.20 e 1.16 si riduce solamente a un ace o due a partita, che non sono sufficienti ad alterare il risultato finale di una partita, se non nel caso di quelle estremamente equilibrate

Come al solito, è importante ricordare che una statistica basata sugli ace non può dare risposte definitive. Per prima cosa, è possibile che l’erba restituisca rimbalzi diversi a seconda del grado di consunzione, anche se questo non si riflette nelle statistiche al servizio. Siccome le discese a rete sono sempre più rare, l’erba nella zona del rettangolo del servizio dura di più di quella lungo la linea di fondo, vale a dire che la velocità della pallina una volta toccato il terreno rimane relativamente inalterata.

Di contro, le macchie marroni più grandi si trovano dietro la linea di fondo, quindi anche la maggior parte dei colpi al rimbalzo finisce in una zona con erba verde, non in una in cui l’erba è scomparsa. 

I migliori contro i migliori

È possibile che anche la ridotta differenza tra i quarti di finale e il resto del torneo non abbia nulla a che fare con l’erba che si rovina. Dal 2000, si è assistito a una dinamica simile anche agli US Open: 1.07 per la settimana 1, 1.06 per il quarto turno e 0.97 per i quarti di finale (agli Australian Open c’è molto più rumore statistico che negli altri Slam, forse dovuto all’uso del tetto, quindi sono riluttante a considerarli ai fini dell’analisi).

Si può tranquillamente pensare che il cemento degli US Open non diventi all’improvviso più lento a partire dal martedì o mercoledì della settimana 2. Credo invece che la risposta sia nella combinazione dei giocatori, più precisamente nel modo in cui quei giocatori giocano uno contro l’altro. Rispetto alla frequenza di ace, le Finali di stagione si sono sempre classificate come uno degli eventi al chiuso sul cemento più lenti del circuito, anche se l’indice ufficiale di velocità del campo (Court Pace Index o CPI) è in disaccordo.  

In altre parole, il numero di ace tende a ridursi quando i migliori giocano contro i migliori. Forse è perché i più forti servono più tatticamente di fronte ad avversari di altissimo livello? O perché si concentrano di più sulla risposta, concedendo meno ace facili? O ancora perché i migliori si conoscono così bene da giocare in anticipo meglio di quanto fanno normalmente? È un campo di ricerca molto interessante, anche se certamente non sono in grado di trovare risposte in questa sede. 

Con o senza macchie, non fa differenza

La conclusione è che i campi maculati di Wimbledon hanno una velocità di gioco quasi identica a quella di quando sono totalmente verdi. Potrebbe esserci un rallentamento marginale alla fine delle due settimane ma, anche se fosse, dovremmo mantenere scetticismo. Le condizioni sono lente quest’anno, quantomeno non lo saranno ancora di più per le finali.  

The Grass Dies, But the Speed Lives On