Quali giocatori potrebbero essere più efficienti con il challenge?

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 9 agosto 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Durante Wimbledon, ho ricevuto una tabella relativa al successo dei giocatori con il challenge nel corso del torneo. La frequenza di Rafael Nadal era molto alta, e una delle persone in copia nella mail ha suggerito che Nadal dovrebbe ricorrere più spesso alla moviola istantanea.

Dall’inizio della stagione, ho segnato le chiamate challenge negli eventi del circuito maggiore dove il sistema è disponibile. Normalmente si tratta dei tornei sul cemento e sull’erba, anche se non tutti lo hanno e in alcuni è solo sui campi principali. Un esempio sorprendente è quello del Miami Masters, in cui le telecamere sono installate in pochi dei campi che ospitano il torneo. Di conseguenza, ci sono molti più dati per quei giocatori il cui calendario prevede poche apparizioni sulla terra battuta. Significa anche che abbiamo più dati per i giocatori di classifica più alta, in virtù del fatto che le loro partite sono più spesso programmate sui campi principali, in cui appunto si trovano le telecamere.

Per questo articolo, ho esaminato i primi 100 della classifica ufficiale. Onde evitare problemi di campionamento, ho eliminato i giocatori con meno di 250 partite giocate su campi dotati di challenge (escluso il Canada Masters). Vorrei sottolineare che non sono dati ufficiali, ma ciò che sono riuscito a raccogliere dalle informazioni fornite ai giornalisti in vari tornei. Potrebbero essere quindi incompleti.

Per quali giocatori è assicurato un futuro da giudici di sedia?

Iniziamo dal caso più semplice, i dieci giocatori con la miglior frequenza di successo (almeno 250 partite). La frequenza media relativa ai dati in mio possesso (di tutti i primi 100) è del 27.0%.

IMMAGINE 1 – Primi dieci giocatori per successo nel challenge, con almeno 250 partite di utilizzo del sistema

Questi sono i peggiori, tra cui alcuni davvero pessimi.

IMMAGINE 2 – Giocatori con al frequenza di successo più bassa nel challenge, con almeno 250 partite di utilizzo

Se pensate come me che l’inesperienza possa essere un fattore critico dell’insuccesso, avete esempi in Andrey Rublev, Denis Shapovalov, Alexander Bublik e Stefanos Tsitsipas. Poi però ci sono Bernard Tomic, Leonardo Mayer, Benoit Paire, Mikhail Kukushkin e Fabio Fognini che, pur essendo ben navigati, hanno un rendimento inferiore alla media. Ammetto che alcuni tra questi hanno comportamenti un po’ eccentrici in campo, ma è comunque difficile individuare una chiara linea di demarcazione tra esperienza e inesperienza nella frequenza di successo con il challenge.

Quali giocatori non si fidano delle chiamate arbitrali?

Dalle tabelle precedenti emerge facilmente il giocatore che più dubita dei giudici: Tsitsipas ha chiamato il challenge 135 volte in stagione. Nessun altro tra i primi 100 è arrivato anche solo in tripla cifra. Non vogliamo però muoverci per numeri assoluti, perché Tsitsipas ha giocato molte partite nel 2019. L’immagine 3 riepiloga i dieci giocatori con la più alta frequenza di chiamata del challenge, per numero di game giocati su campi dotati della moviola.

IMMAGINE 3 – Primi dieci giocatori per ricorso al challenge per numero di game

Tsitipas è comunque tra i primi dieci, ma per poco, e anche in questo caso non compaiono solo i più giovani. Pensavo inoltre di vedere qualche specialista della terra battuta trascinato dall’entusiasmo di avere la possibilità del challenge sul cemento. La maggior parte di loro però non ha superato il limite delle 250 partite ma, ignorandolo, non ho notato un effetto pronunciato per i terraioli. Ad esempio, Marco Cecchinato fa molto uso del challenge (17.1%, con una scarsa frequenza di successo del 13.8% su 170 game), così non è per Pablo Cuevas (8.9%, con una buona frequenza di successo del 37.5% in 180 game).

Quando abbastanza è abbastanza?

Siamo ancora nel novero della curiosità. Quello che vorremmo invece sapere è: il giocatore con un’alta frequenza di successo nel challenge, sfrutta pienamente questa capacità? Chi invece non indovina un challenge, lo usa troppo spesso? Iniziamo dalla seconda domanda.

Notate che nella precedente tabella solo due su dieci hanno una frequenza superiore al 27%, non andando oltre il 28%. Abbiamo quindi un gruppo di giocatori che chiamano il challenge ripetutamente ma che non se la cavano molto bene. In media, la frequenza di utilizzo della moviola per game è dell’11.5%. Fognini è 2.3 deviazioni standard sopra la media. Anche Borna Coric e Paire sono ben fuori dalla norma.

Ho isolato i giocatori sulla base di due criteri: a) una frequenza di successo inferiore al 27% e b) una frequenza di ricorso al challenge maggiore dell’11.5% a game. Mi sono poi chiesto: cosa succede se questi giocatori che usano molto il challenge e non sono bravi nella chiamata frenano l’istinto del challenge per rientrare nella media dell’11.5%? Prima di mostrare i risultati, non dimentichiamo che una chiamata fallita non comporta la perdita del punto. Il punto è già perso (o qualsiasi sia la casistica che ha portato alla chiamata, come ad esempio se una prima di servizio era valida). Quindi lo svantaggio derivante da un eccessivo utilizzo è — sono convinto — inferiore all’opportunità persa di fronte a un sotto utilizzo.

Le conseguenze del challenge

Possono esserci conseguenze intangibili, sia positive che negative, legate all’eccessivo utilizzo. Un challenge inutile o incauto rischia di alterare la concentrazione. Sembra essere questo un aspetto di maggiore preoccupazione per giocatori come Fognini o Paire, la cui concentrazione è erratica di partenza. E sembra allo stesso tempo che abbiano già perso concentrazione e che quindi usino spesso il challenge, o trainati dalla frustrazione o per una specie di pausa di recupero dell’equilibrio emotivo. Quest’ultimo è un esempio di beneficio intangibile quando si usa di più il challenge. Un altro è dato dalla possibilità di spezzare il ritmo dell’avversario. Se è così per la “strategia dei lacci”, non sarebbe sorprendente se Tsitsipas cercasse di fare lo stesso con il challenge.

L’immagine 4 riepiloga i primi dieci giocatori per “challenge sprecati”. Si ottengono dalla differenza tra la frequenza di challenge del giocatore e la frequenza media, moltiplicata per il numero di game giocati su campi dotati di moviola, e poi moltiplicata per l’inverso della frequenza di successo (dopo tutto, riescono a vincere qualche challenge quando lo usano troppo). Ha più senso prendere in considerazione la frequenza di chiamata del challenge, perché è di fatto l’unico dettaglio che sono in grado di controllare. Ci potremmo chiedere cosa succederebbe se fossero semplicemente più bravi a indovinare la chiamata. Ma come fanno a migliorarsi? È una cosa su cui ci si può allenare?

IMMAGINE 4 – Primi dieci giocatori per challenge sprecati

Non ci sono cambiamenti rilevanti dall’elenco dei giocatori a cui piace chiamare il challenge, ma c’è un altro ordine e dei nuovi nomi nella parte bassa. Non penso che il numero dei challenge sprecati abbia grande significato di per sé, visto che non sono punti effettivamente persi, ma sembra indicare che Tsitsipas, Coric e Paire sono i meno efficienti se si tratta di vincere la chiamata e non di alterare il flusso della partita, riprendere fiato, e così via.

L’avidità va bene

È ora il momento del gruppo opposto. Ho isolato i giocatori sulla base di due criteri: a) una frequenza di successo superiore al 27.0% e b) una frequenza di ricorso al challenge inferiore all’11.5% a game. Mi sono poi chiesto: cosa succede se questi giocatori che usano poco il challenge ma sono bravi nella chiamata si rivolgono alla moviola più spesso? Ho usato due frequenze più alte, una pari alla media dell’11.5% e l’altra al 14.6%, cioè una deviazione standard sopra la media.

Perché provare con una frequenza più alta della media come il 14.6%? La mia ipotesi è che, in media per ogni 100 game, ci sono molte chiamate al limite da parte dei giudici che potrebbero essere legittimamente verificate con il challenge, e che non c’è uno specifico giocatore con più chiamate al limite di altri. Con parole diverse, se sei davvero bravo a vincere il challenge, perché aumentare la frequenza di utilizzo solo fino alla media del circuito? Perché non spingersi oltre se ci sono chiamate aggiuntive veramente verificabili con il challenge? Con “veramente verificabili” non intendo l’utilizzo della moviola fine a sé stesso, che ridurrebbe la frequenza di successo.

Il sotto utilizzo potrebbe fare la differenza in partita. Anzi, se ci sono più chiamate veramente verificabili per questi giocatori, non ricorrere al challenge equivale a concedere punti all’avversario (o in alcuni casi a non rigiocare il punto).

Le opportunità perse

L’immagine 5 mostra le opportunità perse (OP) con la frequenza media dell’11.5% e la frequenza di una deviazione standard sopra la media. Le opportunità perse di un giocatore sono date dalla differenza tra la frequenza di challenge e la frequenza media (o una deviazione standard o DS), moltiplicata per il numero di game giocati su campi dotati di moviola, e poi moltiplicata per la frequenza di successo (cioè il numero di queste verifiche addizionali che vincerebbero se, usando di più il challenge, mantenessero la frequenza di successo). Ho esteso il raggio d’azione ai primi quindici perché filtrando per una delle due ultime colonne verrebbero esclusi giocatori che invece rientrerebbero se si filtrasse per l’altra colonna.

IMMAGINE 5 – Primi quindici giocatori per opportunità perse

Sembra proprio che Nadal debba chiamare più spesso il challenge. Se lo usasse con una frequenza del 14.6% invece del 9.2%, avrebbe vinto (teoricamente) 13 punti in più nel 2019 su campi con la moviola. Forse non sono punti che servirebbero molto a Nadal, ma scommetto che Miomir Kecmanovic non disdegnerebbe i 18 in più che gli arriverebbero. Però, più che “dovrebbe usare il challenge più spesso”, dovrebbe essere “potrebbe usare il challenge più spesso con successo”. È possibile che Nadal sia un sotto utilizzatore intenzionale. Non passa inosservata la presenza nell’elenco di giocatori d’esperienza come Nadal, Novak Djokovic, Milos Raonic, Kei Nishikori e Roger Federer [1], che non cercano spesso il challenge per non interrompere il ritmo della partita o la loro concentrazione. Ci sono anche Gael Monfils, Francis Tiafoe e Jo-Wilfried Tsonga, giocatori dal grande servizio a cui piace giocare veloce e che non amano essere interrotti nel flusso della battuta. Per questo tipo di giocatori i punti eventualmente acquisiti con più challenge potrebbero essere compensati, o persi, dall’alterazione dei ritmi di gioco.

Avrete sicuramente notato che quasi la metà dei giocatori che fanno poco uso del challenge è entrata tra i primi 10 almeno una volta e ha monopolizzato le finali Slam di recente memoria.

Note:

[1] Due volte in settimana, prima durante una diretta televisiva e poi su Twitter, un commentatore/giornalista ha dichiarato con enfasi che Federer non ci prende mai con il challenge. È un luogo comune ormai noto, anche se è un po’ strano sentirlo due volte per un torneo in cui Federer è assente. Sfortunatamente, non potrebbe essere più lontano dalla verità. Come si vede dalla tabella, anche se non è al livello di Nadal, Federer è comunque sopra la media del circuito per frequenza di successo e nemmeno nelle ultime posizioni.

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