Pubblicato il 29 ottobre 2022 su TennisAbstract – Traduzione di Edoardo Salvati
A inizio anno, Jeff Sackmann si è imbarcato in un immenso progetto di elaborazione di una classifica dei 128 giocatori e giocatrici più forti di tutti i tempi, ponendosi l’obiettivo di terminare a dicembre 2022. Con una media di più di 2000 parole per singolo profilo, si tratta di una vera e propria enciclopedia di chi è chi nel tennis, dalla sua nascita a oggi. Per limiti di tempo e più evidenti limiti di talento, settesei.it propone una selezione delle figure maggiormente rappresentative per vicinanza d’epoca e notorietà, n.d.t.
Arantxa Sanchez Vicario [SPA]
Data di nascita: 18 dicembre 1971
Carriera: 1986-2002
Gioco: destrimane (rovescio a due mani)
Massima classifica WTA: 1 (6 febbraio1995)
Massima valutazione Elo: 2419 (prima nel 1994)
Slam in singolo: 4
Titoli WTA in singolo: 29
// All’inizio del 1994, il tennis femminile non era in condizioni brillanti. Monica Seles aveva abbandonato il circuito dopo essere stata pugnalata nell’aprile 1993. La fiamma di Jennifer Capriati si era spenta, e lei era tornata a scuola. A 37 anni, Martina Navratilova aveva intrapreso la sua ultima stagione. Alla WTA mancava lo sponsor principale, e un rappresentate aveva ammesso che la convinzione di fondo era che il tennis femminile fosse messo male. Mentre Seles si curava, Steffi Graf annientava tutto e tutte: aveva vinto gli ultimi tre Slam del 1993 e i primi 54 set del 1994. Andate oltre se avete già sentito questa tiritera: quando c’è una sola giocatrice dominante al vertice, significa che il resto della competizione è debole; quando un paio di giocatrici nettamente più forti si contendono il numero uno, allora significa che le altre non riescono a essere a quel livello. Quando non c’è una chiaramente più forte, vuol dire che nessuna è brava abbastanza per cogliere l’opportunità di emergere. Per un secolo questo è stato il mantra dei detrattori del tennis femminile. C’era chi pronosticava che Graf potesse non perdere mai fino al secolo successivo, o almeno fino a che Seles non fosse tornata. Nell’attesa, gli appassionati si sarebbero annoiati e il circuito sarebbe caduto in disgrazia. Il gruppo IMG, specializzato nella gestione di eventi, si era spinto fino a gettare le basi per un circuito rivale che rimpiazzasse la WTA.
Concedetemi un salto temporale. Il tennis femminile andava bene nel 1994, proprio come nel 1984 e nel 1974. Fatta salva una guerra nucleare (ipotesi in questo momento non così scontata, n.d.t.), un Golden Slam per Alexander Zverev (un po’ più difficile, n.d.t.) o un campionato internazionale di Pickleball guidato da Roger Federer e Serena Williams (che è tornata al tennis professionistico, altra ipotesi molto remota nel 2022, n.d.t.), godrà di buona salute anche nel 2024 (e così è stato ed è anche nel 2026, n.d.t.). Prima della fine del 1994, saranno andati alla ribalta i nomi di Lindsay Davenport, Martina Hingis e Venus Williams. Mary Pierce, un tempo all’interno di una traiettoria tennistica simile a quella di Capriati, avrebbe battuto Graf per raggiungere la finale del Roland Garros. I risultati di Graf sarebbero stati eccellenti come quelli nelle precedenti tre stagioni, senza però arrivare a ripetere il trittico di Slam del 1993. Avrebbe vinto infatti solo gli Australian Open, perdendo a sorpresa contro Pierce a Parigi e contro Lori McNeil nel primo turno a Wimbledon. Solo pochi punti l’avrebbero separata dal quarto titolo agli US Open. Seles mancava terribilmente, senza dubbio, ma il livello della competizione era in un ottimo stato di salute.
Non sono una tappabuchi, ma una numero 1
Il vuoto era stato colmato da Arantxa Sanchez Vicario, che però non era una emersa proprio dal nulla. Aveva infatti incredibilmente sorpreso Graf battendola in finale al Roland Garros 1989, concludendo poi quell’anno, il 1991 e il 1992 tra le prime 5 del mondo. Il secondo posto del 1993 era stato quasi ingannevole: aveva vinto quattro tornei, nessuno però nella seconda parte della stagione (il quarto era stato ad Amburgo, dove Seles era stata accoltellata). E naturalmente aveva perso diverse partite contro Graf, oltre che contro Amanda Coetzer, Natalia Medvedeva e Helena Sukova, per due volte. Aveva preso il secondo posto molto più seriamente però di quanto facesse la comunità del tennis femminile. Chris Evert era stata quella con più elogi degni del rispetto che meritava: “Tranne Martina sull’erba e Arantxa su terra, non vedo nessuna al momento in grado di battere Graf”. Avendo giocato e perso la sua ultima partita a Parigi nel 1988 al terzo turno esattamente contro una sedicenne Sanchez Vicario, Evert era stata una delle prime a non cadere nell’errore di sottovalutare la piccola avversaria. In due set ad alta intensità, con in media più di dodici colpi a scambio, Sanchez Vicario aveva ribattuto così tante palle che Evert, una delle giocatrici più regolari della storia, aveva accumulato più di 50 errori non forzati. Sanchez Vicario non aveva temuto Evert nel 1988, non era stata intimidita da Graf nella finale del Roland Garros 1989 e di certo non aveva alcuna intenzione di cedere l’intera stagione 1994 a Graf. Dopo averci perso per due volte, si era rivolta sia a Jim Loehr, psicologo dello sport, che a Pat Etcheberry, preparatore atletico di Pete Sampras. Sanno cosa serve per essere campioni, aveva detto, e si vedeva che iniziava a capirlo anche lei. In aprile aveva vinto tre tornei di fila, battendo Navratilova e Gabriela Sabatini ad Amelia Island, Iva Majoli nel torneo di casa a Barcellona, poi Graf ad Amburgo per il secondo anno consecutivo, dando dimostrazione in finale di quanto potesse essere forte. Sotto 2-5 nel secondo set, aveva annullato una palla match per poi vincere 4-6 7-6 7-6 in tre ore e tre minuti. La prima sconfitta di Graf della stagione. In confronto, la finale al Roland Garros era stata una passeggiata. Pierce aveva eliminato Graf in semifinale, ma in finale la pressione aveva avuto la meglio sulla figlia adottiva del pubblico parigino. Sanchez Vicario aveva chiuso per 6-4 6-4, dichiarando: “È difficile battermi”.
Molte delle lamentele sulla morte imminente del tennis femminile non erano riferite al livello della competizione. Anche se lo stile difensivista e da catenaccio di Sanchez Vicario non incontrava il gusto di chiunque, aveva costretto Graf a migliorare il proprio gioco, e la finale di Amburgo era stata una delle partite diventate poi classiche tra le due giocatrici. Quello che gli opinionisti criticavano, e di riflesso gli sponsor, era la presunta assenza di personalità. Seles aveva il potenziale per diventare la più forte di sempre, e ne era consapevole. Aveva il carisma per esprimere, in alcune occasioni, una forma di sicurezza di sé quasi da togliere il fiato. La precocità di Capriati era di par suo quasi da sola una storia da copertina, e l’interesse dei giornali scandalistici aveva dato visibilità anche allo sport, fintanto che era in attività.
Almeno agli occhi della stampa di lingua inglese, Sanchez Vicario non sembrava possedere spunti di approfondimento di natura più piccante o controversa. Proveniva da una famiglia quasi perfettamente borghese, di cui facevano parte i fratelli Emilio Sanchez e Javier Sanchez, anche loro professionisti attivi sul circuito maschile. Era di natura amichevole e ben voluta dalla maggior parte delle colleghe. Aveva fiducia in sé, ma raramente mostrava arroganza. Un pò noioso, no? Ancora a febbraio 1995, quando si alternava con Graf al vertice, il Los Angeles Times la definiva la numero 1 meno conosciuta di sempre. C’erano articoli sui motivi per cui nessuno scriveva di lei (va detto che era solo la settima numero 1 della storia della WTA e in molti pensavano che fosse la sesta perché non si consideravano le due settimane di Evonne Goolagong nel 1976. Se vieni dopo Evert, Navratilova, Tracy Austin, Graf e Seles, puoi anche essere incredibilmente famosa, ma farsi strada è comunque dura). Alla fine del 1994 e 1995, Sanchez Vicario aveva accettato una maggiore esposizione sui media per sostenere i tornei WTA. Era spesso la testa di serie numero 1 o comunque l’attrazione più importante del tabellone. Diceva: “Mi piacerebbe essere conosciuta anche per ciò che sono fuori dal campo, mi piace visitare musei, andare a teatro e ascoltare musica”. Seppure attività encomiabili, essere una celebrità internazionale richiede un po’ più di colore.
Cuore di leonessa
Il tennis di Sanchez Vicario attirava gli appassionati veri, a prescindere da quanto spazio avesse lei sui giornali. Bud Collins l’aveva soprannominata ‘l’ape operaia di Barcellona’. Per Juan Nunez invece, allenatore degli esordi di carriera, era un coniglio, e le era piaciuta come definizione al punto di portare in giro un coniglio di peluche attaccato alla borsa delle racchette. Nel 1990, così aveva riassunto la sua tattica: “Aspetto fino a che la mia avversaria non esaurisce le forze continuando ad attaccare, e allora poi deve sottostare al mio gioco”. Nel terzo set della finale del Roland Garros 1989, Graf aveva servito sul 5-3, ma la fiducia di Sanchez Vicario non si era minimamente scalfita. Ero pronta a rincorrere qualsiasi cosa, aveva detto, e così poi fatto, vincendo 16 degli ultimi 19 punti. Quella del coniglio era una buona metafora, perché la carica energetica di Sanchez Vicario era materiale da leggenda. Nel 1993 aveva giocato 167 partite, un record, e in sette degli otto tornei vinti in singolare nel 1994, aveva vinto anche il doppio. Sentiva che le persone erano colpite dalla sua capacità di resistenza, senza però prestare molta attenzione a tutto il resto. Nel 1995 aveva detto: “Vorrei che mi vedessero come una giocatrice completa, perché ho i colpi, vado a rete, posso essere efficace con il servizio. Mi rattrista che nessuno lo noti. Mi chiedo perché l’unica cosa che dicono è che sono rapida”. Si potevano sottovalutare i colpi, ma il cuore e l’impegno non erano certo in discussione. Era naturale accostarla a creature rapide e di piccole dimensioni, ma c’era un altro animale che la descriveva. Ted Tinling, provocatore di lungo corso del circuito, diceva di lei: “È combattiva e orgogliosa, e sorride al pubblico quando sbaglia un colpo facile, ma dietro al divertimento e alle risate, è una vera leonessa”. Le avversarie sapevano di avere a che fare con una predatrice in cima alla catena alimentare. Aveva detto Pam Shriver: “Arantxa adora intimidire, la sua aura può far paura. A parità di altezza, sono convinta che ottenga dal suo gioco più di chiunque altra. Fosse una lanciatrice, tirerebbe quasi per colpirti in testa”. Shriver ne sapeva qualcosa, visto che nella loro unica partita aveva perso 6-0 6-1 sull’erba, la superficie più debole di Sanchez Vicario.
Dopo la vittoria del Roland Garros 1994, Sanchez Vicario aveva subito il solito rallentamento di mezza estate, perdendo al quarto turno a Wimbledon contro Zina Garrison, e poi finali sul cemento nordamericano contro Graf e Conchita Martinez. Non sarebbe diventata numero 1 se non nell’anno successivo, ma ottimi risultati verso la fine del 1994 avevano lasciato intendere che quello era il suo posto. Contro Graf aveva disputato la finale a Toronto e agli US Open, scontri di altissimo livello che avrebbero resuscitato qualsiasi circuito. In Canada aveva salvato quattro palle match — una dopo uno scambio di 20 colpi — prima di superare Graf al tiebreak del terzo set. Anche a New York era emersa vittoriosa in quella che Sports Illustrated aveva definito la finale di più alta qualità dell’ultimo decennio, chiusa 1-6, 7-6, 6-4 con un game conclusivo da 14 punti. Sanchez Vicario aveva dimostrato di poter vincere sul cemento e, due mesi dopo, anche sul sintetico. A Oakland, aveva tenuto a bada un gruppo di leggende e future grandi come Navratilova, Garrison, Lindsay Davenport e Venus Williams (nella partita resa poi famosa, con ampia licenza artistica, nel film Una famiglia vincente – King Richard), per vincere l’ottavo titolo della stagione. La finale era stata di nuovo al cardiopalmo, questa volta battendo una trentottenne Navratilova per 1-6 7-6 7-6. Dopo aver raggiunto la seconda finale consecutiva agli Australian Open, battuta da Pierce, finalmente aveva agguantato il numero 1, a febbraio 1995, che però aveva faticato a mantenere, non riuscendo a vincere più fino a Barcellona in aprile e ceduto poi a Graf a seguito della sconfitta nella finale del Roland Garros.
Un singolo game entrato nella storia
Sanchez Vicario non era certo facilmente propensa alla rinuncia. Aveva sempre dato poco peso alla stagione sull’erba, facendo eco alla famosa affermazione di Manolo Santana che l’erba è per le mucche. Poi aveva visto Martinez trionfare a Wimbledon nel 1994, con il conforto dei suoi stessi risultati sul cemento a farle credere di poter competere ovunque. A Wimbledon 1995, si era sbarazzata senza problemi di Garrison, che l’aveva battuta l’anno precedente e superato proprio Martinez in semifinale. Naturalmente, in finale c’era ad attenderla Graf, in quello che sarebbe stato il 34esimo incontro fra le due. La volta precedente in cui avevano giocato a Wimbledon, Graf aveva vinto in due set. Il game chiave si era presentato sul 5-5 nel terzo set, e a breve ci arrivo. Mi colpisce però di più il precedente game di servizio di Sanchez Vicario sul 4-4, che aveva vinto senza concedere un punto e con Graf che non era riuscita a mettere neanche una risposta in campo. Dopo un decennio di militanza, la terraiola accanita aveva finalmente preso la giusta dimestichezza con la mentalità da erbaiola. Ed era andata avanti 5-4 con un ace pulito. Sul 5-5 però, la storia era stata un’altra. Sally Jenkins lo ha definito ‘probabilmente il più bel singolo game mai giocato sul Centrale’, paragonandolo al famoso tiebreak tra Bjorn Borg e John McEnroe di quindici anni prima. È stato un game durato 20 minuti, fatto di 32 punti e 13 parità. Graf aveva trovato la prima palla break sul dodicesimo punto, senza però riuscire a rispondere. In quella successiva, Sanchez Vicario era andata a rete per prima e chiuso il punto con una volée di rovescio vincente. Alla terza palla break, aveva vinto una battaglia di dritti incrociati. Pur mostrando la sua offensività, non era stata offensiva abbastanza. Graf aveva infine convertito la sesta palla break con un dritto a uscire e sul 6-5 aveva chiuso a zero per vincere il titolo.
Probabilmente, da qualche parte all’interno di quel game, si trova il picco massimo nella carriera di Sanchez Vicario: a lungo una delle super favorite sulla terra, aveva battuto la migliore del mondo sul cemento e si era ritrovata a pochi istanti dal farlo anche sull’erba, qualcosa che mai avrebbe immaginato anche solo un anno prima. Quella vittoria l’aveva elusa, perché anche un cuore da leonessa non batte per sempre. A prescindere dal risultato però, era stata la tipica prestazione di Sanchez Vicario. Nessuno ha mai riconosciuto il suo contribuito alla rinascita di un circuito femminile in ginocchio, ma mentre gli esperti si lamentavano della mancanza di personalità di spicco, Sanchez Vicario regalava una partita eccitante dietro l’altra. ◼︎

