Il più grande archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico. Parte di Tennis Abstract

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Julio Velasco

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Pubblicato il 12 novembre 2019 su Rivista Contrasti

// Non ci fu paese più pronto e prolifico dell’Italia nel rispondere all’apertura delle politiche migratorie dell’Argentina successive alla guerra della triplice alleanza e alla cosiddetta conquista del deserto. La necessità di popolare grandi distese di territorio sanguinosamente sottratte al Paraguay e agli indigeni della Patagonia costituiva infatti un approdo naturale per il forte desiderio di rinascita degli italiani di fine diciannovesimo secolo, vessati in patria da condizioni di miseria diffusa ed elevata pressione demografica. Si stima che tra il 1876 e il 1976 arrivarono a più riprese in Argentina quasi 3 milioni di connazionali. Se si tiene conto anche degli argentini di origine italiana, più del 50% della popolazione riconosce oggi una qualche forma di discendenza da avi della penisola, facendone con circa 25 milioni di persone il primo gruppo etnico del paese.

È possibile che Julio Velasco, considerato da molti il più grande allenatore nella storia della pallavolo, abbia iniziato la sua epopea internazionale proprio dall’Italia — diventandone poi cittadino a tutti gli effetti dal 1992 — come atto di riconoscenza del contributo dato dagli italiani allo sviluppo socio-economico dell’Argentina. O forse, da uomo di cultura con una laurea in filosofia, ha voluto rendere concrete le parole dello scrittore messicano e premio Nobel Octavio Paz, che ha definito gli argentini degli italiani che parlano spagnolo e si credono inglesi. Più realisticamente, l’intuizione geniale di Giuseppe Cormio, allora neo direttore sportivo della squadra di Jesi e futuro vincitore di qualsiasi trofeo per club, lo ha indotto alla consapevolezza che solo trasferendosi in Italia avrebbe trovato l’ambiente competitivo adatto a far esplodere la sua visione di gioco.

I successi di Velasco iniziano a Buenos Aires, dove vince quattro campionati maggiori consecutivi con il Ferro Carril Oeste. Terminata l’iniziazione a Jesi in serie A2, è però a Modena che avviene il decollo, in una delle roccaforti tradizionali della pallavolo italiana, dove riporta lo scudetto a distanza di dieci anni. Ne seguono altri tre e l’invito a condurre la nazionale che lo priva dell’occasione di vincere la Coppa dei Campioni — dopo tre finali perse contro la corazzata CSKA Mosca — l’unico trofeo per club che non riempie la bacheca. Con la nazionale si compie l’apoteosi, il raggiungimento della massima espressione del modo di Velasco di intendere la pallavolo, come sport e come contesto applicativo dell’etica di vita. In otto anni, la sequenza di risultati conseguiti è sbalorditiva: 3 ori e 1 argento agli Europei, 2 ori ai Mondiali, 5 ori e un argento nella World League, altri 3 ori e un argento in diverse competizioni.

Quella nazionale verrà poi premiata dalla Federazione Internazionale come la squadra del secolo, un riconoscimento certamente viziato della tipica assenza di sobrietà degli organismi istituzionali di comando ma che, di fronte al dominio esercitato in campo, non sembra questa volta un’esagerazione. Non può mancare però la sconfitta che priva di quella completezza che anche per squadre o atleti della stratosfera sportiva è spesso una chimera: alle Olimpiadi di Atlanta 1996, l’Italia perde da favorita in finale con l’Olanda per il margine più ridotto, quando la stessa partita del girone era stata una sbrigativa dimostrazione di forza. La conquista dell’argento ha più il sapore malinconico di un oro sfumato all’ultimo e che il destino aspettava solo di consegnare, una medaglia che non sembra voler smettere di mostrare preferenza per il collo di altre nazionali, visti i successivi argenti ad Atene 2004 e Rio 2016 (entrambi da sconfitte contro il Brasile).

Velasco ha il merito di catapultare l’Italia, fino a quel momento con due bronzi e un argento nei tornei più rilevanti, al vertice della gerarchia della pallavolo, nella cerchia occupata da potenze come la Russia, il Brasile e gli Stati Uniti, la cui base di praticanti è però enormemente maggiore. Dapprima con le vittorie a Modena che, da un lato, risvegliano l’interesse ciclico in presenza di risultati eclatanti o personaggi carismatici per gli sport considerati minori — quelli che devono sottrarre al calcio l’attenzione del grande pubblico — e, dall’altro, favoriscono l’afflusso di sponsor di peso che rendono il campionato italiano degli anni ’90 il più competitivo del mondo. Poi con la cavalcata della nazionale, che occupa un posto di primo piano nell’immaginario collettivo delle imprese che uniscono nel tifo e consolidano l’orgoglio di appartenenza al paese al pari di quanto ottenuto da Alberto Tomba, i fratelli Abbagnale o Jury Chechi, rovesciando temporaneamente l’ordine precostituito della conversazione sportiva.

Velasco gode del lusso di un insieme di giocatori dal talento enorme, campioni come Gardini, Giani, Bernardi che sono entrati nella Hall Of Fame (di cui fa parte lo stesso Velasco) o come Lucchetta, Zorzi, Gravina, la cui notorietà supera i confini della pallavolo. Per il raggiungimento di un obiettivo che richiede coesione d’intenti e limitazione delle individualità a favore della causa comune però, il solo talento non basta se è privo di una guida che lo indirizza, lo addomestica, lo nutre, lo tiene attivo, lo conduce per le sabbie mobili di alti e bassi di un torneo intercontinentale di qualche settimana, di un’intera stagione di competizioni o di anni di eccellenza prolungata e finalizzata ad esprimersi senza compromessi nelle occasioni che più contano.

Accertato l’indiscutibile spessore tecnico, ormai imprescindibile per navigare il professionismo sportivo moderno, Velasco rappresenta una discontinuità evolutiva in termini di mentalità. La sua dottrina raccoglie e converte elementi portanti di altri orientamenti organizzativi e culturali, a volte anche in anticipo sui tempi, in una fusione interdisciplinare quasi onnicomprensiva. C’è, nella selezione scientifica dei giocatori per la massimizzazione del rendimento di ciascun ruolo, un po’ di Taylorismo. C’è, nell’insegnare ai giocatori a muoversi per conto loro e non secondo le intenzioni dell’allenatore, un po’ di Confucianesimo. C’è, nella volontà di raggiungere la perfezione quando l’allenatore non ha più nulla da dire perché i giocatori sanno già tutto quello che devono sapere, la semplicità secondo il Quaccherismo.

C’è, nell’imparare ad affrontare trionfi e sconfitte e trattarli allo stesso modo, un po’ del messaggio di Kipling. C’è, nella ricerca dall’autenticità mediante lo sviluppo e il rispetto della propria personalità, un po’ della maieutica di Socrate. C’è, nell’acquisizione della leadership attraverso il consenso e la decisione autonoma del gruppo, un po’ dell’innovativo e recente metodo di gestione decentralizzata chiamato Holacracy, nel quale autorità e potere esecutivo sono distribuiti in una “olarchia” di gruppi auto-organizzati anziché essere conferiti da una gerarchia manageriale. L’applicazione pratica di quest’ultima teorizzazione passa dalla responsabilizzazione del singolo, attraverso due pilastri dell’insegnamento di Velasco: lo scardinamento degli alibi, che giustificando l’errore con colpe altrui sono un ostacolo alla crescita personale, e la declinazione del concetto di vittoria in tre passaggi incrementali, cioè superare i propri limiti, poi le difficoltà e infine gli avversari.

Velasco assurge a vate di un intero movimento, una figura quasi mitologica che trascende lo sport di riferimento e diventa un’icona mediatica. Esempi altrettanto illustri sono quello di Phil Jackson, vincitore di undici titoli NBA alla guida di due franchigie cariche di campioni e di ego come Chicago Bulls e Los Angeles Lakers, e di José Mourinho, il cui acume tattico ed eclettismo espressivo ne hanno fatto una sorta di mentalista del calcio europeo. Dopo un lungo peregrinare che lo porta anche sulla panchina della nazionale femminile italiana e poi alla soddisfazione dell’oro ai Giochi Panamericani del 2015 con la sua Argentina, la vittoria della Supercoppa italiana nel ritorno alla città adottiva di Modena è l’ultimo traguardo prima del ritiro da allenatore, affidato a una lettera che ripercorre con emozione la lunga carriera.

Dopo 44 anni di militanza però, la fiamma interiore dalla passione per la pallavolo non si spegne così facilmente. Accetta infatti di ripartire come direttore tecnico del settore giovanile maschile della federazione con l’obiettivo di instillare nei ragazzi il virus per lo sport, come lui stesso lo ha chiamato. Nessuno più di Velasco è la persona giusta per trasmettere lo scibile necessario alla creazione della prossima generazione di atleti che sognano di vincere tutto. ◼︎

Julio Velasco

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