Il più grande archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico. Parte di Tennis Abstract

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Pubblicato il 20 marzo 2020 su Rivista Contrasti

// In uno dei tributi più emozionanti che un poeta musicale possa fare al proprio paese, Francesco De Gregori canta di un’Italia “derubata, colpita al cuore, presa a tradimento, dimenticata, che si dispera, nuda” ma anche di un’Italia “che non muore, che non ha paura, che lavora, che resiste”. Nel momento forse più buio della storia italiana del dopoguerra, e sicuramente in quello dell’età dell’abbondanza che le ultime due generazioni hanno vissuto, un inno che professa l’amore per la patria è un faro a cui orientarsi per non perdere le speranze.

Sono arrivati altri tre lampi di luce intensa in questi drammatici giorni. Li accomuna un genere, una professione, una fascia d’età, una disposizione di fondo. Tre donne, tre atlete di sport invernali, tre ragazze nate negli anni ’90, tre volontà ferree che anche la pressione più intensa non riesce a scalfire. Tre nomi: Federica Brignone, Dorothea Wierer, Michela Moioli.

Federica Brignone è la nuova detentrice della coppa del mondo Generale di sci alpino, oltre a quella di Slalom Gigante e di Combinata. È la prima donna nella storia dello sci alpino italiano a vincere la coppa di Generale. Vale la pena ribadire il concetto: mai nessuna italiana prima di lei era riuscita in questa impresa! Nemmeno Sofia Goggia, terza nel 2017, o Karen Putzer, seconda nel 2003, che più si erano avvicinate. Ma neanche riferimenti assoluti come Isolde Kostner o Deborah Compagnoni, entrambe quarte per due volte.

In una stagione in parte condizionata dal meteo e priva di una chiusura per l’esplosione della pandemia (Cortina d’Ampezzo avrebbe dovuto ospitare le finali), Brignone è riuscita a mantenere un’incredibile continuità di rendimento che l’ha portata a cinque vittorie e altri sei podi. Si è piazzata nelle prime tre sciatrici in cinque delle sei classifiche di specialità, vincendone appunto due e arrivando seconda nel Super Gigante. Solo Mikaela Shiffrin, la grande favorita, ha vinto una gara in più, ma non è bastato. Va detto che il trauma dell’improvvisa morte del padre ha portato Shiffrin ad abbandonare il circuito, senza poter fare poi in tempo a rientrare prima della cancellazione. Non deve questo costituire pregiudizio materiale nei confronti dei risultati di Brignone. Shiffrin veniva da tre coppe di Generale consecutive e un dominio impressionante, e a fine carriera diventerà probabilmente la più forte sciatrice di tutti i tempi. Anche a lei però sarebbe servito un miracolo intero per recuperare e sorpassare Brignone.

Brignone ha raggiunto la vetta dello sci mondiale per meriti legittimi, grazie a successo e forma non esclusivamente dipendenti dalla fortuita combinazione di fattori tecnici (materiali, allenatori) e fisici (preparazione ottimale, assenza di infortuni) che lanciano un’atleta alla ribalta in una particolare annata. Ma che sono anche frutto di una crescita costante che origina dal patrimonio genetico propiziatorio di una madre vincitrice di quattro gare in coppa del mondo negli anni ’80, e che passa da almeno due vittorie nelle ultime cinque stagioni e un bronzo alle Olimpiadi 2018.

Per il secondo anno consecutivo, Dorothea Wierer è campionessa del mondo di biathlon. È la prima donna a ripetersi dai tempi di Magdalena Forsberg nella stagione 2001-2002, nonché la prima italiana a fare una doppietta negli sport olimpici invernali. È anche la prima italiana della storia ad aver vinto una coppa del mondo in questo sport. Ancora, è la seconda donna di sempre ad aver vinto almeno una gara in tutti e sette i formati previsti. A febbraio, nei mondiali di casa ad Anterselva, ha vinto due ori e due argenti che, insieme ai due bronzi olimpici, portano il totale a 13 medaglie.

Una veloce introduzione al biathlon moderno, variante civile del tradizionale allenamento militare norvegese che combinava sci con tiro al bersaglio. Se Dante Alighieri ne fosse stato a conoscenza, avrebbe certamente riservato all’ideatore del biathlon un posto nell’Inferno al di là delle mura della Città di Dite, dove si trovano i peccatori che hanno con coscienza usato la ragione per commettere del male. Come si può altrimenti spiegare uno sport che alterna uno sforzo massacrante come quello dello sci di fondo a una disciplina che richiede la massima calma e precisione come il tiro al poligono? In cui le atlete, stremate dalla fatica di trascinare un peso di almeno tre chili e mezzo sulle spalle per diversi chilometri a un ritmo forsennato, collassano a terra appena tagliato il traguardo? O che modifica la dimensione del bersaglio, comunque sempre distante 50 metri, da una grandezza di 115 millimetri per il poligono in piedi a una di 45 per quello da sdraiati perché altrimenti, beh, sarebbe stato tutto un po’ troppo facile?

Come se non fosse abbastanza, Wierer ha vinto la coppa del mondo all’ultimo poligono dell’ultima gara, ribaltando la situazione negli istanti conclusivi da vero attacco cardiaco, in cui è stata la sua diretta avversaria a cedere alla tensione. Con 44 podi in carriera, di cui 15 vittorie, e tre coppe di specialità, anche Wierer è cresciuta di stagione in stagione fino a diventare una potenza del biathlon mondiale.

Un altro sport in perenne lotta per l’attenzione del grande pubblico è lo snowboard cross, la cui spettacolarità dovrebbe attrarre invece masse di spettatori. Quattro o sei snowboarder si lanciano insieme su una pista dalla forma a toboga, in cui ai pali (come nello sci alpino) si aggiungono salti, rampe, sezioni ripide e piatte che ne mettono alla prova la capacità di controllo alla massima velocità. Naturalmente, la scarsità di spazio nella traiettoria ottimale porta a soventi collisioni durante la discesa. Si pensi a un motocross in versione invernale e senza il frastuono dei motori.

Michela Moioli ha vinto per la terza volta la coppa di snowboard cross, dopo quelle del 2016 e 2018. È solo la terza donna nella storia della disciplina a vincere almeno tre coppe, e dalla stagione 2015 non è mai scesa dal podio della classifica finale. Nel suo palmarès ci sono 15 vittorie e altri 17 podi, oltre alla medaglia d’oro alle Olimpiadi 2018 – la prima italiana di sempre in questa specialità – che le è valsa anche il Collare d’oro al Merito Sportivo.

Moioli è nata ad Alzano Lombardo, uno dei comuni più falcidiati dal Coronavirus. La dedica in lacrime della vittoria in coppa del mondo ai concittadini, ai bergamaschi, a tutta l’Italia e l’invito a non mollare sono testimonianza della limpidezza d’animo e maturità di una giovane che non ha ancora compiuto 25 anni.

Tre donne eccezionali hanno fatto la storia in un momento in cui fare la storia non era affatto banale, perché atlete e atleti non sono semplicemente delle macchine da competizione. Tre esempi positivi con cui la mente può prendersi una pausa dai vincoli della quotidianità di questo grave periodo nel quale, parafrasando Woody Allen, l’Italia e il mondo non si sentono molto bene. Grazie ragazze! ◼︎

Tre campionesse per tenere viva la speranza

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