Il più grande archivio italiano di analisi statistiche sul tennis professionistico. Parte di Tennis Abstract

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Cosa possono dire le statistiche della partita sugli stili di gioco?

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Pubblicato il 5 aprile 2019 su StatsOnTheT – Traduzione di Edoardo Salvati

// La conclusione più ovvia di un paio di miei recenti articoli sulle ripercussioni degli scontri diretti è probabilmente nota a tutti: possono esistere degli effetti, ma buona fortuna nel trovarli. Con campioni di dati così ridotti per la maggior parte degli scontri diretti, serve un modo per raggruppare giocatori “simili” tra loro. In questo articolo, cerco di capire se sia possibile creare categorie di giocatori in funzione dello stile di gioco, utilizzando statistiche di base della partita.

Quando Roger Federer ha giocato contro John Isner nella finale del Miami Masters 2019, in molti sono rimasti sorpresi nel ricordare che era la loro prima partita del circuito maggiore dal 2015. Tuttavia, che vi siano partite poco frequenti tra i giocatori di vertice è più una regola che un’eccezione, uno degli aspetti negativi della struttura del tennis professionistico (anche se, opinione personale, non sono coì attratta dal pensiero di avere Isner così spesso in finale).

Scontri diretti sporadici sono anche uno dei crucci degli analisti di tennis. Siamo spesso allettati dall’idea che una partita tra due specifici giocatori possa dare un impulso extra ai nostri modelli di rendimento, per poi ritrovarci in difficoltà ad applicare un metodo affidabile per misurare effetti così elusivi.

Raggruppamento per somiglianza

“Guadagnare forza prendendo a prestito” è una nozione diffusa in statistica e fa riferimento al concetto che si possa acquisire maggiore conoscenza di un certo tipo di informazione se la si osserva tramite informazioni a essa affini. È un po’ come quando, in presenza di membri della stessa famiglia, ci si rende conto che sono quel naso o quel mento a renderli distintivi rispetto alle altre persone. Raggruppare dati simili in statistica può avere il medesimo fine, aiutare cioè a capire più chiaramente quali sono gli elementi caratteristici di una fattispecie oggetto di analisi. Le ripercussioni degli scontri diretti hanno bisogno esattamente di questo tipo di soluzione.

Se raggruppare è davvero una questione di mettere insieme giocatori tra loro simili, dobbiamo avere a disposizione una modalità di misurazione della somiglianza. Cosa vuol dire che due giocatori sono simili? Beh, può avere molti significati. Ma se lo scopo è comprendere le ripercussioni degli scontri diretti, allora serve concentrare l’attenzione su quei giocatori con uno stile di gioco affine. La difficoltà risiede però nell’incertezza della quantificazione dello stile. Come per molte delle tematiche più interessanti sul rendimento nel tennis, anche dello stile è nota l’esistenza ma non il modo in cui misurarlo.

Idealmente, lo stile dovrebbe considerare la selezione di colpi di un giocatore e l’esito di ciascun tipo di colpo. Pur trattandosi di aspetti basilari, non è facile analizzarli con i dati pubblicamente disponibili, almeno non con continuità per la maggior parte dei giocatori di vertice.

Il contributo delle statistiche di base

Statistiche di base come la percentuale di prime in campo o i punti vinti alla risposta, etc, sono invece le informazioni più dettagliate che si riescono a ottenere per moltissime partite dei professionisti. A prima vista, possono sembrare di utilizzo limitato nella definizione di uno stile. Del resto, sono più direttamente collegate alla bravura relativa di un giocatore rispetto all’avversario in quello specifico giorno. Sarebbe però eccessivamente affrettato ignorare il loro contributo nella categorizzazione dello stile? Penso di sì. In fondo, contengono alcuni parametri, gli ace o doppi falli ad esempio, che sono il prodotto della tecnica al servizio e della propensione al rischio di un giocatore, e di cui chi è al servizio dovrebbe essere in controllo. Anche la durata di una partita è un’altra statistica che, in teoria, ha un collegamento diretto con la tendenza di un giocatore a rimanere nello scambio.

Come esperimento di partenza, ho verificato cosa si possa ricavare, in termini di somiglianza, dalla frequenza di ace e dai minuti giocati per singolo punto. Visto che siamo interessati al comportamento di un giocatore a prescindere dall’avversario, ho utilizzato un modello combinato per calcolare una frequenza media per ciascun giocatore su ogni superficie per le partite giocate dal 2017. Ho delimitato il campione a quei giocatori con almeno due apparizioni negli Slam, così da avere un gruppo che ha affrontato avversari simili in quell’intervallo temporale.

L’immagine 1 mostra i risultati per i giocatori del circuito maggiore. Si fa immediatamente notare l’assenza di una forte correlazione tra le ripercussioni di ace e minuti di gioco. Ero convinta che i giocatori con una media di ace per punti serviti più alta giocassero anche molto rapidamente. Per quanto sia questa la tendenza generale, la relazione è decisamente modesta.

IMMAGINE 1 – Correlazione tra ripercussioni di ace e minuti di gioco

Gli effetti più estremi

Ho evidenziato il 2% degli effetti più estremi. Nella parte in cui vi è un’alta frequenza di ace, emergono i soliti sospetti: Isner, Reilly Opelka e Ivo Karlovic, ad esempio. È una conferma che le ripercussioni generate dalla frequenza di ace sembrano funzionare più in termini di potenza complessiva che di semplice efficacia complessiva del servizio nel far vincere punti. Così succede a Rafael Nadal, che ha una frequenza di ace più bassa della media nonostante sia uno dei più bravi a vincere punti al servizio. Yoshihito Nishioka è all’estremo opposto. Con un’altezza di 174 cm, Nishioka è molto più basso del giocatore medio di uno Slam, e questo potrebbe essere il motivo della sua posizione nel grafico.

Per quanto riguarda le ripercussioni generate dai minuti giocati, è degna di nota la presenza di Nadal, Andy Murray e Novak Djokovic tra i giocatori con la maggiore durata per punto. È in linea con la loro caratterizzazione di fondisti dello scambio. Dal lato opposto, giocatori con un ritmo insolitamente veloce ma non tra i più potenti al servizio includono Dustin Brown e Florian Mayer. Potrebbero essere esempi di giocatori con uno stile aggressivo ma senza un servizio dominante.

Sei gruppi distinti

I casi estremi mettono in evidenza alcuni giocatori che sono più simili a determinati altri. Si può affrontare la questione procedendo per raggruppamento. Iniziamo semplicemente considerando cosa emergerebbe con un raggruppamento tramite algoritmo k-means sulle ripercussioni da scontri diretti sul cemento. La tendenza dell’errore all’interno del gruppo indica che una suddivisione in sei gruppi è il metodo meno complicato per organizzare i dati al fine di avvicinarsi alla varianza infragruppo più ridotta possibile.

IMMAGINE 2 – Raggruppamento tramite algoritmo k-means

L’immagine 3 mostra invece come quei gruppi si rapporterebbero alle ripercussioni generate dalla frequenza di ace e dai minuti giocati. Si vedono gruppi ben distinti che potremmo facilmente etichettare in modo separato, per la loro specifica combinazione di servizio intimidatorio e ritmo di gioco intenso.

IMMAGINE 3 – Rapporto tra raggruppamenti e ripercussioni di frequenza ace e minuti giocati

Conclusioni

Due attributi non sono sufficienti a esprimere tutte le sfaccettature di stile desiderate. È solo un piccolo esperimento, ma con alto potenziale. Siamo in grado di poter classificare tutte le declinazioni di stile solo dalle statistiche di base di una partita? Probabilmente no. Siamo in grado di classificare declinazioni di stile principali? Forse. O meglio, sono più convinta che ci sia possibilità di quanto non lo fossi prima di arrivare a questi risultati. Nella stima delle ripercussioni da scontri diretti, c’è ancora speranza per una metodologia fondata sullo stile. ◼︎

What Can Match Stats Tell Us About Playing Styles?

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