La difficoltà di accorciare le partite di tennis – Parte III (al meglio dei cinque set)

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 22 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Questo è l’articolo conclusivo di una serie di pensieri e proposte su regole sperimentali che potrebbero ridurre la durata di una partita lunga. Dopo aver introdotto le regole e averle messe alla prova per le partite maschili al meglio dei tre set e le partite femminili, è ora la volta delle partite al meglio dei cinque set.

Partite al meglio dei cinque set

Ho preso la durata ufficiale di tutte le 61 partite non esenti degli US Open 2019 superiori alle due ore e 40 minuti, vale a dire il il tempo limite oltre al quale scattano le regole di accorciamento. La tabella mostra alcune informazioni di base su questo gruppo di partite.

Le regole determinano l’esenzione per tutti i quarti di finale, le semifinali e la finale degli Slam. Agli US Open 2019, tre dei quattro quarti di finale sono stati esenti: Matteo Berrettini c. Gael Monfils (tre ore e 57 minuti), Grigor Dimitrov c. Roger Federer (tre ore e 12 minuti) e Rafael Nadal c. Diego Schwartzman (due ore e 47 minuti). Le semifinali non hanno superato le due ore e 40 minuti. La finale tra Nadal e Daniil Medvedev è durata quattro ore e 50 minuti. Si tratta di partite che non sono interessate dalle regole di accorciamento, quindi gli appassionati di partite lunghe possono tirare un sospiro di sollievo.

Come si sono comportate le regole?

La tabella si riferisce alle 61 partite che ho sottoposto alle regole.

Come prevedibile, il risparmio di tempo è di gran lunga superiore in queste partite, perché essendo al meglio dei cinque set durano molto di più. In media, le regole hanno accorciato la durata di 27 minuti e, a differenza di quelle al meglio dei tre set in cui quasi il 33% non ha subito l’intervento delle regole, in questo caso l’applicazione ha riguardato l’85% delle partite.

È un risparmio di tempo notevole e porta la media complessiva al di sotto dei 180 minuti. Ho scelto questo valore come somma del Tempo Obiettivo di due ore e 40 minuti con ulteriori 20 minuti di gioco. Le partite al meglio dei tre set hanno ricevuto una coda di 15 minuti, ma ho pensato che quelle al meglio dei cinque necessitassero di una chiusura addizionale di 5 minuti. Questo perché molte verrebbero tagliate, attivando probabilmente diverse regole che determinerebbero il risultato finale. In ogni caso, avere una media di 174 minuti significa andarci davvero vicino.

Troncare partite maschili davvero lunghe

Come si sono comportate le regole nel contenere partite davvero lunghe sotto le tre ore di gioco? Come mostra la tabella, 40 partite reali sono andate sopra alle tre ore e, dopo l’applicazione delle regole, solo 16 di queste hanno continuato. Significa che ne è stato “salvato” solo il 60%, un risultato ben peggiore di quanto ottenuto, percentualmente, per le partite al meglio dei tre set (circa l’80%).

Non scenderò nel dettaglio di ognuna delle 16 partite più lunghe di tre ore, limitandomi invece a delle considerazioni più generali e ad alcuni esempi.

In media, la durata di queste 16 partite è stata di 190 minuti, 10 minuti in più del Tempo Obiettivo. Cinque sono durate meno di tre ore e 5 minuti e due sono arrivate a tre ore e 6 minuti, quindi complessivamente non è andata così male quanto possa sembrare.

Il tempo medio recuperato è stato di 45 minuti, vale a dire che le regole hanno fatto la loro parte, tagliando e tagliando ancora fino a che non si poteva più tagliare, e poi comunque sono rimaste alcune partite lunghe.

La durata di più della metà di queste partite dipende dal fatto che i giocatori hanno continuato a tenere il servizio, facendo in modo di dover giocare un tiebreak (a 7 punti) per terminare il set e almeno un super-tiebreak (a 10 punti) per decidere la partita. Quasi la metà ha raggiunto il Tempo Obiettivo nel terzo set, quindi è stato necessario risolvere il terzo set e avere un quarto set decisivo. O peggio di così, come la partita #1

#1 Rublev c. Tsitsipas 

È stata questa la partita in cui le regole sono state meno efficaci. Originariamente la durata è stata di tre ore e 54 minuti. All’arrivo del Tempo Obiettivo, si era nel mezzo di un game, terminato solo dopo 10 punti. Il punteggio era 6-6 nel terzo set. Siccome è stato giocato un tiebreak anche nella realtà (come sarebbe stato per la simulazione), ho usato quel risultato e quel tempo effettivo.

È stato un tiebreak lungo, che ha mandato Andrey Rublev avanti due set a uno. Segue un super-tiebreak che, se Rublev avesse vinto, avrebbe chiuso la partita sulle tre ore e 15 minuti, sempre sopra al Tempo Obiettivo. Invece, Rublev ha perso il super-tiebreak simulato, ma sono serviti 26 punti. Siamo quindi due pari nel computo dei set, e si deve giocare un altro super-tiebreak, questa volta di 22 punti. Durata finale della partita, anche dopo una riduzione di 16 minuti, pari a tre ore e 38 minuti.

#2 Andujar c. Edmund 

Kyle Edmund era in una delle partite al meglio dei tre set che non si sono salvate, ma questa volta do la colpa all’impostazione da terraiolo di Pablo Anduiar. È stata una partita di quattro ore e 21 minuti e, nonostante le regole abbiano eliminato ben 55 minuti è durata comunque tre ore e 26 minuti. Il Tempo Obiettivo è arrivato tra il terzo e il quarto set, seguito quindi da due super-tiebreak più lunghi del solito in una partita già con scambi molto lunghi.

#3 Lorenzi c. Kecmanovic

È davvero difficile limitare la durata delle partite di Paolo Lorenzi a un massimo di tre ore di gioco. La partita contro Miomir Kecmanovic è la più lunga dell’insieme considerato, di ben quattro ore e 48 minuti. In realtà la finale maschile è durata due minuti in più, ma appunto riceve l’esenzione. I minuti tolti dalle regole sono enormi, un ora e 23 in totale, e comunque si è andati oltre il limite, a tre ore e 25 minuti. Il Tempo Obiettivo è arrivato solo sul 4-3 nel terzo set.

Non sono entusiasta del fatto che è stato salvato solo il 60% delle partite davvero lunghe. Non mi aspettavo risultati analoghi a quelle al meglio dei tre set, speravo però di raggiungere almeno il 75%. Il lato positivo è che, se il limite fosse stato anche solo più ampio di cinque minuti a tre ore e 5 totali, il 73% delle partite sarebbe stato salvato. E io sarei stato molto contento.

Quali sono state le conseguenze?

Anche se le per le partite lunghe la discrepanza è molto più evidente, rimango convinto che le regole abbiano agito nella giusta misura. Come si vede dalla tabella però, il risultato finale è cambiato nel 16% delle partite. È un valore quasi doppio rispetto alle partite al meglio dei tre set, ma in qualche modo c’era da aspettarselo.

Serve sempre ripeterlo: non è possibile sapere che rendimento avrebbero avuto i giocatori in questi scenari. Quel numero potrebbe essere inferiore. Ma potrebbe essere pure più alto, anche se si spera che non lo sia. Queste sono alcune considerazioni sulle partite il cui esito finale è cambiato a seguito dell’intervento delle regole.

Considerazioni

Si tratta solo di 10 partite sulle 127 di tutti gli US Open, non sono poi molte.

Di queste 10, sei rappresentano lo scenario peggiore, perché hanno una durata sopra le tre ore. L’abbondante risparmio di tempo non è stato sufficiente a farle rimanere in quel tempo limite, oltre ad aver avuto un risultato opposto a quello reale.

In media, si è avuto un risparmio di tempo di 41 minuti, che è un po’ di consolazione. La partita che meno ha beneficiato dell’accorciamento e con un risultato opposto è stato la vittoria reale di Alexander Zverev contro Radu Albot, in una partita equilibrata che però nella mia simulazione è terminata con la vittoria di quest’ultimo.

Nove partite sono state risolte dal concatenamento di uno o più tiebreak, quindi in situazioni di esito finale aperto alla vittoria di uno o dell’altro giocatore. Il risultato è dipeso dal momento in cui è sopraggiunto il Tempo Obiettivo e quale dei due giocatori aveva il controllo della partita in quella fase di gioco.

Questo ci lascia con una sola partita in cui le regole hanno impedito il recupero di uno svantaggio. La partita è infatti terminata quando le regole hanno decretato la fine a completamento del game in corso, sottraendo a Heyon Chung la possibilità di ribaltare la situazione nel finale come ha fatto contro Fernando Verdasco.

Quali sono state le regole di maggiore impatto?

Rispetto alle partite al meglio dei tre set, un numero decisamente inferiore di quelle al meglio dei cinque si è concluso semplicemente terminando il game in svolgimento all’arrivo del Tempo Obiettivo. Questo perché il Tempo Obiettivo non è maturato a partita inoltrata come per quelle al meglio dei tre set. Lo scenario più frequente è quello in cui i giocatori stanno seguendo i servizi, ma per le partite al meglio dei cinque set non è la regola prevalente.

Per la prima volta inoltre è applicata la Regola 3.B.1(c), che si attiva quando il giocatore indietro di un break si appresta a servire, ma non si è nel set decisivo (a prescindere da quanti game siano stati giocati in quel set). È una regola meno applicata alle partite al meglio dei tre set, perché il Tempo Obiettivo arriva più spesso nel secondo set di quanto non accada nel quarto set di una partita al meglio dei cinque.

Come si sono risolte le partite per gli uomini?

Sono proprio poche le partite che si sono risolte in modo naturale, finendo cioè con lo stesso punteggio di quello della partita reale. Ed è comprensibile, visto che saranno sempre in numero superiore le partite al meglio dei cinque set troncate dalle regole. Proporzionalmente, le regole hanno deciso con maggiore frequenza l’esito di una partita al meglio dei cinque set rispetto a una al meglio dei tre. Undici partite si sono risolte con un super-tiebreak e due con due super-tiebreak, oltre al tiebreak normale.

Cosa ho imparato?

Declinare un insieme di regole per accorciare con raziocinio le partite è difficile se si è riluttanti ad accorciare partite che non necessitano di essere accorciate.

Possibili risultati arbitrari

Una qualsiasi di queste regole potrebbe a volte produrre esiti completamente diversi, e arbitrari, in funzione delle dinamiche di gioco nel momento in cui si raggiunge il Tempo Obiettivo e di quale giocatore ha un vantaggio psicologico sulla partita.

Molto raramente però sono regole che hanno impedito un recupero del giocatore in svantaggio. Su 165 partite esaminate, solo due non hanno concesso il recupero al giocatore che ha poi vinto la partita reale, determinando anticipatamente la fine della partita. Contestualmente però, hanno permesso un risparmio complessivo di più di 43 ore di gioco.

Si riesce a confinare la maggior parte delle partite entro un limite di tempo ragionevole, come le due ore e 15 minuti per le partite al meglio dei tre set e le tre ore per quelle al meglio dei cinque. E solo raramente si eccede di più di cinque minuti il limite prestabilito.

Con l’esenzione si può conservare lo spirito delle partite al meglio dei cinque set

Nella stesura delle regole, è possibile prevedere categorie di partite esenti così da mantenere alcune di quelle più lunghe in molti dei tornei più importanti e nelle fasi che più contano. Viene conservato lo spirito del formato al meglio dei cinque set, anche perché le partite molto lunghe che hanno subito la riduzione sono quasi interamente quelle che gli appassionati non ricorderanno comunque.

Sono regole abbastanza schematiche, ma sicuramente più complicate di quelle attualmente in vigore. Si può sostenere che siano troppo complicate per l’appassionato medio. Penso però anche che in ogni caso lo spettatore di passaggio non conosca a fondo il punteggio del tennis e abbia bisogno dell’aiuto di un amico che dia spiegazioni. Ed è probabile che l’amico sia proprio un patito di tennis. Questo a dire che difficilmente le regole allontaneranno chi segue il tennis, specialmente se servono ad avere partite di lunghezza compatibile con il livello di attenzione dell’appassionato e con la programmazione dell’emittente televisiva.

Alcuni dei punteggi finali non saranno belli da vedere. Può sembrare superficiale, ma è l’aspetto che spesso interessa di più agli appassionati e che farà storcere il naso hai tradizionalisti. I quali però saranno già infastiditi dalle regole stesse.

Tutti sanno che lasciarsi coinvolgere in un conflitto terreno in Asia è un errore che non si dovrebbe mai commettere. Meno noto, ma solo di poco, è questo: mai tentare di accorciare una partita in cui sta giocando Lorenzi!

The Difficulty of Shortening Tennis Matches, Part III (Best-of-Five)

La difficoltà di accorciare le partite di tennis – Parte II – Donne

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 21 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella Parte I di questa serie sono state definite delle regole per ridurre la durata delle partite. Nella Parte II le regole sono state applicate a partite reali maschili al meglio dei tre set.

L’analisi prosegue con l’applicazione delle regole alle partite femminili. Ho guardato il video di 29 partite a Cincinnati e Toronto, e utilizzato la progressione temporale punto per punto per tutte le 29 partite agli US Open 2019 che sono andate oltre le due ore di gioco.

A differenza degli uomini, per raccogliere un campione significativo di partite più lunghe di due ore sono serviti solo tre tornei sul cemento. Questo perché per le donne gli US Open si giocano solo al meglio dei tre set e Tennis Channel Plus ha dedicato molto più spazio al tennis femminile nel 2019, quindi già con Cincinnati e Toronto avevo quasi tutte le partite da più di due ore necessarie. Non ho esaminato partite da tornei della categoria Premier o International, ma non ho ragione di credere che in quel contesto di gioco il tempo impiegato sia significativamente più lungo o più corto dei tre eventi che ho visionato.

Si osserva dalla tabella che il 27% delle partite femminili al meglio dei tre set va oltre le due ore. Questo a ricordare che si sta cercando di risolvere un problema che si presenta solo in una partita su quattro al meglio dei tre set.

Come si sono comportate le regole nel caso delle partite femminili?

I dati della tabella si riferiscono alle 58 partite sottoposte alle regole che ho definito in precedenza.

Non c’è molto di più da dire di quanto visto per gli uomini, perché i numeri per le partite femminili al meglio dei tre set sono incredibilmente simili.

Troncare lunghe partite femminili

Come evidenzia la tabella, in 29 delle partite il tempo effettivo di gioco è stato superiore alle due ore e 15 minuti, ma dopo l’applicazione delle regole solo 6 sono andate oltre quella soglia.

Ecco le sei partite più lunghe di due ore e 15 minuti dopo l’applicazione delle regole di accorciamento.

#1 Kuznetsova c. Pliskova – Cincinnati

È stata la prima partita a cui ho applicato le regole, quindi ci sono rimasto un po’ male quando una partita di due ore e 18 minuti si è trasformata in…una partita di due ore e 18 minuti. Svetlana Kuznetsova era avanti 4-2 quando è scattato il Tempo Obiettivo, con Karolina Pliskova al servizio e sotto di un break. Dal Tempo Obiettivo, è stato finito il game e ne sono stati giocati altri tre, per un totale di 18 minuti.

#2 Peterson c. Kudermetova – Cincinnati 

È stata una partita di due ore e 29 minuti che le regole hanno accorciato di ben 13 minuti, ma sempre sopra alle due ore e 15 minuti, anche se di un solo minuto. Il Tempo Obiettivo è scattato tra il secondo e il terzo set, quindi è stato “giocato” un super-tiebreak (a 10 punti).

#3 Wang c. Puig – Cincinnati

Una delle partite più lunghe del campione, con due ore e 40 minuti. Le regole hanno tolto 23 minuti, ma ci si è comunque fermati a due ore e 17 minuti. Monica Puig era avanti di un break al momento del Tempo Obiettivo e al servizio, ma Yafan Wang ha recuperato il break in un game reale molto lungo. Con un tempo di gioco per punto molto alto, le regole hanno imposto un tiebreak (a 7 punti), che ha portato oltre il tempo desiderato.

#4 Andreescu c. Kasatkina – Toronto 

A Toronto, Bianca Andreescu ha giocato tre partite più lunghe di due ore. Questa è durata originariamente due ore e 39 minuti, e le regole l’hanno accorciata a due ore e 16 minuti. Ne parlo più avanti.

#5 Collins c. Hercog – US Open 

SitLa partita reale è durata due ore e 27 minuti. Il Tempo Obiettivo è scattato con Danielle Collins avanti di un break sul 3-2 e al servizio. Polona Hercog ha però recuperato il break, facendo intervenire le regole, con un tiebreak. Sembrava quindi il tipo di partita da rientrare nelle due ore e 15 minuti, ma la simulazione del tiebreak è stata molto lunga (12-10), come lo erano i singoli punti. Di fatto, le regole di accorciamento hanno aggiunto 4 minuti alla partita reale. In altre parole, i 22 punti del tiebreak simulato hanno richiesto alle giocatrici più tempo dei quattro game che hanno effettivamente giocato. La partita simulata è durata 2 ore e 31 minuti.

#6 Mladenovic c. Kerber – US Open  

Il secondo set è stato a senso unico per Angelique Kerber, è il Tempo Obiettivo è scattato a terzo set inoltrato. Kristina Mladenovic era avanti 3-2 e al servizio. Kerber ha recuperato il break e, anche in questo caso, il tiebreak simulato è stato molto lungo, 8-6. La durata originale di due ore e 24 è scesa a due ore e 20 minuti.

Rispetto alle cinque partite maschili che sono andate oltre le due ore e 15 minuti, c’è stata molta più varietà in queste sei partite femminili. Le prime quattro sono andate oltre rispettivamente di tre, due e un minuto, quindi poco di cui ci si deve preoccupare. La partita #5 invece è stata molto deludente, perché le regole di accorciamento l’hanno in realtà resa più lunga di quella originale.

Quali sono state le conseguenze per le partite femminili?

Sono contento dei benefici ottenuti dall’applicazione delle regole per le donne. In termini di costi, il tempo risparmiato ne giustifica l’applicazione? Delle 58 partite in esame, tre hanno avuto un risultato diverso da quello reale, come era successo per gli uomini (quindi leggermente inferiore in percentuale).

Analizziamole con maggiore dettaglio:

Andreescu c. Kasatkina – Toronto (secondo turno)

È la partita vista prima che, anche se per un solo minuto, non è stata dentro le due ore e 15. Al Tempo Obiettivo, sembrava che Andreescu fosse in pieno controllo al servizio sul 3-1. Kasatkina però ha ottenuto il break e riportato il punteggio sui servizi, richiedendo il tiebreak. In quella fase, Andreescu non stava giocando così bene. Nella partita reale, il vantaggio di 3-1 al servizio si è trasformato in una vittoria di misura per 7-5. Così non è andata all’arrivo del Tempo Obiettivo, perché Andreescu ha perso i due turni di battuta successivi e poi il tiebreak simulato per 7-2.

Vekic c. Keys – Toronto (primo turno)

Una partita molto equilibrata dall’inizio alla fine, con il punteggio al servizio quando è arrivato il Tempo Obiettivo. Le regole hanno accorciato la partita e dato vita a un tiebreak a favore che Madison Keys ha vinto 9-7. Anche nella partita reale si è giocato un tiebreak vinto da Keys 7-5. Come sempre, la simulazione dipende dalla giocatrice che sta giocando meglio (anche se solo di poco) quando scattano le regole.

Bolkvadze c. Pera – US Open (primo turno)

Non può non interessarci anche questa partita! Quando è arrivato il Tempo Obiettivo, il punteggio era solo sul 2-2 nel terzo set. Mariam Bolkvadze ha deciso che era quello il momento in cui giocare peggio e ha perso il tiebreak simulato 7-1. Nella partita reale, Bolkvadze ha perso subito il servizio, poi Bernarda Pera ha tenuto il suo, da cui il pessimo tiebreak simulato. Però poi Pera non è venuta meno alla sua fama, crollando nel tentativo di chiudere la partita vera, vinta infatti da Bolkvadze per 6-4 al terzo.

Si è trattato di due partite abbastanza equilibrate, che sarebbero potute finire diversamente a seconda del momento in cui è arrivata l’interruzione. La partita di Andreescu non è stata così tirata, l’ha solo resa complicata nel momento sbagliato (a sua insaputa per quanto, se le regole fossero state in vigore anche nel mondo reale, le avrebbe sicuramente conosciute).

Ripeto, mi fa piacere che non ci siano molte partite con il risultato finale alterato, ma avrei preferito che non ce ne fosse neanche una. Però, il timore più grande che avevo che il tennis femminile subisse più sconvolgimenti — perché le regole si basano sui break, e ci sono più break tra le donne — non ha trovato riscontro, almeno non in questo insieme di partite.

Quali sono state le regole di maggiore impatto per le partite femminili?

È interessante notare come la combinazione di regole che sono state attivate è più varia rispetto a quella degli uomini, forse perché tra le donne ci sono più break.

Come si sono risolte le partite per le donne?

“In modo naturale” significa che 20 partite su 58 hanno avuto lo stesso punteggio che nella realtà perché sono state giocate fino alla fine. “Decise dalle Regole” significa che 11 partite su 46 sono finite a punteggio in corso all’arrivo del Tempo Obiettivo (a completamento del game se non già concluso). Il primo numero è in linea con quanto visto per le partite maschili, ma più partite (in proporzione) per le donne sono state decise dalle regole, e il Tempo Obiettivo è coinciso con il passaggio dal secondo al terzo set per tre volte (contro nessuna per gli uomini).

Una nota sulla rappresentazione del punteggio di una partita

In conseguenza all’introduzione di queste regole, il punteggio avrebbe un altro aspetto. Probabilmente il super-tiebreak avrebbe le parentesi quadre, come già accade ad esempio per il doppio e per la Laver Cup (tipo [10-8]). I due cambiamenti più importanti riguarderebbero:

  • le partite decise dalle regole a punteggio in corso, a completamento del game se non già concluso. Ad esempio 4-6 7-6(7) 1-0. Di solito, in presenza di quel tipo di punteggio, ci si aspetterebbe di leggere accanto “RIT”, a evidenza di un ritiro. Per lo stesso motivo, punteggi legati a regole di accorciamento dovrebbero avere una segnalazione analoga, tipo “TEMPO”
  • le partite che seguono i servizi, ma la giocatrice che sta per servire è indietro nel punteggio. Ad esempio, Simona Halep era 4-6 7-5 4-5 contro Jennifer Brady a Toronto quando è arrivato il Tempo Obiettivo. Ed era lei al servizio. Con le regole di accorciamento, ci si sarebbe fermati per giocare il tiebreak. Se Halep lo avesse vinto 7-5, il punteggio finale sarebbe stato 4-6 7-5 5-5(5). È diverso dal punteggio classico di quando subentra il tiebreak sul 6-6, perché il 7-6 nel punteggio finale determina chi ha vinto. In questo caso il punteggio sarebbe in pari (5-5) quindi si dovrebbe dedurre la vincitrice con un altro metodo. Non immediato, ma fattibile, per il quale vedo due possibili opzioni.

Proposte

La mia proposta è di trovare un modo per indicare la vincitrice, con un asterisco o una “v” di vittoria o una “t” di tempo. Tra queste, preferisco la “v”, ma ognuno ha la sua preferenza. Il punteggio della partita di Halep diventerebbe 4-6 7-5 5v-5(5) e, visto da Brady, 6-4 5-7 5-5v(5). È orribile lo so, ma è un’idea. Penso però poi che voterei per non fare nulla, considerando che praticamente tutti i riferimenti al punteggio mostrano con chiarezza la vincitrice in qualche altra maniera.

La seconda proposta, quella di Jeff Sackmann di Tennis Abstract, lascerebbe inalterata la bellezza del punteggio con una modifica alle regole per cui non ci si ferma immediatamente a giocare il tiebreak, ma si aspetta fino a che non è stato giocato un numero pari di game. Se Halep avesse vinto il game successivo, saremmo sul 5-5 e a quel punto si andrebbe al tiebreak, terminando con un 6-5(5) o un 5-6(5). Sicuramente più elegante, a fronte però dello svantaggio di dover giocare un altro game in tutti questi scenari. Si aggiungerebbero cioè 4 minuti (in media) altrimenti evitati andando subito al tiebreak.

Delle 104 partite al meglio dei tre set che ho esaminato, questa occorrenza si è verificata il 20% delle volte, o circa la metà delle volte in cui la Regola 2 è stata usata. Se si aggiungono altri 4 minuti a ciascuna di queste 21 partite, il totale dei minuti risparmiati si ridurrebbe dell’8%. Forse è una stima in eccesso, perché a volte il game successivo diventa un break che risolve la partita, in presenza di una regola diversa senza tiebreak. D’altro canto, se in questo scenario si aspetta di raggiungere un numero pari di game lo si dovrebbe poi fare per tutte le regole. Ma è comunque uno spunto che non avevo in precedenza valutato, ed ero troppo avanti con l’analisi dei video da tornare indietro e verificarne l’impatto temporale.

Partite al meglio dei cinque set

Il prossimo e ultimo episodio della serie è dedicato alle partite al meglio dei cinque set, che sono quelle naturalmente con il maggiore risparmio di tempo, ma anche potenzialmente le più esposte a un cambiamento del risultato finale.

The Difficulty of Shortening Tennis Matches, Part II (Best-of-Three)

La difficoltà di accorciare le partite di tennis – Parte II – Uomini (al meglio dei tre set)

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 21 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Nella Parte I di questa serie, ho individuato in via sperimentale delle regole che potrebbero ridurre la durata delle partite, lasciando al contempo inalterato il sistema di punteggio almeno fino alle fasi finali di gioco. Sono regole che prevedono il normale svolgimento della partita fino al raggiungimento di un Tempo Obiettivo, superato il quale la conclusione è determinata dall’introduzione delle stesse.

Nella Parte II, applicherò queste regole a partite reali, dividendo per comodità i risultati in due parti. Di seguito, mi occupo delle partite al meglio dei tre set, separando per facilità di lettura quelle maschili da quelle femminili (nell’articolo successivo). Nella Parte III, di quelle al meglio dei cinque set.

Metodologia di verifica

Siccome è un procedimento estremamente lungo, mi sono concentrato solo sulle partite sul cemento. Ho guardato il video di 46 partite al meglio dei tre set nei tornei di Metz (fino al secondo turno) Cincinnati Masters, Washington, Winston-Salem, Atlanta, Los Cabos, Delray Beach, Montpellier e Rotterdam. Sono molti tornei per un campione ridotto di 46 partite, ma Tennis Channel Plus non ha le partite di almeno due ore per questi tornei, quindi ho dovuto scorrere il calendario a ritroso per arrivare a un insieme statisticamente ragionevole.

Se le regole di accorciamento hanno richiesto un tiebreak (7 punti) o un set al super-tiebreak (10 punti), ho utilizzato l’effettiva percentuale di punti vinti al servizio del giocatore al momento dell’interruzione fino a quando mi è servito per terminare la partita. Ho scelto di fare così in modo da mantenere l’eventuale vantaggio psicologico, anziché decidere per una percentuale teorica per i due giocatori, che non avrebbe tenuto conto di come stavano giocando al momento dell’applicazione delle regole.

Sono consapevole che i giocatori avrebbero potuto servire diversamente nell’ipotesi di tiebreak rispetto a come hanno servito nel proseguo della partita. Passare a un tiebreak potrebbe determinare specifiche dinamiche di gioco, aumentando la pressione e comportando reazioni diverse da un giocatore all’altro. Potrebbe cambiare il modo in cui i giocatori si relazionano fisicamente alla partita, sapendo di essere vicini alla fine. E cambiare chi è al servizio ogni due punti invece che ogni game potrebbe incidere sul risultato. Sono congetture, ma mi è sembrato meglio che usare arbitrarie percentuali di punti vinti al servizio.

Per quanto riguarda il tempo necessario a giocare quei tiebreak, Jeff Sackmann ha trovato che i punti del tiebreak durano circa il 25% in più dei punti nei game. In questo caso, ho calcolato l’effettivo numero di secondi per punto nei set in cui sono scattate le regole (solitamente in un intorno di 40 secondi) e, per semplicità, sommato 10 secondi a ogni punto per arrivare al tempo aggiuntivo che servirebbe per terminare il set utilizzando i tiebreak come previsto dalle regole di accorciamento.

Partite maschili al meglio dei tre set

Ricordiamo che il Tempo Obiettivo è di due ore, all’arrivo del quale vengono applicate le regole per far terminare la partita, nella speranza che non si vada oltre le 2 ore e 15 minuti. La tabella riepiloga alcuni dati preliminari dell’analisi per le partite maschili al meglio dei tre set.

Si può vedere come circa il 23% delle partite maschili al meglio dei tre set dura più di due ore. Solo un paio di partite hanno ricevuto esenzione per via del torneo e/o del turno in cui sono state giocate. Vista la necessità di dover fare affidamento sull’archivio on-demand di Tennis Channel Plus, ho avuto accesso a circa due terzi delle partite da visionare non considerate esenti.

Come si sono comportate le regole nel caso delle partite maschili?

La tabella riepiloga i dati di tutte le 46 partite che ho sottoposto alle regole.

In media, la durata è stata di 140 minuti. Le regole di accorciamento hanno in media ridotto la partita di 10 minuti, sempre considerando che più di un terzo delle partite non hanno subito alcuna riduzione. Anzi, due partite a Rotterdam sono diventate più lunghe con l’applicazione delle regole, anche se, rispettivamente, solo di uno e due minuti. Dieci minuti non sembrano un grande risultato, ma è molto difficile togliere del tempo a un evento di sport professionistico. Si otterrebbe una maggiore riduzione introducendo un super-tiebreak al terzo set per ogni partita, ma si avrebbe incidenza anche su quelle partite che non devono essere accorciate.

Troncare lunghe partite maschili

Non è però il tempo medio risparmiato l’aspetto a cui sono più interessato. Mi interessa invece capire se è possibile contenere la durata delle partite veramente lunghe e chiuderle nel giro di 15 minuti, in modo che non si vada oltre le 2 ore e 15 minuti. Come mostra la tabella, 27 di queste partite hanno avuto una durata effettiva sopra le 2 ore e 15 minuti ma, dopo l’applicazione delle regole di accorciamento, solo cinque sono durate di più.

Queste sono le partite più lunghe di 2 ore e 15 minuti anche dopo l’applicazione delle regole di accorciamento.

#1 Dimitrov c. Wawrinka – Cincinnati Masters

È stata una partita di 2 ore e 35 minuti che le regole di accorciamento non hanno di fatto accorciato. Al sopraggiungere del Tempo Obiettivo di due ore, Stanislas Wawrinka era avanti 5-7 6-4 5-2, con Grigor Dimitrov al servizio e sotto di un break. Vista l’immediatezza della conclusione, le regole di accorciamento prevedevano di lasciare giocare. Dimitrov si è fatto beffa delle regole, perché ha rimontato costringendo Wawrinka a vincere al tiebreak. Quindi, nella circostanza in cui le regole si sarebbero aspettate uno o due game, ce ne sono stati altri cinque oltre a un tiebreak.

#2 Edmund c. Tsonga – Washington

È stata una partita di 2 ore e 22 minuti che le regole non hanno accorciato per lo stesso motivo della partita precedente. Il punteggio al Tempo Obiettivo era più vicino alla conclusione che tra Dimitrov e Wawrinka, ma gli ultimi quattro game hanno impiegato moltissimo tempo.

#3 Paire c. Polmans – Washington

È stata una partita di 2 ore e 31 minuti, che le regole di accorciamento hanno diminuito di 14 minuti, ma che comunque è stata più lunga di due ore e 15. All’arrivo del Tempo Obiettivo, Benoit Paire era avanti un break e stava servendo a terzo set avanzato, ma Marc Polmans ha recuperato il break e mandato il set al tiebreak, facendo finire la partita a 2 ore e 17 minuti.

#4 Norrie c. Thompson – Atlanta 

È stata una partita di 2 ore e 27 minuti ridotta di 11 minuti, ma è andata oltre di un minuto perché Cameron Norrie ha recuperato un break all’inizio del terzo set.

#5 Dimitrov c. Johnson – Los Cabos 

Situazione praticamente identica alla partita tra Dimitrov e Wawrinka, ma con Dimitrov questa volta dall’altra parte della barricata. È stata una partita di 2 ore e 28 minuti che non ha subito accorciamenti perché Steve Johnson ha recuperato sotto di un break sul 2-5 verso la fine del terzo set.

Direi che non è male. Escludere per un minuto o due le partite #3 e #4 non è un grande problema. Escludere per 7 minuti la #2 desta la mia attenzione, anche se si è trattato di game insolitamente lunghi a conclusione di una partita. Le partite #1 e #5 mi deludono, perché sono state più lunghe di quanto desideravamo. Hanno attivato la Regola 3B.1(a), che è quella che mi ha creato più problemi.

Se avessi invertito le regole e fatto terminare le partite verso la fine del terzo set in presenza di un break, anche queste due sarebbero state salvate. Tuttavia, quell’inversione di regola avrebbe allungato le altre partite in modo inaccettabile. C’erano diversi scenari da Regola 3B.1(b) che sarebbero stati più lunghi e avrebbero fatto più danni che queste due partite.

Quali sono state le conseguenze per le partite maschili?

Come ho scritto nella Parte 1, l’obiettivo è individuare benefici e costi di queste regole. Per quanto riguarda i benefici, si è ottenuto un accorciamento significativo delle partite più lunghe? Rispetto a queste 46 partite, sono soddisfatto del risultato. Per quanto riguarda i costi, quante partite sono state alterate con queste regole, cioè il tempo risparmiato ne giustifica l’applicazione? Delle 46 partite in esame, tre sono finite diversamente dal risultato originale. Bisogna però fare attenzione a un aspetto importante, cioè al modo in cui ho ipotizzato che i giocatori vadano avanti dopo che sono scattate le regole. Perché non sappiamo esattamente come giocheranno! Utilizzando il risultato effettivo dei punti del resto della partita, l’esito è stato diverso in circa il 7% delle partite. Analizziamole con maggiore dettaglio:

Berdych c. Krajinovic – Montpellier (quarti di finale)

Si è trattato di una partita in tre set molto lunga, della durata di 2 ore e 42 minuti. Con le regole, si sono eliminati ben 34 minuti. Al sopraggiungere del Tempo Obiettivo, Filip Krajinovic era avanti 2-1 con un break nel terzo set. In questo scenario, la Regola 3B.2 dà la possibilità a Tomas Berdych di recuperare il break e, se non ci riesce, la partita termina. Krajinovic ha tenuto il servizio e quindi la vittoria della partita, con un notevole risparmio di tempo. Nella realtà, Berdych ha vinto sei dei successivi otto game e vinto il set 7-5.

Opelka c. Isner – Atlanta (secondo turno)

Per 2 ore e 33 minuti, la partita ha seguito i servizi. Le regole l’hanno accorciata a 2 ore e 12 minuti. I giocatori seguivano i servizi all’arrivo del Tempo Obiettivo, ed è successo che, con le regole di accorciamento, il tiebreak (7 punti) è andato a favore di Isner. Nella realtà, ha vinto Opelka al tibreak del terzo set. Ho pensato di usare il risultato del tiebreak effettivo per il tiebreak nella simulazione, ma i servizi giocati nel tiebreak sono arrivati dopo altri sei game e venti minuti di gioco. Ho preferito quindi rimanere fedele al mio metodo.

Evans c. Tiafoe – Delray Beach (primo turno)

Il Tempo Obiettivo è scattato sul 4-4 del terzo set, senza break. Francis Tiafoe si è aggiudicato il tiebreak (7 punti) imposto dalle regole. Nella realtà, Daniel Evans ha giocato meglio ed è riuscito a fare il break vincendo per 7-5.

A seconda del momento dell’interruzione, queste partite avrebbero potuto avere qualsiasi conclusione. La partita di Montpellier mi preoccupa perché era un quarto di finale e perché ha impedito un effettivo ribaltamento di fronte. L’ultima partita invece non mi darebbe problemi, se non per il fatto che il risultato finale è cambiato e si sono risparmiati solo 4 minuti, non un compromesso a cui sarei disposto a scendere. Non dimentichiamoci però che ho inventato io il punteggio: chi può davvero sapere cosa succederebbe nella realtà?

Tutto sommato, sono soddisfatto perché poche partite hanno subito una modifica del risultato, anche se queste tre partite sono un chiaro rimando al fatto che le regole di accorciamento possono produrre esisti arbitrari. Se regole come queste fossero già in adozione, non sapremmo mai che Berdych, Opelka e Evans avrebbero vinto le rispettive partite. Certamente non avevano, al sopraggiungere del Tempo Obiettivo, il controllo della partita.

Quali sono state le regole di maggiore impatto per le partite maschili?

Due terzi delle partite hanno attivato la Regola 2 (giocatori al servizio, si gioca il tiebreak a 7 punti) o la Regola 3.B.1(a) (il giocatore indietro di un break è il prossimo a servire e sono stati giocati almeno cinque game dell’ultimo set).

Come si sono risolte le partite per gli uomini?

“In modo naturale” significa che 16 partite su 46 hanno avuto lo stesso punteggio che nella realtà perché sono state giocate fino alla fine. “Decise dalle Regole” significa che 7 partite su 46 sono finite a punteggio in corso all’arrivo del Tempo Obiettivo (a completamento del game se non già concluso).

Cosa si può dire della terra battuta?

Come premesso, le partite considerate ai fini dell’analisi sono solo quelle sul cemento, principalmente perché avevo poco tempo e perché volevo includere le partite dell’ultima edizione degli US Open. Ho dato comunque un’occhiata alle partite maschili al meglio dei tre set, non ho saputo resistere. Sono 22 partite dai tornei di Gstaad, Bastad, Umago e Lione. In media, la durata sulla terra è stata maggiore (142 minuti) e le regole l’hanno ridotta significativamente (in media 15 minuti, con la mediana a 16 minuti).

Le regole hanno anche inciso su più partite (il 77% rispetto al 61% sul cemento). Delle 14 partite in origine con durata superiore alle 2 ore e 15 minuti, solo 3 sono state salvate (finite rispettivamente a 2 ore e 23, 2 ore e 20 e 2 ore e 16 minuti), quindi un risultato simile a quello sul cemento. Due partite hanno subito modifica per via delle regole, o il 9%, di fatto in linea a quanto accaduto per il cemento. Per una delle due si è trattato di un vero recupero del giocatore in svantaggio. Nell’altra, il Tempo Obiettivo è arrivato tra il secondo e il terzo set, e il super-tiebreak ha avuto un risultato diverso rispetto al set reale.

Non ci sono elementi in questo campione ridotto che fanno pensare che le regole non vadano bene anche per la terra.

The Difficulty of Shortening Tennis Matches, Part II (Best-of-Three)

La difficoltà di accorciare le partite di tennis – Parte I

di Chapel Heel // HiddenGameOfTennis

Pubblicato il 18 settembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Anche il tennis, come altri sport, è frequentemente soggetto a richiami per trovare un modo di accorciare la durata delle partite, sia per accomodare gli appassionati nella scelta delle molteplici possibilità di intrattenimento all’interno dei numerosi impegni della vita di tutti i giorni, sia per permettere alle emittenti televisive di avere un’idea più precisa sulla programmazione e sugli spazi pubblicitari necessari.

Durante gli US Open 2019, ho sentito Jim Chairusmi sul podcast Thirty Love suggerire che il tennis dovrebbe regolarsi su partite di due ore (o forse due ore e mezzo) per massimizzare seguito e passaggi televisivi. Mi sono chiesto cosa servirebbe introdurre o modificare per raggiungere quello standard.

La via più diretta sarebbe naturalmente di dichiarare la partita conclusa a un limite orario predefinito. Penso non ci sia alcuna ombra di dubbio che non succederà mai, e non dovrebbe mai succedere, nel tennis. Senza un modo per “gestire il cronometro”, l’esito della partita potrebbe essere del tutto arbitrario. La situazione più ovvia è quando la partita segue il servizio ma un giocatore è indietro di un game nel punteggio.

È necessario quindi modificare le regole per accorciare le partite. Sono già state introdotte, o sperimentate, misure finalizzate a quell’obiettivo. Alcuni tornei di entrambi i circuiti maggiori hanno utilizzato il cronometro al servizio per velocizzare il gioco, ma non sembra aver fatto troppa differenza. Le finali Next Gen hanno applicato alcuni cambiamenti per una durata inferiore delle partite, tra cui la vittoria del set per chi arriva per primo a 4 game, che sicuramente accorcia le partite ma snatura il sistema di punteggio dall’inizio alla fine.

Altre iniziative hanno incontrato maggiore riscontro positivo (come l’eliminazione della ripetizione del nastro e lasciare che i tifosi siano liberi di uscire e rientrare tra un punto e l’altro), ma è possibile che avranno impatto minimo sulla durata. Jeff Sackmann di Tennis Abstract ha analizzato cosa accadrebbe se la WTA introducesse il super-tiebreak nei singolari.

Durata e modifica delle regole: approccio combinato

La modalità più concreta per accorciare le partite è di certo il set vinto con 4 game, ma non mi viene in mente altro sport in cui le fondamenta del sistema di punteggio siano state alterata così drasticamente per ridurre la durata. Sarebbe come giocare tre dei quattro quarti nel basket, nell’hockey e nel football americano, o sei inning nel baseball. Il super-tiebreak al terzo set può troncare la lunghezza delle partite, così facendo però si finisce per alterare anche quelle partite che in ogni caso non avrebbero presentato un problema temporale. Agli US Open 2019 ad esempio, all’incirca il 30% delle partite concluse in tre set non è andato oltre le due ore e solo due da due set le hanno superate.

Quello che sto cercando di ottenere è una serie di regole che possano accorciare una partita lunga alla fine della partita, mantenendo contestualmente intatto il sistema di punteggio per la maggior parte del tempo. Voglio capire quanto sia complesso applicare una combinazione di modifiche alle regole di punteggio e di adozione di un tempo limite senza alterare il sistema di punteggio classico del tennis, almeno fino alle fasi finali di una partita molto lunga.

L’idea di base è di avere il tennis come lo si conosce fino al raggiungimento del Tempo Obiettivo, per poi far scattare delle regole che stabiliscano quanto ancora la partita può continuare. Il Tempo Obiettivo non è un’interruzione drastica, ma il momento in cui s’inizia ad arrivare alla conclusione.

Tempo Obiettivo nelle partite al meglio dei tre set

Come primo passaggio, dobbiamo scegliere un Tempo Obiettivo superato il quale scattano regole speciali. Non vogliamo interrompere partite equilibrate troppo presto, vogliamo invece che la durata subisca un taglio anche deciso per venire incontro all’attenzione dettata dalla moderna fruizione e dalla programmazione dei tornei e dei palinsesti televisivi. La regola delle due ore paventata da Chairusmi è, da questo punto di vista, ragionevole e, fortunatamente, confortata dai dati effettivi delle partite.

Sul circuito maschile, un set dura in media circa 40 minuti, che corrisponde alle due ore se vengono giocati tre set. Le partite femminili sono leggermente più brevi, ma preferirei non dover determinare regole diverse per circuito. Ai fini di quest’analisi, adotterò un Tempo Obiettivo di due ore per una partita al meglio dei tre set.

Tempo Obiettivo nelle partite al meglio dei cinque set

A meno di non voler abolire le partite al meglio dei cinque set, non si può usare un Tempo Obiettivo di due ore per questa fattispecie, perché non è nemmeno realistico pensare di giocare anche solo quattro set in due ore. Per una partita che termina al quinto set infatti, il tempo medio di gioco è di 3 ore e 20 minuti. Credo di dover accettare che una partita in cinque set non potrà rientrare in nessuna regola ragionevole di Tempo Obiettivo, tranne che questo sia talmente lungo da renderne l’introduzione stessa priva di significato. Molte persone, me compreso, adorano il formato al meglio dei cinque set e sarebbero restie ad abbandonarlo. La finale degli US Open 2019 ha poi rinforzato questa convinzione, dove forse il più grande combattente nella storia del tennis, Rafael Nadal, quasi non riusciva a scardinare l’opposizione di Daniil Medvedev.

È un’esercizio complicato cercare di individuare delle regole che accorcino ragionevolmente la durata delle partite al meglio dei cinque set mantenendone inalterata l’unicità. Ai fini dell’analisi, stabilisco un Tempo Obiettivo di 2 ore e 40 minuti per le partite al meglio dei cinque set, all’incirca il tempo medio di completamento di una partita che dura 4 set. Ce ne saranno alcune che rientreranno nel Tempo Obiettivo delle partite al meglio dei cinque set, ma la maggior parte andrà oltre. Per questo motivo, devono essere previste alcune esenzioni specifiche, in modo che comunque capiti di avere occasionalmente una partita in cinque set.

Esenzioni

Qualsiasi proposta di riduzione della durata delle partite incontra inevitabilmente il profondo malcontento degli appassionati più accaniti. La possibilità di procedere con delle esclusioni può calmare un po’ gli animi. Inizierei da queste partite:

  • le finali dei tornei dei circuiti maggiori
  • le semifinali dei Masters 1000, dei Premier Mandatory (quale sia la denominazione) e dei tornei dello Slam
  • i quarti di finale degli Slam, anche se non ne sono totalmente convinto, perché si tratta solitamente di partite infrasettimanali.
  • le partite di Coppa Davis, a eccezione di quelle ininfluenti
  • le partite di Fed Cup, a eccezione di quelle ininfluenti

Regole

Nel caso di una partita che non gode delle esenzioni di cui sopra, una volta raggiunto il Tempo Obiettivo applicabile, per terminare la partita scattano le seguenti regole.

Nessun set da concludere

Se il Tempo Obiettivo scatta tra un set e l’altro, si gioca un super-tiebreak (10 punti) al set successivo. Nel caso non bastasse a finire la partita, si usa la “Regola Finale Onnicomprensiva” che illustro a breve.

Set in corso di svolgimento

Se Il Tempo Obiettivo non scatta tra un set e l’altro, si seguono queste tre regole.

Regola 1

Si finisce sempre il game in corso, tiebreak compresi.

Regola 2

Se la Regola 1 non porta alla risoluzione della partita e il set sta seguendo i servizi, si gioca un tiebreak normale (7 punti) per terminare il set.

Regola 3

Se la Regola 1 non porta alla risoluzione della partita e il set non sta seguendo i servizi, allora:

A. se uno dei due giocatori ha più di un break di vantaggio, allora il set viene assegnato a quel giocatore

B. altrimenti

1. se il giocatore indietro di un break è il prossimo a servire, allora

(a) se la partita è al set decisivo e sono stati giocati più di cinque game, si finisce il set o

(b) se la partita è al set decisivo e non sono stati giocati più di cinque game, al giocatore avanti di un break viene assegnato il set o

(c) se la partita non è al set decisivo, al giocatore avanti di un break viene assegnato il set.

2. se il giocatore indietro di è un break è il prossimo a ricevere, si finisce il game successivo e poi

(a) se l’avversario rimane avanti di un break, gli viene assegnato il set o

(b) se si torna a seguire i servizi, si applica la Regola 2 per decidere il set.

Regola Finale Onnicomprensiva

Se qualsiasi delle regole precedenti determina una parità di punteggio (ad esempio, 1-1 in una partita al meglio dei 3 set o 2-2 in una al meglio dei cinque) o non riesce a determinare la conclusione della partita, la partita viene decisa con quanti set al super-tiebreak sono necessari.

Alcune considerazioni positive

Queste regole dovrebbero permettere alla maggior parte delle partite che arrivano al Tempo Obiettivo di essere concluse in circa 15 minuti. Questo consente un po’ di flessibilità, senza estendere il Tempo Obiettivo eccessivamente. Non è realistico riuscire a terminare una partita al meglio dei tre set in due ore esatte, o una al meglio dei cinque in 2 ore e 40 minuti, ma serve rimanere in un intervallo conveniente. In altre parole, si deve poter vedere la fine.

Ulteriori note positive

Il set può terminare naturalmente, o perché il game in corso ne determina la fine (Regola 1), o perché non c’è un guadagno significativo di tempo nel troncare la partita (Regola 3B.1(a)).

Lo si può anche chiudere con un solo tiebreak normale (7 punti), che in media richiederà dai 7 ai 10 minuti. Questo potrebbe essere lo scenario più probabile, come da Regola 2, quando i giocatori sono al servizio al sopraggiungere del Tempo Obiettivo.

È probabile che poco meno del 25% delle partite al meglio dei tre set siano soggette a queste speciali regole di accorciamento.

Non sono regole che troncheranno le partite più importanti, come le fasi conclusive degli Slam, i tornei tra nazioni e tutte le finali.

Le partite al meglio dei cinque set sopravvivono.

Pur non avendone evidenza, ho idea che ridurre la durata delle partite aiuti i giocatori a subire meno infortuni. Non solo giocano meno, ma giocano meno nei periodi in cui il loro fisico è più esposto, come a partita inoltrata. Questo potrebbe tradursi in meno ritiri prima e durante la partita e magari anche meno circostanze in cui un giocatore o una giocatrice lotta turno dopo turno, arriva in semifinale o in finale per poi dare vita a una partita non competitiva perché ha terminato le energie.

Alcune considerazioni negative

Oltre a una diffusa resistenza al cambiamento, si può pensare ai seguenti aspetti.

Il punteggio delle partite sarà strano, e più complesso, per i set finali. Si potranno avere potenziali tiebreak (7 punti) anche quando il punteggio non è in parità durante la partita (ad esempio, si sta seguendo il servizio ma su una situazione di 2-3 e si deve giocare il tiebreak). Non si può quindi mettere normalmente un numero in parentesi come si fa attualmente. Si potranno avere anche numeri tra parentesi quadre come accade al momento per i super-tiebreak (10 punti) alla stregua del doppio.

Si può di fatto dire addio ai cinque set nei primi turni degli Slam, anche se, penso di poter dire, non ne sentiremo così tanto la mancanza. Alcune di quelle sono partite memorabili, ma la maggior parte è seguita da pochi o dimenticata quasi integralmente. Gli appassionati più puri faranno fatica ad accettarlo, ma se serve per far crescere il seguito del tennis, sembra un compromesso ragionevole. Ad esempio, quali sono le partite in cinque set che si ricordano degli US Open 2019? E quante sono state prima dei quarti di finale? Secondo me ve ne viene in mente una, il sedicesimo tra Gael Monfils e Denis Shapovalov che, pur essendo stata combattuta, non ha offerto un quinto set all’altezza. Denis Kudla contro Janko Tipsarevic? Dominik Koepfer contro Jaume Munar? Yoshihito Nishioka contro Marcos Giron? Ricardas Berankis contro Jiri Vesely? Si può andare avanti a lungo.

I break sul circuito femminile

Le regole troncano la partita sia in caso di parità al servizio, sia in presenza di break. Nelle partite femminili però i break stanno diventando quasi la norma. Utilizzare un sistema basato sui break per avvicinare le partite alla loro conclusione potrebbe alterare i risultati sul circuito femminile in modo molto più drastico che su quello maschile.

Anche in presenza di queste regole, alcune partite richiederanno più di 15 minuti per essere terminate, ad esempio quando le regole impongono due super-tiebreak (10 punti) di fila, per quanto realisticamente non accadrebbe in una partita al meglio dei tre set, perché vorrebbe dire che solo il primo set è durato le intere due ore. Stiamo quindi parlando di fatto di uno scenario al meglio dei cinque set, nel quale le 2 ore e 40 arrivano tra il terzo e il quarto set.

Si giocherebbe il super-tiebreak (10 punti) per risolvere il quarto set, e se il punteggio diventa di 2-2, si usa poi il super-tiebreak (10 punti) come Regola Finale Onnicomprensiva per terminare la partita. Ipotizzando 40 secondi a punto (la media maschile, di solito) e due super-tiebrak (10 punti) da 16 punti ciascuno, si sfora di circa 20 minuti. Si tratta di più della coda desiderabile di 15 minuti sul Tempo Obiettivo, ma comunque non male in ottica di risparmio di tempo.

Ulteriori note negative

La situazione potenziale più preoccupante è quella prevista dalla Regola 3B.1(a)/3B.1(b), nella quale si deve considerare di terminare il set decisivo con un giocatore indietro di un break. Inizialmente non avevo previsto di far terminare il game, quindi era necessario finire il set ogni volta. Il problema è che, se il set è appena iniziato al sopraggiungere del Tempo Obiettivo, si finirebbe per dover giocare quasi un set intero, per una durata magari di altri 40 o 60 minuti, specialmente se si ottengono contro-break. Di converso, giocare il set consente al giocatore in svantaggio più margine per una rimonta, che credo sia davvero l’unica cosa che piace delle partite lunghe (perché altrimenti nessuno ha voglio di stare incollato quattro ore alla tv).

Ripeto, questo è particolarmente importante sul circuito femminile, con più servizi persi e più probabilità di recupero. Dovevo scegliere tra una e l’altra soluzione e, visto che è un esperimento, per quest’analisi ho scelto il tempo sulle rimonte. Da un lato, l’argomento principale è qui il tempo e, dall’altro, non ci sono così tanti recuperi quanti si è portati a pensare. Rimane però un aspetto che non mi convince, perché è un po’ controintuitivo: più ci si addentra nel set e minore è la probabilità di una rimonta, quindi perché darsi da fare per giocarlo tutto? La mia risposta è perché non si vuole troncare partite che non portano a un grande risparmio di tempo.

Applicare le regole a partite reali

Sono regole che funzionano? Con funzionare mi riferisco a due aspetti. Primo: accorciano effettivamente le partite in modo significativo, diciamo più del cronometro al servizio o la non ripetizione del nastro alla battuta? Secondo: se accorciano le partite in modo significativo, che prezzo stiamo pagando per la rinuncia ad altro tennis, vale a dire quante rimonte stiamo impedendo e sono troppe affinché risparmiare tempo valga la pena?

Al momento, sono regole del tutto teoriche. Volevo prima rendermi conto di quanto fosse difficile creare una piattaforma giuridica da zero. Non sono quindi in grado di dire se sono regole che funzionano. Affronterò il tema nel prossimo articolo, andando ad analizzare che effetti la loro applicazione avrebbe determinato su alcune partite sul cemento della seconda parte della stagione 2019, tra cui gli US Open e il Cincinnati e il Canada Masters.

The Difficulty of Shortening Tennis Matches, Part I

Le regole proposte da Charles Dodgson per i tornei di tennis

di Peter Ellis // FreeRangeStatistics

Pubblicato l’1 febbraio 2020 – Traduzione di Edoardo Salvati

In un precedente articolo, ho analizzato l’impatto dell’assegnazione delle teste di serie in un torneo di tennis. Le teste di serie sono uno dei modi per aumentare la probabilità che i giocatori più forti arrivino nelle fasi conclusive di una competizione a eliminazione diretta, portando a esiti più giusti e a maggiori possibilità di riservare gli scontri più entusiasmanti per la fine del torneo. In sostanza, l’obiettivo è ovviare a questo problema:

In un torneo di Lawn Tennis a cui, quasi per caso, mi capitò di assistere tempo fa, fu portato alla mia attenzione l’attuale metodo di assegnazione dei premi dalle lamentele di uno dei giocatori, che era stato battuto (e aveva conseguentemente perso ogni possibilità di vincere un premio) nei turni iniziali, e che aveva dovuto subire l’umiliazione di vedere conquistare il premio del secondo classificato da un altro giocatore, che lui sapeva essere ben inferiore.

L’episodio appena descritto portò Charles Dodgson, illustre matematico del diciannovesimo secolo dell’Università di Oxford, a proporre un’alternativa all’allora in voga sistema di eliminazione diretta senza teste di serie. Il suo trattato sul tema dal titolo “ LAWN TENNIS TOURNAMENTS: The True Method of Assigning Prizes with a Proof of the Fallacy of the Present Method” si trova alla pagina 1082 dell’opera omnia. Naturalmente, Dodgson è più conosciuto al mondo come autore a tempo perso di libri per bambini con lo pseudonimo di Lewis Carroll, le cui opere includono il capolavoro “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, “ Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, “La caccia allo Snark” e il giustamente dimenticato “Sylvie e Bruno”.

Gli elementi di base

Ecco gli elementi di base del sistema elaborato da Dodgson, descritto per un torneo a 32 giocatori:

  • viene tenuto un elenco in cui alla fine di ciascuna partita, accanto a ogni nome si scrive il nome del giocatore o dei giocatori che gli sono stati superiori, o in virtù di una vittoria diretta, o perché hanno battuto qualcuno che a sua volta ci è riuscito (vale a dire se A batte B e B batte C, A e B sono entrambi superiori a C). Non appena accanto al nome di un giocatore ce ne sono altri tre a lui superiori, quel giocatore è cancellato dalla lista
  • nella prima giornata di competizioni, c’è solo una partita per giocatore, con i 32 giocatori che sono accoppiati a due a due a formare 16 coppie
  • per il secondo giorno […] i 16 giocatori che hanno vinto la prima partita sono accoppiati tra di loro, così come i 16 che hanno un superiore (coloro che perdono in quest’ultimo gruppo di coppie avranno 3 superiori ciascuno, e verranno quindi eliminati dalla lista). Per tutte le altre partite i giocatori sono accoppiati allo stesso modo, prima quelli che non hanno mai perso, poi quelli con un superiore e così via, cercando di evitare, quanto possibile, di accoppiare due giocatori che hanno un superiore in comune
  • alla metà del terzo giorno, sono rimasti solo due giocatori senza sconfitte […] e questi due hanno una partita da giocare per tutto il quarto giorno
  • alla fine del quarto giorno si conosce il nome del giocatore che ha vinto il primo premio (grazie allo stesso processo di eliminazione usato nel metodo in vigore): i restanti giocatori sono accoppiati secondo le medesime regole, per le due partite da disputare al quinto giorno.

Teoria contro realtà

L’essenza di questo procedimento è che nessun giocatore è eliminato fino a che non è certo che non sia tra i migliori tre, perché gli eliminati hanno almeno tre superiori da cui hanno perso direttamente o che hanno battuto qualcuno che li ha battuti. Così i migliori tre sono in grado di surclassare tutti gli altri.

Un’osservazione interessante è che, secondo le regole di Dodgson, non serve che il numero di giocatori sia in potenza di due, come nel caso di un classico torneo a eliminazione diretta in cui gli organizzatori vogliono evitare situazioni di bye a senso unico.

Dodgson sostiene che la sua proposta dà garanzia di assegnare con accuratezza il primo, secondo e terzo premio ai migliori tre giocatori. Questa si basa però su alcune ipotesi chiave:

  • la superiorità è transitiva, quindi se A è superiore a B e B a C, allora A è superiore a C
  • la superiorità è deterministica, coerente e costante.

Naturalmente, il mondo reale opera con altri canoni. Ci si interroga quindi sulla bontà del metodo di Dodgson nel momento in cui i risultati delle singole partite non sono costanti e sono incoerenti tra loro, in linea con quanto emerso dalle realistiche simulazioni con valutazioni Elo che ho usato in precedenza. Per scoprirlo, ho simulato tornei impostati secondo le regole di Dodgson con le stesse 128 giocatrici di vertice dal 1990 dei tornei più convenzionali della scorsa analisi. Il codice che ho scritto permette di scegliere l’esito di singoli scontri tra giocatrici, da un lato in senso deterministico (cioè la giocatrice con la valutazione più alta ha garanzia di vincere, come nella dimostrazione a 32 giocatori di Dodgson), dall’altro in senso realisticamente probabilistico (la probabilità di vittoria è casuale, ma legata comunque alla valutazione Elo delle due giocatrici).

Risultati

Se le vincitrici sono deterministici, si arriva a un risultato come quello illustrato da Dodgson

Non deve sorprendere che il suo metodo assegni correttamente i premi in un torneo a 32 giocatori con esiti deterministici delle partite, vista la notevole abilità matematica che possedeva. Ero curioso di vedere se avesse funzionato in presenza di molti più partecipanti, e ho trovato che le sue regole (con modifiche minime) identificano nel giusto ordine i tre giocatori, a cui assegnano i primi tre premi, 100 volte su 100 diverse simulazioni.

Anche un torneo a eliminazione diretta con esito deterministico delle partite e con una corretta attribuzione delle teste di serie farà emergere con precisione le quattro migliori giocatrici il 100% delle volte. Credo che Dodgson pensasse che non si potesse fare affidamento su una conoscenza aprioristica del livello dei giocatori, escludendo quindi la possibilità di un torneo con teste di serie. Di sicuro, l’unico confronto che ha fatto è tra il suo metodo e un tabellone senza teste di serie.

È da notare che nel torneo ipotizzato da Dodgson serviranno all’incirca il doppio delle partite (con variazione a seconda dell’efficienza del tabellone, anche se in media nelle mie simulazioni le partite sono state 240) di un torneo a eliminazione diretta (che ha bisogno di 127 partite per 128 giocatori).

I risultati non sono così puntuali nello scenario in cui le vittorie sono realisticamente probabilistiche

In presenza di esiti non deterministici ma dipendenti dal caso e legati alla differenza di bravura associata alle valutazioni Elo, il metodo di Dodgson non è valido quanto avrebbe sperato. Naturalmente, si tratta sempre di un modello realistico. Anche nel periodo di dominio totale, Steffi Graf (la giocatrice con la valutazione massima tra quelle prese in esame per gli anni ’90) poteva comunque avere qualche probabilità di perdere contro altre giocatrici di vertice in una qualsiasi partita, come visto nel grafico che qui ripropongo.

IMMAGINE 1 – Probabilità di alcune giocatrici tra le prime 128 di battere Graf alla fine del 1990 sulla base delle valutazioni Elo

Efficacia delle teste di serie_2 - settesei.it

Il grafico dell’immagine 2 mostra i risultati di una simulazione di 1000 tornei giocati secondo le regole di Dodgson, con realistiche probabilità di vittoria e sconfitta (quindi non solo 1 e 0). Alcune conclusioni che si possono derivare:

  • le giocatrici di vertice vincono il torneo il 57% delle volte
  • il 36% delle volte giocano la finale le prime due giocatrici e il 23% delle volte vince la testa di serie numero 1
  • le prime tre giocatrici vincono i primi tre premi partita nell’ordine giusto solo il 7% delle volte.

Nel modello deterministico di Dodgson, per queste tre casistiche la probabilità è del 100%.

IMMAGINE 2 – Rendimento delle regole proposte da Dodgson in termini di probabilità della prima, seconda e terza giocatrice di finire il torneo nella giusta posizione

L’efficacia delle valutazioni Elo

Nel modello probabilistico, gli esiti del torneo secondo le regole di Dodgson sono simili a quelli di uno a eliminazione diretta con teste di serie, come ho scritto in precedenza. Ad esempio, in un tabellone con teste di serie, Graf, la giocatrice più forte, vinceva il 60% dei tornei e le prime due giocatrici erano in finale il 42% delle volte. È un risultato marginalmente migliore, rispetto a quanto ottenuto con le regole di Dodgson, in circa la metà delle partite, a evidenza dell’efficacia dell’utilizzo di informazioni aprioristiche sulla bravura delle giocatrici per la determinazione delle teste di serie.

Attuazione

Metodologia

Applicare le regole di Dodgson in modo che fossero sostenibili su un più ampio campione di tornei, su esiti casuali di partite e su risultati non coerenti e non transitivi è stato tutt’altro che banale.

Alcune decisioni:

  • per le coppie iniziali di giocatrici (e gli scontri successivi) ho proceduto casualmente anziché in ordine alfabetico secondo il cognome
  • ho abbandonato l’idea di “turno”, concentrandomi invece sulla successiva partita individuale da giocare, mettendo insieme, ove possibile, giocatrici con lo stesso numero di game giocati e di sconfitte
  • ho introdotto un concetto di “giocatrice scomoda” per un qualsiasi momento, vale a dire una giocatrice che ha giocato meno game delle altre e ha il minor numero di avversarie legittime disponibili a parità di sconfitte, evitando rivincite, etc. Trovare una partita per la giocatrice scomoda è diventata la priorità in ogni iterazione della mia simulazione
  • in alcune circostanze, ho dovuto permettere partite tra giocatrici che avevano giocato, a quella data, un diverso numero di game. Esiste probabilmente una soluzione che non richiede di farlo, ma non ho avuto tempo di cercarla

E ancora:

  • non sono riuscito neanche a escogitare un sistema pratico per il requisito “cercando di evitare, quanto possibile, di accoppiare due giocatori che hanno un superiore in comune”. Tranne che per occorrenze insolite, ho escluso le rivincite così da evitare che l’algoritmo si bloccasse
  • con risultati non deterministici e consentendo le rivincite dove inevitabile, sono emerse alcune contraddizioni da gestire con cautela. Ad esempio, una giocatrice può diventare superiore a se stessa (se A è battuta da B e poi B è battuta da A in una rivincita, la futura A è ora superiore alla passata A, un caso che ho evitato di considerare nel conteggio)
  • è possibile che le ultime quattro giocatrici rimaste abbiano 3 superiori ciascuna come risultante di una singola partita verso la fine del torneo, rendendo il piazzamento non chiaro. Di fronte a questa evenienza, ho suddiviso il primo posto ex-aequo, anche se semifinali e finale sarebbero più realistiche
  • allo stesso modo, può succedere che la giocatrice 2 e 3 (delle tre rimanenti) siano eliminate in un solo passaggio. Questo significa nessuna finale e un play-off per definire il secondo posto.

Interessante e valido, ma di difficile adozione

In ogni caso, si è trattato di un esperimento divertente. Sono soddisfatto del buon funzionamento di questo metodo per lo svolgimento di un torneo, anche al costo di dover giocare quasi il doppio delle partite di un torneo a eliminazione diretta. E, tutto sommato, anche con esiti di partite realisticamente incerti e non costanti. Non è ovviamente perfetto come l’ideale mondo deterministico descritto nel trattato originario di Dodgson. Come il precedente elenco di decisioni e insidie mostra, l’analisi però può complicarsi molto facilmente. Ci sono parecchi casi insoliti e al limite su cui non mi sono soffermato in dettaglio.

A mia conoscenza, il metodo di Dodgson non è mai stato usato per determinare il tabellone di un effettivo torneo, anche se ci sono state alcune simulazioni simili a questa. Non sono sicuro di quanto le intenzioni dello stesso Dodgson fossero serie. Sempre nel trattato accenna alla possibilità di eliminare i set nel tennis a favore in un sistema più semplice come “il primo giocatore che vince 14 game, o che va avanti di 9, vince la partita”. Dubito però che si aspettasse ragionevolmente una calorosa accoglienza delle sue proposte. Vale comunque la pena notare che l’autore del trattato è la figura professionale Charles Dodgson, appassionato di matematica ricreativa, e non Lewis Carroll, autore di libri per bambini.

Diciamo che, come per molte altre sue opere, la pubblicazione ha un merito. Non mi sbilancerei però a suggerirne l’adozione integrale per i moderni tornei di tennis.

Analysing the effectiveness of tennis tournament seeding

Un colpo al cerchio e uno alla botte per i premi partita Slam

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 30 dicembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

L’occhio di falco del profilo Twitter @juki_tennis ha individuato le seguenti modifiche al regolamento per i tornei Slam nel 2020:

Iniziamo dalla prima parte sottolineata (punto a, paragrafo iii), poi arriverò al doppio. La Federazione internazionale si sta accorgendo che l’erogazione di incentivi è un processo complicato. Anni fa, quando Adrian Mannarino aveva ancora capelli, i premi partita erano di immediata comprensione. Se giocavi, ne ricevevi, se non giocavi, non prendevi nulla. I giocatori che si infortunavano appena prima degli Slam dovevano soffrire in silenzio.

In realtà, è sempre stato più complesso di così. Negli ultimi dieci anni, gli Slam si sono superati nella corsa al montepremi più alto, aumentando in particolare i premi partita per i perdenti al primo turno. Un posto nel tabellone principale degli Australian Open vale oggi 63.000 dollari (o 90.000 dollari australiani). Ci sono alcuni giocatori tra coloro che passano per le qualificazioni che a malapena riescono a raggiungere quelle cifre in un’intera stagione. Per quanto si possa essere fissati con l’onestà e la correttezza, avendo la possibilità di intascare quell’assegno non la si lascia andare facilmente.

La stessa logica si innesca a prescindere dall’esistenza di una condizione fisica ottimale o dalla presenza di infortuni. I tornei Slam del decennio trascorso hanno visto dozzine di perdenti al primo turno che non erano nello stato di forma richiesto da una competizione così importante. È una nota dolente per gli organizzatori, è un aspetto negativo per gli spettatori, e probabilmente non va così bene nemmeno per i giocatori, per quanto 63 mila dollari permettono molte sedute di fisioterapia.

Ritiri pagati

Due anni fa, la Federazione internazionale ha affrontato la problematica. I giocatori del tabellone principale possono decidere di ritirarsi e ricevere comunque il 50% del premio partita assegnato al perdente al primo turno. L’ATP applica uno schema simile, concedendo ai giocatori che si ritirano sul posto l’intero premio partita del perdente al primo turno fino a due tornei consecutivi. Si tratta di un’iniziativa che ha ottenuto molto successo, facendo ridurre i ritiri al primo turno per i tornei del circuito maggiore da un picco di 48 nel 2015 a solo 20 nel 2019. In termini percentuali, è un declino dal 4.4% all’1.6% del totale delle partite di primo turno.

Per gli Slam lo scenario è più offuscato. In campo maschile ci sono stati nove ritiri al primo turno nel 2010 e nove nel 2019. Gli incentivi della Federazione potrebbero non bastare: il 50% del premio partita al primo turno è sempre una cifra ragguardevole a cui rinunciare. In difesa degli organizzatori, i ritiri non necessariamente forniscono un quadro completo della situazione. Un giocatore non al meglio o zoppicante può comunque riuscire a completare la partita, e forse l’aggiustamento nei premi partita ha convinto qualche giocatore in più a rinunciare al posto nel tabellone principale.

Tuttavia, non sono misure in grado di fermare quei giocatori che, intenzionalmente, aggirano il sistema. Sia l’ATP che la WTA concedono a giocatori e giocatrici di utilizzare la classifica precedente all’infortunio per iscriversi a un numero limitato di eventi al momento del rientro sul circuito. Professionisti astuti massimizzano questa concessione (chiamata classifica “protetta” dall’ATP e “speciale” dalla WTA) per i tornei con montepremi più ricco e, ove possibile, riducono il divario in classifica beneficiando di wild card per gli eventi minori.

Il caso Tursunov

Emblematico di una tattica di questo tipo è l’esempio di Dmitry Tursunov, che ha giocato (e perso) le ultime sei partite di uno Slam usando ogni volta la classifica protetta. Due di quelle partite, tra cui l’ultima apparizione in uno Slam agli US Open 2017 contro Cameron Norrie, si sono concluse con il suo ritiro, mentre le altre tre sono state sconfitte senza vincere nemmeno un set.

Per certi versi Tursunov si è “guadagnato” quello stipendio. Prima di Wimbledon 2014 era il numero 31 del mondo, poi non ha giocato per larga parte dei successivi 18 mesi. Al rientro, ha seguito le regole previste dall’ATP. Con premi partita che aumentano in modo sproporzionato negli Slam rispetto agli altri tornei, la classifica protetta sembra però mostrare onore sportivo solo se parte di un programma finalizzato al ritorno alle competizioni.

Anche se nel caso di Tursunov la regola della Federazione internazionale sui ritiri dell’ultimo minuto non era in vigore, è facile ipotizzare che un giocatore possa trarne vantaggio in circostanze simili. Ed è questo il divario che la modifica al regolamento cerca di colmare. Nella nuova versione, si estende l’applicazione oltre i giocatori o le giocatrici con classifica protetta o speciale, che tipicamente richiede un’assenza di sei mesi, non uno solo. Eppure l’idea è simile, cioè non è più possibile iscriversi a un torneo, presentarsi sul posto, dichiararsi infortunati e portare a casa decine di migliaia di dollari…a meno di non aver giocato recentemente. Il requisito è minimo, ma contribuisce ad alzare almeno di un po’ lo standard per chi vuole un assegno da 30.000 dollari.

La clausola della “prestazione professionale”

La nuova regola non avrebbe avuto conseguenze sulla redditizia classifica protetta di Tursunov per le stagioni 2016 e 2017. Se fosse però rientrato da un infortunio un paio di anni più tardi, i suoi guadagni avrebbero potuto essere oggetto di revisione. Nel 2019, sia il Roland Garros che Wimbledon hanno richiamato una disposizione regolamentare raramente invocata, che richiede ai giocatori di “porre in essere una prestazione professionale”. Se lo sforzo non è considerato adeguato, si possono attivare sanzioni per un importo che ricalca il premio partita di un primo turno. 

Anna Tatishvili, protetta da classifica speciale, si è vista sottrarre l’intero premio partita al Roland Garros, mentre Bernard Tomic — spesso convenientemente preso di mira quando si verificano episodi di questa natura — ha perso la somma elargita dall’All England Club. Tatishvili ha poi vinto in appello, a Tomic è andata diversamente (anche se ingiustamente).

La violazione dello standard professionale

Ciò che importa ai fini del ragionamento non è il conto in banca di Tatishvili, ma il fatto che gli Slam hanno tirato fuori la clausola dello “standard professionale” dal congelatore. Vale la pena citare i vari elementi che concorrono, secondo il regolamento, alla violazione dello standard:

  • il giocatore o la giocatrice non ha completato la partita;
  • il giocatore o la giocatrice non ha giocato nelle 2 o 3 settimane che precedono lo Slam;
  • il giocatore o la giocatrice si è ritirato nell’ultimo torneo che ha giocato prima dello Slam;
  • il giocatore o la giocatrice stava usando una classifica protetta o speciale per l’ingresso nel tabellone principale;
  • il giocatore o la giocatrice ha ricevuto una Violazione Comportamentale per mancanza di Massimo Sforzo.

In tutti gli Slam c’è qualche giocatore che si muove nel cono d’ombra, magari tornando a giocare un po’ prima di quanto avrebbe fatto se il calendario degli Slam fosse stato diverso. Con le sanzioni del 2019, la Federazione internazionale ha fatto intendere di aspettarsi un livello di gioco credibile da tutti i giocatori e giocatrici del tabellone principale. E con la modifica ai premi partita valida per il 2020, si è chiusa la sbarra a compensi a cinque cifre per giocatori che non sarebbero dovuti essere nell’elenco degli iscritti, anche se non scendono mai in campo.

Come promesso, il doppio

La seconda parte del regolamento (punti a e d) è più problematica. Ritengo infatti che manchi un “non” chiave nella frase iniziale. A meno che la Federazione insegua obiettivi alquanto bizzarri e del tutto sconosciuti, l’intenzione delle regole relative al doppio è quella di scoraggiare i singolaristi a ritirarsi se non in casi di infortuni reali, e di evitare che si iscrivano al doppio in prima battuta se non pensano di impegnarsi seriamente.

I premi partita del doppio impallidiscono rispetto al singolare, ma comunque le coppie perdenti al primo turno ricevono un assegno di 17.500 dollari, cioè 8750 dollari a giocatore. È una cifra sufficientemente alta da convincere singolaristi a giocare il doppio se automaticamente qualificati, non importa se si disinteressano completamente al doppio nelle 44 settimane di tornei non Slam.

I criteri di accesso al tabellone principale del doppio di uno Slam sono gli stessi dei tornei del circuito maggiore maschile e femminile. Le coppie sono ordinate in funzione della classifica complessiva di singolare o doppio. Ciascun giocatore può usare la classifica migliore. I circuiti consentono ai professionisti di fare ricorso alla classifica di singolare così da incoraggiare le mega stelle a giocare il doppio, e in tornei come l’Indian Wells Masters molti grandi nomi in effetti giocano il doppio. Negli Slam l’effetto maggiore è sulla seconda fascia di singolaristi, con il risultato di accoppiamenti eclettici come quelli di Mackenzie McDonald e Yoshihito Nishioka o Lukas Lacko e John Millman agli US Open 2018.

Il doppio negli Slam non è un’esibizione

Come per molti altri dettagli della modalità d’iscrizione, alla maggior parte degli appassionati interessa poco. Dovrebbero però approfondire. Ogni qualvolta le regole permettono l’ingresso di una coppia, ne escludono contestualmente un’altra.

Inserendo più singolaristi nel tabellone del doppio, il livello di accesso per i doppisti a tempo pieno diventa incredibilmente ostico. Un singolarista in ascesa può entrare nei primi 100 — accedendo di diritto ai tabelloni principali degli Slam — con una solida stagione sul circuito Challenger. Non è così nemmeno per i migliori doppisti di Challenger, che spesso sono costretti alla ricerca di singolaristi la cui classifica consente un accesso diretto.

La revisione di quest’anno alle regole dovrebbe migliorare la situazione, almeno in parte (ma solo se qualcuno inserisce il “non” mancante, ovviamente). Il doppio negli Slam non è un’esibizione, e non dovrebbe essere trattato in quel modo. Anche l’ATP e la WTA dovrebbero muoversi di conseguenza, penalizzando quei giocatori che si ritirano dal doppio per poi dimostrare di non avere infortuni continuando invece in singolare.

Incentivi e intenzioni

Seppur dei tecnicismi, sono modifiche al regolamento con uno scopo semplicissimo: assicurare che i giocatori nei tabelloni principali dei tornei Slam — in singolare e in doppio — siano in forma e motivati a giocare. Non verrano eliminate tutte le scappatoie legali, e ci si devono attendere altre controversie da situazioni come quella di Tatishvili e Tomic.

La tematica di fondo, complicata dalla modifica riguardo al ritiro sul posto, è la motivazione sottostante l’aumento del premio partita per i perdenti al primo turno. Gli Slam rappresentano la fetta più abbondante del montepremi stagionale, specialmente per i giocatori con classifica tra il 50 e il 110 delle due classifiche ufficiali, che non hanno accesso diretto per molti dei prestigiosi Master 1000 o Premier. Anche nei turni avanzati, nella migliore delle ipotesi si contendono premi non superiori ai 10.000 dollari.

Quattro volte l’anno, i professionisti con bassa classifica ottengono un innesto di denaro garantito, e la possibilità di raccogliere molto di più. Di fatto, la presenza degli Slam è per molti giocatori l’apporto economico per finanziare il resto della stagione. In parte, gli Slam hanno aumentato i premi partita del primo turno — nominalmente e rispetto all’incremento nei turni conclusivi — proprio a riconoscimento di questo aspetto. Essere un professionista sul circuito richiede parecchi soldi e, in assenza dell’apporto dagli Slam, può tranquillamente diventare un’impresa in perdita.

Stipendi, no premi partita

Gli Slam si affidano ai due circuiti maggiori e agli altri circuiti, che operano livelli di ricchezza inferiore, per una pubblicità che dura tutto l’anno e un insieme di giocatori di talento che attirano pubblico e attenzione mediatica. Molto del premio partita per il perdente al primo turno è un implicito attestato a questo prezioso contributo.

Nessuno è convinto che la giocatrice numero 78 del mondo meriti 63.000 dollari per presentarsi in campo e impegnare Serena Williams nell’equivalente di un riscaldamento di nemmeno un’ora. Merita però la numero 78 del mondo di guadagnare complessivamente 250.000 dollari all’anno, che poi a malapena coprono le spese per viaggiare, per l’allenatore e per l’attrezzatura? Penso di si, sembra che lo pensino anche gli Slam e sospetto che lo pensiate anche voi.

Quando la Federazione internazionale chiude scappatoie come queste, non dimentichiamo che agisce avendo a riferimento un contesto da 63.000 dollari per ora, non il più ragionevole modello da 250.000 dollari a stagione. È un obiettivo importante assicurare l’integrità e la qualità del gioco negli Slam, ma deve essere messo sullo stesso piano con lo sforzo di sostenere i giocatori e le giocatrici delle retrovie, anche in presenza di infortuni.

La creazione di un fondo

Una politica più ragionevole sarebbe quella di separare larga parte del montepremi per i perdenti al primo turno dall’atto concreto di giocare una partita di primo turno. Gli Slam ad esempio potrebbero contribuire singolarmente con 7.5 milioni di dollari annui — cioè 30.000 dollari per giocatore — ad alimentare un fondo che eroghi poi sovvenzioni stagionali a giocatori e giocatrici fuori dai primi 50, e abbassare ogni premio partita per il singolare dello stesso ammontare (realizzarlo sarebbe un grattacapo notevole, partendo da questi pochi parametri).

In questo modo molti giocatori riceverebbero semplicemente 30.000 dollari aggiuntivi a Slam sotto un’altra maschera. Però chi è infortunato verrebbe aiutato a ritornare al massimo della forma, lasciando grandi cifre a disposizione per le spettacolari battaglie della fase finale. Naturalmente, è una soluzione che esige ben più di qualche modifica marginale al regolamento.

Grand Slam Prize Money Whack-a-Mole

Possibili (e parziali) soluzioni alle Finali di Coppa Davis

di Sébastien Rannaud // TennisAbstract

Pubblicato il 2 dicembre 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il nuovo formato delle Finali di Coppa Davis ha generato molte critiche tra appassionati e addetti ai lavori, che hanno manifestato perplessità sull’atmosfera, sul tifo a senso unico per la Spagna, il paese ospitante, sull’orribile sito internet e app telefonica, sulla mancanza di copertura televisiva e sulla programmazione fino a tarda notte.

La controversia maggiore però ha riguardato un aspetto più recondito, cioè il ritiro pre-partita del Canada nel doppio contro gli Stati Uniti, quando ormai il risultato della sfida era acquisito. Come mai? Gli organizzatori hanno concesso agli Stati Uniti una vittoria per 6-0 6-0, migliorandone le percentuali di classifica nel Gruppo F e andando quindi a incrementare le probabilità di qualifica per la fase a eliminazione diretta come una delle due migliori seconde classificate nei gironi all’italiana.

Per determinare la graduatoria tra finaliste dei gironi, sono stati utilizzati i seguenti criteri:

  • più alta percentuale di partite vinte
  • più alta percentuale di set vinti
  • più alta percentuale di game vinti
  • la posizione nella classifica della Davis Cup al lunedì della settimana delle Finali.

Con il doppio 6-0 gli Stati Uniti hanno evidentemente beneficiato in relazione ai primi tre criteri. Altri tornei che usano questa logica, come le Finali di stagione ATP e WTA, non prevedono i ritiri pre-partita, grazie alla presenza del giocatore sostitutivo in caso di infortuni. Le Finali di Coppa Davis sono un mondo a parte, fondamentalmente per via del doppio ininfluente negli scontri del girone all’italiana. Non ci sono incentivi sportivi o finanziari a giocare e vincere quella partita nel caso di avvenuta qualificazione ai quarti di finale, come appunto accaduto al Canada prima del doppio contro gli Stati Uniti.

Strane coercizioni

Un formato così contorto è dovuto a due aspetti principali. In primo luogo, partecipano alle Finali di Coppa Davis 18 nazioni. Perché un numero così causale quando la fase eliminatoria riguarda solo 8 nazioni? L’unica possibile soluzione è assegnare wild card alle squadre finaliste per completare il tabellone, da cui la complicata procedura di spareggio. Il secondo aspetto è la durata del torneo di sette giorni. Gli organizzatori (il Kosmos Group e la Federazione internazionale) preferirebbero un periodo più lungo di due settimane ma, almeno per il momento, sette giorni è il massimo che sono riusciti a ottenere, considerando anche la posizione non proprio ideale in calendario.

Se servono tre turni nella fase a eliminazione diretta (i quarti, le semifinali e la finale), il tempo a disposizione per il girone all’italiana è risicato, e questo spiega i gruppi ridotti a tre squadre che giocano solo due scontri. Così poche partite comportano inevitabilmente l’attivazione delle regole di spareggio, rendendo ogni partita, tra cui tutti i doppi, molto importante. È per questo che quando una squadra decide di non giocare il doppio, devono esserci regole che impediscono alla nazione che ne trae beneficio un vantaggio eccessivo sulle seconde classificate degli altri gruppi.

Alle numerose critiche sollevate su più fronti riguardo a questa rilevante imperfezione del formato, sono seguite poche proposte di soluzione. Analizziamo alcuni possibili correttivi verificando se trovano efficace applicazione nei limiti imposti dal torneo.

Un primo insieme di interventi: modifiche al doppio ininfluente

Ipotizziamo che sia concesso dagli organizzatori di saltare tutti i doppi che non hanno più rilevanza. In alcuni casi, tifosi e spettatori comprerebbero biglietti solo per due partite, non più tre. I prezzi dovrebbero quindi essere in qualche modo rivisti per riflettere questa possibilità, così da mostrare equità e rispetto nei confronti di chi si reca a vedere le partite allo stadio.

Scenario A:

  • Il formato è identico (18 squadre, tre turni a eliminazione diretta)
  • Regola per il doppio ininfluente: ritiro pre-partita della squadra che si è già qualificata. La squadra che vince prende 1 punto, ma la partita non conta in termini di percentuale di partite vinte, di percentuale di set vinti e di percentuale di game vinti.

La squadra che ha perso le due partite di singolare non ha la possibilità di giocare il doppio e recuperare le scarse percentuali derivanti dalle sconfitte, mentre la squadra che si è qualificata viene premiata conservando percentuali quasi perfette. È un sistema che si basa sui risultati conseguiti, quindi lascia poco margine di lamentela sulla non correttezza per la squadra perdente, specialmente se si considera che ha poi più tempo per risposare e prepararsi alla sfida decisiva del giorno dopo contro l’altro paese dello stesso gruppo.

Scenario B:

  • Il formato è identico (18 squadre, tre turni a eliminazione diretta)
  • Regola per il doppio ininfluente: ritiro pre-partita della squadra che si è già qualificata. La squadra che vince prende 1 punto ma con il punteggio di 6-4, 4-6, 6-4 valido ai fini della percentuale di partite vinte, della percentuale di set vinti e della percentuale di game vinti.

Prendiamo il caso delle due partite di singolare perse senza vincere un set. La squadra che beneficia dal ritiro passa dallo 0% di set vinti al 29%. Sembra più ragionevole e meno estremo di un punteggio a tavolino di 6-0 6-0.

Scenario C:

  • Il formato è identico (18 squadre, tre turni a eliminazione diretta)
  • Regola per il doppio ininfluente: il doppio deve essere giocato. I due vincitori riceveranno un premio partita aggiuntivo (100.000 dollari)

Si può ragionevolmente supporre che la squadra che si è già qualificata manderà in campo per il doppio i giocatori di “rincalzo”, che hanno un incentivo finanziario notevole per cercare di strappare una vittoria, anche alle 4 della mattina, visto che cifre così ragguardevoli sono rare per i tornei di doppio. Con pochi doppi irrilevanti a ogni edizione delle Finali di Coppa Davis, non sarebbe uno sforzo troppo oneroso per gli organizzatori.

Più soluzioni: 16 squadre

Scenario D:

  • Girone all’italiana: 16 squadre divise in quattro gruppi, con tre scontri a squadra
  • 8 squadre si qualificano per la fase a eliminazione diretta di tre turni (quarti, semifinali, finale)
  • Regola per il doppio ininfluente: la squadra che vince prende 1 punto, ma la partita non conta in termini di percentuale di partite vinte, di percentuale di set vinti e di percentuale di game vinti.

Con tre scontri nel girone all’italiana, è probabile che il doppio ininfluente arriverà solo nel terzo e ultimo scontro, quando cioè si saranno già giocate tra le sei e le otto partite (tra singolari e doppi). Il peso di una partita ininfluente non sarebbe maggiore di un settimo (il 14.2%) del totale delle partite giocate durante il girone all’italiana, ed è meno rilevante di quanto accada con l’attuale formato, in cui la partita che non si gioca ha un peso di un sesto (il 16.7%). Inoltre, con gruppi di quattro paesi, tutte le squadre potrebbero sfidarsi in contemporanea, in modo che alcune inizierebbero la partita di doppio senza la certezza di essersi qualificate per i quarti di finale.

Sfortunatamente, non c’è possibilità che questo scenario si verifichi all’interno dei sette giorni dedicati al torneo, perché vorrebbe dire che entrambi i finalisti giocherebbero sei sfide in sette giorni, o dalle 12 alle 18 partite. Non è un ritmo sostenibile, specialmente per paesi come il Canada e la Russia, che quest’anno di fatto hanno schierato solo due giocatori chiave. E non avrà il consenso di élite come Rafael Nadal e Novak Djokovic, che potrebbero arrivare dalle Finali di stagione terminate la settimana precedente avendo giocato fino a cinque partite.

Scenario E:

  • Girone all’italiana: 16 squadre divise in quattro gruppi, con tre sfide a squadra
  • 4 squadre si qualificano per la fase a eliminazione diretta di due turni (semifinali e finale)
  • Regola per il doppio ininfluente: la squadra che vince prende 1 punto, ma la partita non conta in termini di percentuale di partite vinte, di percentuale di set vinti e di percentuale di game vinti.

Riducendo la fase a eliminazione diretta, si torna a un numero più abbordabile di cinque sfide in sette giorni. Il vantaggio sta nel fatto che il doppio ininfluente avrebbe ancora meno importanza dello Scenario D, perché si qualificano alla fase a eliminazione diretta solo le vincitrici dei rispettivi gruppi. L’attuale procedura di spareggio non avrebbe applicazione, perché probabilmente la vincitrice del gruppo si qualificherebbe già per numero di sfide vinte e di partite vinte.

Compromessi

In ogni caso, sistemando una problematica se ne solleva un’altra.
In primo luogo, la fase a eliminazione diretta ha più presa sui tifosi delle partite del girone all’italiana. Ci sono volte in cui l’ultima sfida ha le caratteristiche di una partita a eliminazione diretta ma, in media, c’è meno pathos. Questo conduce alla seconda problematica: le squadre al terzo o quarto posto prima della sfida finale del girone all’italiana potrebbero essere già matematicamente fuori dalla qualificazione. Ci si potrebbe trovare anche con un’ultima sfida totalmente irrilevante tra la terza e la quarta, un’ipotesi che si spera non debba mai verificarsi.

Anche se il doppio ininfluente sarebbe improbabile, il rischio potenziale è enorme. Si fatica a pensare alla tristezza di una partita a orario notturno, specialmente in uno stadio neutro per entrambe le squadre e con sparuti tifosi presenti. Kosmos Group e la Federazione internazionale si aspetterebbero di contare sulla professionalità di entrambe le squadre, almeno nei confronti delle poche centinaia di tifosi che sono comunque andati a vedere la partita. Ma anche uno scambio da 84 colpi non riuscirebbe a risollevare le sorti di uno spettacolo deprimente.

Incentivi

L’unica soluzione arriverebbe da un incentivo alle squadre coinvolte nei doppi irrilevanti. In un torneo a 16 squadre, potrebbe ad esempio essere la qualificazione automatica per la finalista alle Finali di Coppa Davis dell’anno successivo (oltre alle quattro vincitrici dei gruppi). Le squadre in lotta per il terzo posto avrebbero il vantaggio di giocare in casa nella sfida di qualificazione di marzo. Le ultime del gruppo avrebbero la trasferta in marzo o verrebbero declassate in una fascia inferiore nelle zone di suddivisione della Coppa Davis. Se c’è una posta in palio, i doppi ininfluenti riuscirebbero a mantenere almeno un po’ di interesse.

Per Kosmos Group e per la Federazione internazionale, ridurre le partecipanti da 18 a 16 sarebbe molto più complicato che modificare le regole di spareggio. Con tutti i problemi riscontrati nella prima edizione, la regola per il doppio ininfluente non è quasi sicuramente in cima alla lista delle priorità. Però, di fronte all’inazione, squadre come il Canada o l’Australia sfrutterebbero la scappatoia e, prima o poi, una squadra avanzerà ai quarti di finale in virtù di un 6-0 6-0 nel doppio ininfluente, generando una reazione mediatica da incubo per gli organizzatori, oltre a infliggere una punizione dura da sopportare per la squadra che subisce la decisione.

Lo sport è avvincente solo se i tifosi percepiscono imparzialità, quantomeno a un livello minimo. Le Finali di Coppa Davis hanno evitato il disastro quest’anno, lasciando però che il formato fosse messo in discussione dagli appassionati più solleciti. La speranza è che, nei prossimi 12 mesi, venga trovata una soluzione.

How to (Partly) Fix the Davis Cup Finals

Altro Slam, altro inutile cronometro al servizio

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato l’1 febbraio 2019 – Traduzione di Edoardo Salvati

Il cronometro al servizio per i 25 secondi tra un punto e l’altro è diventato in fretta una presenza stabile in entrambi i circuiti maggiori. Dopo una fase sperimentale, ha debuttato nei tornei di preparazione agli US Open 2018 e da allora è stato ampiamente adottato. Sia gli US Open che gli Australian Open ne hanno fatto uso, e la WTA lo introdurrà negli eventi Premier del 2019, con l’idea di estenderlo poi a tutti i tornei.

Per come l’ho intesa, l’obiettivo del cronometro al servizio è duplice. Il primo, limitare la durata delle partite costringendo i giocatori a un tempo prefissato tra un punto e l’altro. Il secondo, applicare la regola in modo equo.

Dirigenti di tennis e di emittenti televisive sono sempre alla ricerca di accorgimenti per rendere le partite più corte (o, quantomeno, di durata più prevedibile), quindi il primo obiettivo ha una portata più ampia.

Il secondo è più specifico. È risaputo che diversi dei giocatori che impiegano molto tempo tra un punto e l’altro sono le grandi stelle, e si riteneva che l’arbitro esitasse a penalizzarli. In teoria, un cronometro identico per tutti dovrebbe rendere l’applicazione più trasparente, assicurando correttezza a prescindere dallo status.

È difficile valutare il successo del secondo obiettivo. Per certi aspetti, sembra che stia funzionando, vista l’assenza di lamentele da parte dei giocatori. Rispetto al primo obiettivo, è più semplice fare una valutazione degli sviluppi, aspetto che ho analizzato già tre volte, appena dopo il Canada Masters 2018, dopo il Cincinnati Masters 2018 e al termine degli US Open 2018.

Tre eventi separati, medesima conclusione: il cronometro al servizio non ha velocizzato il gioco e, in molti casi, è coinciso con partite più lente.

Come è andata in Australia

Il metodo più immediato per misurare la velocità di un partita è di usare la durata ufficiale e il numero di punti giocati e calcolare i secondi per ogni punto. È un sistema un po’ approssimativo, visto che la durata ufficiale non ricomprende solo il tempo effettivo di gioco ma anche le pause tra i punti, i cambi di campo, le interruzioni per temperature eccessive o per la richiesta di assistenza medica, la moviola istantanea chiamata dai giocatori ed eventuali brevi sospensioni per pioggia. Si tratta quindi di un dato imperfetto, anche se il i cambi di campo od occorrenze simili sono ben definiti, rendendo possibile il paragone.

La tabella mostra i secondi medi per punto per gli uomini e le donne agli Australian open 2018 e 2019, a indicazione della cadenza di gioco prima e dopo l’introduzione del cronometro al servizio.

Anno   Sec/Pt U   Sec/Pt D   
2018 40.2 40.4
2019 41.0 40.3

Non siamo esattamente di fronte a una pubblicità progresso per il cronometro al servizio. In media, le partite sono state più lente nel 2019 rispetto al 2018. D’altro canto però, è un risultato migliore di quanto verificatosi agli US Open 2018, che sono stati in media 2.5 secondi più lenti del 2017, edizione senza cronometro.

Aumenta la precisione, resta la lentezza

Vale la pena ripetere che è un metodo poco raffinato per misurare la velocità di una partita. Per la maggior parte dei tornei però è il massimo ottenibile in assenza di accesso ai dati che l’ATP e (presumibilmente) la WTA possiedono in merito. Negli Slam c’è possibilità per un maggiore dettaglio.

Fino al 2017, per gli US Open e gli Australian Open mi riferisco ai dati di IBM Slamtracker. Per gli Australian Open, la collaborazione con IBM è terminata, ma dati punto per punto sono comunque disponibili sul sito.

Con dati più accurati, si possono ottenere stime più precise della frequenza con cui i giocatori sono andati oltre il limite dei 25 secondi, prima e dopo l’adozione del cronometro al servizio (il limite precedente era di 20 secondi, ma sono convinto che nessuna delle violazioni sia stata assegnata prima che fossero trascorsi almeno 25 o più secondi).

Dopo gli US Open 2018, ho trovato un aumento considerevole del numero di volte in cui i giocatori sono andati oltre i 25 secondi, così come le volte in cui sono andati oltre i 30 secondi. Per chi è interessato, l’articolo contiene approfondimenti metodologici al riguardo.

Di nuovo, gli Australian Open fanno meglio degli US Open, ma non significa necessariamente che il cronometro è efficace, solo che non rallenta le partite in modo così incisivo. La tabella mostra un confronto di violazione temporale prima e dopo l’introduzione del cronometro, per il 2017 e il 2019 (non ho raccolto i dati per gli Australian Open 2018).

Tempo       2017   2019   Delta (%)   
sotto 20s 77.6% 75.9% -2.2%
sopra 25s 91.6% 91.8% 0.2%
sopra 25s 8.4% 8.2% -1.7%
sopra 30s 2.8% 2.1% -25.2%

L’ultima riga della tabella è la prima vera indicazione del fatto che il cronometro al servizio sta funzionando. Rispetto a due anni fa, si superano i 30 secondi tra un punto e l’altro molto meno frequentemente. Di converso, se si considerano i 25 secondi non c’è quasi differenza. Altro elemento negativo, l’apparente miglioramento dato dal valore di 2.1% per l’intervallo sopra i 30 secondi è considerevolmente peggiore di quanto visto agli US Open 2018, in cui si era solo sullo 0.8%. Agli Australian Open, il cronometro ha eliminato alcune delle violazioni più evidenti, ma ne rimangono molte.

Servono medici, non medicine

Il problema principale continua a risiedere nel modo in cui si usa il cronometro. Il conteggio infatti prende il via alla chiamata del punteggio che, generalmente, avviene quando il rumore di fondo nello stadio si è esaurito. Per questo, dopo scambi lunghi o emozionanti – cioè proprio quelli in cui i giocatori prendono più tempo per rifiatare prima di servire – il limite temporale è di fatto allungato.

Ma non c’è ragione perché sia così. L’arbitro dovrebbe far partire il cronometro quando il punto è terminato e, se gli spettatori sono ancora in visibilio dopo 20 o 25 secondi, comportarsi di conseguenza. Alcuni giocatori però hanno già l’abitudine strategica di sfruttare tutto il tempo concesso. Più l’arbitro aspetta prima di far ripartire il cronometro, più dobbiamo attendere la ripresa del gioco.

La mia critica principale all’avvio ritardato del cronometro però è di diverso tipo. Ovviamente vorrei vedere le partite procedere con più rapidità. Ma, come per quasi tutti gli aspetti del regolamento, a darmi fastidio è l’estensione del tempo limite più favorevole per le mega stelle che per i giocatori di rincalzo. In un campo come la Rod Laver Arena a Melbourne, dopo ogni punti giocato si assiste a una anche modesta ovazione, specialmente in presenza di grandi nomi come Roger Federer o Rafael Nadal o Serena Williams.

Lontano dai riflettori sul campo 20, Johanna Larsson può pensare di ottenere un applauso appena accennato anche dopo uno scambio da sfinimento. Più è anonimo il giocatore, minore il tempo di recupero. E dopo un paio di partite, la differenza si fa sentire. Una regola introdotta per aumentare equità e trasparenza non dovrebbe andare a svantaggio degli sconosciuti. In questo caso però negli Slam sembra succedere proprio così.

Prima o poi smetterò di commentare il cronometro al servizio. Finché i due circuiti promuoveranno un’innovazione che fallisce nel proprio dichiarato intento, continuerò a valutarne i risultati. Magari fra qualche anno si arriverà finalmente ad applicarla nel modo giusto.

Another Slam, Another Pointless Serve Clock

L’impatto dell’utilizzo del cronometro al servizio agli US Open 2018

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 19 settembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Per la prima volta in assoluto tra i tornei del Grande Slam, gli US Open 2018 hanno introdotto il cronometro al servizio. I secondi a disposizione del giocatore dal momento in cui è terminato un punto all’inizio del successivo sono stati fissati a 25, dal precedente limite ufficiale di 20 secondi, in parte per prendere consapevolezza che una pausa così breve avrebbe comunque continuato a non essere rispettata, e per allinearsi all’ATP e alla WTA, che da tempo hanno quel limite a 25 secondi.

Si è sperimentato l’utilizzo del cronometro nei tornei estivi in Nordamerica, e già in precedenza mi è capitato di misurarne l’impatto sulla durata, in un articolo per l’Economist e in uno su questo blogIn entrambi, la conclusione è stata che il cronometro al servizio sembra rallentare le partite. Con dati limitati a disposizione – il numero di punti e la durata di ogni partita – ho trovato che le partite di tutti i tornei con il cronometro sono state più lente tra 0.3 e 2.0 secondi per punto. Significa qualche minuto a partita, non poco per una novità introdotta per velocizzare il gioco.

US Open 2017 vs US Open 2018

Gli US Open forniscono un campione più ampio di partite da analizzare e dati molto più specifici. Prima di addentrarci nella ricerca di una risposta più strutturata al problema, osserviamo le partite giocate a Flushing Meadow sotto la semplice lente dei secondi per punto. La tabella riepiloga il calcolo per il tabellone di singolare maschile dell’edizione 2017 (senza il cronometro e con un limite teorico di 20 secondi) e dell’edizione 2018 (con il cronometro a 25 secondi).

Tabellone   2017   2018  
Uomini      40.0   43.4  
Donne       40.7   42.3

Sono partite decisamente lente. Di tutte quelle estive che ho esaminato, solo nel tabellone maschile a Washington si è andati oltre i 42 secondi per punto.    

È probabile però che il caldo torrido abbia inciso, almeno in parte, sui tempi di gioco. La regola delle temperature estreme ha certamente rallentato lo svolgimento, visto che prevede un’interruzione di dieci minuti dopo i primi due set per le partite femminili e dopo i primi tre set per quelle maschili, quando le condizioni meteo sono impossibili da sostenere. Sono interruzioni che rientrano nella durata ufficiale della partita, quindi vanno in un modo o nell’altro considerate.

Evitiamo del lavoro addizionale escludendo interamente la regola delle temperature estreme e confrontando partite del 2017 e 2018 in cui un giocatore ha vinto tutti i set, per nessuna delle quali è stata applicata la regola. Rimaniamo con metà dei dati di partenza.

Tabellone   Punteggio minimo 
            2017      2018   
Uomini      39.2      43.4  
Donne       39.8      41.3

Non me lo aspettavo. Le partite con il minimo punteggio di set quest’anno sono state giocate quasi con la stessa velocità di quelle più lunghe, anche senza la possibile applicazione della regola dei 10 minuti. Forse i giocatori non si dilungano nelle partite a punteggio minimo perché così tante di queste sono a senso unico. O forse è la combinazione di giocatori a essere diversa. Quale la ragione, questo paragone tra mele e mele mostra che le mele del 2018 sono state un bel po’ più lunghe da mangiare di quelle dello scorso anno.

Di nuovo, ma con dati migliori

La regola delle temperature estreme ha evidenziato il problema di usare la durata complessiva delle partite, che include le interruzioni tra un set e l’altro, i cambi di campo, le richieste di Hawk-Eye, i nastri e qualsiasi altra forma di ostacolo al flusso del gioco che si possa pensare. Sono tutti ritardi che nel lungo termine verranno controbilanciati, ma nel lungo termine, citando John Maynard Keynes, non ci sarà nemmeno più nessuno. A oggi, abbiamo visto solo poche centinaia di partite su ciascun circuito usare il cronometro al servizio.

Lo Slamtracker degli US Open riporta i marcatori temporali all’inizio di ciascun punto della maggior parte delle partite di singolare maschile. Pur non essendo ancora la perfezione – non dice ad esempio quando finisce il punto – con la giusta cura è del materiale su cui si può lavorare.

Metodologia

Ho iniziato identificando tra i dati di Slamtracker ogni punto sulla prima di servizio che non ha portato alla conclusione del game di servizio. Poi ho escluso le seconde di servizio perché il tempo utilizzato tra la prima e la seconda cambia radicalmente da giocatore a giocatore, e non è un aspetto di cui si preoccupa l’introduzione del cronometro al servizio. Infine, ho eliminato anche i punti di chiusura del game perché le pause a seguito di quei punto sono più lunge, in quanto il servizio passa all’altro giocatore e spesso si cambia anche campo. 

Rimangono così circa 16.000 punti, cioè un numero molto interessante su cui fare calcoli. Da qui, ho cercato di ricavare quanto tempo sia stato dedicato al tennis effettivo, vale a dire servizio, risposta, rovesci tagliati, questo tipo di cose. Viene fuori che ogni colpo aggiuntivo comporta circa due secondi in più tra l’inizio di un punto e l’inizio del successivo.

Una parte potrebbe dipendere dall’accumulo di fatica, che allunga la ripresa del punto, ma lascio ai giocatori il beneficio del dubbio e ipotizzo che si tratti di tempo impiegato per giocare. Sono anche generoso e affermo che il primo colpo – la durata di un ace o di un servizio vincente – è cinque secondi, in modo da lasciare più tempo per i movimenti di servizio più elaborati.

Tra tutto, abbiamo 16.000 punti per i quali si può stimare la lunghezza della pausa tra un punto e l’altro. Se tra i marcatori per il punto 1 e il punto 2 ci sono 35 secondi e il punto 1 era di cinque colpi – 5 secondi per il primo colpo, 8 secondi per i successivi per un totale di 13 secondi – concludiamo che il giocatore al servizio ha impiegato 22 secondi per detergere il sudore, scegliere le palline meno consumate e prepararsi a servire. 

Un ultimo passaggio, sempre in vena di generosità: per ogni partita, ho eliminato il 5% più lungo delle pause tra un punto e l’altro. Alcuni sono probabilmente dovuti a Hawk-Eye, o nastri al servizio o ad altre interruzioni non presenti nei dati. Ma probabilmente ho filtrato anche dei casi legittimi in cui il giocatore al servizio era davvero lentissimo, ma voglio fare di tutto per ottenere un risultato non contaminato da troppi fattori esterni.

Risultati

Basta con la metodologia, ecco i risultati. La tabella mostra il numero di pause tra un punto e l’altro rispettivamente al di sotto dei 20 e dei 25 secondi, e al di sopra dei 25 e 30 secondi. Non dimentichiamo che questi tempi, e le frequenze temporali che ne risultano, derivano da una serie di ipotesi – ufficiali – favorevoli ai giocatori. Sono abbastanza sicuro che con un cronometro alla mano per ciascuno dei 16.000 punti considerati, è più probabile che arriveremmo di persona a un conteggio uguale o più lungo di quanto non ne troveremmo di più corto. 

Pausa tra punti   2017    2018    Variazione (%)  
Meno di 20sec     86.5%   78.6%   -9.2%  
Meno di 25sec     97.0%   95.1%   -2.0%  
Più di 25sec      3.0%    4.9%    63.1%  
Più di 30sec      0.4%    0.8%    91.0%

Non sono molto numerosi le pause eccessivamente lunghe – meno di una ogni 20 punti quest’anno – ma sono aumentate vertiginosamente rispetto al 2017. Potrebbe dipendere dalla modifica della regola dai 20 ai 25 secondi ma, come abbiamo visto, le partite con il limite di venti secondi nel 2017 si sono giocate velocemente quasi quanto quelle con il limite di venticinque secondi (in termini di durata per punto). Non penso quindi sia un aspetto a cui guardare. 

Il caldo è naturalmente un fattore, anche escludendo le interruzioni generate dall’applicazione della regola delle temperature estreme. Temperature più alte e umide tendono ad affaticare i giocatori più velocemente, e questo si riflette poi nel tempo impiegato a recuperare tra un punto e l’altro. Forse questo è il motivo per cui dall’anno scorso le pause di 30 o più secondi sono quasi raddoppiate.

Restano comunque diversi interrogativi sul cronometro al servizio e sulla sua modalità d’impiego da parte degli arbitri. La frequenza delle pause di 30 o più secondi – lo 0.8% – sembra ininfluente, ma su 16.000 punti rappresenta più di 100 occorrenze. Nell’analisi sono riuscito a includere solo poco meno della metà dei punti in partite con lo Slamtracker, che significa all’incirca tre quarti del tabellone di singolare.

Quindi, potrebbero esserci più di 300 circostanze in tutto il torneo in cui un giocatore impiega più di 30 secondi prima di servire il punto successivo (e non dimentichiamo di aver escluso il 5% più lungo tra queste). Il numero delle pause di almeno 25 secondi è un’evidenza ancora più forte: seguendo lo stesso ragionamento, potrebbero essere circa 2000 le volte di superamento del limite dei 25 secondi. Sicuramente alcune di queste sono state sanzionate, ma non più di una minima frazione.

Conclusioni

Come ho scritto nel precedente articolo di questo blog, causa rilevante del problema è da imputare all’abitudine dei giudici di sedia di far partire il cronometro solo quando il rumore degli spettatori si è placato. In una partita emozionante e con grande pubblico, il tempo limite diventa quindi in realtà di almeno 35 secondi. Potrebbero essere queste le istruzioni ricevute dagli arbitri, ma così è certo che le partite durino di più. Non c’è motivo per non far partire il cronometro immediatamente e interromperlo solo nelle rare occasioni in cui c’è ancora troppo rumore dopo 25 secondi. 

Questo semplice metodo per la valutazione dell’impatto del cronometro al servizio, come descritto in precedenza, continua a suggerire un rallentamento nei tempi di gioco. Un’analisi più sofisticata – resa possibile da dati più specifici per la maggior parte degli Slam – muove nella stessa direzione, mostrando quanto spesso i giocatori riescano comunque ad allungare la pausa tra un punto e l’altro. La speranza è che il cronometro al servizio sia in fase di aggiornamento, perché altrimenti servono migliorie sostanziali affinché possa contribuire a velocizzare il gioco. 

The Effect of the US Open Serve Clock

Differenze fra sessi nell’assegnazione delle penalità

di Jeff Sackmann // TennisAbstract

Pubblicato il 10 settembre 2018 – Traduzione di Edoardo Salvati

Gli episodi arbitrali della finale femminile degli US Open 2018 sono diventati argomento scottante, a non voler esagerare con gli aggettivi. Molte delle lamentele sul trattamento ricevuto da Serena Williams si fondano sulla convinzione di un atteggiamento sessista da parte del giudice di sedia, Carlos Ramos.

Chiunque segua regolarmente il tennis ha certamente osservato giocatori e giocatrici comportarsi in un modo che può sembrare più offensivo di quello di Williams, e chiunque presti attenzione ha certamente visto innumerevoli violazioni alla regola del coaching (il tentativo di un allenatore o allenatrice di dare, fuori dal campo, suggerimenti tattici o tecnici al proprio giocatore o giocatrice in campo, n.d.t.) non subire penalizzazione.

Differenze di stili e discrezionalità

Ci sono alcuni aspetti su cui è facile trovarsi d’accordo. In primo luogo, non tutti gli arbitri hanno il medesimo stile. Ad esempio, Ramos è più severo di Mohamed Lahyani. In secondo luogo, agli arbitri è concesso margine di discrezionalità, per cui la stessa infrazione potrebbe ricevere nulla o differente sanzione a seconda della partita in cui si verifica. Da ultimo, gli arbitri cercano generalmente di evitare in tutti i modi penalità di gioco.

Molte partite presentano almeno un’avvertenza, sia essa per coaching, abuso della pallina o un’ampia varietà di altre casistiche, ma solo in un una percentuale ridotta di casi la situazione peggiora determinando la perdita di un punto o di un game. Anche i giocatori si muovono tipicamente con cautela: dopo aver ricevuto un’avvertenza, non si vedono racchette spaccate o palline lanciate fuori dallo stadio con la stessa frequenza.

Le differenze tra i vari arbitri e la discrezionalità sui cui possono fare leva all’interno delle regole permette con facilità di estrapolare una specifica chiamata ed etichettarla con sessismo, razzismo, favoritismo, appoggio del giocatore locale, disprezzo verso Roger Federer o Rafael Nadal, o semplice stupidità.

La rarità di un punto o un game di penalizzazione enfatizza l’impatto delle decisioni prese durante la finale femminile, visto che, con molteplici opzioni a disposizione, difficilmente un arbitro decide di innescare la bomba di un intero game di penalità.

Un po’ di numeri

I punti e, ancor di più, i game di penalità sono così rari da rendere impossibile trarre solide conclusioni. Analizziamo comunque i dati in nostro possesso. Per mia conoscenza, nessuna entità di governo del tennis – l’ATP, la WTA, l’ITF o la USTA – ha mai reso pubblici i dati sulle penalità, sui giocatori che le ricevono o sugli arbitri che le assegnano (e sarebbe il momento perfetto per farlo, ma non ho alcuna aspettativa al riguardo). In alternativa, si può utilizzare il sempre più abbondante campione di dati del Match Charting Project, che, solo dal 2010 in avanti, comprende più di 3500 partite.

Partite non casuali ma di primaria importanza

Quelli del Match Charting Project non sono dati casuali, perché riflettono in parte le preferenze personali dei volontari che raccolgono statistiche punto per punto. Vanno bene però per lo scopo di questo articolo: le partite del Match Charting Project infatti sono tra le più importanti, con un numero sproporzionato di finali e di giocatori di vertice coinvolti, tra cui 100 partite di Williams.

Fatte queste premesse, verifichiamo le penalità in partita dal 2010 a oggi, escludendo la finale femminile degli US Open 2018. L’ultima colonna della tabella, “P%”, è la percentuale di partite in cui una penalità è stata comminata.

Partite           Totale   Penalità   P%  
Donne (tutte)     1895     13         0.69%  
Donne (Slam)      490      6          1.22%  
Donne (finali)    228      2          0.88%
  
Uomini (tutte)    1689     16         0.95%  
Uomini (Slam)     234      6          2.56%  
Uomini (finali)   371      5          1.35%

I giocatori ricevono più penalità delle giocatrici in tre diversi confronti: tutte le partite del Match Charting Project, le partite degli Slam e le finali (non ho tenuto in considerazione i game di penalità perché non esistono praticamente dati al riguardo. In più di 3500 partite, solo una volta la situazione è degenerata da richiedere un game di penalità, cioè quando Grigor Dimitrov ha perso il controllo nella finale di Istanbul 2016). I numeri relativi agli Slam sono particolarmente significativi perché è l’unica categoria in cui la selezione del giudice di sedia avviene nello stesso gruppo. Per gli altri tornei, i due circuiti utilizzano arbitri diversi.

Né equità, né sessismo

Questi numeri non sono evidenza di equità di trattamento fra sessi, tantomeno determinano l’esistenza di sessismo nei confronti delle giocatrici o dei giocatori. A parte la quantità limitata di penalità, non conosciamo nulla sui motivi scatenanti o su occorrenze analoghe che non hanno invece dato luogo a una sanzione. È possibile che i giocatori siano in generale più aggressivi nei confronti degli arbitri, e dovrebbero quindi ricevere una volta e mezzo – o anche più – le penalità comminate alle giocatrici.

Non ne ho idea ed è probabile che non lo sappia nemmeno chi si è espresso sulla diatriba tra Williams e Ramos. In questo tipo di confronti al vetriolo l’aneddotica la fa da padrona. Per dirimere la questione una volta per tutte, si dovrebbe disporre uno studio in situazione di controllo, magari dando istruzioni a un gruppo di giocatori e giocatrici di criticare l’arbitro con le stesse dinamiche comportamentali e confrontare poi i risultati. Per quanto sia un’idea divertente, non vedrà mai realizzazione.

Conclusioni

Non intendo dire che le accuse di sessismo necessitino di una validazione statistica, perché naturalmente non è così. Ma nei casi in cui i dati sono disponibili, specialmente se in possesso di alcune delle stesse entità governative schierate dalla parte accusatoria, è un peccato che siano ignorati. Seppur limitate, le informazioni che arrivano dal Match Charting Project indicano che gli uomini ricevono penalità dal giudice di sedia più frequentemente delle donne.

La USTA, l’ITF, e la WTA potrebbero intervenire facendo definitiva chiarezza sulla controversia – cioè se gli arbitri applicano il regolamento mantenendo costante imparzialità o se esistono dinamiche di trattamento privilegiato nei confronti dei giocatori – con la pubblicazione dei dettagli di tutte le partite, tra cui il numero degli avvertimenti e delle penalità e le motivazioni da cui sono scaturite, oltre ai nomi degli arbitri. Altrimenti, purtroppo, ci aspettano altre settimane di protagonismo infondato.

Gender Differences in Point Penalties