Federer non è stato dominante nei momenti chiave, ma ci è andato vicino

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 26 luglio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Le statistiche della finale di Wimbledon raccontano una storia senza ombre. Per cinque set, Roger Federer ha fatto molte cose leggermente meglio del suo avversario, Novak Djokovic, che però ha poi vinto di misura perché si è aggiudicato i punti più importanti, un dettaglio che non emerge dai numeri con la stessa nitidezza.

Superando le statistiche tradizionali, possiamo quantificare il dominio nei momenti che fanno la differenza. Un metodo che supera il semplice conteggio delle palle break o dell’individuazione dei passaggi chiave più ovvi in una partita è l’indice di leva per assegnare un valore a ciascun punto, in funzione dell’importanza. Dopo ogni singolo punto della partita, possiamo calcolare una nuova probabilità di vittoria per entrambi i giocatori. Un punto come quello da giocare sul 5-5 in un tiebreak è potenzialmente in grado di alterare la probabilità di vittoria in misura massiccia, mentre così non è per quello sul 40-15 del primo game.

La leva quantifica il potenziale. In media, in una partita al meglio dei cinque set un punto possiede una leva di circa il 4%, ma per i punti più importanti si parla di diverse volte quel valore. Un altro modo per identificare quando un giocatore è predominante è vedere il numero sproporzionato di punti ad alta leva che vince anche di fronte a una prestazione inferiore in quelli a bassa leva.

L’indice di leva

In un recente articolo sulla finale di Wimbledon per l’Economist, ho approfondito ulteriormente il concetto. Djokovic ha vinto meno punti rispetto a Federer, ma quelli che ha vinto hanno contato di più. La leva media dei punti per lui è stata infatti del 7.9%, rispetto al 7.2% di Federer. Possiamo presentare questa differenza sotto forma di indice di leva (Leverage Ratio o LR), dividendo 7.9% per 7.2%, con un risultato di 1.1. Un indice così alto non è insolito. Nelle più di 700 partite Slam maschili del Match Charting Project, l’LR del giocatore più dominante è in media di 1.11. L’eccellenza di Djokovic nei momenti chiave non è stata nemmeno così unica, ma in una partita di quell’equilibrio è bastata a fare la differenza.

Con un indice di leva superiore a 1.0, la vittoria non è comunque garantita. In circa il 30% di queste 700 partite al meglio dei cinque set la vittoria è andata al giocatore che, in media, ha vinto meno punti importanti dell’avversario. Alcune situazioni di vincitori con basso indice di leva quasi rasentano la comicità, come la finale del Roland Garros 2008 in cui Rafael Nadal ha demolito Federer nonostante un LR di 0.77.

Aumento della comprensione

Nelle partite a senso unico non c’è molta leva a disposizione, quindi il numero dei punti vinti ha molta più rilevanza di quando sono stati vinti. Spesso prestazioni non dominanti si traducono in vittorie di partite ancora più equilibrate, come quella di Andy Murray nella semifinale degli US Open 2018 in quattro set contro Nadal nonostante un LR di 0.80, o la super equilibrata semifinale a Wimbledon 2018 in cui Kevin Anderson ha battuto John Isner con un LR di 0.88.

Non serve un foglio di calcolo per capire che le partite di tennis vengono decise da una combinazione di rendimento complessivo e rendimento nei momenti importanti. I numeri che ho citato non portano avanti la nostra comprensione di molto, quantomeno non in modo rigoroso. È questo il prossimo passo.

Indice di leva, ti presento l’indice di leva bilanciato

Coloro che frequentano regolarmente Tennis Abstract hanno familiarità con l’indice di dominio (Dominance Ratio o DR), una statistica inventa da Carl Bialik al fine di riclassificare i punti vinti totali. Il DR si ottiene dalla divisione tra i punti vinti alla risposta e i punti persi al servizio, in modo che il valore medio sia esattamente 1.0. Solitamente, chi vince ha un valore superiore a 1.0 e chi perde un valore inferiore a 1.0.

Nella finale di Wimbledon, il DR di Djokovic è stato di 0.87, estremamente basso per un vincitore, se non addirittura inedito. Il DR compensa gli effetti generati del rendimento al servizio e alla risposta (a differenza dei punti vinti, che possono deviare in una o l’altra direzione a seconda che ci siano più punti al servizio che alla risposta, o viceversa) e sintetizza in un solo numero la qualità della prestazione complessiva.

Equa distribuzione tra servizio e risposta

Non dice però nulla relativamente al dominio nei momenti chiave, tranne quando un giocatore vince con un valore basso del DR, da cui si può dedurre che abbia controllato l’avversario sui punti più caldi.

Per avere una prospettiva bilanciata simile in presenza di rendimenti ad alta leva, possiamo adattare l’indice di leva LR soppesando equamente il dominio nei momenti chiave sia al servizio che alla risposta. Chiamo questa statistica indice di leva bilanciato (Balanced Leverage Ratio o BLR), cioè la media semplice dell’LR nei punti al servizio e dell’LR nei punti alla risposta. Il BLR di solito non si scosta di molto dall’LR, così come spesso otteniamo le stesse informazioni dal DR che dai punti totali. Il BLR di Djokovic nella finale di Wimbledon è stato di 1.11, rispetto a un LR di 1.10. Nelle partite in cui però un numero sproporzionato di punti si giocano sulla racchetta di un giocatore, il BLR fornisce il necessario aggiustamento.

DR corretto per leva

Siamo in grado di registrare rendimenti corretti per leva semplicemente moltiplicando questi due numeri. Ad esempio, prendiamo la vittoria di Stanislas Wawrinka contro Djokovic nella finale degli US Open 2016. Il DR di Wawrinka è stato di 0.90, più alto di quello di Djokovic a Wimbledon 2019 ma difficilmente sufficiente a trionfare. Eppure ha vinto, grazie a un BLR di 1.33, uno dei più alti mai registrati in una finale Slam. Il prodotto tra il DR e il BLR di Wawrinka — che chiameremo DR+ — è pari a 1.20. Lo si può interpretare con la stessa scala di un DR “normale”, dove 1.2 è spesso identificativo di una vittoria con margine ridotto, se non di una al cardiopalma.

Di 167 finali Slam maschili nel Match Charting Project, 14 giocatori hanno vinto nonostante un DR “normale” inferiore a 1.0. Per ciascuno di essi, il BLR era superiore a 1.1, e in 13 delle 14 occorrenze, la forza del BLR del vincitore ha “cancellato” la debolezza del suo DR, nel senso che il DR+ è stato superiore a 1.0. La tabella riepiloga quelle partite, ordinate per DR+ crescente.

Anno  Slam              Vincitore    DR     BLR    DR+  
2019  Wimbledon         Djokovic     0.87   1.11   0.97  
1982  Wimbledon         Connors      0.88   1.20   1.06  
2001  Wimbledon         Ivanisevic   0.95   1.16   1.10  
2008  Wimbledon         Nadal        0.98   1.13   1.10  
2009  Australian Open   Nadal        0.99   1.13   1.12  
1981  Wimbledon         McEnroe      0.99   1.16   1.15  
1992  Wimbledon         Agassi       0.97   1.19   1.16  
1989  US Open           Becker       0.96   1.22   1.18  
1988  US Open           Wilander     0.98   1.21   1.18  
2015  US Open           Djokovic     0.98   1.21   1.18  
2016  US Open           Wawrinka     0.90   1.33   1.20  
1999  Roland Garros     Agassi       0.98   1.25   1.23  
1990  Roland Garros     Gomez        0.94   1.34   1.26  
1991  Australian Open   Becker       0.99   1.30   1.29

Prima finale vinta dal giocatore con il DR+ inferiore

In 167 finali Slam, quella tra Djokovic e Federer è stata la prima vinta dal giocatore con il DR+ più basso (alcuni dei campioni che non compaiono in elenco hanno avuto indici di leva sotto tono e conseguenti DR+ inferiori ai DR, ma nessuno sotto il livello di 1.0). Sebbene Federer è stato più debole nei momenti importanti — in particolare nei tiebreak e quando ha avuto i due match point — il rendimento complessivo in quel tipo di situazione non è stato così scadente come quei pochi memorabili momenti farebbero pensare. È più probabile che un giocatore con un DR di 1.14 e un BLR di 0.90 come quelli di Federer concluda le due settimane di Wimbledon ballando con la campionessa del tabellone femminile.

Sorprendentemente, 1 su 167 potrebbe sottostimare la rarità di un vincitore con un DR+ inferiore a 1.0. Solo una delle partite al meglio dei cinque set nel database del Match Charting Project (su più di 700) possiede quel requisito. Si tratta del controverso quarto turno degli Australian Open 2019 tra Kei Nishikori e Pablo Carreno Busta. Nishikori ha vinto con un DR di 1.06, ma il suo BLR è stato di 0.91, relativamente debole e che ha portato a un DR+ di 0.97. Come per la finale di Wimbledon, anche la partita di Melbourne avrebbe potuto avere un altro vincitore. La fortuna è stata avversa a Carreno Busta non solo per le chiamate arbitrali.

Qual è il significato di tutto questo?

Sappiamo che la finale di Wimbledon è stata in estremo equilibrio, ora abbiamo più numeri che mostrano quanto effettivamente lo sia stata. Sapevamo che Djokovic gioca meglio quando conta di più, ora abbiamo più riferimenti sulla sua maggior bravura, che però non si discosta di un margine insolitamente ampio.

Federer ha vinto cinque dei venti Slam nonostante un BLR nella finale inferiore a 1.0, e altri due con un DR inferiore a 1.14. Non ha mai vinto uno Slam con un DR+ non superiore a 1.03, ma va anche detto che non c’è mai stata una finale Slam che il DR+ ha considerato così ravvicinata. Federer non è la definizione di maestro dei momenti chiave, ma non è poi così malvagio. Avrebbe solamente dovuto portare con sé un po’ di quella dose di domino con cui ha chiuso il secondo set per passaggi più importanti nelle fasi successive.

Se siete anche voi come me, dopo aver letto fino a questo punto non smetterete di farvi domande. Ho riflettuto su alcune che spero di approfondire analogamente. Si può dire che Federer di solito è meno dominante della media nei momenti chiave? (Si). Djokovic è molto più bravo a quel riguardo? (Si). E Nadal? (Anche lui è più bravo). Nadal è davvero migliore, o i suoi numeri sulla leva sono di partenza buoni perché i punti importanti si giocano più spesso sul lato dei vantaggi? (È davvero migliore). Djokovic ha preso le misure a Federer? (Non proprio, a meno che non s’intenda il suo numero di scarpe, allora in quel caso sì). È cambiato tutto dopo che Djokovic ha tirato la famosa risposta? (No).

Rendimenti situazionali

Ci sono anche molti argomenti interessanti che vanno oltre i Grandi Tre. Ho iniziato qualche anno fa a scrivere della leva relativa a sottoinsiemi di partite, spinto dalla semifinale di Wimbledon 2016 tra Federer e Milos Raonic, nella quale Federer ha subito la pressione quando più contava. Come possiamo analizzare la leva media per punti vinti e persi, così riusciamo a stimare l’importanza dei punti in cui un giocatore ha servito un ace, commesso un errore non forzato di rovescio, o scelto di andare a rete.

Le partite sono decise da una combinazione di rendimento complessivo e giocate di alta leva. Le statistiche comunemente disponibili illustrano bene le dinamiche del primo, ma non sono adeguate per fare chiarezza sulle seconde. Il dominio nei momenti chiave è lasciato alle congetture degli opinionisti. Con un insieme di partite in continuo aumento e l’accesso a sempre più dati punto per punto (e quindi a numeri sulla leva per ogni punto e ogni partita), il divario tra le due misure si riduce, consentendoci di quantificare con più precisione il grado in cui il rendimento legato alla specifica situazione incide sulla capacità di ciascun giocatore di vincere la partita.

Roger Federer Wasn’t Clutch, But He Was Almost Clutch Enough

L’effetto della fortuna nei tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 2 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Più volte nel corso degli anni ho scritto di giocatori che vincono tiebreak in misura maggiore o minore rispetto alle attese. Appassionati e commentatori sono propensi a credere che alcuni di loro siano, in quella fattispecie, particolarmente bravi o particolarmente scarsi, esaltando il valore di un servizio dominante alla fine del set o imputando alla debolezza mentale effetti più dannosi che in qualsiasi altra circostanza di gioco.

Secondo le mie ricerche, per la grande maggioranza dei giocatori l’esito di un tiebreak è indissolubilmente legato alla fortuna. Chiarisco il concetto: il risultato di un tiebreak dipende dalla bravura complessiva di chi lo sta giocando, in modo che giocatori più forti vincono più tiebreak. Non ci sono elementi aggiuntivi da fattorizzare. Per quanto durante il tiebreak i giocatori tendono a vincere punti al servizio con un frequenza di poco inferiore, accade così per tutti.

Non esiste un ingrediente magico per il tiebreak

Tuttavia, la singola stagione è sufficientemente corta da permettere ad alcuni giocatori uno scintillante record nei tiebreak, facendoci pensare che possiedano un talento specifico. Nel 2017, John Isner ha vinto 42 dei 68 tiebreak giocati, cioè il 62%. Sulla base della frequenza di punti vinti al servizio e alla risposta contro gli avversari di quei tiebreak, ci saremmo aspettati che ne avesse vinti solo 34, esattamente la metà. Bravura o fortuna, è comunque andato oltre le attese di 8 tiebreak.

Potremmo dire che, con un servizio mostruoso e un solido controllo emotivo, Isner è il tipo di giocatore a cui il tennis ha svelato il segreto di come si vincono i tiebreak. Pur essendo andato oltre le aspettative diverse volte in carriera, anche lui non è in grado di reggere quel livello. Nel 2018 ha giocato 73 tiebreak. Avrebbe dovuto vincerne 41, ma si è fermato a 39.

Volete altri esempi? Va bene un giocatore qualsiasi. Prendiamo Roger Federer, che ha costruito una carriera su un rendimento al servizio inossidabile. Eppure, le sue prestazioni nei tiebreak sono state più o meno neutrali negli ultimi quattro anni. In altre parole, vince punti al servizio e alla risposta nei tiebreak quasi con la stessa frequenza con cui li vince in altri momenti del set. Negli ultimi quattro anni, Robin Haase, il cui record di 17 tiebreak persi di fila non è certamente un vanto, ha un rendimento parallelo a quello di Federer. Nel 2018 è riuscito a gestire meglio la pressione, vincendone due in più delle attese, e finendo nel primo quartile stagionale dei giocatori del circuito maggiore.

Dare un significato alla casualità

In sintesi, il rendimento stagione per stagione nei tiebreak richiama un foglio di calcolo pieno di numeri messi a caso. Un giocatore potrebbe replicare l’anno successivo il buon record avuto nella stagione precedente, solo se però anche il livello di gioco resta alto. Dovesse esistere una componente miracolosa per il tiebreak (a parte saper giocare bene a tennis), i giocatori non ne sono a conoscenza.

Fortunatamente, nelle statistiche sportive non tutti i risultati negativi vengono per nuocere. Si può essere delusi quando una statistica non è predittiva di risultati futuri ma, proprio la mancanza di predittività lascia spazio a un altro tipo di previsione. Se un giocatore ha avuto un anno fantastico nei tiebreak, superando le attese in quella categoria, si tratta probabilmente di fortuna. Di conseguenza, è altrettanto probabile che non avrà la stessa dose di fortuna anche l’anno seguente, e il record complessivo si riallineerà alla sua media.

Tiebreak Oltre le Attese

Il giocatore da osservare per il 2019 è Taylor Fritz, che nel 2018 ha avuto un record stellare di 20 tiebreak vinti e 8 persi. Sulla base del rendimento per l’intera durata di quelle partite, ci saremmo aspettati che ne vincesse solo 13 su 28. Il suo indice di Tiebreak Oltre le Attese (TOA) di +7 è stato il più alto sul circuito maggiore, anche se molti dei colleghi hanno giocato ben più tiebreak.

Non è da escludere a priori che Fritz possegga la combinazione perfetta di nervi d’acciaio e tattica impeccabile che si traduce in vittorie di tiebreak, ma è molto più probabile che a fine stagione il suo record sarà intorno alla parità (al momento della traduzione, Fritz ha 8 tiebreak vinti e 3 persi, n.d.t.). Nel 2017, il primo giocatore dietro a Isner per indice TOA era Jack Sock, è si può dire tranquillamente che la stagione 2018 non sia continuata sulla stessa riga (chiusa infatti con un record di 3-7, n.d.t.).

Migliori e peggiori del 2018

Avendo a mente quel tipo di regressione verso la media, la tabella elenca i migliori e peggiori per indice TOA per la stagione 2018 del circuito maggiore. La colonna TBA si riferisce al numero di tiebreak che un semplice modello avrebbe predetto, mentre la colonna Frequenza Tiebreak Oltre le Attese (FTOA) è la versione indicizzata di TOA e riflette la percentuale di tiebreak vinti sopra o sotto la media.

Indicizzazioni come FTOA hanno solitamente più valore del conteggio di statistiche come il TOA. In questo caso però, una statistica di conteggio diretto potrebbe dare più informazioni, perché considera quali giocatori giocano più tiebreak. Una produttività inferiore da parte di Sam Querrey non è così grave come quella di Cameron Norrie, ma il numero di tiebreak che gioca è il risultato del suo stile, motivo per cui si trova ultimo nell’elenco.

Giocatore      TB  Vinti  TBA     TOA   FTOA  2019  
Fritz          28  20     13.3    6.7   0.24  8-3
Klahn          22  16     10.6    5.4   0.24  5-3
Klizan         16  13     8.1     4.9   0.31  5-5
Nishikori      22  17     12.5    4.5   0.20  6-3
Tomic          18  14     9.6     4.4   0.24  1-6
A. Zverev      23  17     13.2    3.8   0.17  3-5
Ramos          22  15     11.2    3.8   0.17  7-6
Mannarino      25  16     12.3    3.7   0.15  1-6
Wawrinka       21  13     9.6     3.4   0.16  10-7
Del Potro      32  22     18.7    3.3   0.10  0-1
                                                       
Coric          21  8      10.8   -2.8  -0.13  6-5
Shapovalov     30  12     15.0   -3.0  -0.10  6-6
Khachanov      42  20     23.4   -3.4  -0.08  4-8
Karlovic       47  19     22.6   -3.6  -0.08  13-11
Istomin        31  13     16.7   -3.7  -0.12  3-5
Berankis       22  7      10.9   -3.9  -0.18  4-1
Cuevas         21  7      11.3   -4.3  -0.20  9-4
Rublev         18  5      9.6    -4.6  -0.26  5-4
Verdasco       25  8      12.8   -4.8  -0.19  3-2
Bautista Agut  26  10     14.8   -4.8  -0.19  3-8
Norrie         22  5      9.9    -4.9  -0.22  6-7
Querrey        36  12     18.5   -6.5  -0.18  5-5

Chi è nelle posizioni di vertice può attendersi di vedere il proprio record nei tiebreak rientrare alla normalità nel 2019, mentre i giocatori nella parte bassa hanno ragione di sperare in un miglioramento complessivo (la colonna 2019 mostra il record nei tiebreak di ciascuno al momento della traduzione, n.d.t.).

Conversione dei tiebreak in vittorie

I tiebreak sono importanti, e tutti sono d’accordo su questo, ma qual è l’impatto effettivo delle prestazioni positive e negative di cui sto parlando? In altre parole, dato che Kei Nishikori ha vinto 4.5 tiebreak in più delle attese nel 2018 (cioè che avrebbe “dovuto” vincere), come ha inciso questo aspetto sul suo record complessivo di vinte-perse? E, per estensione, cosa potrebbe voler dire per il record del 2019?

La matematica si complica parecchio [1] ma, in ultimo, due vittorie in più nei tiebreak corrispondono all’incirca a una vittoria extra di partita. Il bonus di 4.5 tiebreak di Nishikori equivale a circa 2.25 partite vinte in più. L’anno scorso il suo record è stato 48 vinte e 22 perse. Con una fortuna neutrale nei tiebreak, sarebbe invece stato di 46-24. Rimangono in ogni caso aperte delle questioni.

Convertire il record di vinte e perse in punti validi per la classifica e titoli è molto più complicato, e non ci proverò nemmeno. La fortuna di Nishikori nel tiebreak può trasformare potenziali sconfitte in vittorie, o fare di partite sfiancanti in tre set vittorie più comode in due set. Come collettore di tutte le possibili combinazioni, il TOA di ciascun giocatore ha un valore concreto che possiamo trasformare in vittorie.

Il numero esatto non è così rilevante, lo è molto di più il concetto di fondo. In presenza di un record estremamente positivo o incredibilmente negativo, non serve armarsi di foglio di calcolo per arrivare al numero preciso di tiebreak che un giocatore avrebbe dovuto vincere.

Il ruolo determinante della fortuna

Data una fortuna neutrale, qualsiasi giocatore stabilmente nel circuito maggiore dovrebbe avere un record di tiebreak vinti tra il 40% e il 60% di quelli giocati, il 40% per i giocatori posizionati al margine inferiore e il 60% per i giocatori di élite (nel 2018, la frequenza attesa di Federer era il 60.1%, quella di Sock il 40.9%). Numeri che escono da quell’intervallo, ad esempio il record di 13 su 16 di Richard Gasquet nel 2016, sono inevitabilmente destinati a ritornare sulla terra, con il botto, anche se poche volte in modo così catastrofico come per Gasquet, con 5 vittorie su 17 tiebreak nel 2017.

In qualsiasi tiebreak, l’esito può essere determinato da un servizio superlativo, da un atteggiamento audace alla risposta o da una resistenza mentale fuori dal comune. Nel lungo periodo, si assiste a un livellamento di questi aspetti tale per cui nessun giocatore è sempre bravo o sempre scarso nei tiebreak. È probabile che vinca il più forte, ma la fortuna riveste un ruolo determinante nel risultato finale. E, alla lunga, solitamente quel tipo di fortuna cancella sé stessa.

Note:

[1] Una rapida sintesi della matematica. In una partita al meglio dei tre set, si può raggiungere il tiebreak in tre distinte volte. Cambiare l’esito del tiebreak potrebbe alterare il risultato del primo set, del secondo set, o del terzo set. In termini di probabilità di vittoria, cambiare l’esito del primo set ha un impatto del 50%: a parità di giocatori, il vincitore ha una probabilità del 75% di vincere la partita e lo sconfitto il 25%. Anche l’impatto in termini di probabilità generato dal cambiare il risultato del secondo set è del 50%. O il vincitore vince definitivamente la partita (100%), invece di mandare la partita al terzo (50%), o il vincitore porta la partita al terzo (50%) invece di perderla (0%). Cambiare il risultato del terzo set significa alterare direttamente l’esito della partita, quindi l’impatto in termini di probabilità di vittoria è del 100%.

Qualsiasi partita che viene completata ha un primo e un secondo set, ma meno del 40% delle partite del circuito maggiore va al terzo. La media ponderata tra i tre valori, 50%, 50% e 100% è circa il 58%, e questa sarebbe la nostra risposta se venissero giocate solo partite al meglio dei tre set. La matematica per quelle al meglio dei cinque set è ancora più complessa. È importante sapere solo che in ognuno dei primi quattro set il margine è più ridotto e, per estensione, lo è anche per i tiebreak dei primi quattro set. La ponderazione di questo effetto con la frequenza delle partite al meglio dei cinque set darebbe una precisa tabella di conversione del TOA in vittorie. Pur di non addentrarmi in quel dedalo, mi accontento di utilizzare il più amichevole e approssimativamente corretto valore del 50%.

The Effect of Tiebreak Luck

Chi subisce di più la pressione del tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 23 agosto 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Secondo la saggezza popolare tennistica, in un tiebreak contano solo due cose: i servizi e la tenuta mentale. Nonostante i miei precedenti sforzi in materia, continuo a sentire opinionisti affermare che i giocatori dal servizio dominante hanno un vantaggio sostanziale sull’avversario. Gli esperti ci ricordano inoltre che, aspetto questo più condivisibile, la posta in palio in un tiebreak è alta, e che sarà il giocatore in grado di gestire la pressione a prevalere.

Nel 2012, ho scritto alcuni articoli sul tiebreak facendo uso di un anno di statistiche dai tornei dello Slam del circuito maschile e femminile, da cui è emerso che in realtà i giocatori al servizio non sono avvantaggiati durante il tiebreak. In media, vincono più punti i giocatori alla risposta.

Ho anche scoperto che sono davvero pochi quelli andati oltre le attese nei tiebreak, vale a dire che il rendimento di un giocatore al di fuori del tiebreak è stato un ottimo indicatore previsionale della probabilità dello stesso di vincere il tiebreak.

Da ultimo, ho stabilito che i giocatori dal servizio dominante non avevano probabilità superiori a quelli dal servizio più debole di rientrare nel ristretto gruppo di coloro che nel tiebreak hanno ottenuto risultati migliori delle attese.

Per rivedere la prima di queste conclusioni, ho analizzato un insieme di dati sequenziali punto per punto molto più ampio. Si parla infatti di più di 15.000 tiebreak solo per il circuito maschile, rispetto ai nemmeno 400 dello studio iniziale. Un campione così dettagliato permette di andare oltre affermazioni generiche sui vantaggi al servizio o alla risposta e osservare il rendimento nel tiebreak di specifici giocatori.

Servire sotto pressione

Iniziamo dalle basi. Nei 15.000 tiebreak del circuito maggiore maschile, i giocatori al servizio hanno vinto il 3.4% di punti in meno di quanto fatto nelle situazioni non di tiebreak. Si tratta di una comparazione omogenea: in tutte le partite, per ogni giocatore ho usato la frequenza di punti vinti al servizio in situazioni non di tiebreak e di punti vinti al servizio nel tiebreak. Per avere un dato aggregato, ho calcolato la media di tutte le partite-giocatore ponderata per il numero di tiebreak nella partita.

(Inizialmente, ho ponderato per il numero di punti nel tiebreak pensando che, ad esempio, un tiebreak da 16 punti dovesse pesare di più di uno da 8 punti. Il risultato però è stato un notevole aumento della frequenza di punti vinti al servizio nel tiebreak, proprio a causa dell’effetto di selezione. Quando un tiebreak va oltre i 12 punti, spesso vuol dire che entrambi i giocatori stanno servendo bene. Perciò, se due giocatori sono in striscia positiva al servizio, tendono a giocare più punti, aumentando il loro peso nella formula di calcolo. È sempre possibile che un tiebreak più lungo del solito dipenda da molti punti vinti alla risposta, ma in un gioco come quello maschile in cui il servizio è così incisivo, è lo scenario meno probabile.)

Non serve essere supereroi

Il 3.4% di diminuzione nei punti vinti al servizio significa che, ad esempio, un giocatore che vince il 65% dei punti sul suo servizio nei dodici game che precedono il tiebreak scenderà al 62.8% durante il tiebreak. Fortunatamente per lui, anche l’avversario probabilmente subisce la stessa sorte. I benefici maturano solo per quei giocatori che mantengono o aumentano la percentuale di punti vinti al servizio dopo il dodicesimo game del set.

Ha senso pensare che i giocatori al servizio subiscano gli effetti della pressione. Almeno per le dinamiche del gioco maschile, il giocatore alla risposta ha poco da perdere. Visto che si ritiene che i tiebreak siano dominati dal servizio, qualsiasi punto vinto alla risposta sembra un colpo di fortuna. Forse, se i giocatori alla risposta sapessero di più dei veri numeri del tiebreak, potrebbero spostare a loro favore l’aspetto mentale, evitando di dover arrivare a servire come supereroi che non perdono neanche un game. Gli basterebbe mantenere il livello che li ha portati al tiebreak in prima istanza.

I più e meno prolifici nel tiebreak

Analizzando il campione in funzione dei giocatori, otteniamo convenientemente 50 giocatori con almeno 100 tiebreak (sarebbero stati in realtà 49, ma ho incluso Nicolas Mahut, che veniva subito dopo). Chi ha giocato il maggior numero di tiebreak è bravo, fortunato, o entrambe le cose, perché è riuscito a rimanere a lungo nel circuito e giocare così tante partite. Il giocatore medio dell’elenco, quindi, è un po’ più forte del generico giocatore medio.

La tabella mostra i migliori e peggiori dieci dei 50 giocatori più prolifici in termini di tiebreak. La prima statistica, cioè l’indice PVS (punti vinti al servizio), è il rapporto tra i PVS nel tiebreak e i PVS nei game del set. Un numero più alto significa che il giocatore vince più punti al servizio durante il tiebreak che nei game.

Siccome il valore si concentra in modo strano sullo 0.966 (uguale cioè alla diminuzione del 3.4% osservata in precedenza), ho inserito un’altra statistica che ho chiamato “Indice+”, in cui i numeri sono normalizzati in modo che la media sia 1.0. Anche in questo caso, un numero più alto significa più punti al servizio vinti nel tiebreak. L’1.09 di John Isner in cima alla lista gli consente di vincere il 9% di tiebreak in più di quanto atteso, dove per atteso s’intende la diminuzione del 3.4% a livello di circuito.

Giocatore   Tiebreak  Indice PVS  Indice+  
Murray      141       1.05        1.09  
Isner       368       1.05        1.09  
Kyrgios     109       1.05        1.08  
Ferrer      132       1.01        1.05  
Dolgopolov  116       1.01        1.05  
Rosol       100       1.01        1.05  
Tsonga      188       1.01        1.04  
Federer     175       1.01        1.04  
Mahut       94        1.01        1.04  
Paire       139       1.00        1.04  
…                                            
Istomin     120       0.94        0.98  
Troicki     104       0.94        0.97  
Berdych     181       0.93        0.96  
Almagro     118       0.93        0.96  
Verdasco    156       0.93        0.96  
Haase       123       0.93        0.96  
Mannarino   101       0.91        0.95  
Vesely      105       0.90        0.93  
Harrison    100       0.89        0.92  
Cuevas      100       0.87        0.90

La maggior parte dei grandi nomi che non compaiono nell’elenco (Rafael NadalNovak Djokovic, Juan Martin Del Potro, Milos Raonic) sono leggermente meglio della media, con un Indice+ di circa 1.02. Non mi sorprende che Isner o Roger Federer siano tra i migliori, visto che tradizionalmente hanno vinto più tiebreak delle attese. Più inaspettato è il primo posto di Andy Murray, che a quanto sembra riesce ad alzare il livello del servizio nei tiebreak meglio di chiunque altro.

Avvertimento: risultati negativi in arrivo

Negli ultimi sette anni – l’intervallo temporale dei dati a disposizione – Murray, Isner, e Federer hanno servito nel tiebreak con un rendimento costantemente positivo. Ci sono state stagioni però in cui anche loro hanno a malapena superato la media del circuito. Murray ha fatto meglio dei colleghi del 9% nel 2013 e del 10% nel 2016, servendo meglio nei tiebreak che nei game di un margine rispettivamente del 5% e del 6%. Negli altri anni invece si è limitato alla media.

Isner, che ha fatto meglio del circuito di almeno il 10% in tutte le stagioni dal 2012 al 2015, ha servito leggermente peggio nei tiebreak dei game nel 2016 ed appena sopra la media nei primi 50 tiebreak del 2018.

Si tratta di differenze ridotte, e la maggior parte dei giocatori non mantiene tendenze positive o negative da una stagione all’altra. In un altro esempio, dal 2014 al 2017 Raonic ha ottenuto Indici+ di 1.11, 0.92, 1.00 e 0.98. Non suggerirei di scommettere sul resto della stagione 2018 di Raonic o, se è per questo, anche sul 2019.

Nonostante la suggestiva presenza di Isner, Federer e Murray tra i migliori e di alcuni giocatori considerati mentalmente meno solidi in fondo all’elenco, non c’è prova che siamo di fronte a un’abilità, cioè un talento la cui applicazione è prevedibile, rispetto alla mera fortuna. Come per un passato articolo sui match point, ho suddiviso casualmente i tiebreak di ciascun giocatore in due gruppi. Se dominare al servizio nel tiebreak fosse un’abilità, l’indice PVS di un giocatore in un gruppo creato in modo casuale dovrebbe essere ragionevolmente predittivo del suo equivalente numero nell’altro gruppo. Così non è: non importa quale sia il limite inferiore di tiebreak per essere inclusi nell’analisi, non esiste correlazione tra i due gruppi.

Conclusioni

Se avete avuto modo di leggere i miei articoli, queste considerazioni appariranno familiari. Gestire la pressione e servire bene sembrano essere due qualità che alcuni giocatori mostreranno durante il tiebreak, mentre per altri resteranno inavvicinabili. Non ho trovato prove sufficienti ad affermare che nessun giocatore è incline a un rendimento superiore o inferiore alle attese perché, semplicemente, un professionista non gioca tiebreak a sufficienza in carriera da averne assoluta certezza. Ma con la possibile eccezione di Isner, Murray, Federer e lo sfortunato Pablo Cuevas, i giocatori si posizionano intorno alla media del circuito, vale a dire che il loro gioco al servizio diventa un po’ meno efficace nei tiebreak.

Se s’incontra un valore dell’indice SPV decisamente alto, o uno particolarmente basso, è probabile che la fortuna abbia pesantemente influenzato i risultati di quel giocatore. Se decidete di basare le vostre scommesse su questi numeri, ricordate che quasi sicuramente la maggior parte dei giocatori regredirà verso la media.

The Victims of Tiebreak Pressure

Sotto pressione, Nick Kyrgios è davvero un giocatore diverso

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’8 marzo 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo, abbiamo analizzato la possibile insolita incostanza di Nick Kyrgios. In altre parole, è probabile che vinca contro giocatori di più alta classifica e perda contro quelli di classifica inferiore più di quanto facciano i suoi colleghi? I numeri dicono che questo non accade.

C’è dell’altro però quando si parla dell’inaffidabilità di Kyrgios. Spesso, durante la partita è protagonista di momenti a corrente molto alternata. A volte è visibilmente distratto o, come contro Radu Albot a Delray Beach, può anche arrivare a esclamare di voler abbandonare il campo. Ci sono poi servizi e colpi mozzafiato nelle situazioni di massima pressione. Sembra essere più motivato da stadi pieni e pressione di gioco, due elementi che, sfortunatamente, mancano in molte partite di tennis professionale.

La fortuna spinge nella stessa direzione

Abbiamo già qualche prova dell’ipotesi di miglior rendimento di Kyrgios quando è sotto pressione. Nelle cinque partite del torneo di Acapulco, ha vinto solo il 50.4% dei punti, una delle percentuali più basse di sempre per un vincitore. In tre di quelle partite, ha vinto punti alla risposta con una frequenza più bassa dell’avversario, generando un indice di dominio (Dominance Ratio o DR) inferiore a 1.0. Vincere con un DR minore di 1.0 (o con meno del 50% di punti totali vinti) non è impensabile, certamente però non il modo più efficiente per arrivare al vertice. Non a caso le chiamiamo “partite lotteria”, proprio perché coinvolgono una buona dose di fortuna per vincere con margini così sottili, e la fortuna tende a esaurirsi.

Eppure, con Kyrgios la “fortuna” continua a spingere nella stessa direzione. In carriera, ha giocato 15 partite in tornei del circuito maggiore in cui il DR è stato tra lo 0.9 e lo 0.99, cioè l’avversario lo ha superato, almeno relativamente ai punti totali. Con quelle statistiche, si vince di solito circa un terzo delle volte. Kyrgios ha vinto 11 delle 15 partite. La sorte gli è amica quando vince di misura: di 13 partite con un DR tra 1.0 e 1.1 ne ha perse solo due. C’è qualcosa di efficace nel suo gioco.

I punti importanti sono importanti

Probabilmente sapete già di cosa si parla, anche senza aver sentito telecronisti e opinionisti dibattere di Kyrgios. La chiave di vittorie così ravvicinate sta nella trasformazione dei punti importanti, palle break, parità, tiebreak, etc. Non cambia perdere un paio di punti al servizio sul 40-0, perché altre situazioni hanno una leva decisamente più alta. E sono quelle in cui Kyrgios mette in mostra il suo tennis migliore.

Ho raggruppato i punti alla risposta vinti da Kyrgios in carriera sulla base del punteggio in ciascuna partita (non possiedo la sequenza punto per punto di tutte le sue partite del circuito maggiore, ma la maggior parte è inclusa, a sufficienza da costituire un campione statistico affidabile). Queste sono le cinque situazioni di punteggio in cui vince il maggior numero di punti alla risposta, in ordine di efficacia:

  • 0-40
  • 40-AD
  • 15-30
  • 30-40
  • 40-40

E queste le cinque in ordine di inefficacia:

  • 30-0
  • 40-0
  • 40-15
  • 0-15
  • 0-0

Detto altrimenti, di fronte a un’opportunità di break Kyrgios gioca divinamente. Nel campione di partite a disposizione, ha vinto il 31.5% dei punti alla risposta. Quando l’avversario si trova a servire sullo 0-40, vince il 40.5% dei punti. Sul 40-AD, la percentuale è del 41.9%. Dietro 30-0 alla risposta, vince solamente il 27.3% dei punti.

Lo fanno tutti (almeno in parte)

I lettori più acuti si saranno accorti che non ho tenuto conto di un aspetto fondamentale. In insiemi di decine di partite, punteggi che favoriscono il giocatore alla risposta ricorreranno più frequentemente contro giocatori dal sevizio debole. In semifinale contro John Isner, a Kyrgios non è capitato spesso di essere 0.40 o anche 40-AD, ma può aspettarsene di più contro giocatori come Albot ad esempio. Nelle ultime 52 settimane, la media del circuito maschile è stata di 37.3% punti vinti alla risposta, ma di 40.1% palle break vinte.

Lo fanno tutti, Kyrgios lo fa di più. La tabella mostra il rapporto tra i punti vinti alla risposta e la media dei punti vinti alla risposta per ciascun punteggio possibile nel game. La colonna NK mostra l’indice di Kyrgios, la colonna ATP mostra la media del circuito nel 2018.

Punteggio     NK      ATP   
0-40 1.43 1.14
40-AD 1.33 1.09
15-30 1.27 1.05
30-40 1.26 1.06
40-40 1.16 1.02
15-40 1.13 1.06
15-15 1.11 0.99
15-0 1.11 0.98
30-15 1.09 1.00

Punteggio NK ATP
0-30 1.07 1.06
AD-40 1.06 1.02
40-30 1.05 1.00
30-30 1.03 1.01
0-0 1.02 0.99
0-15 1.01 1.05
40-15 0.95 0.92
40-0 0.91 0.87
30-0 0.87 0.91

La maggior parte dei giocatori si avvantaggia da situazioni di 0-40 e, in misura minore, sulle palle break, ma Kyrgios è di un altro pianeta. Il giocatore medio vince all’incirca il 10% in più di punti alla risposta quando ha una o più palle break, Kyrgios riesce a triplicare quel valore.

Leva

Ci siamo avvicinati parecchio alla spiegazione dei risultati anomali di Kyrgios e dell’incostanza durante la partita. Ma anche i vari punteggi nel game non forniscono un quadro completo. Di solito, il punto sulla parità quando si è 5-0 nei game è molto più importante di una palla break quando il giocatore alla risposta è già avanti di un set e di un break.

Per tenere conto di queste differenze, ci rivolgiamo alla statistica della leva (anche detta “volatilità” o “importanza”). L’idea sottostante: in funzione delle informazioni a disposizione dei due giocatori, possiamo calcolare la probabilità che uno vinca la partita sulla base della situazione del momento. Se vince il punto il giocatore al servizio, la probabilità si muove a suo favore, e viceversa nel caso vinca il giocatore alla risposta. La leva è la somma di quei due cambiamenti, cioè la quantità di probabilità di vittoria in palio associata qualsiasi punto.

Nell’analisi odierna, non ci sono numeri specifici, serve solo capire il concetto. Più alta la leva, maggiore l’importanza del punto. I giocatori potrebbero dissentire sui dettagli che un metodo puramente matematico restituisce, ma nella maggior parte dei casi i calcoli recepiscono l’intuizione su quali sono i punti che contano e sul loro valore assoluto.

Ho calcolato la leva per ogni punto della stagione ATP 2018 del circuito maggiore e raggruppato i punti in dieci categorie, dalla meno importante (1) alla più importante (10). L’immagine 1 mostra la media del circuito sui punti vinti alla risposta (PVR) per ciascuna categoria individuata.

IMMAGINE 1 – Leva media del circuito maggiore sui punti vinti alla risposta

Tendenze di fondo..

Se ignoriamo le categorie estreme, sembra esserci una tendenza di fondo. Dalla penultima categoria in termini d’importanza alla seconda, c’è un aumento dei punti alla risposta da circa il 36% al 37.5%. In parte se ne può ricercare il motivo in un fenomeno di cui ho già parlato: i giocatori alla risposta si trovano in circostanze cruciali (come ad esempio le palle break) più spesso contro giocatori dal servizio debole.

L’immagine 2 mostra lo stesso grafico con l’aggiunta di una seconda curva che rappresenta la PVR di Kyrgios nelle dieci categorie, dalla meno alla più importante. Per confronto, ho lasciato la linea che rappresenta la media del circuito maggiore.

IMMAGINE 2 – Leva di Kyrgios sui punti vinti alla risposta a confronto con la leva media del circuito maggiore

Ricordate l’aumento dal 36% al 37.5% di cui ho parlato un minuto fa? Per Kyrgios lo stesso cambiamento va dal 27% al 35.2%, cioè otto punti percentuali rispetto a 1.5%. Kyrgios dà l’impressione quindi di essere estremamente sensibile ai passaggi chiave e, quando la ricompensa è sufficientemente alta, si trasforma in un giocatore alla risposta credibile.

..ma effetto marginale

Alcuni di voi staranno probabilmente pensando: “ovvio, lo sapevo già”. Beh, in primo luogo non sopporto quando si dice così, perché quello che s’intende davvero è “sospettavo che fosse cosi” e in realtà non lo si sa per niente. Spesso altre cose della cui correttezza si ha ferma convinzione sono sbagliate.

In secondo luogo, voglio rimarcare quanto tutto questo sia inusuale. Sono anni che analizzo dati punti per punto, alla ricerca di dinamiche che si dispiegano all’interno della partita, relative a giocatori specifici o allo sport in generale. Sono tendenze esistenti: punti e game sono interamente indipendenti. Però, il loro effetto è solitamente marginale – un punto percentuale o due – e di difficile individuazione anche in due settimane cariche di tennis come negli Slam.

Kyrgios rompe gli schemi. Quando si tratta dell’incostanza dell’australiano, ipotesi adeguate a descrivere in lungo e in largo il tennis professionistico semplicemente falliscono (la sconfitta contro Philipp Kohlschreiber al secondo turno di Indian Wells per 6-4 6-4 ne è un ultimo esempio, n.d.t.).

Nick Kyrgios Really Is Different Under Pressure

Uno sguardo ravvicinato alle strategie nel tiebreak

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 17 gennaio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

In teoria, i tiebreak sono il proscenio per grandi doti al servizio, una circostanza del gioco in cui il talento limita le occasioni per un break e spinge il punteggio sul 6-6. Non importa come ci si arrivi, durante il tiebreak le cose non vanno sempre nella direzione del servizio.

Bastano due esempi dal secondo turno degli Australian Open 2019. La partita di Roger Federer contro Daniel Evans è iniziata con dodici servizi tenuti di fila, e la minaccia di una sola palla break. Poi però ne tiebreak, vinto da Federer 7-5, il giocatore alla risposta ha fatto 9 punti su 12.

In un campo defilato e di fronte a molti meno spettatori, Thomas Fabbiano e Reilly Opelka sono andati al super-tiebreak del quinto set. In 52 game e 319 punti, Opelka ha servito 67 ace. Gli scambi non sono andati oltre i 2.9 colpi di media. Nel tiebreak decisivo, Opelka non ha fatto ace, Fabbiano ha risposto a tutti i servizi tranne uno e la media è salita a 5.5 colpi.

Nelle mie analisi sul tiebreak di ormai diversi anni fa, ho trovato che il vantaggio posseduto sul servizio svanisce. I giocatori alla risposta vincono più punti nel tiebreak che in altri momenti del set. Non è un effetto marcato, quasi una diminuzione del 6% nella percentuale di punti vinti al servizio, probabilmente dovuto al fatto che viene dato sempre il massimo nel tiebreak, a differenza dei giocatori deboli alla risposta su un punteggio come 40-0 a metà del set.

Senza dubbio le due partite rappresentano degli estremi. L’eventuale sofferenza di un giocatore al servizio in un tiebreak tipico non sconvolge il tennis in quanto sport. L’effetto però merita analisi approfondita.

Isner non è l’unico conservatore

Iniziamo da qualche tendenza generale. Nelle partite maschili dal 2010 al 2019 del Match Charting Project, ho trovato 831 tiebreak con dati punto per punto. Per ogni set terminato al tiebreak, ho conteggiato diverse statistiche per i punti nel tiebreak e quelli nel resto de set. Per ogni statistica, ho calcolato l’indice nel singolo set, e poi ho aggregato gli 831 tiebreak per ottenere dei numeri a livello di circuito.

Ecco cosa accade per le statistiche nei tiebreak:

  • Punti vinti al servizio: -6.5%
  • Ace: -6.1%
  • Prime di servizio valide: +1.3%
  • Risposte in gioco: +8.5%
  • Lunghezza degli scambi: +18.9%

(Nota tecnica: nell’aggregazione degli indici, ho ponderato per il numero di punti in ciascun tiebreak, ma fino a un massimo di 11. Tiebreak più lunghi tendono a essere quelli in cui il giocatore al servizio è più forte, come quello maratona terminato 17-15 nel primo set tra Fabbiano e Opelka. Se fossero ponderati per l’effettiva durata, i risultati verrebbero distorti a favore delle prestazioni al servizio migliori.)

A giudicare dall’aumento delle prime di servizio in campo, sembra che i giocatori al servizio siano più conservativi nei tiebreak. La significativa diminuzione degli ace e l’ancora maggiore incremento delle risposte in gioco forniscono ulteriore prova.

Un’alta concentrazione alla risposta può evitare qualche ace, ma non molti, e non si riesce a trasformarne poi così tanti in risposte in gioco. Un aumento di quasi il 20% nella lunghezza degli scambi può essere spiegato in parte dalla diminuzione degli ace (gli scambi da un colpo vengono rimpiazzati da scambi a più colpi). Ma la grandezza dell’effetto suggerisce un atteggiamento più conservativo sia al servizio che alla risposta.

Qualche altra riflessione

Non tutti gestiscono il tiebreak allo stesso modo. Molti, tra cui Federer, servono con la stessa efficacia anche in quelle situazioni ad alta pressione. Altri, come Rafael Nadal, sembrano risultare più conservativi, ma compensano facendo incetta di servizi meno incisivi degli avversari. Un terzo gruppo, come Ivo Karlovic che non si può non citare quando si parla di tiebreak, ha un rendimento inferiore in entrambe le situazioni di gioco.

La tabella elenca i venti giocatori con il maggior numero di tiebreak nelle partite del Match Charting Project dal 2010. Per ciascuno di essi, è mostrato il confronto tra frequenza di punti vinti al servizio (PVS) e punti vinti alla risposta (PVR) nel tiebreak e negli altri game.

Ad esempio Jo Wilfried Tsonga vince il 5.4% di punti al servizio in più durante il tiebreak che nei game regolari, rispetto alla variazione media del 6.5% nella direzione opposta. Ma la sua frequenza di punti vinti alla risposta scende del 3.4%, mentre il giocatore tipico la aumenta del 6.5%.

Giocatore           PVS     PVR   
Tsonga 5.4% -3.4%
Federer 0.4% 3.2%
Wawrinka -0.1% 4.2%
Isner -0.6% 6.4%
Djokovic -0.8% 11.8%
Murray -2.2% 8.7%
A. Zverev -2.7% 18.7%
Del Potro -3.3% 5.3%
Kyrgios -4.1% 10.5%
Thiem -4.6% 12.1%
---MEDIA ATP--- -6.5% 6.5%
Anderson -7.1% 8.9%
Simon -8.0% 16.3%
Berdych -8.4% 6.8%
Raonic -9.2% 9.1%
Nadal -9.4% 13.6%
Cilic -10.2% 5.8%
Tomic -11.3% 4.5%
Karlovic -12.6% -0.9%
Dimitrov -13.8% 5.1%
Khachanov -25.1% -5.4%

Per la maggior parte dei giocatori, l’obiettivo sembra quello di vincere un numero sufficiente di punti aggiuntivi alla risposta in modo da controbilanciare la perdita di quelli al servizio. Nadal è l’esempio più estremo, vincendo quasi il 10% di punti al servizio in meno del solito, infliggendo però un danno superiore agli avversari.

Alexander Zverev è il più impressionante del gruppo. Il suo servizio scende di poco, ma si trasforma alla risposta in un giocatore tipo Nadal. Non è un caso quindi che il suo record nei tiebreak sia stellare, con una percentuale di vittorie molto superiore alle attese. È da vedere se riuscirà a mantenere numeri così sbalorditivi.

Una strategia vincente

Un articolo come questo terminerebbe idealmente con una raccomandazione da parte mia. Qualcosa come: “analizzando varie metodologie, sulla base di questi numeri, possiamo dire con sicurezza che i giocatori dovrebbero…”.

Non è così semplice. Già è difficile identificare i giocatori più virtuosi nel tiebreak, ancora più complicato capire le ragioni. Come ho già scritto molte volte in passato, i risultati nel tiebreak sono strettamente correlati alla bravura complessiva e non a prodezze al servizio o alla capacità di predominio nei momenti chiave.

In qualsiasi stagione, alcuni giocatori sono in grado di accumulare un record incredibile nei tiebreak, ma raramente al successo in un anno ne corrisponde uno nell’anno successivo. In più riprese in passato ho fatto vedere come Federer, Isner, Nadal e Andy Murray sono giocatori costantemente abili nel fare meglio delle previsioni e superare le aspettative nei tiebreak. Ma anche loro non sempre ci riescono. Isner ad esempio, l’uomo copertina dei trionfi al tiebreak, ne ha vinti pochi di più di quanto ci si attendesse sia nel 2016 che nel 2018.

Vediamo comunque i risultati di questi quattro giocatori in relazione ai dati punto per punto che ho condiviso in precedenza. Federer, Isner e Murray sono parte di quella minoranza che serve più ace nel tiebreak che negli altri game del set.

Non significa però che sono necessariamente più offensivi. Dei tre, solo Federer serve meno prime del solito. Isner riesce a ridurre il numero delle risposte in gioco del 10% rispetto a situazioni di non tiebreak, Federer e Murray non ci riescono. Nadal si comporta in modo completamente diverso, servendo il 6% di prime in più ma facendo a malapena la metà degli ace che nel resto dei game.

In altre parole, non esiste una sola combinazione per il successo. Federer e Isner mantengono il loro livello superlativo di servizio e si avvantaggiano della tensione degli avversari o di tattiche conservative (in precedenza ho suggerito che la differenza nella percentuale di punti vinti al servizio arriva da giocatori come Isner che sono in grado di alzare il rendimento alla risposta in momenti di maggiore pressione. Lui ci riesce, ma non più del giocatore medio). Nadal fa leva sul suo punto di forza, imponendo all’avversario più scambi al servizio e alla risposta.

Potrebbe esistere una qualità che accomuna questi quattro giocatori (come la concentrazione), ma qui non ne troveremo traccia.

A Closer Look at Tiebreak Tactics

Un rivisitazione della componente mentale nel tennis

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 13 dicembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Sembra esserci un consenso di fondo sulla rilevanza della componente mentale nel tennis. È meno chiaro però cosa significhi esattamente. Opinionisti e tifosi spesso si riferiscono a determinati giocatori come più forti o meno forti mentalmente, aspetto che aiuta a giustificare un eventuale divario tra talento e prestazioni.

Predominio, mano calda, continuità di risultato

Ci sono tre concetti a cui più si fa riferimento in una discussione sul “gioco mentale”: predominio nei momenti chiave, mano calda, continuità di risultato. Spesso ne ho criticato l’eccessivo utilizzo da parte dei commentatori televisivi. Ad esempio, servire un ace sulla palla break è considerato predominante, nel senso che quel giocatore ha imposto il suo gioco in un momento molto delicato.

Questo però non vuol dire che il giocatore possa essere descritto come predominante. Reagire bene alla pressione di specifiche situazioni non determina necessariamente che venga fatto più spesso della media.

Lo stesso vale per la “mano calda”: si tende a generalizzare in modo eccessivo da piccoli campioni di dati, quindi se un giocatore colpisce di fila tre rovesci lungolinea vincenti, si è portati a pensare che abbia la mano calda, anche se a volte può dipendere solo dalla fortuna.

È probabile che ci siano giocatori più predominanti, più con mano calda e più continui dei colleghi – o viceversa – anche oltre quanto è attribuibile al caso.

Contestualmente, nessun professionista è così tanto o poco predominante al punto che il suo gioco nelle fasi di maggiore importanza della partita spieghi in larga misura il suo successo o fallimento sul circuito.

Effetti ridotti

La maggior parte dei giocatori vince tanti tiebreak quanti ci si attende dal record di set che terminano con altro punteggio e trasforma palle break in numero pronosticatile dalle statistiche complessive alla risposta. Non accade nulla di magico nelle circostanze di maggiore pressione comunemente chiamate in causa, e non ci sono giocatori che diventano improvvisamente superman o materiale da discarica.

Se siete regolari fruitori del mio blog, è probabile che vi sia capitato di aver già letto sulla tematica, da me o da molti altri analisti di sport. Non voglio estremizzare dicendo che il predominio nei momenti chiave sia inesistente (o la mando calda o la continuità di risultato), mi preme evidenziare che questi effetti sono ridotti, così ridotti che difficilmente ce ne si accorge guardando le partite. E a volte così piccoli da mettere in difficoltà anche gli analisti nel distinguerli dalla casualità totale.

Eppure, rimaniamo con l’unanime, e invitante (!), convinzione che il tennis sia un gioco mentale. Nel tentativo di introdurre diversi tipi di modelli semplificati, scriverò sempre qualcosa del tipo: “sarebbe così se i giocatori fossero dei robot”. Per quanto alcuni di questi modelli siano decisamente precisi, credo che si sia tutti d’accordo sul fatto che i giocatori non sono dei robot, a eccezione forse di Milos Raonic.

Puramente mentale

C’è una versione estrema della convinzione che il tennis sia un gioco mentale che ho sentito attribuita a James Blake, quella per cui la differenza tra il numero 1 del mondo e il numero 100 è puramente mentale (immagino sia una eccessiva semplificazione del pensiero di Blake, ma sono opinioni diffuse a sufficienza da rendere l’idea di fondo degna di considerazione).

È un po’ dura da mandare giù. Chi infatti pensa che Radu Albot (l’attuale numero 99) abbia talento nella stessa misura di Rafael Nadal? Se ci allontaniamo un po’ dalle posizioni estreme, possiamo scorgerne l’attrazione.

Al momento, sia Bernard Tomic che Ernests Gulbis hanno una classifica tra il numero 80 e il 100. Si può affermare con sicurezza che entrambi non hanno talento quanto due tra i primi 10 come Kevin Anderson e Marin Cilic? Eppure spesso Tomic si mette in luce positiva in situazioni di pressione, mentre è Cilic quello a crollare.

Non è un problema di gestione della pressione

Il problema con Tomic, Gulbis e tanti degli innumerevoli giocatori che nella storia del tennis non hanno raggiunto grandi risultati non è la loro incapacità a gestire la pressione. Ricordiamo tutti partite, o set, o altre lunghe sequenze di gioco in cui un giocatore sembra disinteressato, poco motivato o senza energie per nessuna apparente ragione.

Anche tenendo conto dell’effetto o distorsione di selezione, penso che sia più probabile assistere a rendimenti inspiegabilmente mediocri da parte di giocatori che non hanno ottenuto risultati all’altezza delle aspettative (riuscite a immaginarvi Nadal non motivato? O Maria Sharapova?).

In senso molto ampio, li si può intendere come mano calda e continuità di risultato, ma non credo che siano gli esempi canonici a cui generalmente ci si riferisce. Operano invece su scala più larga, diciamo un intero set di mediocrità rispetto ad esempio a tre doppi falli in un solo game, e offrono una nuova modalità di pensiero sugli aspetti mentali del tennis.

Livello massimo sostenibile

Diamo a questa nuova variabile il nome di concentrazione. Ci sono innumerevoli potenziali distrazioni, interiori ed esterne a un giocatore, che ostacolano il raggiungimento della massima prestazione. Più un giocatore è in grado di ignorarle, metterle in un angolo o superarle, più è concentrato.

Ipotizziamo che ciascun giocatore abbia un personale livello massimo sostenibile di qualità di gioco e che, su una scala da 1 a 10, il massimo sia appunto 10 (sottolineo sostenibile per far capire che non si sta parlando delle volée smorzate dietro alla schiena da contorsionista di Agnieszka Radwanska, ma del miglior livello che un giocatore è effettivamente capace di mantenere. Il livello 10 di Nadal è diverso quindi dal 10 di Albot). Il valore di 1 alla base della scala si verifica raramente tra i professionisti, pensiamo a Guillermo Coria o Elena Dementieva che all’improvviso non riescono più a servire.

Maggiore la concentrazione, più spesso un giocatore si esprime al valore massimo di 10 e, per quanto non possa essere in grado di sostenerlo per tutta la partita, il giocatore più concentrato rimane più a lungo al livello 10.

Concentrazione, non continuità

Questa idea della concentrazione assomiglia molto alla vecchia definizione di continuità, e forse è quello che le persone hanno davvero in mente quando ne attribuiscono i meriti a un giocatore. Ma ci sono diverse ragioni per le quali credo sia necessario discostarsene.

La prima è pedanteria: continuità non è necessariamente un bene. Se si chiede a un giocatore di essere continuo e quel giocatore colpisce solo errori non forzati di dritto, ha seguito le istruzioni continuando a giocare male.

Più seriamente, la continuità è spesso associata al concetto di basso rischio, che però è una strategia, non un tratto positivo o negativo. Una giocatrice come Petra Kvitova non sarà mai continua perché il gioco aggressivo che la contraddistingue comporterà sempre molti errori, a volte decisamente negativi e occasionalmente in momenti sbagliati. Anche una strategia ottimale per una Kvitova al massimo della concentrazione sembrerà mancare di continuità.

Se non pensate altro che al tennis, la mia definizione di continuità vi apparirà molto limitata. Sono d’accordo, è un po’ provocatoria. Mi fosse possibile fare meglio di così nell’individuare in modo conciso di cosa parlano le persone in relazione alla continuità, lo farei.

Ripeto, parte del problema è l’eccessiva connotazione del termine. Anche se per continuità s’intende effettivamente concentrazione, ritengo sia importante trovare un’altra parola con meno peso.

Come negli scacchi

La concentrazione è davvero meglio delle altre caratteristiche di gioco mentale contro cui mi sono scagliato? Possiamo misurare in modo oggettivo il predominio nei momenti chiave, diventa molto più difficile analizzare i dati di una partita o di un’intera stagione e quantificare il livello di concentrazione raggiunto da un giocatore.

Tuttavia, ho il forte sospetto che tra i giocatori di vertice, la concentrazione vari di più, ad esempio, della mano calda in micro passaggi di gioco. Detta altrimenti: la differenza in concentrazione tra i migliori potrebbe essere la principale spiegazione di rendimenti differenti.

Ho incominciato a riflettere sull’importanza della concentrazione – ancora una volta, la capacità di sostenere il livello massimo di gioco o un livello appena inferiore per lunghi periodi – durante il Campionato del Mondo di Scacchi del mese scorso tra Magnus Carlsen e Fabiano Caruana (di cui ho scritto per l’Economist).

Appellativo di gioco mentale

Gli scacchi sono molto diversi dal tennis, è ovvio. Ma visto che non prevedono vigore, velocità o agilità di alcun tipo, hanno il diritto di arrogarsi l’appellativo di gioco mentale molto più di quanto spetti al tennis.

Pur dando spazio a momenti di splendore, le classiche partite di scacchi richiedono un livello di concentrazione così sostenuto che pochi riescono a comprendere. Basta un passaggio a vuoto contro un giocatore di élite che a quel punto è meglio abbandonare e riposarsi per la partita successiva.

Lo stereotipo più diffuso di grande maestro di scacchi è quello di una persona anziana che fa leva su esperienza e arguzia derivante da decenni di conoscenza per tenere a bada i giovani giocatori.

Eppure Carlsen e Caruana, i primi 2 del mondo, non hanno ancora compiuto trent’anni. Tra gli attuali primi 30, solo quattro giocatori sono nati prima del 1980, dodici negli anni ’90 e due dopo il 1998. La distribuzione dell’età dei più forti negli scacchi è incredibilmente simile a quella dei vertici del tennis.

Curve d’invecchiamento simili

La curva d’invecchiamento nel tennis si presta a una facile spiegazione. I giocatori possono iniziare a scalare la classifica al raggiungimento della maturità fisica verso la fine dell’adolescenza. Continuano a migliorare tra i venti e i trent’anni beneficiando di maggiore esperienza e di un fisico allenato per sopportare qualsiasi sollecitazione. Poi subentra il deterioramento fisico, i cui effetti iniziano a sentirsi verso i trent’anni, aumentando con il passare del tempo.

C’è naturalmente un fondo di verità in questo. Non importa quanto sia rilevante l’aspetto mentale, è difficile rimanere competitivi se si è perso in velocità o resistenza. E diventa ancora più dura con dolori cronici alla schiena o alle ginocchia.

Ma l’analogia con gli scacchi rimane valida: se il tennis fosse un gioco mentale, con la concentrazione a giustificare gran parte della variazione tra giocatori di vertice, la curva d’invecchiamento sarebbe quasi identica agli scacchi.

I miglioramenti introdotti dalla scienza moderna nelle tecniche di allenamento, di alimentazione e di recupero dagli infortuni hanno portato – grazie alla riduzione degli effetti di deterioramento fisico – a un appiattimento della curva d’invecchiamento del tennis verso la fine dei venti e l’inizio dei trent’anni.

In altre parole, la mitigazione della componente di rischio fisico determina una traiettoria della carriera dei giocatori d’élite nel tennis ancora più simile a quella degli scacchi.

Uno sguardo in avanti

Al momento, è solo un’ipotesi. Si può essere d’accordo che sia molto intrigante, ma resta non dimostrata, e probabilmente è estremamente complessa da dimostrare.

Se una concentrazione sostenuta è un fattore così rilevante nella prestazione dei vertici del tennis, come riusciamo anche solo a identificarla? Il metodo più diretto sarebbe quello di evitare del tutto il campo e studiare esperimenti di misurazione della concentrazione dei più forti. Dubito però si possa convincere i primi 100 della classifica a passare una divertente giornata di test in laboratorio.

C’è tuttavia del potenziale di lungo termine, perché è quello che le federazioni nazionali potrebbero fare con le loro giovani promesse. Anzi, potrebbe essere che alcune lo stiano già facendo. Ad esempio, alcune squadre professioniste americane di baseball e pallacanestro prevedono test cognitivi per valutare giocatori da mettere sotto contratto.

No cavie da laboratorio

Purtroppo, non possiamo fare dei migliori giocatori del mondo delle cavie. Se considerassimo invece i risultati delle partite, potremmo provare a calcolare la concentrazione con un approccio simile a quello che ho adottato prima in nome della quantificazione della continuità (oops!).

Il precedente algoritmo provava a misurare la prevedibilità dei risultati di un giocatore, vale a dire capire se l’undicesimo migliore del mondo perde dai primi 10 ma batte tutti gli altri o se il suo rendimento è meno pronosticabile. Non è quello a cui siamo interessati ora, perché per definizione la continuità non è necessariamente positiva.

Si può però seguire un percorso simile. Con in mano uno o più anni di risultati, si potrebbe stimare il livello massimo di un giocatore, magari con la media dei suoi cinque migliori risultati (il miglior risultato in assoluto potrebbe dipendere da un infortunio dell’avversario, una sospensione per pioggia nel momento sbagliato o un altro episodio inusuale). Avremmo così definito il livello 10 nella scala da 1 a 10 di quel giocatore.

A questo punto, confrontiamo gli altri risultati con il suo massimo. Se la maggior parte è vicina a quel livello – cioè il giocatore con continuità di gioco che perde dai primi 10 ma batte tutti gli altri – sembra allora essere concentrato, almeno da una partita all’altra. Se invece accumula molte sconfitte nette, non riesce a sostenere il livello di cui lo sappiamo capace.

Conclusioni

Non è un metodo totalmente soddisfacente, come spesso accade quando si opera con statistiche riguardanti un’intera partita. Forse, si potrebbe fare ancora meglio con dati specifici sui colpi o generati da sistemi come Hawk-Eye. Con un approccio come quello descritto – stabilire un massimo come termine di paragone – si potrebbero analizzare la velocità o l’efficacia al servizio, la frequenza delle risposte in gioco, la conversione delle opportunità a rete, e così via.

Sarebbe complicato, in parte perché la bravura dell’avversario e la velocità della superficie hanno sempre la possibilità di incidere su quei numeri, ma credo valga la pena approfondire. Se ho ragione, se cioè il tennis non è solo un gioco mentale, ma è profondamente influenzato da una concentrazione sostenuta, l’impatto di lungo termine è sullo sviluppo dei giocatori. Scuole e allenatori dedicano già molto tempo alle strategie, usando anche idee derivate dalla psicologia. Sarebbe un passo ulteriore in quella direzione.

La componente mentale nel tennis, e nello sport in generale, resta un caotico groviglio di aspetti sconosciuti. E, visto che la nuova generazione di giocatori d’élite è alla ricerca di piccoli miglioramenti tecnico-tattici da cui ricavare un vantaggio, forse la componente mentale è davvero la prossima frontiera, quella che permetterà alle nuove leve di ribaltare l’ordine precostituito.

Rethinking the Mental Game

I match point di Simona Halep

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 21 agosto 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nel tiebreak del secondo set della finale del torneo di Cincinnati 2018, Simona Halep ha avuto un match point contro Kiki Bertens. Non è riuscita a vincere il punto, poi Bertens ha fatto suo il tiebreak, aggiudicandosi anche il terzo set e il titolo.

Si è trattato di un déjà vu un po’ doloroso per i tifosi di Halep, memori della sconfitta al terzo turno di Wimbledon contro Su Wei Hsieh, a seguito di un match point sprecato.

Halep non gode di una reputazione favorevole nel chiudere le partite, non solo nei match point ma anche nei set point e, più in generale, nei game al servizio quando si decide il set o la partita. Valutare complessivamente la sua abilità nel vincere le partite va oltre le ambizioni di un solo articolo, ma possiamo iniziare ad analizzare il rendimento in un contesto più ridotto – nello specifico i match point – e confrontarlo con quello del resto del circuito maggiore.

Match point e nuove occasioni di chiusura

Partiamo dalle basi. Per qualsiasi giocatrice, raggiungere il match point è (ovviamente!) un ottimo segno del fatto che vincerà la partita. Su circa 16.000 partite femminili dal 2011 per le quali possiedo dati in sequenza punto per punto, le giocatrici che hanno avuto un match point hanno poi vinto la partita in poco più del 97% dei casi.

Non significa necessariamente che hanno chiuso al primo tentativo, o anche nel game o set della prima opportunità, ma pure in presenza di difficoltà di trasformazione del match point sono riuscite a generare nuove occasioni per terminare la partita.

Se vogliamo trovare le prove della debolezza di Halep in questo ambito di gioco, dobbiamo guardare altrove. Tra la fine del 2011 e la Rogers Cup a Montreal in agosto, Halep ha vinto 250 delle 251 partite in cui ha avuto un match point tra quelle di cui possiedo dati in sequenza punto per punto (ne ho per la maggior parte delle partite di Halep, e me ne mancano in modo casuale. Lo stesso vale praticamente per tutte le altre giocatrici. Alcuni dati sono disponibili qui, spero di aggiornali presto con il 2017 e 2018). Vale ha dire che, con l’eccezione di Wimbledon contro Hsieh, non ha mai perso una partita in cui ha avuto almeno un match point.

Non è un risultato che si distingue se lo si confronta con quello delle giocatrici più forti. Tra le cinquanta donne con almeno cento partite con un match point a favore, cinque – Serena WilliamsVictoria AzarenkaAndrea PetkovicEkaterina Makarova e  Elena Vesnina – hanno sempre trasformato un match point, se non proprio al primo tentativo (anche qui mancano alcune partite, ciò non toglie che in un campione casuale di 259 partite, Williams non ha mai perso).

Prima della finale di Cincinnati, Halep era in compagnia di otto giocatrici – tra le altre Petra KvitovaMaria SharapovaAna Ivanovic – ad aver perso una sola partita dopo un match point a favore.

Rendimenti in situazioni di gioco

Non è un caso vedere i nomi più dominanti del tennis femminile nelle zone alte della lista. È vero, le migliori sono quelle che più probabilmente convertiranno il match point ma, altrettanto importante, sono anche quelle con più probabilità di ottenere diverse occasioni per chiudere la partita.

A tiebreak avanzato un errore può rappresentare la sentenza definitiva, ma la maggior parte delle volte in cui Halep, Williams o giocatrici di quel livello mancano di cogliere un’opportunità, sono avanti nel punteggio magari di un set e un break, e quindi in posizione ideale per generarne di successive.

Questo porta a un’altra domanda: che rendimento hanno sul match point le giocatrici? La pressione del momento determina meno punti vinti rispetto a quelli al servizio o alla risposta in cui non si è sul match point? O fattori di natura diversa, come il vantaggio psicologico o il tifo del pubblico, spingono le giocatrici a fare ancora meglio?

A quanto pare non esiste una sola spiegazione; i risultati divergono, seppur di poco, a seconda che il match point a favore sia al servizio o alla risposta. È leggermente meno probabile per una giocatrice vincere il punto quando è al servizio per chiudere la partita, rispetto al suo rendimento al servizio fino a quel punto.

Non è una differenza sostanziale – quasi un 3% in meno nella frequenza di punti vinti al servizio – ma si mantiene costante in molti anni di risultati del circuito femminile. A un punto dalla partita ma sul game alla risposta, l’effetto match point non si verifica. La frequenza dei punti vinti alla risposta rimane invariata a prescindere da una possibile imminente stretta di mano.

Quasi tutte le giocatrici sono vicine alla neutralità

I match point sono quasi parimenti distribuiti tra servizio e risposta: sul circuito femminile circa il 55% arrivano al servizio, con il rimanente 45% alla risposta. Considerando quindi una diminuzione del 3% nel rendimento al servizio ma una situazione immutata alla risposta, le giocatrici vincono all’incirca l’1.5% di punti in meno sul match point che in altri momenti della partita.

Una giocatrice che replica quasi alla perfezione questa tendenza è Caroline Wozniacki, che in 271 partite con almeno un match point e 474 match point effettivi, ha vinto quei match point con una frequenza inferiore dell’1.7% rispetto agli altri punti.

Se analizziamo punti singoli, alcune delle giocatrici che quasi sempre vincono partite con match point a favore non fanno molto meglio della media. Ad esempio, Sharapova vince match point con una frequenza inferiore dell’1.2% rispetto agli altri punti, mentre per Azarenka scende all’1.4%. Dominika Cibulkova ha vinto 198 delle 201 partite con match point nel mio campione di dati, nonostante la frequenza di conversione sia scesa di un incredibile 7%.

Halep però non rientra nella categoria. Nelle 251 partite con match point a favore ha avuto 420 match point singoli, che ha vinto con una frequenza del 4.4% più alta degli altri punti nello stesso insieme di partite.

In poche riescono meglio, anche se alcune con ampio margine, come Kvitova con il +9.0% e Vesnina con il +13.9%. La grande maggioranza delle giocatrici è a qualche punto percentuale dalla neutralità, vincendo cioè match point – al servizio o alla risposta – circa nella stessa misura degli altri punti.

Risultati casuali

Questi numeri comunicano solo una cosa, e cioè quello che è successo in passato. Si è tentati di usarli per fare previsioni, o magari scommettere cifre importanti la prossima volta che a Vesnina manca un punto per la vittoria. Ma quando la maggior parte delle giocatrici è così vicina alla neutralità, serve tenere in mente che molte delle risultanze potrebbero essere del tutto casuali.

Se esistono dinamiche ricorrenti in situazioni di match point, dovremmo essere in grado di identificarle dai dati a disposizione. Ad esempio, potremmo accorgerci che Kvitova trasforma match point con una frequenza alta in ogni singola stagione.

Per ovviare al problema generato dai totali della singola stagione che a volte costituiscono un campione eccessivamente ridotto, ho adottato un metodo differente.

Ho suddiviso in modo casuale in due gruppi distinti le partite di quelle giocatrici che hanno avuto almeno 60 partite con match point, e confrontato il rendimento sui match point con la frequenza di successo negli altri punti.

Se si trattasse di un effettivo talento, ci dovremmo attendere una distribuzione quasi identica in ciascuno dei due gruppi casuali, vale dire meglio o peggio della media nei match point in entrambi i gruppi.

Purtroppo, per questa popolazione di 80 giocatrici con abbastanza match point, non c’è alcun tipo di correlazione. Se le giocatrici manifestano tendenze durevoli e prevedibili di prestazioni superiori o inferiori nelle opportunità di chiusura della partita, o si tratta di variazioni impercettibili o non reggono il passare del tempo.

Previsioni intelligenti

È il classico riscontro associato a specifiche situazioni nel tennis. Il nostro iperattivo cervello in cerca di modelli interpretativi trova più semplice identificare percorsi validi solo all’apparenza. In generale però, le giocatrici vincono punti con la stessa frequenza a prescindere dal contesto.

Nel medio periodo, come i cinque anni rappresentati dai dati punto per punto del mio campione, emergono alcune giocatrici, come Kvitova, Vesnina e, in misura minore, Halep. Ma i risultati passati difficilmente sono garanzia di un determinato comportamento di fronte a match point di partite future.

La previsione più intelligente dell’esito di futuri match point per qualsiasi giocatrice è che si comporterà esattamente allo stesso modo che sugli altri punti. È una conclusione decisamente noiosa. Per fortuna, le circostanze in cui viene giocato un match point sono di solito già per loro natura sufficientemente eccitanti.

Simona Halep’s Match Points

Dominic Thiem nei game al servizio sotto pressione

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 5 settembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il quarto di finale tra Rafael Nadal e Dominic Thiem è stata per il momento la partita più scintillante degli US Open 2018. Dopo quasi cinque ore, i due giocatori erano ancora 5-5 nel tiebreak del set decisivo. Alla fine Nadal si è portato avanti con il più ridotto dei margini, vincendo con l’improbabile punteggio di 0-6 6-4 7-5 6-7(4) 7-6(5).

Entrambi hanno avuto molte occasioni per chiudere la partita ma, mentre Nadal si prepara alla semifinale contro Juan Martin Del Potro, Thiem avrà tutto il tempo di rimuginare sulle opportunità mancate. Nel secondo set, non è riuscito a tenere il servizio negli ultimi due game, tra cui il game conclusivo sul 4-5.

Nel terzo set, è andato avanti strappando il servizio a Nadal nel settimo game, ma non ha poi consolidato il vantaggio subendo il break sul 5-4 al momento di servire per il set. Due game dopo, non è riuscito a tenere il servizio per rimanere nel set sul 5-6, pur portando Nadal a quattro parità prima di cedere.

Naturalmente, tre opportunità mancate non fanno una partita, ma rimangono ben impresse. Complessivamente, Thiem ha servito molto bene, concedendo a Nadal solo un break per set. Sono cioè 21 servizi tenuti su 26, o l’81%, un risultato notevole rispetto alla media del 66% ottenuto dagli avversari di Nadal sul cemento nel 2018, o il ridicolo 52% che Nadal ha concesso in totale.

Thiem non ha servito male, anzi, ma è venuto meno nei momenti sbagliati. Thiem ha strappato il servizio a Nadal più spesso del contrario – 6 volte contro 5 – ma con tre dei break di Thiem concentrati nel primo set per il 6-0 finale (nota personale: !??!?!?!?), i sei break subiti da Nadal hanno avuto conseguenze meno pesanti dei cinque di Thiem.

Giornata no o è proprio lui?

Questo succede regolarmente a Thiem, o è qualcosa che è stato portato a fare, forse spinto al limite da uno dei più grandi giocatori alla risposta di sempre? Troppo frequentemente gli spettatori – insieme a molti di coloro che sono pagati per parlare o scrivere di tennis – rimangono colpiti da quest’ultimo aspetto ma si convincono che sia una mancanza di Thiem. È così effettivamente? Thiem ha l’abitudine di servire con solidità nei game di minore importanza per poi cedere quando sale la pressione del punteggio?

Fosse in questo modo, rappresenterebbe un’eccezione. Qualche anno fa ho analizzato le opportunità di “servire per il set”, trovando che sul circuito maggiore i giocatori servono quasi esattamente con la stessa efficacia di fronte alla possibilità di vincere il set che negli altri game. La differenza è di un semplice 0.7%, cioè la “difficoltà” di servire per chiudere il set si traduce in un break aggiuntivo ogni 143 occorrenze. E l’effetto è rimasto invariato restringendo il dettaglio alle circostanze in cui un giocatore è avanti di un solo break, come quando Thiem ha perso il servizio sul 5-4 nel terzo set.

Proviamo a rifare l’analisi prestando specifica attenzione a Thiem. Il mio database punto per punto relativo alla maggior parte delle partite ATP tra la fine del 2011 e qualche settimana fa contiene ora 400.000 game di servizio, tra cui 30.000 game di servizio per il set e con due terzi di questi in situazione di punteggio avanti di un break. In più dell’1% di questi Thiem era al servizio, quindi almeno il campione di dati, a differenza del rendimento in campo, usufruisce del suo fitto calendario. In altre parole, con l’abbondanza di dati a disposizione, se esistesse un effetto dovremmo essere in grado di trovarlo.

Servire per rimanere nel set

Oltre al servire per il set, tra le opportunità mancate da Thiem c’è anche il rimanere nel set, quindi ho allargato il perimetro a diverse situazioni di pressione. Per ciascuna, ho calcolato la frequenza con cui un giocatore tiene il servizio rispetto alla frequenza con cui ha tenuto il servizio in quelle partite (un giocatore con molte opportunità di servire per rimanere nella partita probabilmente finisce per perdere la partita, con una percentuale di servizi tenuti più bassa della media. Questo metodo dovrebbe ovviare alla problematica).

Il valore di 1.0 dell’indice significa che la frequenza di servizi tenuti sotto pressione è più alta del solito, mentre un valore inferiore a 1.0 rispecchia una frequenza più bassa, la diminuzione che in molti si aspettano di vedere all’aumentare dell’importanza del punteggio.

La tabella elenca gli indici in diverse circostanze, tra cui servire per il set (con aggiunta di una sottocategoria con un solo break di vantaggio), servire per rimanere nel set (anche in questo caso con aggiunta di una sottocategoria con un solo break di svantaggio), punteggio in pari verso la fine del set come sul 4-4 o 5-5 e, in tema di confronti, situazioni di pressione ridotta – definite con “Tutte le Altre” – in cui si trova tutto ciò che non ricade nelle precedenti categorie (e si, comprende anche il famoso settimo game, che ho già detto in passato non essere così rilevante, non importa cosa ne abbia pensato Bill Tilden al riguardo).

Situazioni             Esempi      % Srv tenuti / Media  
Per il set             5-4; 5-2    0.994  
- Per il set 1 brk     5-3; 6-5    0.989    
Per rimanere           4-5; 1-5    0.999  
- Per rimanere 1 brk   5-6; 3-5    0.969    
Pari fine set          4-4; 5-5    0.953  
Tutte le altre         2-3; etc    1.003

L’effetto di “servire per il set” è praticamente identico a quanto trovato tre anni fa, vale a dire un calo di poco superiore allo 0.5%. L’anno scorso, l’impatto di servire per il set avanti di un solo break era leggermente più grande, ma comunque relativo. I giocatori fanno più fatica nel momento in cui sono al servizio per rimanere nel set e indietro di un solo break – perdono il servizio il 3.1% più spesso del solito – e quando servono sul 4-4 o 5-5, perdendo il servizio il 5% più frequentemente di quanto ci si attenda.

Sono questi gli effetti più marcati che ho riscontrato, ma non perdiamo di vista l’ordine di grandezza: anche una differenza del 5% significa una variazione nell’esito di un game di servizio ogni venti. Pur avendo la sua importanza, è comunque estremamente complicato da osservare a occhio nudo.

L’un percento

Come si comporta Thiem? La tabella riporta i suoi valori per lo stesso gruppo di indici, con colonne relative ai numeri in carriera (anche se vincolati all’estensione del mio database, in cui ci sono poche partite prima del 2012) e alle statistiche delle singole stagioni 2016, 2017, e 2018.

Situazioni            Carriera  2016   2017   2018  
Per il set            0.996     1.049  1.011  0.966  
- Per il set 1 brk    0.984     1.078  1.008  0.887  
Per rimanere          1.030     1.160  1.027  0.940  
- Per rimanere 1 brk  0.984     1.148  0.957  0.964  
Pari fine set         0.984     0.976  0.991  0.889  
Tutte le altre        1.004     0.994  1.009  1.030

I numeri in carriera di Thiem non rivelano molto, solo di un giocatore che è un po’ meno efficace nelle situazioni ad alta leva, ma su cui forse la pressione incide in misura leggermente inferiore rispetto ai suoi colleghi. La preoccupazione è nei numeri della stagione 2018, che sono in deciso calo in tutte le categorie. Ognuna di esse rappresenta un campione relativamente ristretto – ad esempio, ci sono solo 42 game in cui Thiem serve per il set avanti di un break – ma, complessivamente, l’insieme dei valori al di sotto di 1.0 non indica una direzione incoraggiante.

Non avremmo mai potuto prevedere che, nel quarto di finale contro Nadal, Thiem avrebbe servito così bene durante la partita tranne che nei momenti di maggiore importanza, ma c’erano sicuramente segnali, seppur nascosti, nel rendimento del 2018.

Un rompicapo

Voglio ora mostrarvi lo stesso insieme di dati, ma per un altro giocatore. Per certi versi, è un caso opposto a quello di Thiem: molti più break in situazioni di pressione durante la carriera del giocatore, ma una tendenza contraria negli ultimi anni, verso più servizi tenuti.

Situazioni            Carriera  2016   2017   2018  
Per il set            0.929     0.931  1.200  1.077  
- Per il set 1 brk    0.910     0.895  1.333  1.000  
Per rimanere          1.026     1.077  1.083  1.061  
- Per rimanere 1 brk  0.929     1.100  1.167  1.044  
Pari fine set         0.905     1.050  1.000  1.048  
Tutte le altre        1.011     1.013  1.024  1.013

Qualche idea su chi possa essere? È una domanda un po’ a trabocchetto, perché sono i dati al servizio di tutti gli avversari di Nadal sul circuito maggiore. Dal 2012 al 2015, Nadal ha assolutamente annientato gli avversari al servizio da circa il punteggio di 4-4 (almeno rispetto alla sua media, non era così efficace sul proprio servizio nelle fasi finali dei set).

Pochissimi giocatori o stagioni generano un effetto maggiore del 5% in una o nell’altra direzione, ma gli avversari di Nadal hanno visto la loro percentuale di servizi tenuti diminuire in alcune stagioni più del doppio di quel valore. Nell’ultimo anno o due è stato il rendimento di Nadal a calare nei game in cui era alla risposta nelle fasi conclusive del set.

Conclusioni

Vale la pena ripeterlo, non si dovrebbe interpretare un singolo anno di questi dati con zelo eccessivo: la dimensione del campione è limitata, specialmente per i game alla risposta di un giocatore di vertice, perché non sono in molti a trovarsi a servire per il set contro di lui. Ma se avessimo guardato al record di Nadal alla risposta in situazioni di pressione insieme alle recenti prestazioni di Thiem al servizio, ci saremmo trovati di fronte a uno scenario più complesso, con il quale sarebbe stato meno probabile prevedere alcuni dei momenti cruciali della maratona tra i due giocatori.

In una partita qualsiasi, non ci sono semplicemente abbastanza game chiave per consentirci di pronosticarne l’esito anche con il minimo successo, soprattutto quando un nastro, una distrazione inopportuna o una chiamata sbagliata potrebbero far girare il risultato. Ciò non vuol dire che non dovremmo provare a capire quello che accade. Sfortunato, impreciso nei momenti chiave o qualsiasi altra cosa, Thiem avrebbe potuto ribaltare la partita tenendo uno di quei tre game al servizio. Difficilmente la posta in palio sarebbe potuta essere più grande.

Dominic Thiem In Pressure Service Games

Predominio nei momenti chiave a Indian Wells e Miami 2018

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 7 aprile 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Con l’arrivo della stagione sulla terra, quali sono i giocatori e le giocatrici da elogiare per la solidità mentale mostrata nei tornei di Indian Wells e Miami da poco terminati?

La solidità mentale è uno di quei concetti a cui spesso si fa ricorso ma che sono difficili da identificare. Pur in assenza di una definizione condivisa, è ragionevole attribuire caratteristiche di resistenza mentale a quei giocatori o giocatrici in grado di dominare nei momenti chiave di una partita.

Le statistiche di predominio sono uno dei modi con cui il Game Insight Group cerca di analizzare il rendimento sotto pressione. Da un lato, con la percentuale di predominio ogni punto vinto è ponderato per la sua importanza durante la partita rispetto all’importanza totale.

Dall’altro, il margine di predominio è una statistica collegata alla precedente che osserva la differenza tra la percentuale di predominio e la percentuale totale. È proprio il margine a cogliere la capacità di predominio perché evidenzia i giocatori con una prestazione migliore sotto pressione.

Se si sommano tutte le statistiche di predominio dalle partite di Indian Wells e Miami 2018, quali sono i giocatori che si distinguono per predominio nei momenti chiave?

Statistiche di predominio al servizio per gli uomini

Una solida percentuale di predominio al servizio nei due tornei è stata del 69%. Undici giocatori sono riusciti a mantenere questa media, con Nick Kyrgios che ha ottenuto la percentuale più alta al 79% e il vincitore di Miami, John Isner, al secondo posto con il 75% (nella versione originale è possibile visualizzare i singoli valori puntando il mouse sul grafico, n.d.t.).

IMMAGINE 1 – Predominio al servizio a Indian Wells e Miami per ATP

Solo Kyrgios e Roger Federer, tra questi undici giocatori, hanno vinto meno punti di predominio al servizio che punti totali al servizio (cioè un margine di predominio negativo).

I giocatori hanno subito la pressione più spesso di quanto non siano riusciti ad alzare il proprio livello al servizio. Solo cinque giocatori hanno avuto un margine di predomino medio di 3 punti percentuali, mentre in dodici hanno avuto un margine minore di -3.

Francis Tiafoe è stato uno di quelli che ha faticato sui punti importanti al servizio (con un margine di -6%), a indicazione del fatto che, dovesse trovare il modo per colmare quel divario, potrebbe diventare contendente ancora più pericoloso per il titolo.

Statistiche di predominio alla risposta per gli uomini

Con almeno il 45% di predominio alla risposta, si sono viste le più alte percentuali degli ultimi tempi. Dieci giocatori hanno avuto una percentuale di predominio alla risposta in questo intervallo.

Anche se per la maggior parte dei giocatori la percentuale totale alla risposta è stata di molto inferiore di quella al servizio, si sono osservati margini di predominio più estremi alla risposta rispetto al servizio.

IMMAGINE 2 – Predominio alla risposta a Indian Wells e Miami per ATP

Solo tre giocatori sono stati tra i migliori in termini di predominio al servizio e alla risposta: Hyeon Chung, Filip Krajinovic e Kyrgios.

Statistiche di predominio al servizio per le donne

Sul fronte femminile, solide percentuali di predominio al servizio si sono attestate intorno al 62%, con punte più alte. Tra questo gruppo troviamo la vincitrice a Indian Wells Naomi Osaka e la semifinalista a sorpresa di Miami, Danielle Rose Collins.

IMMAGINE 3 – Predominio al servizio a Indian Wells e Miami per WTA

Rispetto agli uomini, le giocatrici si raggruppano in modo più ravvicinato sulla percentuale di margine di predominio al servizio. Ci sono state solo cinque giocatrici con un differenziale in valore assoluto superiore ai 3 punti percentuali, tre con segno negativo e due con segno positivo.

Statistiche di predominio alla risposta per le donne

Si sono osservate prestazioni di predominio alla risposta più solide tra le donne che tra gli uomini, con sette giocatrici che hanno mantenuto una mediana di predominio di almeno il 51%. E tutte hanno avuto anche un margine di predominio positivo.

IMMAGINE 4 – Predominio alla risposta a Indian Wells e Miami per WTA

Con il 51%, Osaka è tra le migliori anche per predominio alla risposta, insieme alla finalista a Miami Jelena Ostapenko (51%) e alla vincitrice di Miami Sloane Stephens (55%). La presenza di queste giocatrici indica che il predominio alla risposta è stato un indicatore particolarmente forte di rendimenti superiori nei due Premier Mandatory di Indian Wells e Miami.

Clutch Stats from the Sunshine Masters

Il predominio in situazione di partita dei componenti della Next Gen

di Stephanie Kovalchik // OnTheT

Pubblicato il 19 agosto 2017 – Traduzione di Edoardo Salvati

La stagione sul cemento americano ha messo in mostra le potenzialità dei giocatori che l’ATP ha definito Next Gen, vale a dire quelli con età non superiore a 21 anni e, attualmente, tra i primi 200 della classifica mondiale. In questo articolo, analizziamo quali tra loro sono stati più dominanti.

Nel torneo di Atlanta, il ventenne americano Tommy Paul ha raggiunto i quarti di finale, perdendo da Gilles Muller. La settimana successiva, Paul è arrivato di nuovo ai quarti di finale, questa volta del Citi Open di Washington, e con lui il ventunenne Daniil Medvedev. Il torneo è stato poi vinto da un altro fenomeno della Next Gen, il ventenne Alexander Zverev.

Zverev ha i risultati più eclatanti

Zverev è il giocatore della Next Gen con i risultati più eclatanti nel 2017. Ha vinto cinque tornei, portando il suo totale in carriera a sei. Due vittorie sono arrivate durante la sequenza di tornei estivi sul cemento, il già citato Citi Open a cui è seguito il Canada Masters, dove ha battuto in due set Roger Federer.

Al momento, Zverev ha 4165 punti della classifica Next Gen per le Finali di Milano, quasi 5 volte i punti del giocatore al secondo posto, il ventunenne Karen Khachanov. Zverev è anche al terzo posto della classifica per le Finali di stagione dell’ATP, dietro solo all’illustre coppia Rafael Nadal e Federer.

Anche se Zverev ha rubato la scena, ci sono stati altri della Next Gen che hanno mostrato di possedere il talento per un futuro brillante. Denis Shapovalov ad esempio, il diciottenne prodigio canadese, ha messo a segno una delle strisce vincenti più incredibili della stagione, raggiungendo la semifinale con vittorie su Nadal e Juan Martin Del Potro. La semifinale contro Zverev ha dato un assaggio di quella che potrebbe essere una rivalità molto intensa.

Si è assistito a un’altra rivalità nascente al Cincinnati Masters, con la vittoria al secondo turno del diciannovenne Frances Tiafoe su Zverev. I Next Gen non si sono fermati qui però: Tiafoe e Khachanov hanno raggiunto gli ottavi di finale, il ventenne americano Jared Donaldson è arrivato invece fino ai quarti. Sono tutti esempi di che alimentano la speranza di un futuro promettente di nuovi campioni.

Le prestazioni sul campo in dettaglio

Voglio ora affrontare nel dettaglio le prestazioni sul campo dei primi 20 giocatori della classifica Next Gen per le Finali di Milano. In un precedente articolo, ho introdotto l’indice Palle Break Plus o BP+ come misura del predominio in situazione di partita attraverso le palle break convertite e il totale ponderato dei mini-break vinti al tiebreak, così da rappresentare il valore complessivo delle vittorie di un giocatore.

L’immagine 1 mostra la media BP+ dei primi 20 giocatori rispetto agli avversari (con almeno 250 partite in carriera e non meno di 3 partite giocate). Sei giocatori hanno mantenuto una media BP+ positiva: Zverev, Hyeon Chung, Medvedev, Paul, Khachanov e Sebastian Ofner. Solo Zverev ha vinto in media più di una palla break plus rispetto agli avversari.

IMMAGINE 1 – Media BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

Un giocatore può guadagnare palle break plus procurandosi e trasformando opportunità per il break. L’immagine 2 è specifica della capacità dei primi 20 di procurarsi quel tipo di opportunità. Si nota come più giocatori ottengano medie positive rispetto ai loro avversari. Ce ne sono nove con una media positiva: Chung, il ventunenne sudcoreano, ha il differenziale opportunità più alto, mentre Zverev è al terzo posto. Entrambi mantengono una media di più di due opportunità palle break plus rispetto ai loro avversari.

IMMAGINE 2 – Opportunità BP+ dei primi 20 giocatori Next Gen

L’indice BP+ come misura del predominio in situazioni di partita evidenzia quanto si possa rimanere impressionati tra il livello di gioco dei più giovani nel circuito. Fa anche emergere il motivo che ha reso Zverev una star tra i Next Gen, avendo infatti una delle statistiche più alte nella creazione di opportunità di palle break plus e il differenziale sulla singola palla break plus in assoluto più alto. Questo è dovuto alla sua continuità nel creare momenti chiave durante la partita e convertirli a proprio vantaggio.

Il codice e i dati dell’analisi sono disponibili qui.

Match Dominance Among Next Gen