Perdere di proposito: un modello

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 20 giugno 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

C’è una semplice logica che spinge a giocare deliberatamente senza il massimo impegno o perdere volutamente gli scambi in una o più fasi della partita. Se si è indietro nel punteggio già dall’inizio del primo set, si può pensare di rilassarsi fino alla sua conclusione. Probabilmente sarebbe stato un set perso in ogni caso e aver alzato il piede dall’acceleratore per qualche game può concedere riposo fisico e mentale utile nel proseguo della partita. 

Alla fine di questo articolo, avremo idee più chiare su quanto deve essere preziosa quella riserva addizionale di energia da giustificare una strategia in cui si perdono punti appositamente. Prima di arrivarci però, serve fare qualche altro passaggio. 

Lo scenario

Facciamo degli esempi con numeri concreti. Prendete due giocatori dello stesso livello, ciascuno in grado di vincere il 70% dei punti al servizio. Si può trattare di giocatori con un servizio potente, anche se non mono-dimensionali, e su una superficie ragionevolmente veloce. Vincere sette punti al servizio su dieci significa che nove game al servizio su dieci sono a favore di chi serve. In questa ipotetica partita quindi, i break sono una rarità.   

Ipotizziamo ora che il primo set si apra proprio con uno di quegli sparuti break. Dato che il 90% dei game seguono il servizio, il giocatore avanti nel punteggio ha portato la sua probabilità di vincere il set all’83%. Di base, il giocatore rimasto indietro si trova di fronte a due opzioni per riequilibrare il set:

  • continuare a giocare con il rendimento abituale, nonostante la scarsa probabilità di vincere
  • prendersela comoda, perché il set probabilmente è andato. 

Le strategie

Se il giocatore non molla la presa, chi conduce nel punteggio ha una probabilità dell’83% di vincere il set. Se entrambi mantengono quel livello di gioco per la durata di una partita al meglio dei cinque set, si parla della probabilità del 62% di vincere la partita. Il che si traduce in una probabilità del 38% di vittoria per il giocatore che ha deciso di continuare a giocare (ho preso il caso di una partita al meglio dei cinque set perché ha durata maggiore, dando più probabilità a chi perde il primo set di recuperare. In questo modo la strategia di impegno non massimo ha più senso). 

Per una valutazione del secondo scenario, quello in cui il giocatore rinuncia a tentare di vincere il set, dobbiamo procedere con altre ipotesi. Quanto gioca male un giocatore che sta perdendo di proposito? È probabile che non siate d’accordo con la mia stima di costi e benefici di rinuncia al singolo punto, e non c’è problema. Anche io non ne sono troppo convinto e ha poca importanza per le conclusioni di questo ragionamento. Considerate questi numeri come una delle possibili dimostrazioni del modello. 

Diciamo che, non appena il giocatore indietro nel punteggio decide di rilassarsi, il rendimento diventa il seguente:

  • 20% di punti vinti alla risposta (invece del 30%)
  • 65% di punti vinti al servizio (invece del 70%).

Non è affatto una buona prestazione, pensiamo a un Nick Kyrgios che non ha voglia di stare in campo. Indietro di un break dopo il primo game e con un tennis svogliato, la probabilità del giocatore di recuperare e vincere il set è solo dell’1.3%. Sto semplificando oltremodo, sopratutto perché un giocatore può sempre decidere di tornare a pieno regime nel mezzo del set, magari se arriva a trovarsi sul 15-30 o anche 15-40 con l’avversario al servizio. Si tratta comunque di un modello, e sto cercando di non renderlo troppo complesso.

Il compromesso

Sulla base delle ipotesi precedenti, il giocatore in questione ha di fatto deciso di diminuire la probabilità di vittoria del set dal 17% a poco sopra l’1%. Se preservare energie non dà benefici effettivi e poi entrambi ritornano all’inizio del set successivo a tenere il servizio il 90% delle volte, la probabilità di vittoria della partita del giocatore che si è fermato volutamente è scesa dal 38% al 32%. 

È chiaro però che c’è dell’altro. Un giocatore che volutamente preserva energie anche con conseguenze negative immediate, lo fa nell’idea di ottenere un vantaggio in un secondo momento. Semplificando ulteriormente, ipotizziamo che il giocatore perda il primo set. Queste sono le probabilità di vincere la partita in funzione di alcuni possibili rendimenti di gioco successivi alla fase in cui non ha giocato al massimo: 

  • 70% di punti vinti al servizio (PVS), 30% di punti vinti alla risposta (PVR) — 31.3% (nessun beneficio dal perdere volutamente)
  • 71% PVS, 32% PVR — 46.3%
  • 72% PVS, 34% PVR — 61.9%
  • 73% PVS, 36% PVR — 75.8%
  • 74% PVS, 38% PVR — 93.3%.

Se ci ricordiamo che il giocatore ha solo il 38% di vincere la partita dopo aver subito il break nel game iniziale, il secondo scenario, in cui il livello di gioco sale al 71% di PVS e 32% di PVR, rappresenta un miglioramento. Lo si noterebbe però a malapena su una partita di altri tre o quattro set. Se infatti si andasse avanti per altri 200 punti, vorrebbe dire vincerne 103 anziché 100. Se preservare energie si traduce in più punti ancora, allora si configura come una strategia davvero efficace. 

Complicazioni

Ovviamente, non è mai tutto così facile. Il giocatore in vantaggio potrebbe accorgersi che l’avversario ha rallentato e quindi rallentare a sua volta. Il giocatore che sceglie di alzare il piede potrebbe fare poi molta fatica a riportare il gioco ai livelli usuali (o migliori) a comando. Alcuni punti sono più importanti di altri, quindi la differenza tra 100 e 103 punti potrebbe non contare. La maggior parte delle partite sul circuito sono al meglio dei tre set, e perdere di proposito il primo in un formato più breve è un rischio enorme. 

Non dovremmo però lasciarci condizionare nella ricerca del valore generato da uno sforzo ridotto. Anche se è una pratica molto meno frequente di un tempo, sicuramente ci sono dei vantaggi nel preservare energia. E quell’energia deve avere un valore per il resto della partita, giusto? Proprio non so dire se equivale a un punto su cento o a molto più o molto meno di quello, ma è certamente possibile che, in alcune situazioni, abbia un valore. 

Gli esempi di cui si è discusso mostrano che il valore di quell’energia addizionale non deve essere così sostanziale da rendere l’abbandono volontario di un alto livello di gioco una tattica plausibile. I margini ridotti che spesso determinano l’esito di una partita di tennis raramente lasciano capire quando un giocatore sta traendo vantaggio dal preservare energie. Allo stesso modo, quei margini significano anche che una piccola freccia in più nella faretra può avere un senso. 

Il codice dell’analisi è disponibile qui.

Tanking: A Model

Bravura al servizio e alla risposta rispetto alla superficie per il circuito maschile dal 1991

di Martin Ingram // Martin Ingram’s Blog

Pubblicato il 25 aprile 2020 su Martin Ingram’s Blog – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo, ho scritto della possibilità di costruire un modello di analisi e stima della bravura al servizio e alla risposta dei giocatori a partire dal 1991, ipotizzando che rimanesse costante a prescindere dalla superficie. Andava bene come primo approccio, ma gli appassionati sanno che la superficie ha un ruolo determinante nel tennis. Ad esempio, Rafael Nadal, per quanto comunque in grado di dominare su qualsiasi campo, è particolarmente letale sulla terra battuta, avendo vinto 12 dei 19 Slam al Roland Garros. Pete Sampras invece ha vinto 7 dei 14 Slam a Wimbledon, e non è mai andato oltre la semifinale al Roland Garros.

Differenze rilevanti

Per analizzare l’incidenza della superficie sulla bravura al servizio e alla risposta dei giocatori, ho deciso di adattare un altro modello, che è simile al precedente, ma considera anche la variazione della bravura in funzione della superficie. Prendo quindi il cemento come superficie di riferimento per poi stimare il maggiore o minore rendimento al servizio e alla risposta sull’erba e sulla terra. Manca all’appello il sintetico, che era molto diffuso negli anni ’90, ma sul quale dal 2010 non si è praticamente più giocato. Non l’ho quindi considerato, anche se sarebbe interessarne farne oggetto d’indagine dettagliata in futuro.

Gli specialisti

Possiamo partire dal vedere quanto diversi giocatori riescono a migliorare sulle varie superfici. Ho sommato il miglioramento al servizio e alla risposta sulla terra e sull’erba e l’ho confrontato con quello sul cemento, per poi rappresentarli nello stesso grafico.

IMMAGINE 1 – Variazione complessiva al servizio e alla risposta rispetto al cemento per i primi 50 giocatori dal 1991

Un modo per interpretare il grafico è dividerlo in quattro quadranti, come ho indicato agli angoli di ciascuno. Che significato ha la scala riportata sui due assi? Per vincere una partita sono cruciali sia la bravura al servizio che quella alla risposta. Fare meglio al servizio si traduce in maggiore difficoltà dell’avversario a ottenere un break, e fare meglio alla risposta si traduce in maggiori possibilità di strappare il servizio all’avversario. Un giocatore potrebbe servire meglio sull’erba che sul cemento, ma se rimane indietro nella risposta più di quanto migliori al servizio, complessivamente il suo rendimento diminuisce. La somma dei due fattori esprime dunque una sorta di miglioramento netto, che considera sia il servizio che la risposta.

Preferenza per l’erba

Il quadrante in alto a sinistra contiene quei giocatori che giocano meglio sull’erba che sul cemento, ma che fanno peggio sulla terra. Si distingue tra tutti Sampras, la cui efficacia al servizio e alla risposta è tra le più enfatizzate dall’erba (più del 2.5%), ma anche la più sfavorita sulla terra (-0.05). Troviamo qui molte leggende sull’erba, tra cui Boris Becker e Stefan Edberg, con insieme cinque titoli a Wimbledon.

Preferenza per la terra

Il quadrante in basso a destra è invece quello degli specialisti della terra. Sono giocatori che giocano meglio sulla terra che sul cemento, ma che fanno peggio sull’erba. Spiccano Guillermo Coria e Dominic Thiem. Nadal è un caso interessante: come si sapeva, la terra lo favorisce nettamente, ma non è altrettanto svantaggiato sull’erba come, ad esempio, Coria. Forse non è poi così sorprendente visto che Nadal ha vinto due volte Wimbledon, anche se in un paio di occasioni è uscito nei primi turni.

Preferenza per il cemento

C’è più varietà rispetto alle attese negli altri due quadranti. Il quadrante in basso a sinistra contiene i giocatori che il modello presuppone abbiano giocato meglio sul cemento. È un po’ curioso quindi trovare tre vincitori del Roland Garros, Andre Agassi, Michael Chang e Ivan Lendl. Credo che Agassi possa avere un senso: ha vinto 6 degli 8 Slam sul cemento. Lendl è un caso più intrigante. Anche se ha dominato nel corso degli anni ’80 al Roland Garros, con 3 titoli su 5 finali, ha però saltato l’edizione del 1990 e 1991 nel tentativo di vincere Wimbledon. Poi ha perso al secondo turno nel 1992 e al primo turno nel 1993 e 1994. Sembra che avesse smarrito del tutto la motivazione. Più difficile è trovare una spiegazione per Chang, che è poi arrivato di nuovo in finale nel 1995, ma che il modello considera più efficace sul cemento.

Preferenza per erba e terra

Infine, i giocatori del quadrante in alto a destra hanno avuto maggiore preferenza per la terra e per l’erba rispetto al cemento. Si tratta di effetti relativamente ridotti di quelli associati agli specialisti della terra e dell’erba e sembra che siano Richard Gasquet e Philipp Kohlschreiber a posizionarsi meglio in questo quadrante.

Servizio e risposta in termini di singola superficie

Come intervengono queste preferenze sui grafici relativi alla singola superficie? Per non eccedere in lunghezza, lascio spazio ad alcune considerazioni riepilogative, a seguire.

IMMAGINE 2 – Stima della somma di bravura al servizio e alla risposta sul cemento per i primi 50 giocatori dal 1991

IMMAGINE 3 – Stima della somma di bravura al servizio e alla risposta sulla terra per i primi 50 giocatori dal 1991

IMMAGINE 4 – Stima della somma di bravura al servizio e alla risposta sull’erba per i primi 50 giocatori dal 1991

Alcune considerazioni

Per Sampras l’erba faceva davvero la differenza. Se fosse in attività in questi anni, sarebbe uno dei favoriti per vincere Wimbledon, con una bravura complessiva appena inferiore a quella di Roger Federer e Novak Djokovic e in linea con Andy Murray. Non entra però nemmeno tra i primi 50 sulla terra, è proprio una superficie che non gli va a genio!

All’opposto, Nadal è uno schiacciasassi sulla terra, come risaputo. In modo particolare, si apprezza la sua bravura alla risposta, nessuno riesce a reggere il passo neanche lontanamente.

L’erba sembra essere la superficie elettiva dei giocatori degli anni ’90. Oltre a Sampras, Edberg raggiunge valori stimati alti, nonostante si stesse avviando verso la fine della carriera, e nei primi 50 figurano diversi giocatori al massimo della forma negli anni ’90. Pochi tra loro però compaiono tra gli specialisti della terra, e ho l’impressione che sia dovuto anche all’evoluzione tecnologica di corde e racchette.

I Fantastici Quattro si distanziano dagli altri su tutte le superfici. Nadal ha un margine evidente sulla terra rispetto agli altri tre, e Murray è più competitivo sull’erba. Federer e Djokovic sono ravvicinati, con Djokovic ad avere un leggero vantaggio sulla terra e sul cemento, ma lasciando forse a Federer un vantaggio sull’erba. Nadal è appena dietro sia sul cemento che sull’erba.

Cum grano salis

Come ho precisato già nella prima analisi, è importante sempre muoversi con raziocinio. Ad esempio, il confronto tra gli anni ’90 e il decennio scorso può non essere omogeneo per via dello sviluppo dei materiali. Inoltre, la bravura al servizio e alla risposta è valutata in termini di media in carriera, e i valori di picco potrebbero far emergere altri risultati, come Djokovic che al suo massimo è in grado di creare problemi o battere Nadal sulla terra.

ATP Serve & Return skills by surface since 1991

Bravura al servizio e alla risposta per il circuito maschile

di Martin Ingram // Martin Ingram’s Blog

Pubblicato il 12 aprile 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sono rimasto sorpreso di scoprire che su Tennis Abstract di Jeff Sackmann le statistiche al servizio di ogni giocatore, come i punti vinti sulla prima, sulla seconda e così via, risalgono agli inizi degli anni ’90. È così possibile conoscere i dati relativi a Pete Sampras ad esempio. La sorpresa nasce dal fatto che la fonte che consulto abitualmente, OnCourt, arriva fino a circa il 2003.

Mi ha incuriosito quindi l’idea di adattare una metodologia classica di analisi a questi dati, prendendo spunto dal lavoro Tristan Barnett e Stephen Clarke della School of Mathematic Science, Swinburne University, Australia, forse i primi ad averne parlato in questo senso. Ogni giocatore è interpretato sulla base della bravura al servizio e alla risposta. La probabilità di vincere un punto al servizio diventa una funzione di quel tipo di abilità:

p(vittoria_punto_servizio) = bravura_servizio – bravura_risposta + intercetto

L’intercetto serve a modellare la probabilità media di vincere il punto al servizio, che sul circuito maschile è di circa il 62%. Nella pratica, il calcolo è più complicato perché la probabilità deve avere un valore compreso tra zero e uno, e l’equazione non lo garantisce. Per ovviare al problema, serve applicare all’elemento di destra dell’equazione una funzione chiamata logit inversa. Conosciuta anche come funzione sigmoide, assicura che il valore finale sia tra zero e uno. È lo stesso concetto di fondo della regressione logistica, nel caso vi sia più familiare, ma non è comunque fondamentale alla comprensione del resto dell’articolo.

Categorie di giocatori

Conta di più invece il fatto che bravura al servizio e alla risposta sono due indicatori generali per creare categorie di giocatori. A un estremo troviamo il giocatore eccezionale al servizio ma scadente alla risposta, come Ivo Karlovic. All’opposto, un giocatore come David Goffin, che è bravissimo alla risposta ma limitatamente efficace al servizio. La maggior parte dei giocatori si posiziona all’interno di questo intervallo. Quello che importa per la vittoria delle partite è la somma della bravura al servizio e alla risposta. Se entrambe sono alte, è probabile che il giocatore riesca a fare il break all’avversario e a tenere il suo servizio, cioè una combinazione vincente.

Per una stima dell’abilità al servizio e alla risposta serve conoscere, per ogni partita, quanti punti ciascun giocatore ha giocato al servizio e quanti ne ha vinti. A questo proposito, i dati su Tennis Abstract sono estremamente preziosi perché permettono di tornare indietro fino agli anni ’90. Ma quanto indietro? L’immagine 1 mostra il numero di partite disponibili per anno.

IMMAGINE 1 – Partite del circuito maschile per anno con dati a disposizione su Tennis Abstract

Una manciata di partite è del 1990, poi per gli anni a seguire ci sono in media tra le 2500 e le 3500 partite. È interessante notare come il numero diminuisca nel tempo. Non sono sicuro del motivo, ma cercherò di capirlo in un’altra occasione. La caduta verticale nel 2020 è invece facilmente spiegabile con il fatto che l’anno non è ancora terminato e che molti tornei sono stati cancellati.

In questo modo dovremmo essere in grado di arrivare a stime piuttosto attendibili per i giocatori attivi dal 1991 in avanti. Questo ci permette di farlo per giocatori come Sampras e Andre Agassi, sfortunatamente non per Bjorn Borg e John McEnroe, ad esempio.

I 50 giocatori più bravi dal 1991

Il modello adattato al campione di dati disponibile è abbastanza semplice. Utilizzo un singolo parametro di bravura al servizio e alla risposta per giocatore, che determina una media su tutta la carriera oltre che su tutte le superfici. Dovremmo ottenere un’indicazione generale ma non necessariamente una rappresentazione della bravura dei giocatori nel picco massimo. Tenendo a mente questo aspetto, ecco i risultati.

IMMAGINE 2 – Stima della somma di bravura al servizio e alla risposta per il circuito maschile dal 1991

Il grafico mostra i 50 giocatori con la stima più alta della somma tra bravura al servizio e alla risposta, che dovrebbe dare indicazione dei giocatori più forti in assoluto. Per rendere gli assi più interpretabili, ho convertito la bravura in rendimento atteso contro un avversario medio, vale a dire un giocatore con bravura al servizio e alla risposta uguale a zero.

Emergono molti spunti interessanti, ed è il bello di questo tipo di grafici, come sottolineava sempre il mio relatore per la tesi del Master, Will Knottenbelt. Per prima cosa, osserviamo gli estremi. Milos Raonic possiede la stima più alta di bravura al servizio tra questi giocatori di vertice, mentre è Guillermo Coria ad avere la più bassa. Ci si attende che Raonic vinca almeno il 75% dei punti al servizio contro un giocatore medio, rispetto al 65% di Coria. È curioso anche, come rovescio della medaglia, che Coria è tra i migliori alla risposta, mentre Raonic è tra i peggiori. Alla fine, si trovano sulla stessa linea tratteggiata, perché hanno quasi la stesso totale di bravura al servizio e alla risposta.

Incertezze sulla correlazione

Complessivamente, c’è una forte correlazione negativa. È una correlazione che emerge solo rispetto ai giocatori di vertice. Se si considerano tutti i giocatori, la bravura sui due fronti non presenta correlazione sostanziale. Non mi sono ancora fatto un’opinione precisa. Qualcuno mi ha suggerito analogie con il pensiero di Vilfredo Pareto sull’efficienza allocativa: forse è difficile migliorare un aspetto del gioco senza peggiorarne un altro. Ad esempio, l’altezza di Raonic probabilmente facilita un servizio così dominante; se fosse più basso, magari avrebbe una risposta migliore, ma poi anche il servizio ne soffrirebbe. È comunque qualcosa su cui riflettere.

La maggior parte dei giocatori si trova al di sotto della linea che unisce idealmente, per somma di bravura al servizio e alla risposta, Ranoic e Coria. Alcuni, come Stefan Edberg e certamente Ivan Lendl, sono stati con probabilità penalizzati, visto che il massimo rendimento è arrivato prima del 1991. Ad esempio, mi sarei aspettato che Edberg fosse più forte al servizio rispetto alla posizione nel grafico. Il gruppo più esclusivo di giocatori si posiziona al di sopra della linea tra Raonic e David Ferrer. Si inizia con un’altra linea ideale in cui figurano Andre Agassi, Juan Martin Del Potro, Sampras e Andy Roddick, e poi Andy Murray un po’ più in alto. Sampras e Raonic sono dal lato del servizio potente, mentre Murray e Agassi da quello della risposta, come ci si poteva aspettare.

Lassù sulla vetta, i soliti noti

Infine, molto in alto e lontano, ci sono i Grandi Tre: Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal. Djokovic e Nadal condividono quasi lo stesso punto del grafico. Sono i migliori alla risposta, con una percentuale attesa di punti vinti contro un giocatore medio di quasi il 50%, e non sono troppo distanti dall’esserlo anche al servizio. Chiariamo meglio il concetto: è evidente che Nadal e Djokovic non hanno il servizio più incisivo del circuito. Eppure, il modello suggerisce che la loro efficacia nel vincere punti al servizio è molto simile a quella di Richard Krajicek, probabilmente per come sanno condurre lo scambio una volta che la palla è in gioco. La somma complessiva della bravura di Federer raggiunge il livello di Nadal e Djokovic, con un servizio più efficace ma una risposta non altrettanto solida.

Viene da commiserare Roddick, Del Potro e Murray i quali, pur con una stima di bravura complessiva del calibro di Agassi e Sampras, hanno vinto “solo” uno Slam (Roddick e Del Potro) o tre (Murray), contro gli otto di Agassi e i quattordici di Sampras. È importante però sottolineare le limitazioni del modello. Le componenti della bravura di un giocatore potrebbero essere cambiate nel corso del tempo, rendendo più complesso confrontare diversi periodi. O forse Agassi e Sampras hanno avuto una carriera più altalenante, non riflettendo con precisione il valore della loro bravura. Inoltre, Nadal, Federer e Djokovic non si sono ancora ritirati e prestazioni future potrebbero abbassarne la media. D’altro canto, può essere anche che Federer, Djokovic e Nadal sono effettivamente di un’altra dimensione e Roddick, Del Potro e Murray sono stati semplicemente sfortunati a doverli affrontare.

Quale sia il verdetto finale, spero che abbiate gradito quest’analisi di alcuni dei giocatori più forti degli ultimi decenni.

Historical ATP Serve & Return skills

Il ritorno alla forma Slam dopo una lunga pausa: l’esempio delle due guerre mondiali

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 28 marzo 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

Se si escludono le due guerre mondiali, durante le quali molti Slam furono cancellati, non c’è stato un periodo nella storia del tennis di profondi sconvolgimenti come quello attuale. In questo articolo, guardiamo ai vincitori di tornei Slam nei dieci anni antecedenti e successivi alla Prima e alla Seconda guerra mondiale per trarre possibili indicazioni su quanto è difficile rientrare alla normalità dopo un evento così distruttivo.

Anche di fronte alla situazione inedita, per i tempi moderni, di una pandemia di queste proporzioni, il passato può essere una guida di quello che ci attende. Per gli appassionati più fortunati, senza altra grande preoccupazione che la sospensione del gioco, significa analizzare i precedenti in cui la stagione è stata interrotta così a lungo. Pochi sono gli eventi che hanno costretto il calendario sportivo a fermarsi, e gli anni testimoni delle due guerre mondiali sono il paragone più immediato.

Più di un secolo ci separa ormai da quegli avvenimenti che costrinsero tre dei quattro Slam a saltare diverse edizioni, facendo emergere la mancanza di una risposta coordinata da parte degli organizzatori, una delle poche costanti nella storia del tennis. Gli US Open ad esempio furono giocati in tutti gli anni martoriati dalla guerra.

Per recitare un dramma di cui il passato è il prologo

Il tennis che ha preceduto l’introduzione dell’era Open ha poco in comune con le dinamiche da vera e propria industria del professionismo in mostra in quello attuale. È comunque di interesse storico osservare come il massimo livello dello sport ha reagito nell’unico altro momento in cui si è trovato di fronte a una crisi fuori dall’ordinario.

Nell’immagine 1, ho cercato di illustrarne l’impatto con una rappresentazione temporale dei vincitori Slam nei dieci anni che precedono e che seguono le due guerre mondiali, per avere un’idea di quanti giocatori hanno dovuto rinunciare a una carriera più lunga.

IMMAGINE 1 – Rappresentazione temporale dei vincitori Slam nei dieci anni precedenti e successivi alle due guerre mondiali

Prima guerra mondiale

Iniziando dalla Prima guerra mondiale, quattro giocatori hanno perso la vita tra il 1915 e il 1919: Laurence Doherty, Anthony Wilding, Ernie Parker e Arthur O’Hara Wood. Wilding, neozelandese, e gli australiani Parker e O’Hara Wood, sono caduti di guerra, il sacrificio ultimo per la patria. Nessuno tra i vincitori Slam negli anni appena antecedenti al conflitto è riuscito a replicare il successo alla ripresa. Solo pochissimi giocatori, come William Johnston che ha vinto due volte gli US Open durante la guerra, sono rimasti al vertice anche dopo la fine delle ostilità.

Seconda guerra mondiale

Simile andamento emerge per quei giocatori la cui carriera si è fatalmente sovrapposta allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Henner Henkel e Joe Hunt sono morti in guerra, Hunt a poco più di un anno dalla vittoria contro Jack Kramer agli US Open 1943. Ci sono però due eccezioni, cioè Adrian Quist e John Bromwich. Quist, australiano, ha vinto gli Australian Open per tre volte prima, durante e dopo la guerra (1936, 1940, 1948). Il connazionale Bromwich ha avuto un percorso analogo, con le vittoria agli Australian Open del 1939 e del 1946.

La competizione nell’era del dilettantismo non si è mai neanche avvicinata al livello del professionismo del tennis contemporaneo, e questo rende l’assenza di ritorno al vertice tra giocatori di quell’epoca storica ancora più punitiva.

Se il passato del tennis è di qualche insegnamento, una pausa così lunga chiederà un tributo concreto e metaforico. Speriamo che lo sport, come qualsiasi altro ambito umano, non debba più affrontare esperienze così drammatiche.

What the World Wars Might Tell Us About Returning to Top Slam Form After a Long Hiatus From Play

La competitività negli Slam dal 2000 al 2016

Adam Coti // PureFreedom

Pubblicato il 27 settembre 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

Introduzione

Dopo la pubblicazione di una mia analisi sul punteggio nelle partite degli Slam, ho ricevuto diverse richieste per un approfondimento. Ben Rothenberg del New York Times, da cui avevo preso spunto, ha scritto in un tweet: “ [..] curioso anche di sapere quanto spesso il quarto e il quinto set mancano di competitività perché un giocatore ha finito la benzina o è demoralizzato, rispetto a una partita al meglio dei tre set”.  

Ho fatto quindi un’ulteriore analisi sulle oscillazioni in quella categoria di partite. Si può dire che la competitività di una partita subisce variazioni su base regolare? Esiste evidenza che i set conclusivi di una partita sono più appannaggio del vincitore? Inoltre, con il progredire della partita, è possibile prevedere chi è avvantaggiato per la vittoria finale? Le considerazioni che seguono cercano di trovare risposte a questi interrogativi.  

Ai fini di quest’analisi, il campione statistico considerato è composto da tutte le partite Slam terminate per il periodo dal 2000 al 2016, a eccezione dei ritiri precedenti e durante la partita. Si tratta di 8253 partite per complessivi 30.455 set e 298.207 game. Occorre ricordare che in quegli anni gli Slam non avevano il tiebreak all’ultimo set, tranne gli US Open. Questo si traduce in un leggero aumento delle medie relative ai game del quinto set, quando la partita ha richiesto di andare al quinto set.

Medie complessive

IMMAGINE 1 – Punteggio medio in termini di game per set in funzione del numero di set giocati per il periodo dal 2000 al 2016 

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • utilizzando il Differenziale di Punteggio come criterio, si osserva una maggiore disparità nella competitività tra le partite in tre set e quelle in quattro set, rispetto a quella esistente tra le partite in quattro set e quelle in cinque set.

Partite in tre set

IMMAGINE 2 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in tre set per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • i primi due set mostrano un livello di competitività simile. Il terzo set invece è più dominato dal vincitore della partita. Lo si può dedurre dal salto del Differenziale di Punteggio nel terzo set e dalla continua diminuzione del numero di tiebreak.

Partite in quattro set

IMMAGINE 3 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in quattro set per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • si assiste a una graduale diminuzione della competitività fino al quarto set, che invece mostra, rispetto agli altri set, un maggiore aumento nel Differenziale di Punteggio e una maggiore diminuzione dei tiebreak. 

IMMAGINE 4 – Punteggio medio in termini di game per le possibili combinazioni con cui una partita in quattro set può essere vinta   

Note:

  • a prescindere dall’andamento dei set, il vincitore della partita ha vinto ognuno dei tre set vinti in maniera più risoluta del singolo set vinto dal giocatore che ha perso la partita
  • la combinazione in cui il vincitore della partita ha dominato di più è quella in cui perde il primo set vincendo poi i tre successivi. Ne è conferma il fatto che il Differenziale di Punteggio complessivo pari a 6.10 è il più alto di qualsiasi possibile scenario. Come visto nella precedente analisi sul punteggio, questa è anche la sequenza più frequente tra quelle di una partita in quattro set.  

Partite in cinque set

IMMAGINE 5 – Punteggio medio in termini di game per partite terminate in cinque set per il periodo dal 2000 al 2016

*Nel periodo considerato, a eccezione degli US Open nessuno degli altri Slam aveva il tiebreak al quinto set. Per lo scopo di questa sola analisi, un quinto set che supera il punteggio di 6-6 è classificato come un set al tiebreak.

Note:

  • il punteggio medio per set non distingue tra chi vince e chi perde la partita, ma è una misura della competitività aggregata di un set medio
  • come per le partite in tre e quattro set, si assiste a una diminuzione del livello competitivo al progredire della partita. Lo testimonia il graduale incremento del Differenziale di Punteggio. A prescindere dal set, non si osserva una chiara tendenza relativamente alla probabilità che si arrivi al tiebreak.

IMMAGINE 6 – Punteggio medio in termini di game per le possibili combinazioni con cui una partita in cinque set può essere vinta  

Note:

  • il vincitore della partita ha vinto i suoi tre set in maniera più risoluta con il progredire della partita, giocando meglio nell’ultimo set
  • ci sono tre scenari in cui il vincitore della partita ha vinto gli ultimi due set e sono anche le vittorie più dominanti e quelle in cui il quinto set ha un Differenziale di Punteggio più alto.

Indicatori predittivi

Quando la partita arriva a una situazione di punteggio di due set pari, il rendimento dei giocatori nei primi quattro set è in qualche modo indicativo di chi vincerà il quinto set? Vale a dire, se uno dei giocatori ha vinto più game dell’avversario all’inizio del quinto set, ha storicamente un vantaggio per la vittoria finale?  

IMMAGINE 7 – Probabilità di vincere la partita all’inizio del quinto set in funzione Differenziale di Game per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • se un giocatore ha vinto più game dell’avversario all’inizio del quinto set, vince il 55% di quelle partite, con percentuali specifiche indicate nel grafico in funzione del numero di game in più rispetto all’avversario. Ad esempio, se dopo quattro set il punteggio è di 6-2 4-6 6-1 3-6 e un giocatore è avanti 19–15 nei game, storicamente vincerà poi quella partita il 61% delle volte
  • nel 15.1% delle partite al quinto set, i giocatori hanno vinto lo stesso numero di game e non si è quindi nella possibilità di fare una previsione 
  • il punteggio di una partita consente di aver vinto nove o dieci game in più dopo quattro set, ma nel periodo temporale considerato per l’analisi non è mai accaduto.

Cosa succede quando i giocatori hanno vinto un set per parte? Con un campione di due soli set, si può fare una previsione di vittoria sulla base del numero di game vinti fino a quel momento?

IMMAGINE 8 – Probabilità di vincere la partita sul punteggio di un set pari in funzione Differenziale di Game per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • se un giocatore ha vinto più game dell’avversario dopo due set, vince il 58% di quelle partite, con percentuali specifiche indicate nel grafico in funzione del numero di game in più rispetto all’avversario
  • nel 24.6% delle partite sulla situazioni di un set pari, il numero di game vinti è identico e non si è quindi nella possibilità di fare una previsione
  • nonostante un campione di partite più ridotto, si tratta di un indicatore predittivo più accurato di chi vincerà la partita rispetto alla situazione vista in precedenza.

Distribuzione dei tiebreak

IMMAGINE 9 – Distribuzione dei tiebreak per il periodo dal 2000 al 2016

Note:

  • su un totale di 4915 tiebreak, il punteggio medio è stato 7,48—4,32.

Riconoscimenti

La fonte della maggior parte dei dati grezzi utilizzati nell’analisi è il database dei risultati delle partite del circuito maschile compilato e messo a disposizione da Jeff Sackmann. In caso di dati mancanti, ho fatto riferimento al sito ufficiale dell’ATP. Chi volesse approfondire, può scaricare il file Microsoft Excel con i dati grezzi che ho raccolto. 

Measuring the Competitiveness at Tennis Majors from 2000-2016

L’effetto numero 1 o come il successo di Barty potrebbe scuotere il tennis femminile australiano

di Stephanie Kovalchik // TheConversation

Pubblicato il 3 febbraio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

La vittoria di Sofia Kenin nella semifinale degli Australian Open 2020 ai danni di Ashleigh Barty ha certamente deluso le aspettative dei tifosi australiani. Dopo le premature sconfitte di Serena Williams e Naomi Osaka, le quote davano Barty come favorita. Kenin ha invece battuto anche Garbine Muguruza in finale per vincere il suo primo Slam ad appena 21 anni.

Distratti dall’importanza della conquista di uno Slam, è facile perdere di vista le esternalità positive del rendimento di una giocatrice sulla possibile crescita dello sport nei singoli paesi. Studi hanno concluso che quando una professionista raggiunge il vertice della classifica dominando per lunghi periodi, segue spesso uno sviluppo di talento tennistico nel suo paese di origine. Questo induce a pensare che il movimento femminile australiano potrebbe beneficiare nei prossimi anni della ribalta sulla scena di nuove giocatrici che cercano di replicare i successi di Barty.

Le numero 1 degli ultimi 35 anni

I risultati ottenuti da Barty lo scorso anno sono ragguardevoli, soprattutto considerando che la competizione tra le migliori sembra diventare sempre più intensa con il passare del tempo. Nel corso della sua esplosiva stagione 2019, è stata una presenza schiacciante, vincendo 57 partite su 70 e quattro tornei tra cui il suo primo Slam al Roland Garros e le Finali di stagione in Cina. È inoltre diventata la numero 1 mondiale, la prima australiana a riuscirci da Evonne Goolagong 43 anni fa. Anche dopo la sconfitta in semifinale, il margine su Karolina Pliskova, seconda in classifica, è abbondante.

Negli ultimi 35 anni, hanno raggiunto il primo posto della classifica 25 giocatrici da 14 paesi. Dal 1985 al 2005, il tennis femminile è stato appannaggio degli Stati Uniti, con sette diverse giocatrici che si sono alternate al numero 1. Il Belgio ne ha prodotte due, Francia, Germania, Spagna, Russia e Svizzera una a testa. Dal 2010, 11 giocatrici di 11 paesi hanno raggiunto il numero 1 (anche facilitate dagli alti e bassi della carriera di Williams).

IMMAGINE 1 – Sequenza delle giocatrici al numero 1 della classifica dal 1984

Grazie a giocatrici come Barty, la giapponese Osaka e la rumena Simona Halep, mai come prima la recente diversità al vertice del tennis femminile ha creato modelli emulativi per le aspiranti future professioniste di tutto il mondo. E il passato suggerisce che questo fattore è fondamentale per lo sviluppo del tennis nei paesi più piccoli (come il Belgio e la Serbia ad esempio) che mancano tradizionalmente di un seguito diffuso quanto quello di altri sport, e per il consolidamento di future generazioni di giocatrici in paesi con in cui il tennis è da sempre più radicato (come gli Stati Uniti, l’Australia e alcune nazioni europee).

Come le numero 1 hanno ispirato altre giocatrici nel mondo

Analizzando i sei paesi che, al di fuori degli Stati Uniti, hanno avuto una o più giocatrici al numero 1 dal 1990 al 2010 (in giallo nell’immagine 2), osserviamo diverse incoraggianti tendenze. In primo luogo, si assiste a un aumento delle giocatrici di un paese tra le prime 150 in coincidenza dell’ascesa al vertice di una connazionale o negli anni immediatamente successivi.

Belgio, Russia e Svizzera

In Belgio ad esempio, poco dopo il numero 1 di Kim Clijsters e Justine Henin nei primi anni 2000, altre giocatrici come Yanina Wickmayer e Kirsten Flipkens iniziarono a risalire la classifica. Il periodo di Maria Sharapova al numero 1 dalla seconda metà del 2000 coincise con ottimi risultati da parte delle compatriote Elena Dementieva e Vera Zvonareva e, ancora di più, Dinara Safina, anche lei numero 1 nel 2009.

Anche all’incredibile carriera di Martina Hingis fece seguito lo sviluppo di altre giocatrici svizzere, tra cui l’attuale numero 7 Belinda Bencic, che è stata pure allenata dalla madre di Hingis.

IMMAGINE 2 – Numero di giocatrici tra le prime 150 e le prime 30 per sei paesi con una giocatrice al numero 1 del mondo (il cui periodo è evidenziato in giallo)

Germania e Spagna

Si può anche vedere che due recenti numeri 1, la tedesca Angelique Kerber e la spagnola Muguruza, hanno guadagnato quella posizione quasi esattamente a distanza di 15 anni dall’ultima connazionale. Kerber ha seguito le orme di Steffi Graf, mentre Muguruza è stata preceduta da Arantxa Sanchez.

Stati Uniti

Negli Stati Uniti, molte giocatrici afro-americane, tra cui la quindicenne Cori Gauff, hanno fatto riferimento al successo delle sorelle Williams come motivazione maggiore nella decisione di intraprendere da giovanissime un percorso nel tennis. La pletora di giocatrici afro-americane tra le prime 150 è indicazione della capacità persuasiva dei risultati di Serena e Venus Williams su atlete come Madison Keys, Sloane Stephens, Gauff, Taylor Townsend, Whitney Osuigwe e Sachia Vickery.

Le ricadute positive generate dall’effetto numero 1

In qualsiasi sport, lo sviluppo di talenti in grado di competere ai livelli più alti è un processo complesso che richiede l’allineamento di molteplici fattori, dalla bravura di base delle giocatrici all’appoggio delle famiglie, della comunità, degli allenatori e delle federazioni nazionali.

Anche se il successo delle giocatrici di vertice è solo una variabile dell’equazione, è inserito in un concetto economico ben noto, quello della teoria della goccia (o trickle-down). Applicata allo sport, questa teoria postula che i risultati delle migliori possono arrivare a rappresentare una fonte motivazionale enorme per la base del movimento e spingere più persone a intraprendere quello sport. Nel tennis, l’andamento storico delle statistiche relative alla classifica mostra un chiaro effetto goccia generato dalle giocatrici che ottengono il primo posto, specialmente in quei paesi che non hanno mai avuto o non hanno avuto da decenni una giocatrice al vertice.

Quello che non emerge dalle statistiche è quanto la personalità e l’esempio di una numero 1 incide sullo sviluppo e sulla crescita delle giovanissime connazionali. Se nelle due settimane degli Australian Open si è avuto modo di conoscere meglio Barty, ci si è accorti che il suo gioco è solo parte della sua unicità. Simpatia e forza d’animo di fronte a trionfi e sconfitte la rendono universalmente apprezzabile e ne fanno ulteriore riferimento motivazionale per le giocatrici più giovani. Poche altre si sono probabilmente trovate in una posizione d’influenza così preminente e duratura per il loro paese e nel loro sport.

The No. 1 effect: why Ash Barty’s success could lead to a boom in women’s tennis in Australia

La giornata storta di Aleksandre Metreveli non è stata così terribile

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 5 gennaio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione 2020 di Roberto Bautista Agut è iniziata sotto il migliore degli auspici quando, alla ATP Cup, ha sconfitto il numero 2 georgiano Aleksandre Metreveli con l’imbarazzante punteggio di 6-0 6-0. Le vittorie senza game per l’avversario sono estremamente rare sul circuito maschile, con meno di 100 negli ultimi tre decenni.

Circa il 25% di quei 6-0 6-0 arrivano da partite della Coppa Davis, la competizione in cui è più probabile che questo accada. L’incrocio dei singolaristi, la parte della sfida in cui si affrontano il miglior giocatore di una nazione e il secondo migliore dell’altra (ormai praticamente defunta con il nuovo formato), genera risultati particolarmente a senso unico.

Così non è per l’ATP Cup, ma Bautista Augut è più forte di molti numeri 1 nazionali, e Metreveli è in quella manciata di giocatori questa settimana che altrimenti non troverebbe posto in un torneo del circuito maggiore. Eppure, non è stata una demolizione così catastrofica. La partita è durata 72 minuti, più di tutte le altre 59 con lo stesso punteggio di cui possiedo le statistiche. È stato solo il quarto 6-0 6-0 ha superare l’ora di gioco. Il precedente record apparteneva a Guillermo Canas che agli Internazionali d’Italia nel 2005 aveva annientato in 65 minuti Juan Monaco. Delle 120 partite per 6-0 6-0 sul circuito femminile di cui possiedo le statistiche, nessuna è mai andata oltre i 67 minuti.

Un po’ di contesto

Sulla durata di una partita possono incidere la routine dei giocatori o il comportamento del pubblico, ma non il numero dei punti giocati. Anche sulla base di questa statistica Metreveli ha fatto meglio di quanto il punteggio indichi. Ha tenuto in campo Bautista Agut per 97 punti, più a lungo di tutte le altre partite tranne tre. In media, servono solo 74 punti per un doppio 6-0. Più di 150 partite della scorsa stagione non hanno superato i 97 punti, tra cui diverse finali e un paio con un set terminato 7-5.

Un altro modo per considerare l’equilibrio di una partita è dato dalle palle break salvate. Il punteggio prevede che Metreveli non abbia mai fatto un break e che Bautista Agut ci sia riuscito sei volte. Metreveli però si è difeso duramente dalla risposta di Bautista Agut, salvando otto palle break. Solo quattro giocatori tra i 59 che hanno perso per 0-6 0-6 erano riusciti a salvare così tante palle break.

Opportunità di doppio 6-0

Bautista Agut ha vinto l’83% dei punti al servizio, rispetto al solo 40% di Metreveli. Se nessuna striscia inusuale di punti vinti o persi avesse interrotto queste frequenze di conversione, Bautista Agut avrebbe tenuto il 98.9% dei servizi a fronte del 26.4% di Metreveli. Per vincere i dodici game, Bautista Agut doveva tenere il servizio sei volte e fare altrettanti break. Sulla base di quella frequenza di tenuta del servizio, la probabilità di riuscirci era del 14.8%. Detto in altro modo, se questi due giocatori avessero continuato a tenere quel livello su un campione più ampio di partite (perdonami, Aleksandre!), ci sarebbe stato un doppio 6-0 solo all’incirca in una partita su sei.

Vale la pena ribadirlo, la prestazione di Metreveli si fa notare per essere una delle più solide in un punteggio di 6-0 6-0. Solo cinque tra le precedenti 59 partite di questo gruppo avevano una probabilità così ridotta di terminare con uno dei due giocatori senza game sul tabellone.

In funzione della probabilità di doppio 6-0, otto partite del 2019 sono state più a senso unico di questa, e solo una è terminata con dodici game di fila. Tre dei giocatori sconfitti hanno evitato lo zero in entrambi i set.

Torneo         Vincitore    Sconfitto    Punteggio    Prob 6-0 6-0 
Winston Salem  Fratangelo   Weintraub    6-0 6-0      63.5%  
Los Cabos      Granollers   Gomez        6-0 6-1      24.6%  
Us Open        Federer      Goffin       6-2 6-2 6-0  19.9%  
Estoril        Dav. Fokina  Chardy       6-1 6-2      18.5%  
Acapulco       Millman      Gojowczyk    6-0 6-2      17.2%  
Internaz. It   Nadal        Basilashvili 6-1 6-0      16.6%  
Miami          Car. Baena   Kudla        6-1 6-2      16.6%  
Tokyo          Djokovic     Pouille      6-1 6-2      15.5%

(E Metreveli è stato più valoroso contro Bautista Agut di quanto abbia fatto Nikoloz Basilashvili contro Nadal a Roma, anche se poi la vittoria di Nadal per 6-3 7-5 all’ ATP Cup è stata un po’ più equilibrata.)

Con questo non si può certo sostenere che Metreveli abbia avuto un debutto positivo all’ATP Cup. I doppi 6-0 sono però così rari che tendono a generare notizia, mettendo in secondo piano le specificità. Per il modo in cui ha giocato, Metreveli meritava una sconfitta più consona, con almeno uno o due game a suo favore.

Aleksandre Metreveli’s Bad Day Wasn’t Double-Bagel Bad

I problemi del circuito femminile che 4 milioni di dollari non risolvono

di Paul Timmons // mytennisadventures

Pubblicato il 4 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Non appena Ashleigh Barty ha terminato le foto di rito con il trofeo delle Finali di stagione WTA, una vittoria che conclude un anno decisamente positivo per la simpaticissima australiana, l’attenzione si è inevitabilmente spostata sulla generosità dell’assegno che ha ricevuto in dote. Per chi non lo sapesse, si tratta di 4.42 milioni di dollari, una somma che fa impallidire qualsiasi premio partita precedentemente assegnato in un torneo professionistico di tennis, maschile o femminile.

Quasi immediatamente, i sostenitori della WTA travestiti da giornalisti hanno definito l’evento uno spartiacque nella storia del tennis femminile e dello sport femminile in generale. È un’affermazione perentoria che merita di essere approfondita, anche se non sorprende sapere che i suoi fautori non intendono discuterne il merito, probabilmente perché è un ragionamento dalla logica debole.

Perché questa opinione?

Torniamo indietro nel tempo. Non serve spostarsi decenni o di qualche anno, basta il gennaio scorso, quando Serena Williams ha perorato la causa della parità di guadagni in tutti i tornei presso i colleghi maschi. Vale la pena chiarire che gli Slam e i tornei congiunti più importanti offrono già montepremi identici. Per la maggior parte del calendario però, uomini e donne viaggiano per giocare in diverse città del mondo, in eventi più piccoli e meno prestigiosi: è qui che esiste la disparità, ed è presumibilmente quella a cui Williams faceva riferimento.

È parsa una richiesta strana in quel momento, e piuttosto illogica. L’ATP e la WTA operano come entità separate, con la facoltà di sottoscrivere accordi specifici per i diritti televisivi, per le sponsorizzazioni e la copertura mediatica. Sono presenti in paesi e città diverse, e così via. Semplicemente, il desiderio di Williams non è realizzabile nell’attuale struttura, aspetto di cui è di sicuro a conoscenza.

Per certi versi però, la sua argomentazione aveva un senso, era solo diretta alle persone sbagliate. La domanda dovrebbe essere posta ai dirigenti della WTA, sul perché il tennis femminile è rimasto indietro. I numeri che seguono illustrano la gravità del problema.

La gravità della situazione

Dei 55 tornei del circuito maggiore femminile, 32 sono gli International (la categoria inferiore). Di questi, 30 partono da un montepremi di 250 mila dollari. A confronto, nel circuito maggiore maschile 39 tornei su 62 sono della fascia più bassa (gli ATP 250), anche se il montepremi ha un livello di partenza di 589.680 dollari, decisamente più alto. Di conseguenza, un giocatore che vince un torneo 250 guadagna come minimo 90.990 dollari, mentre il finalista guadagna 49.205 dollari. La vincitrice di un International vince 43.000 dollari. Inizia a vedersi la differenza.

Alla luce di tutto questo, quanto dovremmo esaltare l’assegno ricevuto da Barty per un valore di 100 volte superiore a quello di una tipica vittoria in un International? Oltre a rappresentare già un aumento enorme rispetto ai 2.360.000 dollari vinti da Elina Svitolina nell’edizione 2018.

È davvero motivo di festeggiamenti? Possibile. Ma quali siano gli effetti di lungo termine ed i benefici, se ve ne sono, è oggetto di dibattito. Le Finali di stagione hanno dato alla WTA l’occasione per farsi vanto di un accordo che ha generato un premio partita più alto di quello degli uomini. Allora è questo di cui stiamo parlando?

Servono spiegazioni

Per me, in sostanza, la questione torna sul commento di un impiegato della WTA, che ne ha parlato in termini di: “che momento per il tennis femminile”. Ci spieghino i cambiamenti che porterà, quali vantaggi arriveranno e come inciderà sull’evoluzione dello sport. Perché da fuori vedo solo un torneo che ha reso le giocatrici ricche ancora più ricche. E non riesco proprio a immaginare come questo si traduca in più soldi di cui chi occupa i gradini più bassi della scala gerarchica ha un disperato bisogno. Sarei contento di essere smentito, ma temo che commenti sensazionalistici rimangano appunto tali.

Da ultimo, mi preme sottolineare che ho già affrontato il tema della disparità tra circuiti nelle categorie inferiori e, considerando il tono delle mie parole odierne, è giusto far sapere che dal prossimo anno l’ATP aumenterà il rimborso delle spese di viaggio a 4000 dollari per i giocatori classificati dal 151 al 400, mentre i doppisti riceveranno 2000 euro. Anche se solitamente è la Federazione internazionale a incaricarsi dei tornei a cui partecipa la maggioranza delle giocatrici classificate dal 151 al 400, è un altro esempio della cura superiore che l’ATP dedica ai giocatori (per quanto ci sia ancora molto da fare) rispetto al trattamento riservato dalla WTA o dalla Federazione internazionale.

Come è andato il torneo?

Sotto diversi punti di vista, l’ammontare vinto da Barty ha eclissato le pecche di un torneo con tutti gli ingredienti per un disastro. Gli infortuni possono colpire in qualsiasi momento, ma una combinazione di stanchezza di fine stagione e lentezza della superficie è destinata a creare inevitabilmente molti grattacapi. L’inabilità di generare il tutto esaurito ha poi reso l’atmosfera tetra.

Nella sua infinità saggezza, la WTA ha rifiutato il corteggiamento di Manchester e Praga — due città in cui i biglietti sarebbero andati a ruba per ogni sessione di gioco — attratta dal denaro di un mercato che non ha mai veramente spinto il tennis come sport. Giocatrici di altissimo livello si sono così ritrovate a competere in un contesto immeritevole del loro talento. È un sollievo pensare quindi che la WTA abbia preso l’impegno di trovare una soluzione a Shenzhen per i prossimi nove anni. Buona fortuna, perché ce ne vorrà molta.

In conclusione, molti complimenti a Barty, ma non esaltiamoci per la magnanimità della sua vincita. È una distrazione dalle problematiche di fondo che affliggono il circuito femminile, non solo in Cina.

Scratch Beneath The Surface

Chi ha reso di più sotto pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 19 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo ho esaminato quali giocatori hanno subito le situazioni di maggiore pressione negli Slam 2019. È il momento dell’ovvia domanda successiva. Chi ha reso di più sotto pressione?

Esistono diversi modi per analizzare la pressione e il rendimento dei giocatori sotto pressione. Se si parla in termini di vittoria finale, sono i giocatori che vincono più punti ad alta pressione quelli che poi si aggiudicano la partita 99 volte su 100. Sulla base della frequenza di punti pressione vinti (FPPV) quali sono i giocatori che hanno surclassato gli avversari con continuità?

Circuito maschile

L’immagine 1 mostra il grafico del differenziale della FPPV totale (FPPV rispetto all’avversario) sull’asse delle ordinate rispetto alla media per gli Slam 2019. Si nota una chiara correlazione positiva tra queste due misure, favorita dalla struttura a eliminazione singola dei tornei.

Difficile ignorare l’evidente dominio di quattro giocatori in questa stagione di Slam: Daniil Medvedev, Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal. Djokovic ha un leggero margine su Nadal nel rendimento medio sotto pressione nonostante due vittorie in meno. Federer è più dietro e sorprende che non sia riuscito a tenere Medvedev a maggiore distanza pur con 7 vittorie in più nel totale.

Guardando più a fondo emergono altre considerazioni interessanti, come il vantaggio di Dominic Thiem su Fabio Fognini, anche se entrambi hanno ottenuto 7 vittorie e 4 sconfitte. Troviamo poi nel gruppo anche il giovane Alexei Popyrin accanto a nomi già affermati come Alex De Minaur, Stefanos Tsitsipas e Matteo Berrettini. Sul 2% di differenziale medio di FPPV di Alexander Zverev hanno inciso molto le sue 10 vittorie e 4 sconfitte, rimane tuttavia chiaro quanto ancora ha da fare per chiudere il divario da Medvedev.

IMMAGINE 1 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito maschile

Circuito femminile

Per quanto riguarda le donne, Serena Williams gravita in una personale stratosfera in termini di dominio delle avversarie in situazione di pressione, un aspetto quantomeno curioso considerando che non ha vinto nessun titolo Slam nel 2019 (e così anche nel 2018). Forse è un segnale evidente del fatto che il rendimento in finale è diventato una specie di barriera.

È affascinante notare come i due giocatori che si sono divisi gli Slam nel 2019 abbiano anche i valori totali e medi della FPPV più estremi, mentre per le vincitrici la connessione tra titolo e FPPV è molto più complessa, non solo quindi nel caso di Williams. Ashleigh Barty, campionessa del Roland Garros, e Simona Halep, campionessa di Wimbledon, sono due tra le prime cinque per FPPV, affiancate da Johanna Konta ed Elise Mertens, che però non sono arrivate nemmeno in finale.

IMMAGINE 2 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito femminile

Per Naomi Osaka e Bianca Andreescu, sorpassate da diverse giocatrici per rendimento sotto pressione negli Slam del 2019, la spiegazione è ancora più complicata. Andreescu ha saltato quasi tutta la parte centrale della stagione per infortunio, tornando poi prepotentemente durante la trasferta americana per conquistare gli US Open.

Il caso di Osaka

Osaka è un punto interrogativo. Se nelle statistiche sulla pressione viene quasi affiancata da giocatrici meno navigate come Amanda Anisimova, è possibile che Osaka, faticando a imporsi su avversarie tecnicamente inferiori, non stia rendendo giustizia alla qualità del suo gioco.

Per contro, il folto numero di giocatrici raggruppate intorno alle vincitrici Slam 2019 è ulteriore prova dell’alto livello competitivo del circuito femminile. Se trarre vantaggio dai momenti di maggiore pressione è un requisito per vincere uno Slam, sembra proprio che nel 2020 ci sarà spazio per nomi nuovi nell’albo d’oro dei quattro tornei più illustri della stagione.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?

Chi ha subito di più la pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato l’11 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quali sono i giocatori che negli Slam della stagione 2019 hanno dovuto affrontare le maggiori sfide e che hanno ottenuto di più in situazioni di massima pressione?

La gestione delle fasi calde di partite equilibrate nei tornei più importanti è un indicatore della personalità tennistica di un giocatore. Di quali giocatori la personalità è stata messa maggiormente alla prova negli Slam del 2019?

Possiamo farci un’idea esaminando la pressione media in partita durante gli Slam. Ne ho parlato approfonditamente in passato ma, in breve, la pressione di ciascun punto è semplicemente la leva del punto stesso (o l’importanza del punto). I giocatori con una pressione media più alta sono quelli che hanno giocato set più duri e più spesso hanno concluso partite al quarto o quinto set.

Circuito maschile

Il grafico dell’immagine 1 mostra la pressione media negli Slam per il circuito maschile rispetto al numero totale delle partite giocate, che fa vedere anche quali sono i giocatori che hanno raggiunto le fasi finali dei quattro tornei. Sono riportati solo quelli nel 20% superiore delle partite giocate, in modo da concentrarsi su chi ha avuto più successo.

IMMAGINE 1 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito maschile

Il primo aspetto che si nota è la correlazione negativa tra la pressione media e il numero totale di partite giocate. È ragionevole che sia cosi, se si considera che il numero totale delle partite è direttamente collegato alla bravura del giocatore. I più forti hanno solitamente turni iniziali più abbordabili, facendo diminuire la loro pressione media.

Suscitano particolare interesse in questo caso quei giocatori con una pressione insolitamente alta a parità di numero di partite giocate. Prendiamo ad esempio Daniil Medvedev, che ha subìto la pressione media più alta tra i giocatori con un totale di 15 partite negli Slam del 2019. La sua pressione media dell’1.9% per punto è stata più comune per giocatori tra le 12 e 14 partite giocate.

Un altro giocatore a distinguersi è Stanislas Wawrinka che, con una media del 2.2%, entra tra i primi 5 per pressione più alta. Ha però molte più partite totali giocate rispetto a quei giocatori. Stefanos Tsitsipas e Marin Cilic sono in una situazione simile: giocatori molto abili che si sono però ritrovati a dover gestire partite più complicate di quanto la loro bravura avrebbe predetto.

Circuito femminile

In campo femminile, la correlazione negativa è ancora più accentuata, in quanto il formato al meglio dei tre set rende più consuete circostanze di alta pressione.

IMMAGINE 2 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito femminile

Due delle giocatrici che emergono in questo gruppo sono Karolina Pliskova e Naomi Osaka, entrambe con pressione maggiore della media per il numero di partite giocate. Anche Bianca Andreescu è un po’ una sorpresa, per quanto sulla sua campagna negli Slam hanno inciso gli infortuni, costringendola a ritirarsi dal Roland Garros e saltare completamente Wimbledon.

È curioso osservare un raggruppamento più ampio di giocatrici con una pressione media inferiore alle attese. Ad esempio Petra Kvitova, il cui numero totale di partite avrebbe dovuto prevedere per lei una pressione media più vicina al 2.7% o 2.8%. Un valore effettivo del 2.4% può essere attribuito a un dominio dei primi turni, specialmente agli Australian Open, contro sconfitte premature negli altri Slam, come gli US Open. Potrebbe quindi essere un segnale di giocatrice con più alti e bassi in stagione di altre.

Penso che queste statistiche relative alla pressione evidenzino punti di vista differenti sulle sfide che giocatori e giocatrici hanno affrontato nei tornei di peso e siano di riflessione per affrontare la prossima stagione. Sarà affascinante vedere come giocatori tipo Wawrinka o Pliskova, che sono riusciti a gestire con efficacia momenti di pressione maggiore della media, faranno affidamento su quell’esperienza come traino per la stagione 2020.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?