I problemi del circuito femminile che 4 milioni di dollari non risolvono

di Paul Timmons // mytennisadventures

Pubblicato il 4 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Non appena Ashleigh Barty ha terminato le foto di rito con il trofeo delle Finali di stagione WTA, una vittoria che conclude un anno decisamente positivo per la simpaticissima australiana, l’attenzione si è inevitabilmente spostata sulla generosità dell’assegno che ha ricevuto in dote. Per chi non lo sapesse, si tratta di 4.42 milioni di dollari, una somma che fa impallidire qualsiasi premio partita precedentemente assegnato in un torneo professionistico di tennis, maschile o femminile.

Quasi immediatamente, i sostenitori della WTA travestiti da giornalisti hanno definito l’evento uno spartiacque nella storia del tennis femminile e dello sport femminile in generale. È un’affermazione perentoria che merita di essere approfondita, anche se non sorprende sapere che i suoi fautori non intendono discuterne il merito, probabilmente perché è un ragionamento dalla logica debole.

Perché questa opinione?

Torniamo indietro nel tempo. Non serve spostarsi decenni o di qualche anno, basta il gennaio scorso, quando Serena Williams ha perorato la causa della parità di guadagni in tutti i tornei presso i colleghi maschi. Vale la pena chiarire che gli Slam e i tornei congiunti più importanti offrono già montepremi identici. Per la maggior parte del calendario però, uomini e donne viaggiano per giocare in diverse città del mondo, in eventi più piccoli e meno prestigiosi: è qui che esiste la disparità, ed è presumibilmente quella a cui Williams faceva riferimento.

È parsa una richiesta strana in quel momento, e piuttosto illogica. L’ATP e la WTA operano come entità separate, con la facoltà di sottoscrivere accordi specifici per i diritti televisivi, per le sponsorizzazioni e la copertura mediatica. Sono presenti in paesi e città diverse, e così via. Semplicemente, il desiderio di Williams non è realizzabile nell’attuale struttura, aspetto di cui è di sicuro a conoscenza.

Per certi versi però, la sua argomentazione aveva un senso, era solo diretta alle persone sbagliate. La domanda dovrebbe essere posta ai dirigenti della WTA, sul perché il tennis femminile è rimasto indietro. I numeri che seguono illustrano la gravità del problema.

La gravità della situazione

Dei 55 tornei del circuito maggiore femminile, 32 sono gli International (la categoria inferiore). Di questi, 30 partono da un montepremi di 250 mila dollari. A confronto, nel circuito maggiore maschile 39 tornei su 62 sono della fascia più bassa (gli ATP 250), anche se il montepremi ha un livello di partenza di 589.680 dollari, decisamente più alto. Di conseguenza, un giocatore che vince un torneo 250 guadagna come minimo 90.990 dollari, mentre il finalista guadagna 49.205 dollari. La vincitrice di un International vince 43.000 dollari. Inizia a vedersi la differenza.

Alla luce di tutto questo, quanto dovremmo esaltare l’assegno ricevuto da Barty per un valore di 100 volte superiore a quello di una tipica vittoria in un International? Oltre a rappresentare già un aumento enorme rispetto ai 2.360.000 dollari vinti da Elina Svitolina nell’edizione 2018.

È davvero motivo di festeggiamenti? Possibile. Ma quali siano gli effetti di lungo termine ed i benefici, se ve ne sono, è oggetto di dibattito. Le Finali di stagione hanno dato alla WTA l’occasione per farsi vanto di un accordo che ha generato un premio partita più alto di quello degli uomini. Allora è questo di cui stiamo parlando?

Servono spiegazioni

Per me, in sostanza, la questione torna sul commento di un impiegato della WTA, che ne ha parlato in termini di: “che momento per il tennis femminile”. Ci spieghino i cambiamenti che porterà, quali vantaggi arriveranno e come inciderà sull’evoluzione dello sport. Perché da fuori vedo solo un torneo che ha reso le giocatrici ricche ancora più ricche. E non riesco proprio a immaginare come questo si traduca in più soldi di cui chi occupa i gradini più bassi della scala gerarchica ha un disperato bisogno. Sarei contento di essere smentito, ma temo che commenti sensazionalistici rimangano appunto tali.

Da ultimo, mi preme sottolineare che ho già affrontato il tema della disparità tra circuiti nelle categorie inferiori e, considerando il tono delle mie parole odierne, è giusto far sapere che dal prossimo anno l’ATP aumenterà il rimborso delle spese di viaggio a 4000 dollari per i giocatori classificati dal 151 al 400, mentre i doppisti riceveranno 2000 euro. Anche se solitamente è la Federazione internazionale a incaricarsi dei tornei a cui partecipa la maggioranza delle giocatrici classificate dal 151 al 400, è un altro esempio della cura superiore che l’ATP dedica ai giocatori (per quanto ci sia ancora molto da fare) rispetto al trattamento riservato dalla WTA o dalla Federazione internazionale.

Come è andato il torneo?

Sotto diversi punti di vista, l’ammontare vinto da Barty ha eclissato le pecche di un torneo con tutti gli ingredienti per un disastro. Gli infortuni possono colpire in qualsiasi momento, ma una combinazione di stanchezza di fine stagione e lentezza della superficie è destinata a creare inevitabilmente molti grattacapi. L’inabilità di generare il tutto esaurito ha poi reso l’atmosfera tetra.

Nella sua infinità saggezza, la WTA ha rifiutato il corteggiamento di Manchester e Praga — due città in cui i biglietti sarebbero andati a ruba per ogni sessione di gioco — attratta dal denaro di un mercato che non ha mai veramente spinto il tennis come sport. Giocatrici di altissimo livello si sono così ritrovate a competere in un contesto immeritevole del loro talento. È un sollievo pensare quindi che la WTA abbia preso l’impegno di trovare una soluzione a Shenzhen per i prossimi nove anni. Buona fortuna, perché ce ne vorrà molta.

In conclusione, molti complimenti a Barty, ma non esaltiamoci per la magnanimità della sua vincita. È una distrazione dalle problematiche di fondo che affliggono il circuito femminile, non solo in Cina.

Scratch Beneath The Surface

Chi ha reso di più sotto pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 19 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo ho esaminato quali giocatori hanno subito le situazioni di maggiore pressione negli Slam 2019. È il momento dell’ovvia domanda successiva. Chi ha reso di più sotto pressione?

Esistono diversi modi per analizzare la pressione e il rendimento dei giocatori sotto pressione. Se si parla in termini di vittoria finale, sono i giocatori che vincono più punti ad alta pressione quelli che poi si aggiudicano la partita 99 volte su 100. Sulla base della frequenza di punti pressione vinti (FPPV) quali sono i giocatori che hanno surclassato gli avversari con continuità?

Circuito maschile

L’immagine 1 mostra il grafico del differenziale della FPPV totale (FPPV rispetto all’avversario) sull’asse delle ordinate rispetto alla media per gli Slam 2019. Si nota una chiara correlazione positiva tra queste due misure, favorita dalla struttura a eliminazione singola dei tornei.

Difficile ignorare l’evidente dominio di quattro giocatori in questa stagione di Slam: Daniil Medvedev, Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal. Djokovic ha un leggero margine su Nadal nel rendimento medio sotto pressione nonostante due vittorie in meno. Federer è più dietro e sorprende che non sia riuscito a tenere Medvedev a maggiore distanza pur con 7 vittorie in più nel totale.

Guardando più a fondo emergono altre considerazioni interessanti, come il vantaggio di Dominic Thiem su Fabio Fognini, anche se entrambi hanno ottenuto 7 vittorie e 4 sconfitte. Troviamo poi nel gruppo anche il giovane Alexei Popyrin accanto a nomi già affermati come Alex De Minaur, Stefanos Tsitsipas e Matteo Berrettini. Sul 2% di differenziale medio di FPPV di Alexander Zverev hanno inciso molto le sue 10 vittorie e 4 sconfitte, rimane tuttavia chiaro quanto ancora ha da fare per chiudere il divario da Medvedev.

IMMAGINE 1 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito maschile

Circuito femminile

Per quanto riguarda le donne, Serena Williams gravita in una personale stratosfera in termini di dominio delle avversarie in situazione di pressione, un aspetto quantomeno curioso considerando che non ha vinto nessun titolo Slam nel 2019 (e così anche nel 2018). Forse è un segnale evidente del fatto che il rendimento in finale è diventato una specie di barriera.

È affascinante notare come i due giocatori che si sono divisi gli Slam nel 2019 abbiano anche i valori totali e medi della FPPV più estremi, mentre per le vincitrici la connessione tra titolo e FPPV è molto più complessa, non solo quindi nel caso di Williams. Ashleigh Barty, campionessa del Roland Garros, e Simona Halep, campionessa di Wimbledon, sono due tra le prime cinque per FPPV, affiancate da Johanna Konta ed Elise Mertens, che però non sono arrivate nemmeno in finale.

IMMAGINE 2 – Frequenza di punti pressione vinti negli Slam 2019 per il circuito femminile

Per Naomi Osaka e Bianca Andreescu, sorpassate da diverse giocatrici per rendimento sotto pressione negli Slam del 2019, la spiegazione è ancora più complicata. Andreescu ha saltato quasi tutta la parte centrale della stagione per infortunio, tornando poi prepotentemente durante la trasferta americana per conquistare gli US Open.

Il caso di Osaka

Osaka è un punto interrogativo. Se nelle statistiche sulla pressione viene quasi affiancata da giocatrici meno navigate come Amanda Anisimova, è possibile che Osaka, faticando a imporsi su avversarie tecnicamente inferiori, non stia rendendo giustizia alla qualità del suo gioco.

Per contro, il folto numero di giocatrici raggruppate intorno alle vincitrici Slam 2019 è ulteriore prova dell’alto livello competitivo del circuito femminile. Se trarre vantaggio dai momenti di maggiore pressione è un requisito per vincere uno Slam, sembra proprio che nel 2020 ci sarà spazio per nomi nuovi nell’albo d’oro dei quattro tornei più illustri della stagione.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?

Chi ha subito di più la pressione negli Slam 2019?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato l’11 novembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Quali sono i giocatori che negli Slam della stagione 2019 hanno dovuto affrontare le maggiori sfide e che hanno ottenuto di più in situazioni di massima pressione?

La gestione delle fasi calde di partite equilibrate nei tornei più importanti è un indicatore della personalità tennistica di un giocatore. Di quali giocatori la personalità è stata messa maggiormente alla prova negli Slam del 2019?

Possiamo farci un’idea esaminando la pressione media in partita durante gli Slam. Ne ho parlato approfonditamente in passato ma, in breve, la pressione di ciascun punto è semplicemente la leva del punto stesso (o l’importanza del punto). I giocatori con una pressione media più alta sono quelli che hanno giocato set più duri e più spesso hanno concluso partite al quarto o quinto set.

Circuito maschile

Il grafico dell’immagine 1 mostra la pressione media negli Slam per il circuito maschile rispetto al numero totale delle partite giocate, che fa vedere anche quali sono i giocatori che hanno raggiunto le fasi finali dei quattro tornei. Sono riportati solo quelli nel 20% superiore delle partite giocate, in modo da concentrarsi su chi ha avuto più successo.

IMMAGINE 1 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito maschile

Il primo aspetto che si nota è la correlazione negativa tra la pressione media e il numero totale di partite giocate. È ragionevole che sia cosi, se si considera che il numero totale delle partite è direttamente collegato alla bravura del giocatore. I più forti hanno solitamente turni iniziali più abbordabili, facendo diminuire la loro pressione media.

Suscitano particolare interesse in questo caso quei giocatori con una pressione insolitamente alta a parità di numero di partite giocate. Prendiamo ad esempio Daniil Medvedev, che ha subìto la pressione media più alta tra i giocatori con un totale di 15 partite negli Slam del 2019. La sua pressione media dell’1.9% per punto è stata più comune per giocatori tra le 12 e 14 partite giocate.

Un altro giocatore a distinguersi è Stanislas Wawrinka che, con una media del 2.2%, entra tra i primi 5 per pressione più alta. Ha però molte più partite totali giocate rispetto a quei giocatori. Stefanos Tsitsipas e Marin Cilic sono in una situazione simile: giocatori molto abili che si sono però ritrovati a dover gestire partite più complicate di quanto la loro bravura avrebbe predetto.

Circuito femminile

In campo femminile, la correlazione negativa è ancora più accentuata, in quanto il formato al meglio dei tre set rende più consuete circostanze di alta pressione.

IMMAGINE 2 – Pressione negli Slam 2019 per il circuito femminile

Due delle giocatrici che emergono in questo gruppo sono Karolina Pliskova e Naomi Osaka, entrambe con pressione maggiore della media per il numero di partite giocate. Anche Bianca Andreescu è un po’ una sorpresa, per quanto sulla sua campagna negli Slam hanno inciso gli infortuni, costringendola a ritirarsi dal Roland Garros e saltare completamente Wimbledon.

È curioso osservare un raggruppamento più ampio di giocatrici con una pressione media inferiore alle attese. Ad esempio Petra Kvitova, il cui numero totale di partite avrebbe dovuto prevedere per lei una pressione media più vicina al 2.7% o 2.8%. Un valore effettivo del 2.4% può essere attribuito a un dominio dei primi turni, specialmente agli Australian Open, contro sconfitte premature negli altri Slam, come gli US Open. Potrebbe quindi essere un segnale di giocatrice con più alti e bassi in stagione di altre.

Penso che queste statistiche relative alla pressione evidenzino punti di vista differenti sulle sfide che giocatori e giocatrici hanno affrontato nei tornei di peso e siano di riflessione per affrontare la prossima stagione. Sarà affascinante vedere come giocatori tipo Wawrinka o Pliskova, che sono riusciti a gestire con efficacia momenti di pressione maggiore della media, faranno affidamento su quell’esperienza come traino per la stagione 2020.

Who Felt the Pressure the Most at the 2019 Grand Slams?

C’è somiglianza nei primi anni di carriera dei Futuri Quattro e dei Fantastici Quattro?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 25 ottobre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Probabilmente, ricorderemo la parte finale della stagione 2019 come l’inizio di un ricambio generazionale nel tennis maschile. Con quattro dei più incredibili giocatori non più grandi di ventitré anni che hanno raggiunto le semifinali dello Shanghai Masters, battendo tra gli altri Novak Djokovic e Roger Federer, la sensazione è di un’imminente presa di possesso dei “Futuri Quattro” sui Fantastici Quattro. Si parla di Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas, Alexander Zverev e Matteo Berrettini. La traiettoria dei primi anni di carriera dei Fantastici Quattro è in grado di dare indicazioni su quale di queste giovani stelle potrebbe seguirne le orme?

Alla partenza dell’ultimo torneo Masters a Parigi, ci sono ancora due posti da definire per le Finali di stagione. Medvedev e Tsitsipas si sono già qualificati, per loro la prima volta a Londra, rendendo il tabellone ancora più avvincente. Non è solo la giusta ricompensa per le migliore stagione a oggi in carriera, ma consoliderà l’impatto che la generazione a cui appartengono — giocatori nati a metà o fine anni ’90 — sta avendo sul vertice del tennis maschile. Oltre a Medvedev e Tsitsipas, nel 2019 in quel gruppo si sono distinti anche Zverev e Berrettini. Sono tutti riusciti a farsi notare nei mesi scorsi con vittorie sui primi 5. Medvedev in particolare è stato il più prolifico, raggiungendo la finale degli US Open e vincendo altri due tornei, tra cui Shanghai.

Confronti intergenerazionali

Vista la giovane età e l’incredibile sequenza di risultati, la tentazione di un confronto con i Fantastici Quattro è particolarmente invitante. Se da un lato l’attenzione è spesso rivolta a come oggi questi giovani fenomeni riescono a tenere testa alle leggende che li precedono, dall’altro è interessante vedere le differenze rispetto a quando i Fantastici Quattro erano in una fase simile della carriera. Quali dei Futuri Quattro è ben posizionato per emulare il percorso di uno dei Fantastici Quattro?

Sistemi di valutazione dei giocatori sono lo strumento migliore per un confronto intergenerazionale, perché una differenza, ad esempio, di 100 punti riflette la stessa bravura relativa da un periodo al successivo. Questo vuol dire che due giocatori con un andamento simile di valutazioni alla stessa età devono aver ottenuto risultati simili contro avversari di difficoltà analoga. Un percorso che si sovrappone nei primi anni non dà però alcuna garanzia di continuare a proseguire in concerto, ma è più probabile assistere a una convergenza che a un drammatico allontanamento. Qual è quindi l’andamento nelle valutazioni dei Fantastici Quattro prima dei 24 anni che più richiama quello dei Futuri Quattro?

Medvedev vs Federer

Iniziando da Medvedev, attualmente il numero 4 del mondo e il più in vista, troviamo che la sua evoluzione ricalca maggiormente quella di Federer. Spesso si definisce Federer come un giocatore esploso tardi ma, in confronto, l’inizio di Medvedev è stato più lento. All’età di 21 anni, entrambi avevano un livello di gioco intorno a una valutazione da 2200, salita a 2500 appena due anni dopo. Medvedev non ha avuto la stessa continuità di risultati di Federer nel periodo da 21 a 23 anni. Diventerà più chiaro nei prossimi anni se le ragioni sono da individuare in una programmazione di calendario inefficiente o in qualche altro fattore.

IMMAGINE 1 – Andamento di Medvedev in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Tsitsipas vs Murray

Dovendo scegliere due giocatori più lontani tra loro per personalità in campo, sarebbe difficile pensare a un duo con maggiore contrasto di Andy Murray e Tsitsipas. Tralasciando però gli aspetti caratteriali, le somiglianze di progressione di inizio di carriera sono sbalorditive. In particolare, si osserva che entrambi hanno avuto uno sviluppo ripido per arrivare alla valutazione di 2200 ad appena 19 anni. La crescita si è poi stabilizzata fino a 21 anni. Dei due è Tstitsipas a essere rimasto più stabile, rimanendo intorno ai 2400 all’età di 20 anni.

IMMAGINE 2 – Andamento di Titsipas in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Zverev vs Djokovic

Se ci limitassimo alle valutazioni di Zverev fino ai 21 anni, saremmo portati a credere che la sua evoluzione sia la copia carbone di un giovane Djokovic. All’età di 18 anni, entrambi avevano raggiunto l’invidiabile quota di 2000. Hanno continuato a migliorarsi a un ritmo costante, di quasi 200 punti all’anno fino ai 21 anni. Recentemente però, nonostante la finale a Shanghai, Zverev sembra aver rallentato, discostandosi dall’ascesa di Djokovic.

IMMAGINE 3 – Andamento di Zverev in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Berrettini vs Nadal

Berrettini è il caso anomalo tra i Futuri Quattro. Fino a 21 anni, ha giocato a livelli medi, per poi accendersi e salire vertiginosamente con lo stesso passo con cui Nadal è emerso sulla scena a 18 anni. Tra gli otto giocatori considerati, le traiettorie di Berrettini e Nadal sono le più diverse: Berrettini per aver avuto un’esplosione ritardata, Nadal per l’improvvisa crescita verticale e gli sbalzi periodici in occasione della stagione sulla terra battuta.

IMMAGINE 4 – Andamento di Berrettini in termini di valutazioni Elo che considerano il margine di vittoria (MdV) rispetto a quella più simile dei Fantastici Quattro per lo stesso periodo

Un nuovo dominio di quattro giocatori?

Pur nello scetticismo legato all’idea che potrà effettivamente esserci un’era del tennis in grado di sorpassare gli anni d’oro dei Fantastici Quattro, è davvero sorprendente scoprire come i Futuri Quattro, che inevitabilmente traggono ispirazione dai loro illustri predecessori, stiano avendo un inizio di carriera molto simile. Anche se questo potrebbe suggerire la forte possibilità di un nuovo periodo con quattro giocatori dominanti al vertice, va sottolineato che i Fantastici Quattro sembrano ancora ben lontani dal mollare la presa (testimoniato anche dal recente trionfo di Murray allo European Open e di Federer a Basilea, n.d.t.), frenando la rincorsa di tutti gli esponenti della Next Gen. Se queste nuove leve riusciranno a ritagliarsi un personale percorso di crescita nelle prossime stagioni, e per come riusciranno a farlo, potremmo assistere ad alcune delle più affascinanti sfide dell’era Open.

Are the First Years of the ‘Next4’ Anything Like the Big4?

La diversità ecologica del tennis femminile

di Ed Salmon // Tennis with an Accent

Pubblicato il 21 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nessuna giocatrice ha vinto più di cinque titoli del circuito maggiore da quando ci è riuscita Serena Williams nel 2014. Nel 2016, 42 diverse giocatrici hanno vinto un torneo, un numero senza precedenti se non nell’era delle racchette di legno, e nel 2017 il record si è alzato a 43.

Nella stagione in corso si potrebbe raggiungere un numero simile, visto che si è già a 34 vincitrici, con ancora 7 tornei a disposizione. Al momento, solo quattro giocatrici hanno vinto almeno tre tornei, con Karolina Pliskova al primo posto con quattro. Il numero uno della classifica è già passato di mano quattro volte in stagione, con Ashleigh Barty che se lo è ripreso a spese di Naomi Osaka a conclusione degli US Open.

Caos?

Alcuni commentatori hanno usato la parola “caos” per descrivere le dinamiche attuali del tennis femminile, altri hanno detto che il livello competitivo è debole. In pochi però fanno riferimento al 2008 e 2009, quando gli infortuni di Williams e il (temporaneo) ritiro di Justine Henin e Kim Clijsters avevano creato un vuoto al vertice riempito da più giocatrici in successione, nessuna delle quali dimostrò poi di avere la tempra per rimanere a lungo così in alto.

La prevedibilità però non è elemento di traino per l’interesse degli appassionati, e per molti non lo è nemmeno il dominio continuativo di una o due mega stelle. Come per qualsiasi sport globale, anche nel tennis la sfida è tra una comunità itinerante di atlete con differenti personalità e tratti distintivi. Al suo massimo splendore, è una competizione in cui trovano naturale spazio le sorprese, una graduale successione di nuove generazioni e un’evoluzione del gioco nel tempo. Sono sviluppi che rinnovano lo sport e ne mantengono il fascino.

Un futuro luminoso

Una veloce analisi quantitativa suggerisce che i recenti cambiamenti nella WTA potrebbero essere parte di un incoraggiante meccanismo di lungo periodo. Prendendo a prestito una prospettiva dall’ecologia — la scienza della competizione per risorse limitate tra comunità di specie naturali — il presente e il futuro del tennis femminile appaiono molto più luminosi.

IMMAGINE 1 – Maggior numero di tornei vinti da una giocatrice in una stagione

Quale sia il punto di vista che si decide di adottare, se di aumento della competitività, avvicinamento alla parità o discesa nel caos, il metodo forse più intuitivo per misurare la tendenza è conteggiare il numero di tornei conquistati dalla giocatrice più vittoriosa per ogni stagione.

La tendenza a una suddivisione più equa

Ci sono anni di maggiore e minore concentrazione, alcuni dominati da stelle come Martina Hingis, Henin e naturalmente Williams, altri più di transizione e relativo equilibrio. Ma, almeno dal periodo d’oro di Monica Seles e Steffi Graf, l’andamento complessivo si è orientato verso una riduzione del dominio di singole fortissime giocatrici e una contestuale maggiore condivisone tra un più ampio assortimento di vincitrici.

IMMAGINE 2 – Numero di tornei vinti in media da una giocatrice in una stagione

Se si considerano tutte le giocatrici che hanno vinto tornei in una stagione, e non solo quella con più titoli, si è di fronte a una tendenza ancora più marcata. Guardando il numero di tornei vinti in media per ciascuna stagione, si riesce a tenere conto della variazione, a volte anche sostanziale, nel numero di tornei organizzati stagione per stagione e vedere in che misura si è in presenza di un monopolio di poche elette o di una suddivisione più equa tra molte. In questo caso la linea è più graduale ma sempre chiara: l’era del dominio di una o due giocatrici sta scomparendo, senza che sia un evento accidentale o una variazione di breve termine nel talento a disposizione.

Condizioni che favoriscono la diversità

Non è neanche semplicemente un tema di numero di giocatrici che vincono tornei. Rispetto alla maggior parte degli sport, il tennis è caratterizzato da situazioni specifiche. Non solo si gioca all’aperto in contesti che possono variare di molto per condizioni meteorologiche e atmosfera di pubblico, sia in campo che fuori, ma diversa è anche la superficie, ognuna con elementi peculiari. Il calendario ha alti e bassi, con tornei imperdibili a cui le giocatrici di vertice dedicano massimo sforzo e settimane di assenza che danno occasione a chi popola le retrovie di emergere dall’oscurità e salire alla ribalta.

Superfici e condizioni favoriscono il diffondersi di un’ampia selezione di stili di gioco e, in alcuni tornei, giocatrici con lo stile più adatto hanno buone possibilità di battere giocatrici con talento ed esperienza superiore. In un ambiente così variegato, un maggior numero di vincitrici implica necessariamente una più grande diversità di giocatrici con opportunità di raggiungere il successo.

Diversità e produttività

Questo ci porta all’ecologia, che evidenzia una relazione di diretta proporzionalità tra la diversità di un ecosistema e la sua produttività. In natura, una comunità come una foresta secolare che alimenta l’esistenza di molte specie diverse, ciascuna ottimamente inserita nella propria nicchia, riesce a fare un uso più efficiente delle varie risorse a disposizione. La singola specie sarà ben attrezzata per vivere in determinati terreni e si specializzerà nello sfruttare specifiche risorse con efficienza, ma non popolerà con la stessa efficacia altri spazi e lascerà che altre risorse rimangano sottoutilizzate.

Una moltitudine di specie uniche, che prosperano ciascuna adattandosi a condizioni e fonti di energia e sostentamento tra loro diverse, si traduce in una quantità più grande delle risorse disponibili a sostentamento della crescita, anziché a detrimento e contribuzione esclusiva all’entropia. Un ecosistema più vario è anche uno più bello, riempito di una miriade di colori, suoni, complessità, situazioni intricate e sorprese. Le grandi foreste del pianeta sono meta di milioni di visitatori, ma il viaggiatore spesso vorrebbe un teletrasporto immediato verso monoculture come gli allevamenti intensivi, o verso habitat periferici come i deserti, nei quali poche specie riescono a sopravvivere.

Allevamenti intensivi…

Una più ampia diversità di giocatrici che vincono tornei significa per l’appassionato la possibilità di assistere a stili di gioco più nuovi e originali, e per le giocatrici di affinare le capacità contro una varietà maggiore di avversarie. Va detto che le tipologie di diversità sono molteplici. Seppur a grandi linee, potremmo paragonare l’attuale stato del circuito maggiore maschile, dominato dalle stesse tre o quattro mega stelle ormai da 14 anni, a un allevamento intensivo. Una ridotto numero di specie consumano una fetta enorme delle risorse chiave, relegando gli altri al ruolo di comprimari e lasciando scarsa materia per lo sviluppo di nuove leve che potrebbero minacciarne il dominio.

Se quelle poche mega stelle dovessero bruscamente abbandonare il circuito, possiamo farci un’idea del tipo di diversità transitoria che ne risulterebbe, con una molteplicità di giocatori dallo stile più ruvido che si azzuffano sgraziatamente sull’inaspettata ricchezza di titoli, punti classifica e premi partita che in precedenza sembravano irraggiungibili. Nel corso del tempo, una diversità così repentina di nuovi arrivati al proscenio maturerebbe poi in un ecosistema di tennis stabile e produttivo. Ma nel breve periodo, il grezzo serraglio impegnato a prendere possesso delle rovine lasciate dal ritiro delle mega stelle potrebbe essere vulnerabile alla predazione di un solitario maschio alfa, con sufficiente talento per accaparrarsi la maggior parte delle risorse prima che gli altri si adattino.

…e gramaglie

In agricoltura, piante specializzate a diffondersi rapidamente sono chiamate gramaglie, e nel tentativo di eliminarle si spendono miliardi di dollari ogni anno. Qualche decennio fa il tennis ha sperimentato un disturbo sistemico di diverso tipo, quando l’avvento della moderna tecnologia nella costruzione delle racchette ha reso possibile una combinazione di potenza e controllo che non si era mai vista. Il crescente aumento della forza impressa al colpo ha determinato un cambiamento inaspettato, almeno per rapidità, del fisico ideale e del talento richiesto per arrivare al vertice. Nella WTA, è probabile che questo processo abbia contribuito al susseguirsi di giocatrici dominanti come Seles, Graf e, oltre a Serena, Venus Williams, ognuna ad alzare il livello in fasi successive. Per certi versi, possono essere state le gramaglie della loro era.

Una precisazione, prima di ricevere le critiche dei tifosi di quelle campionesse: essere una pianta da estirpare non è per forza una brutta connotazione. In un ecosistema sano, vario e selvaggio, le piante che comunemente definiamo erbacce occupano la loro ristretta nicchia in numero limitato e, nella maggior parte dei casi, convivono armoniosamente con altre specie della comunità. Acquisiscono l’appellativo di erbacce quando diventano troppe nei posti in cui non le vogliamo, di solito perché abbiamo dato adito al loro sviluppo alterando il terreno per i nostri (a volte mal riposti) scopi.

Una graduale e naturale successione

Tornando al futuro del circuito femminile, la diversità in scena al momento assomiglia a una graduale e naturale successione che dovrebbe favorire un ecosistema rigoglioso e sostenibile negli anni a venire, ben diverso dall’esempio ipotetico visto in precedenza per l’ATP.

Giovani

Sono già 12 in questa stagione le giocatrici che hanno vinto il loro primo torneo. È un valore decisamente alto rispetto alla media storica, che ad alcuni può suggerire disordine. Ma tre di loro hanno già replicato con un secondo titolo e, tranne Petra Martic (di 28 anni), non hanno più di 25 anni, con la metà che non supera i 23.

Giocano con un assortimento di stili ben distribuito, in una gamma che include palleggiatrici convenzionali, attaccanti a tutto campo, solide ribattitrici, difensori astuti, e combinazioni uniche di qualità da vari aspetti. È probabile che la maggior parte continui a crescere rientrando a più riprese tra le favorite per la vittoria finale.

Accreditate

Nelle vincitrici di stagione già ben accreditate troviamo le sempre pericolose Petra Kvitova e Pliskova che, pur dovendo compiere ancora 30 anni, ormai da tempo riempiono anno dopo anno la bacheca con nuovi trofei. C’è poi Simona Halep, che è stata numero 1 per gran parte del 2018 e, a 27 anni, è a distanza ravvicinata per tornare in testa.

Stelle

Seguono due giovani stelle che si sono scambiate la prima posizione: Barty, che possiede tocco, stile, esplosività di dritto e agilità a tutto campo come non si erano mai viste recentemente nella stratosfera del tennis femminile. E Osaka, il cui funzionamento a corrente alternata dei mesi più recenti non deve distrarre dal fatto che ha la dotazione per continuare a essere a lungo una potenza. Ci sono poi giocatrici di carico come Kiki Bertens, che ha impiegato un po’ prima di emergere, e giovani sbarazzine che hanno già mostrato di saper eclissare le giganti come Aryna Sabalenka e Dayana Yastremska. Seguono molte altre giocatrici pericolose con risultati di prestigio, troppe per poter essere qui elencate.

Veterane

Come dimenticare infine le stelle veterane ancora in attività — Serena, Angelique Kerber, Caroline Wozniacki, e Victoria Azarenka — che potrebbero in qualsiasi istante ritornare alla gloria passata e vincere di nuovo qualcosa di importante.

Sulla strada giusta per una nuova fioritura

Questa abbondanza di nicchie alimenta le attese di scenari diversi dal monopolio delle mega stelle o dalle rivalità di due o tre contendenti al titolo che si protraggono incessantemente per anni. Giocatrici diverse sono attratte da tornei diversi. Ognuna va incontro a giornate positive e negative e, in un campo partecipanti davvero profondo e competitivo, servono cinque, sei o anche sette partite di fila senza sbavature per vincere un torneo.

L’oligarchia è più indicativa di debolezza delle posizioni di rincalzo, o di precedente disequilibrio, che di dimostrazione di forza al vertice. Vuole anche dire che lo sport non sta utilizzando nel modo più efficiente possibile quelle risorse che servono a nutrire talenti variegati. Il fatto che la WTA attuale abbia così tante contendenti dallo stile così disparato e di fasce di età diverse, la maggior parte delle quali ha ancora ampio spazio di maturazione, dovrebbe rafforzare la speranza che la strada intrapresa per una nuova fioritura è quella giusta.

Diversity, Not Chaos – An Ecological Look at the WTA

Il futuro del tennis con un esperimento sul tabellone di Wimbledon 2019

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato l’1 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sono 29 i giocatori di almeno 32 anni nel tabellone del singolare maschile di Wimbledon 2019. Sono invece 24 le giocatrici di almeno 30 anni nel tabellone del singolare femminile (ho scelto un limite di età più basso perché altrimenti per le donne non avrebbe avuto senso proseguire). Cosa succederebbe se li escludessimo dal torneo? Non rimarrebbero solo gli attuali esponenti della Next Gen, ma si infilerebbero giocatori delle due ondate di Next Gen precedenti, se così si può dire. Sarebbe un’approssimazione di Next Gen.

Forse si riesce ad avere un’idea delle sembianze di uno Slam in assenza di giocatori come Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, Stanislas Wawrinka, o di giocatrici come Serena Williams e Venus Williams e alcune dell’ultima Next Gen in campo femminile. Mi rendo conto che questi giocatori non si tireranno di certo indietro per sottrarsi posizioni in classifica dopo che i grandi nomi si saranno ritirati, e nuova linfa che ancora deve emergere si farà largo. Diventa quindi solo un passatempo per provare a identificare scenari futuri, non un pronostico puntuale di risultati a venire.

I ragazzi saranno uomini

In campo maschile, si perdono le prime 4 teste di serie (e nove teste di serie in tutto). Ventinove giocatori sono molti da rimpiazzare. Per primo, ho rimesso Borna Coric, anche se non riempiva un posto lasciato scoperto. Poi, ho deciso di non aggiungere Juan Martin Del Potro. Il suo fisico ha almeno due anni in più di quanto indichi la data di nascita, e non c’è alcuna certezza del livello di gioco una volta rientrato sul circuito. Da ultimo, ho richiamato tutti i perdenti del terzo turno di qualificazioni. Mi mancavano ancora 13 giocatori, e ho preso le teste di serie perdenti del secondo turno (ma solo se non eccedevano il limite di età). Con ancora 8 posti vuoti, ho scelto a caso tra gli altri perdenti al secondo turno delle qualificazioni.

Le prime 8 teste di serie sono ora Dominic Thiem, Alexander Zverev, Stefanos Tsitsipas, Kei Nishikori, Karen Khachanov, Daniil Medvedev, Marin Cilic e Coric. Altri da tenere d’occhio: Milos Raonic con la numero 9, Felix Auger-Aliassime con la 12, Denis Shapovalov con la 20, Taylor Fritz con la 25, Frances Tiafoe con la 27 e Nick Kyrgios con la 32.

Proviamo a eseguire 100.000 simulazioni solo con le valutazioni Elo, mischiando le posizioni nel tabellone dopo ogni passaggio. Per avere un termine di paragone, nessun giocatore di questi scenari alternativi ha una probabilità di vincere Wimbledon 2019 più alta del 3%, sulla base delle mie previsioni Elo, e solo uno è già campione Slam (Cilic).

La tabella riepiloga i 20 migliori risultati.

IMMAGINE 1 – Probabilità di progressione nei tabelloni alternativi a Wimbledon 2019

A seguito delle 100.000 simulazioni, la probabilità complessiva di vittoria dei 20 giocatori nell’elenco è dell’88.7%. Per rendersi conto dello spostamento di forze associato alla rimozione dal tabellone dei giocatori con almeno 32 anni, sempre secondo i miei calcoli Elo, il quartetto composto da Djokovic, Federer, Nadal e Kevin Anderson ha una probabilità complessiva di vittoria del 76.6% (Djokovic ha vinto il torneo battendo Federer in finale, che a sua volta aveva sconfitto Nadal in semifinale. Anderson non ha partecipato per infortunio, anche se la sua percentuale di vittoria era del 2.9%, n.d.t.)

Donne che (non) aspettano

È scontato dire che l’effetto sul tabellone femminile non è così drastico. Per quanto il numero di giocatrici che viene escluso è simile a quello dei giocatori, le uniche vere pretendenti a uscire di scena sono Angelique Kerber e Serena (se il limite fosse stato a 29 anni, Petra Kvitova non sarebbe rientrata e, un po’ tirato, anche Victoria Azarenka, ma per questo scopo sarebbe stato troppo restrittivo).

Le prime 4 teste di serie rimangono inalterate. Per le successive 6 teste di serie, ho promosso la giocatrice che seguiva immediatamente in classifica. Ho riempito poi le altre posizioni con lo stesso metodo degli uomini. Si perde in tutto circa il 17% della probabilità di vittoria da questi scenari alternativi, mentre per gli uomini era superiore all’80%, pur con un limite più alto. Le donne perdono certamente la maggior parte delle campionesse Slam, senza Serena, Venus, Kerber, Maria Sharapova e Svetlana Kuznetsova.

La tabella riepiloga i 20 migliori risultati.  

IMMAGINE 2 – Probabilità di progressione nei tabelloni alternativi a Wimbledon 2019

A seguito delle 100.000 simulazioni, la probabilità complessiva di vittoria delle 20 giocatrici nell’elenco è dell’93.9%, ancora più che per gli uomini. Nelle mie previsioni Elo, le stesse giocatrici hanno il 78.6% di probabilità complessiva di vittoria, quindi l’eliminazione della vecchia guardia favorisce il consolidamento della loro ascesa.

Sembrano tutti consapevoli della difficoltà del periodo di transizione in cui si troverà l’ATP quando Djokovic, Federer e Nadal non giocheranno più. Non mi sorprenderebbe se la crescente tensione generata dall’incertezza futura si sia già fatta strada nelle dinamiche politiche dell’ATP, rendendo più acceso lo scontro a cui stiamo assistendo con le dimissioni nel comitato giocatori. È davvero un momento critico per il tennis maschile.

Riprendete l’immagine 1 e leggete i nomi. Fermatevi al primo che, di riflesso, vi porta a mugugnare con dubbio “hmm”. Ora fate lo stesso per le donne. Scommetto che arrivate più in basso. Non è del tutto corretto, perché ci sono sicuramente dei nomi di rilievo anche nella parte finale dell’elenco dei giocatori (Auger Aliassime, Shapovalov, e per alcuni Kyrgios). Tranne forse per tre giocatrici, tra le donne il talento è ben distribuito, e con abbondanza.

NextGen-ish Wimbledon

Ci sei Margaret? Sono io, Serena

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 6 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

A Serena Williams mancano solo due partite per vincere lo Slam numero 24 (nella notte Williams si è qualificata per la finale battendo Elina Svitolina con il punteggio di 6-3 6-1, n.d.t.). Deve darle fastidio essere ferma a 23 dall’inizio del 2017, visto che il record di sempre è 24. Williams detiene già il record per l’era Open (a partire dal 1968) con una lunghezza su Steffi Graf, vincitrice di 22 Slam. Ma è Margaret Court davanti a tutti, con appunto 24 Slam tra il 1960 e il 1973.

Non c’è dubbio che Williams sia una delle giocatrici più forti di tutti i tempi, forse la più forte in assoluto. Anche Court è parte della conversazione, insieme ad altre luminarie come Graf, Martina Navratilova e Chris Evert. Nel tennis, confronti tra epoche sono estremamente complicati, perché ogni aspetto del gioco è fondamentalmente cambiato. La tecnica, l’allenamento, l’attrezzatura e il calendario di Williams — tralasciando il benessere economico e lo status! — sarebbero del tutto estranei per una stella degli anni ’60 e ’70 come Court.

La tesi dei tifosi di Williams

L’opinione dei tifosi di Williams sulla posizione che dovrebbe occupare nella classifica di tutti i tempi non subisce le limitazioni legate alla difficoltà del confronto tra epoche. A prescindere dal numero di Slam in bacheca, tre sono le tesi principali su cui i suoi sostenitori fanno affidamento:

  • il livello della competizione è decisamente più alto ora di quanto lo fosse in passato
  • Court ha vinto gli Australian Open 11 volte quando erano il più debole dei quattro Slam
  • Court è una sbruffona antipatica con cui è difficile essere d’accordo

La prima affermazione è probabilmente vera, ma se cerchiamo di portare a termine una comparazione tra epoche, credo che l’unica modalità possibile sia di metterle sullo stesso piano. Non sapremo mai che risultati avrebbe avuto Williams con in mano una raccheta di legno, o come Court si sarebbe adattata alla fisicità del gioco moderno. Si può razionalmente sostenere che le giocatrici attuali siano semplicemente più forti di quelle di due generazioni fa, che a loro volta erano più forti di quelle che le hanno precedute, e così via. Ma l’idea stessa di “più grande di tutti i tempi” presuppone ipotesi diverse da “più grande di tutti i tempi secondo gli standard di oggi”. Per questo ogni epoca verrà trattata allo stesso modo.

La terza affermazione è abbastanza comune, ma temo che il mio database non sia di grande aiuto su quel tipo di discussione. Rimane la numero due, cioè la debolezza relativa degli Australian Open.

La facilità australiana

Court ha vinto gli Australian Open 11 volte, più di qualsiasi altro Slam vinto da una giocatrice. Di per sé, non è un aspetto negativo. Nessuno rinfaccia a Rafael Nadal di aver vinto il Roland Garros 12 volte. All’epoca dei dilettanti, e anche negli anni successivi alla professionalizzazione del tennis, gli Australian Open non erano una tappa obbligatoria per le migliori e i migliori del mondo. Le distanze erano enormi e il torneo non aveva ancora acquisito il prestigio odierno. Si fa presto a concludere quindi che la vittoria a Wimbledon 1963 per Court ha più peso di quella dello stesso anno agli Australian Championships. Molti sono certamente d’accordo nel dover ridurre il valore di quegli Australian Open. Di quanto?

Titoli slam ponderati per difficoltà

Tempo fa ho messo a confronto i candidati al titolo di più forte giocatore della storia in funzione del numero di Slam, corretti per il livello della competizione. Nel tennis attuale, il campo partecipanti è quasi identico da uno Slam all’altro, ma il tabellone può aumentare considerevolmente la difficoltà di vincere un torneo rispetto a un altro. Con la stessa metodologia siamo in grado di confrontare la difficoltà del tabellone e la qualità degli avversari per tornei degli anni ’70 in presenza di una variazione di entrambe. Ad esempio, il cammino di Court alla vittoria degli US Open 1973 fu di difficoltà media, in linea con molte delle vittorie di Williams. La conquista degli Australian Open 1973 ebbe una difficoltà di solo due terzi, cioè fu una delle vittorie più facili di uno Slam nell’era Open.

Ogni epoca allo stesso modo

Non è casuale portare ad esempio le ultime vittorie Slam di Court. Analizzando le prestazioni dagli anni ’70, ci avviciniamo al limite della debolezza di dati storici relativi al tennis. E quasi impossibile stimare l’esatto livello di difficoltà di molti dei titoli di Court, proprio per le poche informazioni a disposizione dell’epoca dei dilettanti. Dovremo invece procedere per approssimazione sulla base di quello che abbiamo.

La ponderazione per difficoltà fa leva sulle valutazioni Elo, che ho calcolato fino al 1972 (pur in possesso di risultati abbastanza completi fino a circa il 1970, serve un po’ di tempo per raccogliere un campione di partite accettabile per ciascun giocatore e per una stabilizzazione delle valutazioni). La tabella riepiloga la difficoltà relativa dei quattro Slam nei primi cinque anni, dal 1972 al 1976.

Slam               Difficoltà  
Australian Open    0.60  
Roland Garros      0.54  
Wimbledon          0.99  
US Open            0.85

Dal 1972 a oggi, la difficoltà media di un titolo Slam è 1.0, con valori più alti per vittorie finali più complicate. Il campo partecipanti non era così agguerrito negli anni ’70, quindi tipicamente uno Slam valeva meno di 1.0. In quei primi cinque anni, notiamo che Wimbledon non si discostava dalla media storica, gli US Open erano leggermente più facili e gli altri due Slam molto più accessibili. Se, come detto, decidiamo di trattare ogni epoca allo stesso modo — escludendo la debolezza del tabellone in Australia — dobbiamo normalizzare queste difficoltà in modo che gli altri tre Slam siano in media 1.0.

Slam              Difficoltà
Australian Open   0.76  
Roland Garros     0.68
Wimbledon         1.25  
US Open           1.07

Estrapolazione all’indietro

Non sappiamo molto della qualità delle avversarie agli Australian Open nel periodo di massimo rendimento di Court. In mancanza di meglio, utilizziamo la media del periodo dal 1972 al 1976, perché è quella che più si avvicina. Così facendo probabilmente si sovrastima la qualità del tabellone australiano rispetto agli altri Slam, ma se vogliamo avvicinarci a definire Williams la più grande di sempre a spese di Court, dovremmo partire da ipotesi più conservative in modo da avere più sicurezza sul risultato finale.

La tabella riepiloga la variazione al totale in carriera di Court applicando il correttivo della normalizzazione.

Slam              Difficoltà  # Slam  Correzione  
Australian Open   0.76        11      8.3  
Roland Garros     0.68        5       3.4  
Wimbledon         1.25        3       3.7  
US Open           1.07        5       5.4  
Totale                        24      20.8

Il medesimo esercizio, ponderare ogni Slam per la difficoltà e normalizzare per epoca, ha conseguenze più lievi sui totali di Williams e Graf. Williams arriva a 23.3 e Graf a 21.9. Non abbiamo materiale a sufficienza per cambiare il punto di vista sui successi di queste due giocatrici. Ed entrambe fanno meglio del totale modificato di Court.

Il ristretto gruppo delle più grandi

Non dimentichiamoci che non è un aggiustamento per epoca. Al contrario, abbiamo ipotizzato per semplicità che tutte le epoche siano uguali, tranne che per il fatto che per diversi anni le giocatrici più forti non sono andate fino in Australia, rendendo quello Slam più facile da vincere degli altri.

Inoltre sono numeri che non negano, come era ovvio, che Court non sia una delle migliori. Anche saltando lo Slam casalingo, si sarebbe comunque ritirata con all’attivo 13 Slam, oltre a una manciata di Slam in doppio e a un lungo elenco di trionfi altrove. Se l’Australia non fosse così distante, probabilmente non avrebbe vinto undici volte, ma otto erano alla portata.

Pur di fronte a tutte le sue vittorie, una volta che stabilita la debolezza del tabellone degli Australian Open, Court cede il primo posto della classifica più santificata nel tennis. Viene quantomeno superata da Williams e Graf. Ricordiamoci che siamo in regime di aggiustamenti conservativi: raccogliendo più dati e scoprendo che dovremmo essere più decisi nel ridurre il valore dei titoli da lei vinti in Australia negli anni ’60, il totale potrebbe posizionarla intorno ai 18 Slam, insieme a Navratilova e Evert.

Non sappiamo ancora se Williams riuscirà a eguagliare o superare i 24 di Court. Anche se dovesse ritirarsi avendone vinti 23, per il livello della competizione attuale — come si vede in ogni Slam ogni anno — merita già di essere in cima alla piramide.

Are You There, Margaret? It’s Me, Serena

Chi ha un vantaggio alla vigilia degli US Open?

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 24 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con l’ultimo Slam dell’anno ai blocchi di partenza, è il momento adatto per interrogarsi sulla bravura relativa del campo partecipanti e su quali giocatori e giocatrici si sono allenati più intensamente nell’anno passato per migliorare il vantaggio competitivo sul cemento.

Prendiamo spesso a riferimento la trasferta nordamericana di luglio e agosto come segnale premonitore di cosa potrà accadere gli US Open. Se il Cincinnati Masters (l’ultimo Master prima degli US Open) fosse di qualche indicazione — con la vittoria di Daniil Medvedev contro David Goffin — sarebbe proprio che dal tabellone principale di New York bisogna aspettarsi l’inaspettato.

Medvedev…infuocato

In russo, la parola “fuoco” si scrive “Пожар” e si pronuncia prozhar. È così che chiamerò Medvedev per le prossime due settimane, Пожар-Medvedev, visto che è riuscito ad arrivare in finale in tutti i tornei sul cemento che ha giocato della US Open Series, sconfiggendo anche Novak Djokovic in semifinale a Cincinnati. Questa striscia vincente gli ha permesso di entrare tra i giocatori che più si sono migliorati sulla superficie nelle precedenti 52 settimane. Meglio ancora, tra i quindici giocatori con la valutazione più alta all’inizio degli US Open, (Пожар) Medvedev ha ottenuto il secondo posto per punti guadagnati (+307), appena dietro ai 323 punti di Albert Ramos.

IMMAGINE 1 – Variazione nelle valutazioni specifiche per cemento tra il 2018 e il 2019 per quei giocatori con una valutazione attuale di almeno 2100 punti. In giallo i giocatori con un guadagno di almeno 200 punti

Un salto di 300 o più punti nelle valutazioni da un anno all’altro è raro, specialmente tra giocatori che già si esprimono ad altissimo livello. Negli ultimi 20 anni, i cinque giocatori che più si sono migliorati prima degli US Open sono nomi ben noti. Solo uno di essi però poi si è spinto avanti nel torneo (Guillermo Coria, con il quarto di finale nel 2003). Siamo quindi indotti a pensare che la regressione di rendimento verso la media, o il possibile affaticamento da un numero di partite nei tornei di preparazione superiore a quello inizialmente ipotizzato, agiscano da contrappeso alla fiducia che questi giocatori possono aver acquisito.

La corsa di Kenin e Andreescu

In campo femminile, il rimescolamento nelle valutazioni è per certi versi più interessante rispetto a quanto visto per gli uomini. In linea con gli ultimi anni negli Slam femminili, ci si aspettava che pochi punti separassero le favorite per la vittoria. Nessuno però probabilmente pensava che due delle più forti contendenti, Sofia Kenin e Bianca Andreescu, scalassero le valutazioni così velocemente.

Esattamente un anno fa, Kenin aveva 350 punti in meno. Se non fosse impressionante a sufficienza, il guadagno di Andreescu è stato ancora più clamoroso. In soli 12 mesi, la fenomenale canadese ha migliorato di circa 600 punti. Siamo di fronte a un vero salto dimensionale: per avere un riferimento, sono 100 punti in più anche del miracoloso rientro di Kim Clijsters al professionismo tra il 2009 e 2010.

IMMAGINE 2 – Variazione nelle valutazioni specifiche per cemento tra il 2018 e il 2019 per quelle giocatrici con una valutazione attuale di almeno 2100 punti. In rosso le giocatrici con un guadagno di almeno 200 punti

Per molti dei giovani giocatori e giocatrici del Nord America è l’occasione perfetta per innalzare il livello di gioco. Se a queste dinamiche uniamo la crescita di Coco Gauff, il titolo di Madison Keys a Cincinnati e il ritorno al vertice di Serena Williams, il tifo per i rappresentanti del continente americano non avrà soste.

Who Has the Momentum Going into the US Open?

Una statistica per le partite assolutamente da non perdere

di Stephanie Kovalchik // StatsOnTheT

Pubblicato il 9 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per l’appassionato di tennis, la scelta di quale partita guardare in un qualsiasi torneo è spesso fonte di grattacapo. In questo articolo, cerco di determinare quanto una partita è imperdibile in funzione della sua qualità e competitività, ricorrendo alle valutazioni dei giocatori.

Molte volte in passato, o anche per la trasferta nordamericana in corso, l’abbondante offerta di partite televisive vi avrà certamente posto di fronte a un bivio. Conoscete il motivo della scelta che avete fatto? Avete optato per la partita in programma sul campo più importante? Per il giocatore con la classifica più alta? O avete seguito il vostro istinto sulla partita che pensavate sarebbe stata più equilibrata?

Specialmente nei primi turni di eventi congiunti tra donne e uomini, il timore di rimanere lontani dal centro dell’azione è una delle circostanze che genera più ansia per il vero seguace di tennis. Naturalmente, la possibilità di cambiare canale per una o l’altra partita ci convince che, in fondo, prendere una decisione non è obbligatorio. Ma non è questo il modo di mantenere viva la passione.

Dove sarà l’esperienza visiva più emozionante?

Forse è solo perché sto invecchiando, ma mi capita spesso di desiderare che la scelta sulla partita da guardare fosse più semplice. O che avessi almeno modo di prevedere dove sarà l’esperienza visiva più emozionante in qualsiasi istante. Di solito, faccio riferimento alle quotazioni assegnate dagli allibratori alle partite in programma, così da avere un’idea di quelle il cui esito finale è considerato più incerto. Mi accorgo però poi che la mia propensione non è sempre per la partita più combattuta. Complessivamente, anche la qualità è un fattore chiave. E sarei disposta ad accettare quote meno favorevoli se il livello di gioco di entrambi i giocatori rimanesse ragionevolmente alto.

Ne ho parlato a lungo con Martin Ingram, già ospite del blog, che condivide l’ossessione per interrogativi di questo tipo e che riesce sempre a trovare una soluzione ingegnosa alla maggior parte dei problemi prima che a me venga in mente. Siamo d’accordo sul fatto che competitività e qualità non sono elementi sufficienti a far decollare una grande partita (stili differenti e scontri diretti sono altri due, ad esempio), ma certamente permettono di pescare nel mucchio con buona probabilità di riuscita.

L’idea di base è di arrivare a una statistica che unisca una misura della qualità e della competitività. In termini matematici:

Partita imperdibile = Competitività + Qualità

Visto che le valutazioni dei giocatori sono il sistema principale per misurarne la bravura relativa, possiamo prenderle a riferimento sia in termini di abilità complessiva (la qualità) che in termini di divario di capacità tra un giocatore e l’altro (competitività).

Qualità

Per definire la qualità, basta la semplice somma delle valutazioni dei giocatori. È un concetto simile a quello del “bonus” secondo la descrizione di Klaasen e Magnus. L’immagine 1 mostra la distribuzione della qualità per le partite del circuito maggiore nel 2019. Pur con una media leggermente più alta per gli uomini, in entrambi i casi assistiamo a un’importante deviazione verso destra. Quella coda, il gruppo di partite con valore maggiore di 5000, racchiude gli scontri di più alta qualità della stagione.

IMMAGINE 1 – Distribuzione della qualità per le partite dei due circuiti maggiori nel 2019

Competitività

Nella sostanza, la competitività invece si riduce al divario tra le valutazioni dei giocatori. Questo è il “malus” nel linguaggio di Klaasen e Magnus. Anzi, la differenza di valutazioni è l’unica quantità veramente casuale nei pronostici sia con Elo che con altri sistemi di previsioni basati sulla comparazione tra giocatori.

IMMAGINE 2 – Distribuzione della competitività per le partite dei due circuiti maggiori nel 2019

La distribuzione di competitività nell’immagine 2 mostra scarsa differenza tra i due circuiti. Inoltre, la pesante deviazione verso destra segnala che è più tipico trovarsi di fronte a una partita molto equilibrata che a una a senso unico. Staremmo parlando di uno sport molto più interessante se la distribuzione non esibisse questo tipo di distorsione.

Da un lato, abbiamo molte partite di qualità ma pochissime di massima qualità, mentre dall’altro sono minori le partite competitive ma è relativamente più frequente che una partita sia competitiva di quanto sia a senso unico. In presenza di proprietà tra loro opposte, come riusciamo a mettere insieme queste due misure?

Un solo numero

Un’idea è quella di concentrarsi sulla qualità, prevedendo però una penalizzazione in funzione della scarsa competitività. Si esprime la competitività come la probabilità di vittoria attesa per il giocatore più forte, per poi quantificare la probabilità di vittoria attesa rispetto alla partita più competitiva (quella in cui la probabilità di vittoria è del 50%).

Partita imperdibile = (Qualità – Media)*(1-(p(v)-0.5))

In questo modo, il valore delle partite con qualità sopra la media è ridotto in proporzione della distanza in punti percentuali da una partita equilibrata. Possiamo verificare in concreto il funzionamento di questo approccio guardando alle prime dieci partite imperdibili del 2019 per uomini e donne. Anche se l’obiettivo dichiarato è di stabilire il livello di qualità tra partite della stessa settimana e turno di gioco, possiamo comunque ricavare una prima impressione della validità della statistica.

Il predominio dei Grandi Tre tra gli uomini e quello di Simona Halep, Serena Williams e Ashleigh Barty tra le donne suggerisce che siamo sulla buona strada. In retrospettiva, un paio di partite non hanno mantenuto il carico d’interesse atteso alla vigilia, fra tutte la finale maschile degli Australian Open e la finale femminile di Wimbledon.

Naturalmente, non ho la pretesa che la statistica per le partite assolutamente da non perdere qui introdotta incontri un favore universale. Sono convinta però che fondendo i due ingredienti chiave di una partita in un solo numero, si ha a disposizione un valido strumento per scegliere cosa vedere in televisione o analizzare a ritroso quali sono state le partite che hanno confermato o disatteso le aspettative riposte.

A Stat for Must-See Matches

Per lo Slam numero 24, Serena ha bisogno di più sfide

di Briana Foust // Tennis with an Accent

Pubblicato il 14 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Serena Williams fa parte della vecchia guardia, e la vecchia guardia non si esprime a sproposito. Non è un club che sbandiera gli infortuni. Può scomparire dalla circolazione rinunciando anche ai social media. Può dare la sensazione di una vita mitologica agli occhi di colleghi e tifosi. Sa centellinare energie con più saggezza e parsimonia. Sa affrontare trionfo e disastro, e gestire questi due impostori alla stessa maniera. Eppure, proprio come le nuove generazioni ci ricordano con i loro insuccessi (almeno in termini relativi), raggiungere il traguardo è un compito estenuante.

Per arrivare a 24 Slam, il nuovo record nell’era Open, Serena dovrà ricorrere a tutta la sua esperienza. Nulla deve essere lasciato al caso. Quest’anno, l’entusiasmo di Serena per Wimbledon era palpabile. Ha affermato di sentirsi finalmente in forma dopo essersi potuta allenare a pieno regime solo poche settimane prima dell’inizio.

Non pronta per Halep

Sfoggiando un esclusivo completo Nike con cui brillava in campo, la sua marcia verso il titolo sembrava inarrestabile. È arrivata in finale vincendo il 75% degli scambi inferiori ai quattro colpi. Un altro tipo di avversaria però l’attendeva in finale: Simona Halep. Prima della finale, Halep era al quarto posto tra le partecipanti per numero di punti vinti alla risposta. Secondo le statistiche fornite ai giornalisti, aveva coperto una distanza di quasi dodici mila metri nel tentativo di diventare la prima rumena a vincere Wimbledon (Ilie Nastase era arrivato in finale nel 1972, perdendo da Stan Smith). Il livello di gioco quasi perfetto di Halep si è rivelato più solido della bravura di Serena nei recuperi.

Quando una giocatrice dello status di Serena perde una finale Slam, sembra che le scusanti da addurre siano infinite e tutte valide per giustificare l’inspiegabile. La principale questa volta è che Serena ha bisogno di giocare più partite.

Una strada mai battuta

Avevo una curiosità: in quali circostanze giocatrici-madri già campionesse Slam nell’era Open (Margaret Court e Evonne Cawley) erano tornate a vincere uno Slam? Court era la numero uno e la migliore giocatrice all’età di 31 anni quando, nel 1973, vinse gli ultimi Slam nonché tre su quattro della stagione. Il rendimento di fine carriera di Goolagong Cawley nel 1980 fu più vicino a quello di Serena, per via di infortuni pesanti e di un ritorno al circuito meno di un mese prima della vittoria dell’ultimo Wimbledon.

L’impressione è quindi che Serena dovrà ancora una volta aprire una strada mai battuta per raggiungere il record. Resta un interrogativo: fisico e avversarie saranno clementi con lei? Dedichiamo qualche riga a quest’ultimo aspetto, le avversarie. Fermiamoci a riflettere sull’andamento simile degli ultimi due Wimbledon per Serena. Fermiamoci anche a pensare quanto poco le due semifinaliste l’abbiano preparata per le finali che ha poi perso.

Similitudini tra Wimbledon 2018 e 2019

Il tabellone del 2018 prevedeva un’insidia al terzo turno contro Kristina Mladenovic, che tale si è rivelata con il punteggio di 7-5 7-6. Così non è stato quest’anno contro Julia Goerges, che da potenziale pericoloso ostacolo ha opposto scarsa resistenza, perdendo per 3-6 4-6. Altrimenti, le affinità sono sconvolgenti. Quarto turno 2018: Evgeniya Rodina. Quarto turno 2019: Carla Suarez Navarro. Due giocatrici decisamente alla portata. Quarto di finale 2018: Camila Giorgi, alla sua prima apparizione in un quarto di finale Slam. Quarto di finale 2019: Alison Riske, anche lei al primo quarto di finale di sempre. Entrambe partite molto combattute, ma nelle quali Serena ha fatto valere la superiorità nei momenti decisivi. Semifinale 2018: Goerges, una veterana ma alla prima semifinale. Semifinale 2019: Barbora Strycova, un’altra veterana sempre alla prima semifinale. Giocatrici di qualità ma sopraffatte dalla posta in palio.

Nel 2018, dopo Rodina-Giorgi-Goerges, Serena si è trovata spiazzata di fronte a una ribattitrice come Angelique Kerber, già vincitrice Slam e con un tennis relativamente completo. Quest’anno, dopo Suarez Navarro-Riske-Strycova, Serena si è trovata di nuovo spiazzata di fronte a una ribattitrice come Halep, già vincitrice Slam e con un tennis relativamente completo.

Un tabellone favorevole nella seconda settimana

Agli US Open 2018, l’avversaria di Serena in semifinale è stata Anastasija Sevastova, tatticamente intelligente e di talento, che aveva giocato bene a New York. Ma Serena ha vinto di forza senza una vera preparazione per la completezza di Naomi Osaka in finale.

Il tabellone è sempre stato favorevole a Serena nella seconda settimana degli ultimi tre Slam in cui è arrivata in finale. Non viene spontaneo a un atleta, o anche un analista, commentare negativamente un percorso per la finale che si è rivelato facile. In fondo, qualsiasi giocatrice vuole proseguire nel torneo senza stare troppo a lungo in campo. Sembra proprio però che Serena trarrebbe beneficio dal dover giocare contro avversarie più forti in semifinale.

È un mondo sconosciuto per Serena, come Court e Cawley potrebbero testimoniare.

To get 24 – Serena needs more matches and challenges