La competitività negli Slam dal 2000 al 2016

Adam Coti // PureFreedom

Pubblicato il 27 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Introduzione

Dopo la pubblicazione di una mia analisi sul punteggio nelle partite degli Slam, ho ricevuto diverse richieste per un approfondimento. Ben Rothenberg del New York Times, da cui avevo preso spunto, ha scritto in un tweet: “ [..] curioso anche di sapere quanto spesso il quarto e il quinto set mancano di competitività perché un giocatore ha finito la benzina o è demoralizzato, rispetto a una partita al meglio dei tre set”.  

Ho fatto quindi un’ulteriore analisi sulle oscillazioni in quella categoria di partite. Si può dire che la competitività di una partita subisce variazioni su base regolare? Esiste evidenza che i set conclusivi di una partita sono più appannaggio del vincitore? Inoltre, con il progredire della partita, è possibile prevedere chi è avvantaggiato per la vittoria finale? Le considerazioni che seguono cercano di trovare risposte a questi interrogativi.  

Ai fini di quest’analisi, il campione statistico considerato è composto da tutte le partite Slam terminate per il periodo dal 2000 al 2016, a eccezione dei ritiri precedenti e durante la partita. Si tratta di 8253 partite per complessivi 30.455 set e 298.207 game. Occorre ricordare che in quegli anni gli Slam non avevano il tiebreak all’ultimo set, tranne gli US Open. Questo si traduce in un leggero aumento delle medie relative ai game del quinto set, quando la partita ha richiesto di andare al quinto set.

Medie complessive

IMMAGINE 1 – Punteggio medio in termini di game per set in funzione del numero di set giocati per il periodo dal 2000 al 2016 

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • utilizzando il Differenziale di Punteggio come criterio, si osserva una maggiore disparità nella competitività tra le partite in tre set e quelle in quattro set, rispetto a quella esistente tra le partite in quattro set e quelle in cinque set.

Partite in tre set

IMMAGINE 2 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in tre set per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • i primi due set mostrano un livello di competitività simile. Il terzo set invece è più dominato dal vincitore della partita. Lo si può dedurre dal salto del Differenziale di Punteggio nel terzo set e dalla continua diminuzione del numero di tiebreak.

Partite in quattro set

IMMAGINE 3 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in quattro set per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • si assiste a una graduale diminuzione della competitività fino al quarto set, che invece mostra, rispetto agli altri set, un maggiore aumento nel Differenziale di Punteggio e una maggiore diminuzione dei tiebreak. 

IMMAGINE 4 – Punteggio medio in termini di game per le possibili combinazioni con cui una partita in quattro set può essere vinta   

Note:

  • a prescindere dall’andamento dei set, il vincitore della partita ha vinto ognuno dei tre set vinti in maniera più risoluta del singolo set vinto dal giocatore che ha perso la partita
  • la combinazione in cui il vincitore della partita ha dominato di più è quella in cui perde il primo set vincendo poi i tre successivi. Ne è conferma il fatto che il Differenziale di Punteggio complessivo pari a 6.10 è il più alto di qualsiasi possibile scenario. Come visto nella precedente analisi sul punteggio, questa è anche la sequenza più frequente tra quelle di una partita in quattro set.  

Partite in cinque set

IMMAGINE 5 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in cinque set per il periodo dal 2000 al 2016

*Nel periodo considerato, a eccezione degli US Open nessuno degli altri Slam aveva il tiebreak al quinto set. Per lo scopo di questa sola analisi, un quinto set che supera il punteggio di 6-6 è classificato come un set al tiebreak.

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • come per le partite in tre e quattro set, si assiste a una diminuzione del livello competitivo al progredire della partita. Lo testimonia il graduale incremento del Differenziale di Punteggio. A prescindere dal set, non si osserva una chiara tendenza relativamente alla probabilità che si arrivi al tiebreak.

IMMAGINE 6 – Punteggio medio in termini di game per le possibili combinazioni con cui una partita in cinque set può essere vinta  

Note:

  • il vincitore della partita ha vinto i suoi tre set in maniera più risoluta con il progredire della partita, giocando meglio nell’ultimo set
  • ci sono tre scenari in cui il vincitore della partita ha vinto gli ultimi due set e sono anche le vittorie più dominanti e quelle in cui il quinto set ha un Differenziale di Punteggio più alto.

Indicatori predittivi

Quando la partita arriva a una situazione di punteggio di due set pari, il rendimento dei giocatori nei primi quattro set è in qualche modo indicativo di chi vincerà il quinto set? Vale a dire, se uno dei giocatori ha vinto più game dell’avversario all’inizio del quinto set, ha storicamente un vantaggio per la vittoria finale?  

IMMAGINE 7 – Probabilità di vincere la partita all’inizio del quinto set in funzione Differenziale di Game per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • se un giocatore ha vinto più game dell’avversario all’inizio del quinto set, vince il 55% di quelle partite, con percentuali specifiche indicate nel grafico in funzione del numero di game in più rispetto all’avversario. Ad esempio, se dopo quattro set il punteggio è di 6-2 4-6 6-1 3-6 e un giocatore è avanti 19–15 nei game, storicamente vincerà poi quella partita il 61% delle volte
  • nel 15.1% delle partite al quinto set, i giocatori hanno vinto lo stesso numero di game e non si è quindi nella possibilità di fare una previsione 
  • il punteggio di una partita consente di aver vinto nove o dieci game in più dopo quattro set, ma nel periodo temporale considerato per l’analisi non è mai accaduto.

Cosa succede quando i giocatori hanno vinto un set per parte? Con un campione di due soli set, si può fare una previsione di vittoria sulla base del numero di game vinti fino a quel momento?

IMMAGINE 8 – Probabilità di vincere la partita sul punteggio di un set pari in funzione Differenziale di Game per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • se un giocatore ha vinto più game dell’avversario dopo due set, vince il 58% di quelle partite, con percentuali specifiche indicate nel grafico in funzione del numero di game in più rispetto all’avversario
  • nel 24.6% delle partite sulla situazioni di un set pari, il numero di game vinti è identico e non si è quindi nella possibilità di fare una previsione
  • nonostante un campione di partite più ridotto, si tratta di un indicatore predittivo più accurato di chi vincerà la partita rispetto alla situazione vista in precedenza.

Distribuzione dei tiebreak

IMMAGINE 9 – Distribuzione dei tiebreak per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • su un totale di 4915 tiebreak, il punteggio medio è stato 7,48—4,32.

Riconoscimenti

La fonte della maggior parte dei dati grezzi utilizzati nell’analisi è il database dei risultati delle partite del circuito maschile compilato e messo a disposizione da Jeff Sackmann. In caso di dati mancanti, ho fatto riferimento al sito ufficiale dell’ATP. Chi volesse approfondire, può scaricare il file Microsoft Excel con i dati grezzi che ho raccolto. 

Measuring the Competitiveness at Tennis Majors from 2000-2016

L’effetto numero 1 o come il successo di Barty potrebbe scuotere il tennis femminile australiano

di Stephanie Kovalchik // TheConversation

Pubblicato il 3 febbraio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

La vittoria di Sofia Kenin nella semifinale degli Australian Open 2020 ai danni di Ashleigh Barty ha certamente deluso le aspettative dei tifosi australiani. Dopo le premature sconfitte di Serena Williams e Naomi Osaka, le quote davano Barty come favorita. Kenin ha invece battuto anche Garbine Muguruza in finale per vincere il suo primo Slam ad appena 21 anni.

Distratti dall’importanza della conquista di uno Slam, è facile perdere di vista le esternalità positive del rendimento di una giocatrice sulla possibile crescita dello sport nei singoli paesi. Studi hanno concluso che quando una professionista raggiunge il vertice della classifica dominando per lunghi periodi, segue spesso uno sviluppo di talento tennistico nel suo paese di origine. Questo induce a pensare che il movimento femminile australiano potrebbe beneficiare nei prossimi anni della ribalta sulla scena di nuove giocatrici che cercano di replicare i successi di Barty.

Le numero 1 degli ultimi 35 anni

I risultati ottenuti da Barty lo scorso anno sono ragguardevoli, soprattutto considerando che la competizione tra le migliori sembra diventare sempre più intensa con il passare del tempo. Nel corso della sua esplosiva stagione 2019, è stata una presenza schiacciante, vincendo 57 partite su 70 e quattro tornei tra cui il suo primo Slam al Roland Garros e le Finali di stagione in Cina. È inoltre diventata la numero 1 mondiale, la prima australiana a riuscirci da Evonne Goolagong 43 anni fa. Anche dopo la sconfitta in semifinale, il margine su Karolina Pliskova, seconda in classifica, è abbondante.

Negli ultimi 35 anni, hanno raggiunto il primo posto della classifica 25 giocatrici da 14 paesi. Dal 1985 al 2005, il tennis femminile è stato appannaggio degli Stati Uniti, con sette diverse giocatrici che si sono alternate al numero 1. Il Belgio ne ha prodotte due, Francia, Germania, Spagna, Russia e Svizzera una a testa. Dal 2010, 11 giocatrici di 11 paesi hanno raggiunto il numero 1 (anche facilitate dagli alti e bassi della carriera di Williams).

IMMAGINE 1 – Sequenza delle giocatrici al numero 1 della classifica dal 1984

Grazie a giocatrici come Barty, la giapponese Osaka e la rumena Simona Halep, mai come prima la recente diversità al vertice del tennis femminile ha creato modelli emulativi per le aspiranti future professioniste di tutto il mondo. E il passato suggerisce che questo fattore è fondamentale per lo sviluppo del tennis nei paesi più piccoli (come il Belgio e la Serbia ad esempio) che mancano tradizionalmente di un seguito diffuso quanto quello di altri sport, e per il consolidamento di future generazioni di giocatrici in paesi con in cui il tennis è da sempre più radicato (come gli Stati Uniti, l’Australia e alcune nazioni europee).

Come le numero 1 hanno ispirato altre giocatrici nel mondo

Analizzando i sei paesi che, al di fuori degli Stati Uniti, hanno avuto una o più giocatrici al numero 1 dal 1990 al 2010 (in giallo nell’immagine 2), osserviamo diverse incoraggianti tendenze. In primo luogo, si assiste a un aumento delle giocatrici di un paese tra le prime 150 in coincidenza dell’ascesa al vertice di una connazionale o negli anni immediatamente successivi.

Belgio, Russia e Svizzera

In Belgio ad esempio, poco dopo il numero 1 di Kim Clijsters e Justine Henin nei primi anni 2000, altre giocatrici come Yanina Wickmayer e Kirsten Flipkens iniziarono a risalire la classifica. Il periodo di Maria Sharapova al numero 1 dalla seconda metà del 2000 coincise con ottimi risultati da parte delle compatriote Elena Dementieva e Vera Zvonareva e, ancora di più, Dinara Safina, anche lei numero 1 nel 2009.

Anche all’incredibile carriera di Martina Hingis fece seguito lo sviluppo di altre giocatrici svizzere, tra cui l’attuale numero 7 Belinda Bencic, che è stata pure allenata dalla madre di Hingis.

IMMAGINE 2 – Numero di giocatrici tra le prime 150 e le prime 30 per sei paesi con una giocatrice al numero 1 del mondo (il cui periodo è evidenziato in giallo)

Germania e Spagna

Si può anche vedere che due recenti numeri 1, la tedesca Angelique Kerber e la spagnola Muguruza, hanno guadagnato quella posizione quasi esattamente a distanza di 15 anni dall’ultima connazionale. Kerber ha seguito le orme di Steffi Graf, mentre Muguruza è stata preceduta da Arantxa Sanchez.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti, molte giocatrici afro-americane, tra cui la quindicenne Cori Gauff, hanno fatto riferimento al successo delle sorelle Williams come motivazione maggiore nella decisione di intraprendere da giovanissime un percorso nel tennis. La pletora di giocatrici afro-americane tra le prime 150 è indicazione della capacità persuasiva dei risultati di Serena e Venus Williams su atlete come Madison Keys, Sloane Stephens, Gauff, Taylor Townsend, Whitney Osuigwe e Sachia Vickery.

Le ricadute positive generate dall’effetto numero 1

In qualsiasi sport, lo sviluppo di talenti in grado di competere ai livelli più alti è un processo complesso che richiede l’allineamento di molteplici fattori, dalla bravura di base delle giocatrici all’appoggio delle famiglie, della comunità, degli allenatori e delle federazioni nazionali.

Anche se il successo delle giocatrici di vertice è solo una variabile dell’equazione, è inserito in un concetto economico ben noto, quello della teoria della goccia (o trickle-down). Applicata allo sport, questa teoria postula che i risultati delle migliori possono arrivare a rappresentare una fonte motivazionale enorme per la base del movimento e spingere più persone a intraprendere quello sport. Nel tennis, l’andamento storico delle statistiche relative alla classifica mostra un chiaro effetto goccia generato dalle giocatrici che ottengono il primo posto, specialmente in quei paesi che non hanno mai avuto o non hanno avuto da decenni una giocatrice al vertice.

Quello che non emerge dalle statistiche è quanto la personalità e l’esempio di una numero 1 incide sullo sviluppo e sulla crescita delle giovanissime connazionali. Se nelle due settimane degli Australian Open si è avuto modo di conoscere meglio Barty, ci si è accorti che il suo gioco è solo parte della sua unicità. Simpatia e forza d’animo di fronte a trionfi e sconfitte la rendono universalmente apprezzabile e ne fanno ulteriore riferimento motivazionale per le giocatrici più giovani. Poche altre si sono probabilmente trovate in una posizione d’influenza così preminente e duratura per il loro paese e nel loro sport.

The No. 1 effect: why Ash Barty’s success could lead to a boom in women’s tennis in Australia

La giornata storta di Aleksandre Metreveli non è stata così terribile

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 5 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione 2020 di Roberto Bautista Agut è iniziata sotto il migliore degli auspici quando, alla ATP Cup, ha sconfitto il numero 2 georgiano Aleksandre Metreveli con l’imbarazzante punteggio di 6-0 6-0. Le vittorie senza game per l’avversario sono estremamente rare sul circuito maschile, con meno di 100 negli ultimi tre decenni.

Circa il 25% di quei 6-0 6-0 arrivano da partite della Coppa Davis, la competizione in cui è più probabile che questo accada. L’incrocio dei singolaristi, la parte della sfida in cui si affrontano il miglior giocatore di una nazione e il secondo migliore dell’altra (ormai praticamente defunta con il nuovo formato), genera risultati particolarmente a senso unico.

Così non è per l’ATP Cup, ma Bautista Augut è più forte di molti numeri 1 nazionali, e Metreveli è in quella manciata di giocatori questa settimana che altrimenti non troverebbe posto in un torneo del circuito maggiore. Eppure, non è stata una demolizione così catastrofica. La partita è durata 72 minuti, più di tutte le altre 59 con lo stesso punteggio di cui possiedo le statistiche. È stato solo il quarto 6-0 6-0 ha superare l’ora di gioco. Il precedente record apparteneva a Guillermo Canas che agli Internazionali d’Italia nel 2005 aveva annientato in 65 minuti Juan Monaco. Delle 120 partite per 6-0 6-0 sul circuito femminile di cui possiedo le statistiche, nessuna è mai andata oltre i 67 minuti.

Un po’ di contesto

Sulla durata di una partita possono incidere la routine dei giocatori o il comportamento del pubblico, ma non il numero dei punti giocati. Anche sulla base di questa statistica Metreveli ha fatto meglio di quanto il punteggio indichi. Ha tenuto in campo Bautista Agut per 97 punti, più a lungo di tutte le altre partite tranne tre. In media, servono solo 74 punti per un doppio 6-0. Più di 150 partite della scorsa stagione non hanno superato i 97 punti, tra cui diverse finali e un paio con un set terminato 7-5.

Un altro modo per considerare l’equilibrio di una partita è dato dalle palle break salvate. Il punteggio prevede che Metreveli non abbia mai fatto un break e che Bautista Agut ci sia riuscito sei volte. Metreveli però si è difeso duramente dalla risposta di Bautista Agut, salvando otto palle break. Solo quattro giocatori tra i 59 che hanno perso per 0-6 0-6 erano riusciti a salvare così tante palle break.

Opportunità di doppio 6-0

Bautista Agut ha vinto l’83% dei punti al servizio, rispetto al solo 40% di Metreveli. Se nessuna striscia inusuale di punti vinti o persi avesse interrotto queste frequenze di conversione, Bautista Agut avrebbe tenuto il 98.9% dei servizi a fronte del 26.4% di Metreveli. Per vincere i dodici game, Bautista Agut doveva tenere il servizio sei volte e fare altrettanti break. Sulla base di quella frequenza di tenuta del servizio, la probabilità di riuscirci era del 14.8%. Detto in altro modo, se questi due giocatori avessero continuato a tenere quel livello su un campione più ampio di partite (perdonami, Aleksandre!), ci sarebbe stato un doppio 6-0 solo all’incirca in una partita su sei.

Vale la pena ribadirlo, la prestazione di Metreveli si fa notare per essere una delle più solide in un punteggio di 6-0 6-0. Solo cinque tra le precedenti 59 partite di questo gruppo avevano una probabilità così ridotta di terminare con uno dei due giocatori senza game sul tabellone.

In funzione della probabilità di doppio 6-0, otto partite del 2019 sono state più a senso unico di questa, e solo una è terminata con dodici game di fila. Tre dei giocatori sconfitti hanno evitato lo zero in entrambi i set.

Torneo         Vincitore    Sconfitto    Punteggio    Prob 6-0 6-0 
Winston Salem  Fratangelo   Weintraub    6-0 6-0      63.5%  
Los Cabos      Granollers   Gomez        6-0 6-1      24.6%  
Us Open        Federer      Goffin       6-2 6-2 6-0  19.9%  
Estoril        Dav. Fokina  Chardy       6-1 6-2      18.5%  
Acapulco       Millman      Gojowczyk    6-0 6-2      17.2%  
Internaz. It   Nadal        Basilashvili 6-1 6-0      16.6%  
Miami          Car. Baena   Kudla        6-1 6-2      16.6%  
Tokyo          Djokovic     Pouille      6-1 6-2      15.5%

(E Metreveli è stato più valoroso contro Bautista Agut di quanto abbia fatto Nikoloz Basilashvili contro Nadal a Roma, anche se poi la vittoria di Nadal per 6-3 7-5 all’ ATP Cup è stata un po’ più equilibrata.)

Con questo non si può certo sostenere che Metreveli abbia avuto un debutto positivo all’ATP Cup. I doppi 6-0 sono però così rari che tendono a generare notizia, mettendo in secondo piano le specificità. Per il modo in cui ha giocato, Metreveli meritava una sconfitta più consona, con almeno uno o due game a suo favore.

Aleksandre Metreveli’s Bad Day Wasn’t Double-Bagel Bad

I problemi del circuito femminile che 4 milioni di dollari non risolvono

di Paul Timmons // mytennisadventures

Pubblicato il 4 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Non appena Ashleigh Barty ha terminato le foto di rito con il trofeo delle Finali di stagione WTA, una vittoria che conclude un anno decisamente positivo per la simpaticissima australiana, l’attenzione si è inevitabilmente spostata sulla generosità dell’assegno che ha ricevuto in dote. Per chi non lo sapesse, si tratta di 4.42 milioni di dollari, una somma che fa impallidire qualsiasi premio partita precedentemente assegnato in un torneo professionistico di tennis, maschile o femminile.

Quasi immediatamente, i sostenitori della WTA travestiti da giornalisti hanno definito l’evento uno spartiacque nella storia del tennis femminile e dello sport femminile in generale. È un’affermazione perentoria che merita di essere approfondita, anche se non sorprende sapere che i suoi fautori non intendono discuterne il merito, probabilmente perché è un ragionamento dalla logica debole.

Perché questa opinione?

Torniamo indietro nel tempo. Non serve spostarsi decenni o di qualche anno, basta il gennaio scorso, quando Serena Williams ha perorato la causa della parità di guadagni in tutti i tornei presso i colleghi maschi. Vale la pena chiarire che gli Slam e i tornei congiunti più importanti offrono già montepremi identici. Per la maggior parte del calendario però, uomini e donne viaggiano per giocare in diverse città del mondo, in eventi più piccoli e meno prestigiosi: è qui che esiste la disparità, ed è presumibilmente quella a cui Williams faceva riferimento.

È parsa una richiesta strana in quel momento, e piuttosto illogica. L’ATP e la WTA operano come entità separate, con la facoltà di sottoscrivere accordi specifici per i diritti televisivi, per le sponsorizzazioni e la copertura mediatica. Sono presenti in paesi e città diverse, e così via. Semplicemente, il desiderio di Williams non è realizzabile nell’attuale struttura, aspetto di cui è di sicuro a conoscenza.

Per certi versi però, la sua argomentazione aveva un senso, era solo diretta alle persone sbagliate. La domanda dovrebbe essere posta ai dirigenti della WTA, sul perché il tennis femminile è rimasto indietro. I numeri che seguono illustrano la gravità del problema.

La gravità della situazione

Dei 55 tornei del circuito maggiore femminile, 32 sono gli International (la categoria inferiore). Di questi, 30 partono da un montepremi di 250 mila dollari. A confronto, nel circuito maggiore maschile 39 tornei su 62 sono della fascia più bassa (gli ATP 250), anche se il montepremi ha un livello di partenza di 589.680 dollari, decisamente più alto. Di conseguenza, un giocatore che vince un torneo 250 guadagna come minimo 90.990 dollari, mentre il finalista guadagna 49.205 dollari. La vincitrice di un International vince 43.000 dollari. Inizia a vedersi la differenza.

Alla luce di tutto questo, quanto dovremmo esaltare l’assegno ricevuto da Barty per un valore di 100 volte superiore a quello di una tipica vittoria in un International? Oltre a rappresentare già un aumento enorme rispetto ai 2.360.000 dollari vinti da Elina Svitolina nell’edizione 2018.

È davvero motivo di festeggiamenti? Possibile. Ma quali siano gli effetti di lungo termine ed i benefici, se ve ne sono, è oggetto di dibattito. Le Finali di stagione hanno dato alla WTA l’occasione per farsi vanto di un accordo che ha generato un premio partita più alto di quello degli uomini. Allora è questo di cui stiamo parlando?

Servono spiegazioni

Per me, in sostanza, la questione torna sul commento di un impiegato della WTA, che ne ha parlato in termini di: “che momento per il tennis femminile”. Ci spieghino i cambiamenti che porterà, quali vantaggi arriveranno e come inciderà sull’evoluzione dello sport. Perché da fuori vedo solo un torneo che ha reso le giocatrici ricche ancora più ricche. E non riesco proprio a immaginare come questo si traduca in più soldi di cui chi occupa i gradini più bassi della scala gerarchica ha un disperato bisogno. Sarei contento di essere smentito, ma temo che commenti sensazionalistici rimangano appunto tali.

Da ultimo, mi preme sottolineare che ho già affrontato il tema della disparità tra circuiti nelle categorie inferiori e, considerando il tono delle mie parole odierne, è giusto far sapere che dal prossimo anno l’ATP aumenterà il rimborso delle spese di viaggio a 4000 dollari per i giocatori classificati dal 151 al 400, mentre i doppisti riceveranno 2000 euro. Anche se solitamente è la Federazione internazionale a incaricarsi dei tornei a cui partecipa la maggioranza delle giocatrici classificate dal 151 al 400, è un altro esempio della cura superiore che l’ATP dedica ai giocatori (per quanto ci sia ancora molto da fare) rispetto al trattamento riservato dalla WTA o dalla Federazione internazionale.

Come è andato il torneo?

Sotto diversi punti di vista, l’ammontare vinto da Barty ha eclissato le pecche di un torneo con tutti gli ingredienti per un disastro. Gli infortuni possono colpire in qualsiasi momento, ma una combinazione di stanchezza di fine stagione e lentezza della superficie è destinata a creare inevitabilmente molti grattacapi. L’inabilità di generare il tutto esaurito ha poi reso l’atmosfera tetra.

Nella sua infinità saggezza, la WTA ha rifiutato il corteggiamento di Manchester e Praga — due città in cui i biglietti sarebbero andati a ruba per ogni sessione di gioco — attratta dal denaro di un mercato che non ha mai veramente spinto il tennis come sport. Giocatrici di altissimo livello si sono così ritrovate a competere in un contesto immeritevole del loro talento. È un sollievo pensare quindi che la WTA abbia preso l’impegno di trovare una soluzione a Shenzhen per i prossimi nove anni. Buona fortuna, perché ce ne vorrà molta.

In conclusione, molti complimenti a Barty, ma non esaltiamoci per la magnanimità della sua vincita. È una distrazione dalle problematiche di fondo che affliggono il circuito femminile, non solo in Cina.

Scratch Beneath The Surface

Chi ha reso di più sotto pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 19 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo ho esaminato quali giocatori hanno subito le situazioni di maggiore pressione negli Slam 2019. È il momento dell’ovvia domanda successiva. Chi ha reso di più sotto pressione?

Esistono diversi modi per analizzare la pressione e il rendimento dei giocatori sotto pressione. Se si parla in termini di vittoria finale, sono i giocatori che vincono più punti ad alta pressione quelli che poi si aggiudicano la partita 99 volte su 100. Sulla base della frequenza di punti pressione vinti (FPPV) quali sono i giocatori che hanno surclassato gli avversari con continuità?

Circuito maschile

L’immagine 1 mostra il grafico del differenziale della FPPV totale (FPPV rispetto all’avversario) sull’asse delle ordinate rispetto alla media per gli Slam 2019. Si nota una chiara correlazione positiva tra queste due misure, favorita dalla struttura a eliminazione singola dei tornei.

Difficile ignorare l’evidente dominio di quattro giocatori in questa stagione di Slam: Daniil Medvedev, Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal. Djokovic ha un leggero margine su Nadal nel rendimento medio sotto pressione nonostante due vittorie in meno. Federer è più dietro e sorprende che non sia riuscito a tenere Medvedev a maggiore distanza pur con 7 vittorie in più nel totale.

Guardando più a fondo emergono altre considerazioni interessanti, come il vantaggio di Dominic Thiem su Fabio Fognini, anche se entrambi hanno ottenuto 7 vittorie e 4 sconfitte. Troviamo poi nel gruppo anche il giovane Alexei Popyrin accanto a nomi già affermati come Alex De Minaur, Stefanos Tsitsipas e Matteo Berrettini. Sul 2% di differenziale medio di FPPV di Alexander Zverev hanno inciso molto le sue 10 vittorie e 4 sconfitte, rimane tuttavia chiaro quanto ancora ha da fare per chiudere il divario da Medvedev.

IMMAGINE 1 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito maschile

Circuito femminile

Per quanto riguarda le donne, Serena Williams gravita in una personale stratosfera in termini di dominio delle avversarie in situazione di pressione, un aspetto quantomeno curioso considerando che non ha vinto nessun titolo Slam nel 2019 (e così anche nel 2018). Forse è un segnale evidente del fatto che il rendimento in finale è diventato una specie di barriera.

È affascinante notare come i due giocatori che si sono divisi gli Slam nel 2019 abbiano anche i valori totali e medi della FPPV più estremi, mentre per le vincitrici la connessione tra titolo e FPPV è molto più complessa, non solo quindi nel caso di Williams. Ashleigh Barty, campionessa del Roland Garros, e Simona Halep, campionessa di Wimbledon, sono due tra le prime cinque per FPPV, affiancate da Johanna Konta ed Elise Mertens, che però non sono arrivate nemmeno in finale.

IMMAGINE 2 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito femminile

Per Naomi Osaka e Bianca Andreescu, sorpassate da diverse giocatrici per rendimento sotto pressione negli Slam del 2019, la spiegazione è ancora più complicata. Andreescu ha saltato quasi tutta la parte centrale della stagione per infortunio, tornando poi prepotentemente durante la trasferta americana per conquistare gli US Open.

Il caso di Osaka

Osaka è un punto interrogativo. Se nelle statistiche sulla pressione viene quasi affiancata da giocatrici meno navigate come Amanda Anisimova, è possibile che Osaka, faticando a imporsi su avversarie tecnicamente inferiori, non stia rendendo giustizia alla qualità del suo gioco.

Per contro, il folto numero di giocatrici raggruppate intorno alle vincitrici Slam 2019 è ulteriore prova dell’alto livello competitivo del circuito femminile. Se trarre vantaggio dai momenti di maggiore pressione è un requisito per vincere uno Slam, sembra proprio che nel 2020 ci sarà spazio per nomi nuovi nell’albo d’oro dei quattro tornei più illustri della stagione.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?

Chi ha subito di più la pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato l’11 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quali sono i giocatori che negli Slam della stagione 2019 hanno dovuto affrontare le maggiori sfide e che hanno ottenuto di più in situazioni di massima pressione?

La gestione delle fasi calde di partite equilibrate nei tornei più importanti è un indicatore della personalità tennistica di un giocatore. Di quali giocatori la personalità è stata messa maggiormente alla prova negli Slam del 2019?

Possiamo farci un’idea esaminando la pressione media in partita durante gli Slam. Ne ho parlato approfonditamente in passato ma, in breve, la pressione di ciascun punto è semplicemente la leva del punto stesso (o l’importanza del punto). I giocatori con una pressione media più alta sono quelli che hanno giocato set più duri e più spesso hanno concluso partite al quarto o quinto set.

Circuito maschile

Il grafico dell’immagine 1 mostra la pressione media negli Slam per il circuito maschile rispetto al numero totale delle partite giocate, che fa vedere anche quali sono i giocatori che hanno raggiunto le fasi finali dei quattro tornei. Sono riportati solo quelli nel 20% superiore delle partite giocate, in modo da concentrarsi su chi ha avuto più successo.

IMMAGINE 1 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito maschile

Il primo aspetto che si nota è la correlazione negativa tra la pressione media e il numero totale di partite giocate. È ragionevole che sia cosi, se si considera che il numero totale delle partite è direttamente collegato alla bravura del giocatore. I più forti hanno solitamente turni iniziali più abbordabili, facendo diminuire la loro pressione media.

Suscitano particolare interesse in questo caso quei giocatori con una pressione insolitamente alta a parità di numero di partite giocate. Prendiamo ad esempio Daniil Medvedev, che ha subìto la pressione media più alta tra i giocatori con un totale di 15 partite negli Slam del 2019. La sua pressione media dell’1.9% per punto è stata più comune per giocatori tra le 12 e 14 partite giocate.

Un altro giocatore a distinguersi è Stanislas Wawrinka che, con una media del 2.2%, entra tra i primi 5 per pressione più alta. Ha però molte più partite totali giocate rispetto a quei giocatori. Stefanos Tsitsipas e Marin Cilic sono in una situazione simile: giocatori molto abili che si sono però ritrovati a dover gestire partite più complicate di quanto la loro bravura avrebbe predetto.

Circuito femminile

In campo femminile, la correlazione negativa è ancora più accentuata, in quanto il formato al meglio dei tre set rende più consuete circostanze di alta pressione.

IMMAGINE 2 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito femminile

Due delle giocatrici che emergono in questo gruppo sono Karolina Pliskova e Naomi Osaka, entrambe con pressione maggiore della media per il numero di partite giocate. Anche Bianca Andreescu è un po’ una sorpresa, per quanto sulla sua campagna negli Slam hanno inciso gli infortuni, costringendola a ritirarsi dal Roland Garros e saltare completamente Wimbledon.

È curioso osservare un raggruppamento più ampio di giocatrici con una pressione media inferiore alle attese. Ad esempio Petra Kvitova, il cui numero totale di partite avrebbe dovuto prevedere per lei una pressione media più vicina al 2.7% o 2.8%. Un valore effettivo del 2.4% può essere attribuito a un dominio dei primi turni, specialmente agli Australian Open, contro sconfitte premature negli altri Slam, come gli US Open. Potrebbe quindi essere un segnale di giocatrice con più alti e bassi in stagione di altre.

Penso che queste statistiche relative alla pressione evidenzino punti di vista differenti sulle sfide che giocatori e giocatrici hanno affrontato nei tornei di peso e siano di riflessione per affrontare la prossima stagione. Sarà affascinante vedere come giocatori tipo Wawrinka o Pliskova, che sono riusciti a gestire con efficacia momenti di pressione maggiore della media, faranno affidamento su quell’esperienza come traino per la stagione 2020.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?

C’è somiglianza nei primi anni di carriera dei Futuri Quattro e dei Fantastici Quattro?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 25 ottobre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Probabilmente, ricorderemo la parte finale della stagione 2019 come l’inizio di un ricambio generazionale nel tennis maschile. Con quattro dei più incredibili giocatori non più grandi di ventitré anni che hanno raggiunto le semifinali dello Shanghai Masters, battendo tra gli altri Novak Djokovic e Roger Federer, la sensazione è di un’imminente presa di possesso dei “Futuri Quattro” sui Fantastici Quattro. Si parla di Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas, Alexander Zverev e Matteo Berrettini. La traiettoria dei primi anni di carriera dei Fantastici Quattro è in grado di dare indicazioni su quale di queste giovani stelle potrebbe seguirne le orme?

Alla partenza dell’ultimo torneo Masters a Parigi, ci sono ancora due posti da definire per le Finali di stagione. Medvedev e Tsitsipas si sono già qualificati, per loro la prima volta a Londra, rendendo il tabellone ancora più avvincente. Non è solo la giusta ricompensa per le migliore stagione a oggi in carriera, ma consoliderà l’impatto che la generazione a cui appartengono — giocatori nati a metà o fine anni ’90 — sta avendo sul vertice del tennis maschile. Oltre a Medvedev e Tsitsipas, nel 2019 in quel gruppo si sono distinti anche Zverev e Berrettini. Sono tutti riusciti a farsi notare nei mesi scorsi con vittorie sui primi 5. Medvedev in particolare è stato il più prolifico, raggiungendo la finale degli US Open e vincendo altri due tornei, tra cui Shanghai.

Confronti intergenerazionali

Vista la giovane età e l’incredibile sequenza di risultati, la tentazione di un confronto con i Fantastici Quattro è particolarmente invitante. Se da un lato l’attenzione è spesso rivolta a come oggi questi giovani fenomeni riescono a tenere testa alle leggende che li precedono, dall’altro è interessante vedere le differenze rispetto a quando i Fantastici Quattro erano in una fase simile della carriera. Quali dei Futuri Quattro è ben posizionato per emulare il percorso di uno dei Fantastici Quattro?

Sistemi di valutazione dei giocatori sono lo strumento migliore per un confronto intergenerazionale, perché una differenza, ad esempio, di 100 punti riflette la stessa bravura relativa da un periodo al successivo. Questo vuol dire che due giocatori con un andamento simile di valutazioni alla stessa età devono aver ottenuto risultati simili contro avversari di difficoltà analoga. Un percorso che si sovrappone nei primi anni non dà però alcuna garanzia di continuare a proseguire in concerto, ma è più probabile assistere a una convergenza che a un drammatico allontanamento. Qual è quindi l’andamento nelle valutazioni dei Fantastici Quattro prima dei 24 anni che più richiama quello dei Futuri Quattro?

Medvedev vs Federer

Iniziando da Medvedev, attualmente il numero 4 del mondo e il più in vista, troviamo che la sua evoluzione ricalca maggiormente quella di Federer. Spesso si definisce Federer come un giocatore esploso tardi ma, in confronto, l’inizio di Medvedev è stato più lento. All’età di 21 anni, entrambi avevano un livello di gioco intorno a una valutazione da 2200, salita a 2500 appena due anni dopo. Medvedev non ha avuto la stessa continuità di risultati di Federer nel periodo da 21 a 23 anni. Diventerà più chiaro nei prossimi anni se le ragioni sono da individuare in una programmazione di calendario inefficiente o in qualche altro fattore.

IMMAGINE 1 – Andamento di Medvedev in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Tsitsipas vs Murray

Dovendo scegliere due giocatori più lontani tra loro per personalità in campo, sarebbe difficile pensare a un duo con maggiore contrasto di Andy Murray e Tsitsipas. Tralasciando però gli aspetti caratteriali, le somiglianze di progressione di inizio di carriera sono sbalorditive. In particolare, si osserva che entrambi hanno avuto uno sviluppo ripido per arrivare alla valutazione di 2200 ad appena 19 anni. La crescita si è poi stabilizzata fino a 21 anni. Dei due è Tstitsipas a essere rimasto più stabile, rimanendo intorno ai 2400 all’età di 20 anni.

IMMAGINE 2 – Andamento di Titsipas in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Zverev vs Djokovic

Se ci limitassimo alle valutazioni di Zverev fino ai 21 anni, saremmo portati a credere che la sua evoluzione sia la copia carbone di un giovane Djokovic. All’età di 18 anni, entrambi avevano raggiunto l’invidiabile quota di 2000. Hanno continuato a migliorarsi a un ritmo costante, di quasi 200 punti all’anno fino ai 21 anni. Recentemente però, nonostante la finale a Shanghai, Zverev sembra aver rallentato, discostandosi dall’ascesa di Djokovic.

IMMAGINE 3 – Andamento di Zverev in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Berrettini vs Nadal

Berrettini è il caso anomalo tra i Futuri Quattro. Fino a 21 anni, ha giocato a livelli medi, per poi accendersi e salire vertiginosamente con lo stesso passo con cui Nadal è emerso sulla scena a 18 anni. Tra gli otto giocatori considerati, le traiettorie di Berrettini e Nadal sono le più diverse: Berrettini per aver avuto un’esplosione ritardata, Nadal per l’improvvisa crescita verticale e gli sbalzi periodici in occasione della stagione sulla terra battuta.

IMMAGINE 4 – Andamento di Berrettini in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Un nuovo dominio di quattro giocatori?

Pur nello scetticismo legato all’idea che potrà effettivamente esserci un’era del tennis in grado di sorpassare gli anni d’oro dei Fantastici Quattro, è davvero sorprendente scoprire come i Futuri Quattro, che inevitabilmente traggono ispirazione dai loro illustri predecessori, stiano avendo un inizio di carriera molto simile. Anche se questo potrebbe suggerire la forte possibilità di un nuovo periodo con quattro giocatori dominanti al vertice, va sottolineato che i Fantastici Quattro sembrano ancora ben lontani dal mollare la presa (testimoniato anche dal recente trionfo di Murray allo European Open e di Federer a Basilea, n.d.t.), frenando la rincorsa di tutti gli esponenti della Next Gen. Se queste nuove leve riusciranno a ritagliarsi un personale percorso di crescita nelle prossime stagioni, e per come riusciranno a farlo, potremmo assistere ad alcune delle più affascinanti sfide dell’era Open.

Are the First Years of the ‘Next4’ Anything Like the Big4?

La diversità ecologica del tennis femminile

di Ed Salmon // Tennis with an Accent

Pubblicato il 21 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nessuna giocatrice ha vinto più di cinque titoli del circuito maggiore da quando ci è riuscita Serena Williams nel 2014. Nel 2016, 42 diverse giocatrici hanno vinto un torneo, un numero senza precedenti se non nell’era delle racchette di legno, e nel 2017 il record si è alzato a 43.

Nella stagione in corso si potrebbe raggiungere un numero simile, visto che si è già a 34 vincitrici, con ancora 7 tornei a disposizione. Al momento, solo quattro giocatrici hanno vinto almeno tre tornei, con Karolina Pliskova al primo posto con quattro. Il numero uno della classifica è già passato di mano quattro volte in stagione, con Ashleigh Barty che se lo è ripreso a spese di Naomi Osaka a conclusione degli US Open.

Caos?

Alcuni commentatori hanno usato la parola “caos” per descrivere le dinamiche attuali del tennis femminile, altri hanno detto che il livello competitivo è debole. In pochi però fanno riferimento al 2008 e 2009, quando gli infortuni di Williams e il (temporaneo) ritiro di Justine Henin e Kim Clijsters avevano creato un vuoto al vertice riempito da più giocatrici in successione, nessuna delle quali dimostrò poi di avere la tempra per rimanere a lungo così in alto.

La prevedibilità però non è elemento di traino per l’interesse degli appassionati, e per molti non lo è nemmeno il dominio continuativo di una o due mega stelle. Come per qualsiasi sport globale, anche nel tennis la sfida è tra una comunità itinerante di atlete con differenti personalità e tratti distintivi. Al suo massimo splendore, è una competizione in cui trovano naturale spazio le sorprese, una graduale successione di nuove generazioni e un’evoluzione del gioco nel tempo. Sono sviluppi che rinnovano lo sport e ne mantengono il fascino.

Un futuro luminoso

Una veloce analisi quantitativa suggerisce che i recenti cambiamenti nella WTA potrebbero essere parte di un incoraggiante meccanismo di lungo periodo. Prendendo a prestito una prospettiva dall’ecologia — la scienza della competizione per risorse limitate tra comunità di specie naturali — il presente e il futuro del tennis femminile appaiono molto più luminosi.

IMMAGINE 1 – Maggior numero di tornei vinti da una giocatrice in una stagione

Quale sia il punto di vista che si decide di adottare, se di aumento della competitività, avvicinamento alla parità o discesa nel caos, il metodo forse più intuitivo per misurare la tendenza è conteggiare il numero di tornei conquistati dalla giocatrice più vittoriosa per ogni stagione.

La tendenza a una suddivisione più equa

Ci sono anni di maggiore e minore concentrazione, alcuni dominati da stelle come Martina Hingis, Henin e naturalmente Williams, altri più di transizione e relativo equilibrio. Ma, almeno dal periodo d’oro di Monica Seles e Steffi Graf, l’andamento complessivo si è orientato verso una riduzione del dominio di singole fortissime giocatrici e una contestuale maggiore condivisone tra un più ampio assortimento di vincitrici.

IMMAGINE 2 – Numero di tornei vinti in media da una giocatrice in una stagione

Se si considerano tutte le giocatrici che hanno vinto tornei in una stagione, e non solo quella con più titoli, si è di fronte a una tendenza ancora più marcata. Guardando il numero di tornei vinti in media per ciascuna stagione, si riesce a tenere conto della variazione, a volte anche sostanziale, nel numero di tornei organizzati stagione per stagione e vedere in che misura si è in presenza di un monopolio di poche elette o di una suddivisione più equa tra molte. In questo caso la linea è più graduale ma sempre chiara: l’era del dominio di una o due giocatrici sta scomparendo, senza che sia un evento accidentale o una variazione di breve termine nel talento a disposizione.

Condizioni che favoriscono la diversità

Non è neanche semplicemente un tema di numero di giocatrici che vincono tornei. Rispetto alla maggior parte degli sport, il tennis è caratterizzato da situazioni specifiche. Non solo si gioca all’aperto in contesti che possono variare di molto per condizioni meteorologiche e atmosfera di pubblico, sia in campo che fuori, ma diversa è anche la superficie, ognuna con elementi peculiari. Il calendario ha alti e bassi, con tornei imperdibili a cui le giocatrici di vertice dedicano massimo sforzo e settimane di assenza che danno occasione a chi popola le retrovie di emergere dall’oscurità e salire alla ribalta.

Superfici e condizioni favoriscono il diffondersi di un’ampia selezione di stili di gioco e, in alcuni tornei, giocatrici con lo stile più adatto hanno buone possibilità di battere giocatrici con talento ed esperienza superiore. In un ambiente così variegato, un maggior numero di vincitrici implica necessariamente una più grande diversità di giocatrici con opportunità di raggiungere il successo.

Diversità e produttività

Questo ci porta all’ecologia, che evidenzia una relazione di diretta proporzionalità tra la diversità di un ecosistema e la sua produttività. In natura, una comunità come una foresta secolare che alimenta l’esistenza di molte specie diverse, ciascuna ottimamente inserita nella propria nicchia, riesce a fare un uso più efficiente delle varie risorse a disposizione. La singola specie sarà ben attrezzata per vivere in determinati terreni e si specializzerà nello sfruttare specifiche risorse con efficienza, ma non popolerà con la stessa efficacia altri spazi e lascerà che altre risorse rimangano sottoutilizzate.

Una moltitudine di specie uniche, che prosperano ciascuna adattandosi a condizioni e fonti di energia e sostentamento tra loro diverse, si traduce in una quantità più grande delle risorse disponibili a sostentamento della crescita, anziché a detrimento e contribuzione esclusiva all’entropia. Un ecosistema più vario è anche uno più bello, riempito di una miriade di colori, suoni, complessità, situazioni intricate e sorprese. Le grandi foreste del pianeta sono meta di milioni di visitatori, ma il viaggiatore spesso vorrebbe un teletrasporto immediato verso monoculture come gli allevamenti intensivi, o verso habitat periferici come i deserti, nei quali poche specie riescono a sopravvivere.

Allevamenti intensivi…

Una più ampia diversità di giocatrici che vincono tornei significa per l’appassionato la possibilità di assistere a stili di gioco più nuovi e originali, e per le giocatrici di affinare le capacità contro una varietà maggiore di avversarie. Va detto che le tipologie di diversità sono molteplici. Seppur a grandi linee, potremmo paragonare l’attuale stato del circuito maggiore maschile, dominato dalle stesse tre o quattro mega stelle ormai da 14 anni, a un allevamento intensivo. Una ridotto numero di specie consumano una fetta enorme delle risorse chiave, relegando gli altri al ruolo di comprimari e lasciando scarsa materia per lo sviluppo di nuove leve che potrebbero minacciarne il dominio.

Se quelle poche mega stelle dovessero bruscamente abbandonare il circuito, possiamo farci un’idea del tipo di diversità transitoria che ne risulterebbe, con una molteplicità di giocatori dallo stile più ruvido che si azzuffano sgraziatamente sull’inaspettata ricchezza di titoli, punti classifica e premi partita che in precedenza sembravano irraggiungibili. Nel corso del tempo, una diversità così repentina di nuovi arrivati al proscenio maturerebbe poi in un ecosistema di tennis stabile e produttivo. Ma nel breve periodo, il grezzo serraglio impegnato a prendere possesso delle rovine lasciate dal ritiro delle mega stelle potrebbe essere vulnerabile alla predazione di un solitario maschio alfa, con sufficiente talento per accaparrarsi la maggior parte delle risorse prima che gli altri si adattino.

…e gramaglie

In agricoltura, piante specializzate a diffondersi rapidamente sono chiamate gramaglie, e nel tentativo di eliminarle si spendono miliardi di dollari ogni anno. Qualche decennio fa il tennis ha sperimentato un disturbo sistemico di diverso tipo, quando l’avvento della moderna tecnologia nella costruzione delle racchette ha reso possibile una combinazione di potenza e controllo che non si era mai vista. Il crescente aumento della forza impressa al colpo ha determinato un cambiamento inaspettato, almeno per rapidità, del fisico ideale e del talento richiesto per arrivare al vertice. Nella WTA, è probabile che questo processo abbia contribuito al susseguirsi di giocatrici dominanti come Seles, Graf e, oltre a Serena, Venus Williams, ognuna ad alzare il livello in fasi successive. Per certi versi, possono essere state le gramaglie della loro era.

Una precisazione, prima di ricevere le critiche dei tifosi di quelle campionesse: essere una pianta da estirpare non è per forza una brutta connotazione. In un ecosistema sano, vario e selvaggio, le piante che comunemente definiamo erbacce occupano la loro ristretta nicchia in numero limitato e, nella maggior parte dei casi, convivono armoniosamente con altre specie della comunità. Acquisiscono l’appellativo di erbacce quando diventano troppe nei posti in cui non le vogliamo, di solito perché abbiamo dato adito al loro sviluppo alterando il terreno per i nostri (a volte mal riposti) scopi.

Una graduale e naturale successione

Tornando al futuro del circuito femminile, la diversità in scena al momento assomiglia a una graduale e naturale successione che dovrebbe favorire un ecosistema rigoglioso e sostenibile negli anni a venire, ben diverso dall’esempio ipotetico visto in precedenza per l’ATP.

Giovani

Sono già 12 in questa stagione le giocatrici che hanno vinto il loro primo torneo. È un valore decisamente alto rispetto alla media storica, che ad alcuni può suggerire disordine. Ma tre di loro hanno già replicato con un secondo titolo e, tranne Petra Martic (di 28 anni), non hanno più di 25 anni, con la metà che non supera i 23.

Giocano con un assortimento di stili ben distribuito, in una gamma che include palleggiatrici convenzionali, attaccanti a tutto campo, solide ribattitrici, difensori astuti, e combinazioni uniche di qualità da vari aspetti. È probabile che la maggior parte continui a crescere rientrando a più riprese tra le favorite per la vittoria finale.

Accreditate

Nelle vincitrici di stagione già ben accreditate troviamo le sempre pericolose Petra Kvitova e Pliskova che, pur dovendo compiere ancora 30 anni, ormai da tempo riempiono anno dopo anno la bacheca con nuovi trofei. C’è poi Simona Halep, che è stata numero 1 per gran parte del 2018 e, a 27 anni, è a distanza ravvicinata per tornare in testa.

Stelle

Seguono due giovani stelle che si sono scambiate la prima posizione: Barty, che possiede tocco, stile, esplosività di dritto e agilità a tutto campo come non si erano mai viste recentemente nella stratosfera del tennis femminile. E Osaka, il cui funzionamento a corrente alternata dei mesi più recenti non deve distrarre dal fatto che ha la dotazione per continuare a essere a lungo una potenza. Ci sono poi giocatrici di carico come Kiki Bertens, che ha impiegato un po’ prima di emergere, e giovani sbarazzine che hanno già mostrato di saper eclissare le giganti come Aryna Sabalenka e Dayana Yastremska. Seguono molte altre giocatrici pericolose con risultati di prestigio, troppe per poter essere qui elencate.

Veterane

Come dimenticare infine le stelle veterane ancora in attività — Serena, Angelique Kerber, Caroline Wozniacki, e Victoria Azarenka — che potrebbero in qualsiasi istante ritornare alla gloria passata e vincere di nuovo qualcosa di importante.

Sulla strada giusta per una nuova fioritura

Questa abbondanza di nicchie alimenta le attese di scenari diversi dal monopolio delle mega stelle o dalle rivalità di due o tre contendenti al titolo che si protraggono incessantemente per anni. Giocatrici diverse sono attratte da tornei diversi. Ognuna va incontro a giornate positive e negative e, in un campo partecipanti davvero profondo e competitivo, servono cinque, sei o anche sette partite di fila senza sbavature per vincere un torneo.

L’oligarchia è più indicativa di debolezza delle posizioni di rincalzo, o di precedente disequilibrio, che di dimostrazione di forza al vertice. Vuole anche dire che lo sport non sta utilizzando nel modo più efficiente possibile quelle risorse che servono a nutrire talenti variegati. Il fatto che la WTA attuale abbia così tante contendenti dallo stile così disparato e di fasce di età diverse, la maggior parte delle quali ha ancora ampio spazio di maturazione, dovrebbe rafforzare la speranza che la strada intrapresa per una nuova fioritura è quella giusta.

Diversity, Not Chaos – An Ecological Look at the WTA

Il futuro del tennis con un esperimento sul tabellone di Wimbledon 2019

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato l’1 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sono 29 i giocatori di almeno 32 anni nel tabellone del singolare maschile di Wimbledon 2019. Sono invece 24 le giocatrici di almeno 30 anni nel tabellone del singolare femminile (ho scelto un limite di età più basso perché altrimenti per le donne non avrebbe avuto senso proseguire). Cosa succederebbe se li escludessimo dal torneo? Non rimarrebbero solo gli attuali esponenti della Next Gen, ma si infilerebbero giocatori delle due ondate di Next Gen precedenti, se così si può dire. Sarebbe un’approssimazione di Next Gen.

Forse si riesce ad avere un’idea delle sembianze di uno Slam in assenza di giocatori come Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Stanislas Wawrinka, o di giocatrici come Serena Williams e Venus Williams e alcune dell’ultima Next Gen in campo femminile. Mi rendo conto che questi giocatori non si tireranno di certo indietro per sottrarsi posizioni in classifica dopo che i grandi nomi si saranno ritirati, e nuova linfa che ancora deve emergere si farà largo. Diventa quindi solo un passatempo per provare a identificare scenari futuri, non un pronostico puntuale di risultati a venire.

I ragazzi saranno uomini

In campo maschile, si perdono le prime 4 teste di serie (e nove teste di serie in tutto). Ventinove giocatori sono molti da rimpiazzare. Per primo, ho rimesso Borna Coric, anche se non riempiva un posto lasciato scoperto. Poi, ho deciso di non aggiungere Juan Martin Del Potro. Il suo fisico ha almeno due anni in più di quanto indichi la data di nascita, e non c’è alcuna certezza del livello di gioco una volta rientrato sul circuito. Da ultimo, ho richiamato tutti i perdenti del terzo turno di qualificazioni. Mi mancavano ancora 13 giocatori, e ho preso le teste di serie perdenti del secondo turno (ma solo se non eccedevano il limite di età). Con ancora 8 posti vuoti, ho scelto a caso tra gli altri perdenti al secondo turno delle qualificazioni.

Le prime 8 teste di serie sono ora Dominic Thiem, Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas, Kei Nishikori, Karen Khachanov, Daniil Medvedev, Marin Cilic e Coric. Altri da tenere d’occhio: Milos Raonic con la numero 9, Felix Auger-Aliassime con la 12, Denis Shapovalov con la 20, Taylor Fritz con la 25, Frances Tiafoe con la 27 e Nick Kyrgios con la 32.

Proviamo a eseguire 100.000 simulazioni solo con le valutazioni Elo, mischiando le posizioni nel tabellone dopo ogni passaggio. Per avere un termine di paragone, nessun giocatore di questi scenari alternativi ha una probabilità di vincere Wimbledon 2019 più alta del 3%, sulla base delle mie previsioni Elo, e solo uno è già campione Slam (Cilic).

La tabella riepiloga i 20 migliori risultati.

IMMAGINE 1 – Probabilità di progressione nei tabelloni alternativi a Wimbledon 2019

A seguito delle 100.000 simulazioni, la probabilità complessiva di vittoria dei 20 giocatori nell’elenco è dell’88.7%. Per rendersi conto dello spostamento di forze associato alla rimozione dal tabellone dei giocatori con almeno 32 anni, sempre secondo i miei calcoli Elo, il quartetto composto da Djokovic, Federer, Nadal e Kevin Anderson ha una probabilità complessiva di vittoria del 76.6% (Djokovic ha vinto il torneo battendo Federer in finale, che a sua volta aveva sconfitto Nadal in semifinale. Anderson non ha partecipato per infortunio, anche se la sua percentuale di vittoria era del 2.9%, n.d.t.)

Donne che (non) aspettano

È scontato dire che l’effetto sul tabellone femminile non è così drastico. Per quanto il numero di giocatrici che viene escluso è simile a quello dei giocatori, le uniche vere pretendenti a uscire di scena sono Angelique Kerber e Serena (se il limite fosse stato a 29 anni, Petra Kvitova non sarebbe rientrata e, un po’ tirato, anche Victoria Azarenka, ma per questo scopo sarebbe stato troppo restrittivo).

Le prime 4 teste di serie rimangono inalterate. Per le successive 6 teste di serie, ho promosso la giocatrice che seguiva immediatamente in classifica. Ho riempito poi le altre posizioni con lo stesso metodo degli uomini. Si perde in tutto circa il 17% della probabilità di vittoria da questi scenari alternativi, mentre per gli uomini era superiore all’80%, pur con un limite più alto. Le donne perdono certamente la maggior parte delle campionesse Slam, senza Serena, Venus, Kerber, Maria Sharapova e Svetlana Kuznetsova.

La tabella riepiloga i 20 migliori risultati.  

IMMAGINE 2 – Probabilità di progressione nei tabelloni alternativi a Wimbledon 2019

A seguito delle 100.000 simulazioni, la probabilità complessiva di vittoria delle 20 giocatrici nell’elenco è dell’93.9%, ancora più che per gli uomini. Nelle mie previsioni Elo, le stesse giocatrici hanno il 78.6% di probabilità complessiva di vittoria, quindi l’eliminazione della vecchia guardia favorisce il consolidamento della loro ascesa.

Sembrano tutti consapevoli della difficoltà del periodo di transizione in cui si troverà l’ATP quando Djokovic, Federer e Nadal non giocheranno più. Non mi sorprenderebbe se la crescente tensione generata dall’incertezza futura si sia già fatta strada nelle dinamiche politiche dell’ATP, rendendo più acceso lo scontro a cui stiamo assistendo con le dimissioni nel comitato giocatori. È davvero un momento critico per il tennis maschile.

Riprendete l’immagine 1 e leggete i nomi. Fermatevi al primo che, di riflesso, vi porta a mugugnare con dubbio “hmm”. Ora fate lo stesso per le donne. Scommetto che arrivate più in basso. Non è del tutto corretto, perché ci sono sicuramente dei nomi di rilievo anche nella parte finale dell’elenco dei giocatori (Auger Aliassime, Shapovalov, e per alcuni Kyrgios). Tranne forse per tre giocatrici, tra le donne il talento è ben distribuito, e con abbondanza.

NextGen-ish Wimbledon

Ci sei Margaret? Sono io, Serena

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

A Serena Williams mancano solo due partite per vincere lo Slam numero 24 (nella notte Williams si è qualificata per la finale battendo Elina Svitolina con il punteggio di 6-3 6-1, n.d.t.). Deve darle fastidio essere ferma a 23 dall’inizio del 2017, visto che il record di sempre è 24. Williams detiene già il record per l’era Open (a partire dal 1968) con una lunghezza su Steffi Graf, vincitrice di 22 Slam. Ma è Margaret Court davanti a tutti, con appunto 24 Slam tra il 1960 e il 1973.

Non c’è dubbio che Williams sia una delle giocatrici più forti di tutti i tempi, forse la più forte in assoluto. Anche Court è parte della conversazione, insieme ad altre luminarie come Graf, Martina Navratilova e Chris Evert. Nel tennis, confronti tra epoche sono estremamente complicati, perché ogni aspetto del gioco è fondamentalmente cambiato. La tecnica, l’allenamento, l’attrezzatura e il calendario di Williams — tralasciando il benessere economico e lo status! — sarebbero del tutto estranei per una stella degli anni ’60 e ’70 come Court.

La tesi dei tifosi di Williams

L’opinione dei tifosi di Williams sulla posizione che dovrebbe occupare nella classifica di tutti i tempi non subisce le limitazioni legate alla difficoltà del confronto tra epoche. A prescindere dal numero di Slam in bacheca, tre sono le tesi principali su cui i suoi sostenitori fanno affidamento:

  • il livello della competizione è decisamente più alto ora di quanto lo fosse in passato
  • Court ha vinto gli Australian Open 11 volte quando erano il più debole dei quattro Slam
  • Court è una sbruffona antipatica con cui è difficile essere d’accordo

La prima affermazione è probabilmente vera, ma se cerchiamo di portare a termine una comparazione tra epoche, credo che l’unica modalità possibile sia di metterle sullo stesso piano. Non sapremo mai che risultati avrebbe avuto Williams con in mano una raccheta di legno, o come Court si sarebbe adattata alla fisicità del gioco moderno. Si può razionalmente sostenere che le giocatrici attuali siano semplicemente più forti di quelle di due generazioni fa, che a loro volta erano più forti di quelle che le hanno precedute, e così via. Ma l’idea stessa di “più grande di tutti i tempi” presuppone ipotesi diverse da “più grande di tutti i tempi secondo gli standard di oggi”. Per questo ogni epoca verrà trattata allo stesso modo.

La terza affermazione è abbastanza comune, ma temo che il mio database non sia di grande aiuto su quel tipo di discussione. Rimane la numero due, cioè la debolezza relativa degli Australian Open.

La facilità australiana

Court ha vinto gli Australian Open 11 volte, più di qualsiasi altro Slam vinto da una giocatrice. Di per sé, non è un aspetto negativo. Nessuno rinfaccia a Rafael Nadal di aver vinto il Roland Garros 12 volte. All’epoca dei dilettanti, e anche negli anni successivi alla professionalizzazione del tennis, gli Australian Open non erano una tappa obbligatoria per le migliori e i migliori del mondo. Le distanze erano enormi e il torneo non aveva ancora acquisito il prestigio odierno. Si fa presto a concludere quindi che la vittoria a Wimbledon 1963 per Court ha più peso di quella dello stesso anno agli Australian Championships. Molti sono certamente d’accordo nel dover ridurre il valore di quegli Australian Open. Di quanto?

Titoli slam ponderati per difficoltà

Tempo fa ho messo a confronto i candidati al titolo di più forte giocatore della storia in funzione del numero di Slam, corretti per il livello della competizione. Nel tennis attuale, il campo partecipanti è quasi identico da uno Slam all’altro, ma il tabellone può aumentare considerevolmente la difficoltà di vincere un torneo rispetto a un altro. Con la stessa metodologia siamo in grado di confrontare la difficoltà del tabellone e la qualità degli avversari per tornei degli anni ’70 in presenza di una variazione di entrambe. Ad esempio, il cammino di Court alla vittoria degli US Open 1973 fu di difficoltà media, in linea con molte delle vittorie di Williams. La conquista degli Australian Open 1973 ebbe una difficoltà di solo due terzi, cioè fu una delle vittorie più facili di uno Slam nell’era Open.

Ogni epoca allo stesso modo

Non è casuale portare ad esempio le ultime vittorie Slam di Court. Analizzando le prestazioni dagli anni ’70, ci avviciniamo al limite della debolezza di dati storici relativi al tennis. E quasi impossibile stimare l’esatto livello di difficoltà di molti dei titoli di Court, proprio per le poche informazioni a disposizione dell’epoca dei dilettanti. Dovremo invece procedere per approssimazione sulla base di quello che abbiamo.

La ponderazione per difficoltà fa leva sulle valutazioni Elo, che ho calcolato fino al 1972 (pur in possesso di risultati abbastanza completi fino a circa il 1970, serve un po’ di tempo per raccogliere un campione di partite accettabile per ciascun giocatore e per una stabilizzazione delle valutazioni). La tabella riepiloga la difficoltà relativa dei quattro Slam nei primi cinque anni, dal 1972 al 1976.

Slam               Difficoltà  
Australian Open    0.60  
Roland Garros      0.54  
Wimbledon          0.99  
US Open            0.85

Dal 1972 a oggi, la difficoltà media di un titolo Slam è 1.0, con valori più alti per vittorie finali più complicate. Il campo partecipanti non era così agguerrito negli anni ’70, quindi tipicamente uno Slam valeva meno di 1.0. In quei primi cinque anni, notiamo che Wimbledon non si discostava dalla media storica, gli US Open erano leggermente più facili e gli altri due Slam molto più accessibili. Se, come detto, decidiamo di trattare ogni epoca allo stesso modo — escludendo la debolezza del tabellone in Australia — dobbiamo normalizzare queste difficoltà in modo che gli altri tre Slam siano in media 1.0.

Slam              Difficoltà
Australian Open   0.76  
Roland Garros     0.68
Wimbledon         1.25  
US Open           1.07

Estrapolazione all’indietro

Non sappiamo molto della qualità delle avversarie agli Australian Open nel periodo di massimo rendimento di Court. In mancanza di meglio, utilizziamo la media del periodo dal 1972 al 1976, perché è quella che più si avvicina. Così facendo probabilmente si sovrastima la qualità del tabellone australiano rispetto agli altri Slam, ma se vogliamo avvicinarci a definire Williams la più grande di sempre a spese di Court, dovremmo partire da ipotesi più conservative in modo da avere più sicurezza sul risultato finale.

La tabella riepiloga la variazione al totale in carriera di Court applicando il correttivo della normalizzazione.

Slam              Difficoltà  # Slam  Correzione  
Australian Open   0.76        11      8.3  
Roland Garros     0.68        5       3.4  
Wimbledon         1.25        3       3.7  
US Open           1.07        5       5.4  
Totale                        24      20.8

Il medesimo esercizio, ponderare ogni Slam per la difficoltà e normalizzare per epoca, ha conseguenze più lievi sui totali di Williams e Graf. Williams arriva a 23.3 e Graf a 21.9. Non abbiamo materiale a sufficienza per cambiare il punto di vista sui successi di queste due giocatrici. Ed entrambe fanno meglio del totale modificato di Court.

Il ristretto gruppo delle più grandi

Non dimentichiamoci che non è un aggiustamento per epoca. Al contrario, abbiamo ipotizzato per semplicità che tutte le epoche siano uguali, tranne che per il fatto che per diversi anni le giocatrici più forti non sono andate fino in Australia, rendendo quello Slam più facile da vincere degli altri.

Inoltre sono numeri che non negano, come era ovvio, che Court non sia una delle migliori. Anche saltando lo Slam casalingo, si sarebbe comunque ritirata con all’attivo 13 Slam, oltre a una manciata di Slam in doppio e a un lungo elenco di trionfi altrove. Se l’Australia non fosse così distante, probabilmente non avrebbe vinto undici volte, ma otto erano alla portata.

Pur di fronte a tutte le sue vittorie, una volta che stabilita la debolezza del tabellone degli Australian Open, Court cede il primo posto della classifica più santificata nel tennis. Viene quantomeno superata da Williams e Graf. Ricordiamoci che siamo in regime di aggiustamenti conservativi: raccogliendo più dati e scoprendo che dovremmo essere più decisi nel ridurre il valore dei titoli da lei vinti in Australia negli anni ’60, il totale potrebbe posizionarla intorno ai 18 Slam, insieme a Navratilova e Evert.

Non sappiamo ancora se Williams riuscirà a eguagliare o superare i 24 di Court. Anche se dovesse ritirarsi avendone vinti 23, per il livello della competizione attuale — come si vede in ogni Slam ogni anno — merita già di essere in cima alla piramide.

Are You There, Margaret? It’s Me, Serena